Roberto
Farneti
Sulla strada della riforma del Tfr c'è un ostacolo addirittura più
grande delle richieste di Confindustria, del conflitto di interessi di
Berlusconi e degli appetiti di banche e assicurazioni su una torta che
vale 13 miliardi di euro l'anno. Invece di aspettare gennaio, sarebbe
meglio se il ministro del Welfare Roberto Maroni già da oggi prendesse
atto del fatto che i lavoratori italiani non hanno alcuna intenzione
di veder dissipare la propria liquidazione, frutto di anni di sudato
lavoro, sulla roulette dei mercati finanziari. Rifondazione comunista,
contraria all'impiego del Tfr nei fondi pensione, lo sostiene da tempo
e la conferma arriva ora da un'inchiesta dell'Isae, condotta una prima
volta nel periodo settembre-dicembre 2004 e una seconda nei mesi di
settembre-ottobre 2005. «I risultati dell'indagine - si legge sul
documento - mostrano una riduzione del numero di incerti, ma una forte
preferenza» per il mantenimento in azienda del Tfr: «Il 53% degli
intervistati infatti dichiara che manterrà il Tfr, l'80% se si
escludono coloro che, pur dichiarandosi informati, non rispondono
circa la scelta», mentre la percentuale di coloro che pensano di
aderire a un fondo è appena del 12,8%.
Sono proprio i rischi connessi con il trasferimento della
liquidazione nel fondo a frenare i lavoratori: tra le motivazioni
elencate da coloro che opterebbero per il mantenimento del Tfr in
azienda, infatti, le due risposte più gettonate pari all'83% del
totale, sono il rendimento più sicuro e la preferenza per l'erogazione
del denaro come capitale anziché come rendita vitalizia. Anche le
agevolazioni fiscali inserite nella riforma non appaiono attraenti: il
56% degli intervistati nell'inchiesta 2005 ritiene gli incentivi
insufficienti o ne paventa l'incertezza circa la permanenza nel tempo.
In questo contesto, «gran parte dei giovani, i principali
interessati dalla riforma, resta in attesa di un quadro più definito
per il futuro». In sostanza, dato che optare immediatamente per il
trasferimento del Tfr è una scelta irreversibile, mentre non lo è la
decisione di mantenerlo in azienda, quella di posticipare è la scelta
che «comporta minori rischi e nella generalità dei casi può rilevarsi
come la più razionale».
Un ragionamento che per Paolo Ferrero, responsabile economia del
Prc, non fa una piega: «I lavoratori non sono mica fessi - osserva
Ferrero - anche se il governo lo pensa. Rifondazione ritiene che il
Tfr vada mantenuto come è adesso e che le pensioni pubbliche debbano
essere rilanciate e migliorate per i livelli più bassi, ad esempio con
l'aumento del coefficiente di rivalutazione delle pensioni operaie, da
finanziare con la fiscalità generale».
E' polemica intanto sulla richiesta di Confindustria di una
moratoria di tre anni per le imprese, soprattutto le piccole e le
medie, che avranno difficoltà di accesso al credito dopo l'entrata in
vigore della riforma della previdenza complementare. «Come Cgil -
avverte la segretaria confederale Morena Piccinini - non potremmo mai
accettare che per corrispondere alle esigenze poste dalle imprese si
creino lavoratori di serie A e di serie B non essendo, evidentemente,
accettabile che il diritto all'accesso nella previdenza complementare
sia subordinato al rapporto che l'impresa ha con il credito». Le 23
sigle firmatarie dell'avviso comune chiedono pertanto al ministro
Maroni un incontro «al fine di discutere nel merito il misterioso
protocollo Abi e convenire ad una soluzione equa circa il meccanismo
della gradualità».
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