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Qualche considerazione sulla discussione congressuale nella CGIL CORRADO GIUSEPPE FIOM PISA e 8 delegati Fiom Piaggio (dei 16 componenti la RSU FIOM Piaggio) Il Congresso della CGIL si sta svolgendo in termini unitari, sulla base cioè di un solo documento e ci dobbiamo chiedere se ciò corrisponda realmente alle necessità di questo momento; soprattutto, se questo significhi il venir meno delle ragioni di esistenza di una sinistra o sia piuttosto il risultato di una sottovalutazione dei problemi delle alternative reali che si presentano all’intero movimento sindacale. Non manca infatti la materia di discussione dopo gli effetti di dodici anni di politica di concertazione, che hanno visto l’attacco alle garanzie fondamentali dei lavoratori, lo sconvolgimento del mercato del lavoro, l’adesione di interi sindacati al modello di un sindacato collaborativo e non conflittuale, la stipula di contratti separati neppure sottoposti a referendum. E molte di queste cose sono avvenute con il consenso della stessa CGIL. Si tratta allora di capire se si sia trattato o meno di scelte obbligate; se veramente non ci fossero alternative al blocco dei salari, alla riduzione delle pensioni, alle concessioni su orari, flessibilità e sicurezza, alla diminuzione dell’occupazione stabile e alla forte estensione dei rapporti di lavoro precari, ai tagli ai servizi. Tutto questo a fronte di un aumento senza precedenti e da tutti riconosciuto dei profitti, delle rendite e dell’uso parassitario e privatistico delle risorse pubbliche. E’ evidente a tutti che il bilancio di questa politica è pesantemente negativo, ed è di una politica alternativa che bisogna discutere, al di là della presenza di un solo documento congressuale e dei suoi contenuti di sostanziale continuità con il passato. Può essere solo questo il senso della presentazione delle tesi di Rinaldini ed altri. E dalla discussione sarà necessario tirarne delle conclusioni, che possono essere anche molto diverse da quelle implicite nel documento congressuale di Epifani ed altri, sulle scelte della politica contrattuale e delle forme di organizzazione e di rappresentanza. Le esigenze e le prospettive portate avanti dalla Confindustria, che hanno incontrato il sostanziale accordo di CISL e UIL e che verosimilmente avranno l’appoggio di un prossimo governo di centro-sinistra, metteranno del resto in breve tempo la CGIL di fronte alla scelta fra un sindacato rappresentativo e conflittuale e un sindacato che accetta la priorità degli interessi aziendali e (come viene chiesto letteralmente nel documento della Confindustria) si fa garante dei comportamenti dei lavoratori di fronte ad accordi decisi centralmente. Le mobilitazioni degli ultimi anni fanno capire chiaramente che i lavoratori non accetteranno passivamente una linea di questo tipo, dopo aver sperimentato molte volte gli effetti negativi delle politiche concertative e della carenza di rappresentatività delle organizzazioni sindacali, e aver dimostrato in più occasioni, dai metalmeccanici ai ferrotranvieri, di volere e potere reagire efficacemente. Si tratta allora di metter fine alle ambiguità, di dire chiaramente che un sindacato viene legittimato esclusivamente dai lavoratori e dal rappresentare i loro interessi indipendenti, e che avere una strategia sindacale significa trovare e sostenere soluzioni alternative ai soliti sacrifici dei lavoratori. Acquistano perciò un ruolo centrale sia le regole che garantiscono il controllo dei lavoratori sull’intera vita sindacale, dalla formazione delle RSU alla stipula degli accordi, sia la difesa intransigente dei diritti e delle condizioni di lavoro, sia la rivendicazione di aumenti salariali che cancellino la differenza, del tutto ingiustificata, rispetto agli altri paesi sviluppati. Le rivendicazioni devono darsi l’obiettivo di costringere governo e Confindustria ad abbandonare una politica economica che ha trasferito massicciamente ricchezza ai profitti, alla rendita finanziaria e immobiliare e a una giungla di parassiti, impoverendo e marginalizzando non solo i lavoratori dipendenti ma anche tanti altri strati sociali, a cominciare da contadini e artigiani. Le dimensioni gigantesche dei costi indiretti generati da rendite e parassitismo rendono ridicolo l’argomento della necessità di bassi salari in relazione alla concorrenza internazionale; l’industria tedesca, con salari e costo del lavoro per unità di prodotto quasi doppi di quelli italiani è la maggiore esportatrice in Europa. Su molti dei punti essenziali le tesi Rinaldini giustamente ripropongono lo spirito e gli obiettivi della FIOM degli ultimi anni: - Centralità del contratto nazionale, contro ogni ipotesi di federalismo contrattuale, che da sempre e per ragioni evidenti indebolisce i lavoratori di fronte ai ricatti occupazionali e finisce per far convergere sindacati e aziende su interessi e strategie comuni sul piano locale, con risultati gravissimi e pericolosi di concorrenza tra i lavoratori di luoghi diversi. Si comincia pensando di concorrere allo sviluppo della propria zona e si finisce per essere legati mani e piedi agli interessi padronali. Ad esempio, la logica della concorrenza tra lavoratori Piaggio e Aprilia, non contrastata adeguatamente dagli organi sindacali nazionali, ha portato per diversi anni a una serie di accordi disastrosi per gli uni e per gli altri. - Limiti alle concessioni in deroga ai contratti nazionali. Per le ragioni appena dette riteniamo che debbano essere stringenti e che non possano essere messi in discussione a livello aziendale orari, flessibilità, quote dei contratti a termine, regole sulla sicurezza. - Abolizione della legge 30 e lotta alla precarizzazione del lavoro in tutti i settori. - Approvazione con referendum tra i lavoratori delle piattaforme e degli accordi, come condizione tassativa per la loro validità. - Elezioni delle RSU su base esclusivamente proporzionale, con eliminazione delle quote riservate, e con periodicità triennale certa ed esigibile; rafforzamento del ruolo e dei poteri contrattuali delle RSU. Riteniamo che, come prima cosa, la FIOM dovrebbe metter fine al “patto di solidarietà” con FIM e UILM sulle quote riservate. - Sulle questioni salariali riteniamo necessario dire molto chiaramente che è necessaria una svolta netta rispetto alla politica degli ultimi dodici anni, che rivendichi il recupero integrale nei salari degli aumenti di produttività di tutto questo periodo, cioè aumenti salariali dell’ordine del 30 per cento, che non a caso porterebbe i salari a livello degli altri paesi sviluppati, riducendo i profitti appena di qualche punto percentuale, dopo gli aumenti a due cifre degli ultimi anni. La politica salariale riferita all’inflazione programmata, e comunque rivolta al solo mantenimento del potere di acquisto è infatti alla base del forte aumento, sperimentato in questi anni, della quota di ricchezza che finisce alle classi nullafacenti sotto forma di profitti, rendite e prebende. Nessuno può più sostenere seriamente che la riduzione dei salari serva a finanziare gli investimenti, anzi ancora una volta il risultato è stata la crisi da diminuzione della domanda interna e la caduta verticale dei redditi di tutti i produttori, a cominciare dai contadini. L’esperienza nella FIOM dimostra che questo elenco resta solo una enunciazione di principi se non gli corrispondono iniziative adeguate, che dipendono in sostanza dalla volontà degli organi dirigenti, nazionali e territoriali, e dalle priorità che di fatto si affermano. Sulla base dell’esperienza della Piaggio, possiamo elencare una serie di atti e comportamenti, purtroppo tutt’altro che rari, che contrastano la realizzazione di questi obiettivi: - E’ inaccettabile che si firmino accordi aziendali che apertamente contraddicono le rivendicazioni generali - Referendum o elezioni della RSU in violazione delle regole e delle normali garanzie di pubblicità e controllabilità comportano la perdita di ogni credibilità. - Non può succedere che piattaforme o emendamenti approvati, anche a larghissima maggioranza, dalle assemblee dei lavoratori vengano ignorate dai dirigenti sindacali. E chiaro che alla base di fenomeni di questo genere sta la mancanza di strumenti di controllo efficaci ed esigibili da parte dei lavoratori. Per una parte, potrebbe bastare la formalizzazione e il rispetto rigoroso di alcune semplici regole, con relative sanzioni per gli organi inadempienti . Più in generale, il problema è che si è venuta affermando tra i gruppi dirigenti sindacali una posizione di sempre maggiore autoreferenzialità e di sostanziale sfiducia rispetto alle verifiche democratiche. La ripresa del movimento sindacale richiede anzitutto di rimettere realmente le decisioni nelle mani dei lavoratori e di riconoscere l’insostituibilità di una vera rappresentanza e l’inviolabilità dei meccanismi reali della sua formazione.
CORRADO GIUSEPPE FIOM PISA e 8 delegati Fiom Piaggio (dei 16 componenti la RSU FIOM Piaggio)
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