| 25 anni dalla marcia antisindacale dei 40.000 |
| di Rina Gagliardi |
Chi non ha vissuto direttamente il clima di quelle
settimane, certo oggi fa fatica a capire quanto e come dentro di essi
sia passato uno snodo cruciale della storia italiana. Fu a Torino e
alla Fiat, che di Torino era la madre-padrona e tiranna. Furono
trentacinque epiche giornate di lotta operaia contro la
ristrutturazione, cioè i licenziamenti, decretati dal nuovo eccellente
manager Cesare Romiti. Fu l'ultima grande mobilitazione del movimento
sindacale e della sinistra italiana - infine la sconfitta, della quale
la così detta "marcia dei quarantamila", il 14 ottobre del 1940,
divenne il simbolo corposo. Ma non si trattò di una delle tante
sconfitte sindacali che ritmano, purtroppo, le lotte di classe, ma di
una capitolazione sociale, politica e culturale: la fine di una
stagione, e l'inizio non solo cronologico dei devastanti anni Ottanta.
Nell'occidente anglosassone, proprio allora iniziava il ciclo
thatcheriano e reaganiano e il neoliberismo diventava il protagonista
"unico" delle politiche economiche e sociali. In Italia, la borghesia,
in assenza di un mediatore politico fidato, agì in proprio: con
l'obiettivo dichiarato di assestare un colpo "definitivo" ai
lavoratori, al sindacato, al Pci. Un'operazione che pochi anni anni
dopo, nel 1983, sarebbe stata completata dal governo di Bettino Craxi,
con il taglio della scala mobile nella famigerata notte di San
Valentino.
Venticinque anni dopo, l'evento brucia ancora, e non solo nelle carni
di coloro che ne sono stati i diretti protagonisti. Un giornale
"progressista come "La Repubblica" ricorda l'anniversario nell'ottica
esclusiva dei vincitori: così, nella trasfigurazione
orwellian-staliniana di Giampaolo Pansa, la marcia dei quarantamila
capi e dei "quadri" di corso Marconi assurge al ruolo di Rinascita
civile. Invece, gli operai che combatterono quella battaglia - e
persero, e da quel momento diventarono cassintegrati, disoccupati,
precari, ex-lavoratori disperati - vengono insultati, calunniati,
comunque cancellati nelle loro ragioni. Non il "popolo dei cancelli"
che per più di mese investì tutta la sua passione umana e civile nel
tentativo di resistere, ma una sorta di blob mostruoso che, devastava
la grande Fiat, creava disordine, umiliava i dirigenti. Si può
raccontare così la storia d'Italia? Si può: da un paio di millenni, il
piacere di essere ammessi nel salotto dei vincitori, sia pure dalla
porta di servizio, non può esser negato a nessuno di coloro che vi
aspirano. Solo che la furia revisionista che si scatena ora contro gli
antifascisti ora contro i lavoratori oscura radicalmente non solo la
"verità di classe", ma l'intera verità storica. Giacché quasi tutto
quello che è successo in questi cinque lustri di cronache italiane
diventa pienamente comprensibile solo attraverso quel drammatico
passaggio - i 35 giorni operai della Fiat.
Ma di che si trattò? Quali conti furono "finalmente" regolati? Quelli
nei quali, per oltre un decennio, per quasi tutti gli anni Settanta,
era cresciuto in Italia un movimento straordinario: un Sessantotto
prolungato che, a differenza degli Usa, o della Germania, o del
Giappone, era stato anche e soprattutto l'ascesa di una nuova
soggettività operaia - tanto forte da determinare, in un processo
anche politico molto complesso, una nuova soggettività sindacale. Si
chiamava "sindacato dei consigli" perché aveva assunto, come propria
struttura di base, l'assemblea operaia, i delegati di reparto, insomma
una nuova unità sociale e di classe che prescindeva in larga misura
dalle vecchie appartenenze confederali (Cgil, Cisl, Uil): di esso, i
metalmeccanici erano - come oggi del resto ancora sono - la componente
più forte e determinata, l'avanguardia, per usare una terminologia
antica, tanto da aver costituito una Federazione unitaria, la gloriosa
Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm). Tanto da aver
ottenuto contratti "rivoluzionari": che conquistavano salari migliori,
ma sancivano anche e soprattutto una grande idea di eguaglianza - la
rottura della gabbia storica che separava gli operai dagli impiegati,
il punto unico di contingenza e, di più, la conquista del diritto
operaio allo studio, ad "impicciarsi" di scuola, cultura e sapere.
Una rivoluzione, dicevamo, che aveva per teatro fabbriche e scuole -
spesso anche le chiese, ed anche le istituzioni della cultura, come a
Venezia - e modificava in profondità i rapporti di forza e gli
equilibri sociali del Paese. Davvero in quegli anni alla Fiat i
capisquadra e i capireparto non avevano nessuna autorità sui
lavoratori? Davvero non era facile a nessun dirigente imporre tempi,
ritmi, organizzazione del lavoro, insomma il "superiore" interesse
dell'azienda? Davvero. Erano gli anni in cui gli operai non si
sentivano sudditi, e gli studenti non volevano essere indottrinati.
Milioni, come loro, avevano in mente un'Italia diversa: oltre lo
svecchiamento, oltre l'ammodernamento. Questo processo, questa
straordinaria esperienza di cambiamento reale, si era spinta così
avanti che si trovò di fronte ad un bivio ineludibile: o riusciva a
"vincere" anche dal punto di vista politico, conquistando un vero
interlocutore politico, trasformando le istituzioni, sedimentando le
sue conquiste in divenire, o andava fatalmente indietro. Quando poi,
alla fine degli anni '70, mutava il ciclo economico e volgeva al
tramonto "l'età dell'oro", anche dal punto di vista economico,
l'impresa divenne ancora più improba: furono i padroni, a quel punto,
a lanciare la controffensiva, e il conflitto si fece frontale. Gli
operai della Fiat - credo - furono consapevoli, fin dall'inizio, del
carattere decisivo, e anche simbolico, di una lotta che metteva tutta
la sinistra, sindacato e partiti, di fronte ad una scelta netta, ad un
discrimine strategico. Prevalse, come sappiamo, la sinistra che aveva
scelto la strada della compatibilità - della svolta dell'Eur, della
rinuncia, più o meno definitiva, ai paradigmi di classe e ad una
prospettiva anticapitalistica. Morirono gli operai, il sindacato dei
consigli, il sessantotto rivoluzionario - in campo, con assoluta
spregiudicatezza simbolica, scesero i "quarantamila" di Arisio, con la
loro voglia di revanche. Ma neppure loro, alla fine, vinsero davvero.
Così come vinse la sinistra che aveva preferito perdere. Lo aveva
capito con largo anticipo un comunista certo non estremista, come
Enrico Berlinguer, quando scelse, con grande scandalo generale, di
andare davanti alle porte della Fiat. Che cosa cercava se non, dopo la
fine dell'unità nazionale, di ricominciare da lì, dagli operai della
Fiat, dalla lotta di classe? Forse, soltanto venticinque anni dopo
anche noi possiamo ricominciare. Da lì. |
| 14 ottobre 2005 |
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