Tfr, la riforma fallita
prima di partire: solo
il 13% pensa di affidarlo
a un fondo pensione
 
Indagine Isae. Tra le ragioni, i rendimenti poco sicuri. Ferrero (Prc): i lavoratori non sono fessi
Roberto Farneti
Sulla strada della riforma del Tfr c'è un ostacolo addirittura più grande delle richieste di Confindustria, del conflitto di interessi di Berlusconi e degli appetiti di banche e assicurazioni su una torta che vale 13 miliardi di euro l'anno. Invece di aspettare gennaio, sarebbe meglio se il ministro del Welfare Roberto Maroni già da oggi prendesse atto del fatto che i lavoratori italiani non hanno alcuna intenzione di veder dissipare la propria liquidazione, frutto di anni di sudato lavoro, sulla roulette dei mercati finanziari. Rifondazione comunista, contraria all'impiego del Tfr nei fondi pensione, lo sostiene da tempo e la conferma arriva ora da un'inchiesta dell'Isae, condotta una prima volta nel periodo settembre-dicembre 2004 e una seconda nei mesi di settembre-ottobre 2005. «I risultati dell'indagine - si legge sul documento - mostrano una riduzione del numero di incerti, ma una forte preferenza» per il mantenimento in azienda del Tfr: «Il 53% degli intervistati infatti dichiara che manterrà il Tfr, l'80% se si escludono coloro che, pur dichiarandosi informati, non rispondono circa la scelta», mentre la percentuale di coloro che pensano di aderire a un fondo è appena del 12,8%.

Sono proprio i rischi connessi con il trasferimento della liquidazione nel fondo a frenare i lavoratori: tra le motivazioni elencate da coloro che opterebbero per il mantenimento del Tfr in azienda, infatti, le due risposte più gettonate pari all'83% del totale, sono il rendimento più sicuro e la preferenza per l'erogazione del denaro come capitale anziché come rendita vitalizia. Anche le agevolazioni fiscali inserite nella riforma non appaiono attraenti: il 56% degli intervistati nell'inchiesta 2005 ritiene gli incentivi insufficienti o ne paventa l'incertezza circa la permanenza nel tempo.

In questo contesto, «gran parte dei giovani, i principali interessati dalla riforma, resta in attesa di un quadro più definito per il futuro». In sostanza, dato che optare immediatamente per il trasferimento del Tfr è una scelta irreversibile, mentre non lo è la decisione di mantenerlo in azienda, quella di posticipare è la scelta che «comporta minori rischi e nella generalità dei casi può rilevarsi come la più razionale».

Un ragionamento che per Paolo Ferrero, responsabile economia del Prc, non fa una piega: «I lavoratori non sono mica fessi - osserva Ferrero - anche se il governo lo pensa. Rifondazione ritiene che il Tfr vada mantenuto come è adesso e che le pensioni pubbliche debbano essere rilanciate e migliorate per i livelli più bassi, ad esempio con l'aumento del coefficiente di rivalutazione delle pensioni operaie, da finanziare con la fiscalità generale».

E' polemica intanto sulla richiesta di Confindustria di una moratoria di tre anni per le imprese, soprattutto le piccole e le medie, che avranno difficoltà di accesso al credito dopo l'entrata in vigore della riforma della previdenza complementare. «Come Cgil - avverte la segretaria confederale Morena Piccinini - non potremmo mai accettare che per corrispondere alle esigenze poste dalle imprese si creino lavoratori di serie A e di serie B non essendo, evidentemente, accettabile che il diritto all'accesso nella previdenza complementare sia subordinato al rapporto che l'impresa ha con il credito». Le 23 sigle firmatarie dell'avviso comune chiedono pertanto al ministro Maroni un incontro «al fine di discutere nel merito il misterioso protocollo Abi e convenire ad una soluzione equa circa il meccanismo della gradualità».