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Solidarietà a Remo Di Legge,
componente del direttivo della Fiom-Cgil di Modena e attivista
________________________ Licenziato. E poi rilicenziato
perché da licenziato non lavorava abbastanza... Storia kafkiana di un
metalmeccanico reintegrato inutilmente dal giudice Andrea Milluzzi La storia comincia il 22 luglio scorso, quando a casa di Di Legge - da 10 anni alla Tecmea - arriva una raccomandata dell'azienda che lo informa del licenziamento per "appropriazione indebita di materiale aziendale", ossia «una maglietta della fabbrica che io, pulendo, avevo trovato e buttato, visto che era tutta rotta» - racconta Di Legge che, insieme a Sergio Greco, il sindacalista della Fiom che segue la vicenda, va dal giudice del lavoro. Passata l'estate, il giudice richiama formalmente l'azienda: è il 27 settembre e fino al 18 ottobre, data della seconda convocazione, la Tecmea ha tempo per riflettere. Cosa che puntualmente avviene e il 12 ottobre arriva un'altra raccomandata a Di Legge che lo reintegra al suo posto e gli assicura il pagamento delle spettanze arretrate, però fino al 25 è considerato in ferie per "problemi organizzativi legati al suo rientro", «un'ulteriore prova dell'effettivo reinserimento» sottolinea Greco. Il 18 nuovo incontro dal giudice, strette di mano e felicitazioni per l'esito della vicenda. Passano neanche 24 ore e arriva la terza raccomandata che licenzia di nuovo Di Legge perché negli ultimi mesi non è stato produttivo quanto i suoi colleghi. Ossia la Tecmea lo accusa di aver lavorato poco nei mesi in cui è rimasto a casa perché licenziato: «Faccio il sindacalista a Modena dal 1998, non mi era mai successa una cosa simile» commenta fra l'ironico e l'irato Greco che adesso insieme a Di Legge ha contattato un'altra volta i legali, ha ottenuto la procedura d'urgenza che porterà entro 30 giorni ad un incontro alla direzione provinciale del lavoro a cui seguirà, se non dovesse dare risultati, l'azione legale. «Ma quando dovevo lavorare secondo
loro? Di notte?» si chiede adesso Di Legge, ex Rsu, «sindacalista e
difensore dei diritti da sempre», come si definisce, che su una cosa non
ha dubbi: «Chiaro che andrò fino in fondo. Anche perché io sono
monoreddito. Se mi licenziano chi ci farà mangiare, a me e alla mia
famiglia?».
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