| Vietare gli scioperi: moderno fascismo liberista |
| Giorgio Cremaschi |
Un fantasma si aggira per la globalizzazione: lo
sciopero. Gli ideologi liberisti evidentemente ancora una volta si
sono sbagliati quando hanno pronosticato, assieme alla fine della
storia, quella del conflitto di classe. Scioperi e conflitto sociale
ci sono ancora e fanno paura. La fanno così tanto che in tutto il
mondo padroni e governanti, che sempre più spesso coincidono, si
impegnano per renderli impossibili. Da ultimo lo sta facendo il
governo australiano, che per il momento batte tutti. Il governo
conservatore di quel paese infatti in una volta sola vuole realizzare
la piena libertà di licenziamento, la fine dei contratti collettivi,
il divieto degli scioperi. I sogni di Berlusconi, della signora
Tatcher, e di tutte le destre in una volta sola. Il tutto naturalmente
condito di affermazioni sulla competitività, sul libero mercato, sulla
flessibilità. Il moderno fascismo liberista non usa il manganello, ma
gli indici di borsa. Lo fa però allo stesso modo con la stessa
violenza contro i lavoratori.
Quello dell'Australia è oggi un caso estremo, radicalizzato, ma si
inserisce su un'onda lunga che colpisce ovunque il mondo del lavoro.
L'attacco al diritto di sciopero, in particolare, è tornato di gran
moda. C'è da riflettere su questo. In fondo le lotte non sono così
diffuse e generalizzate da spiegare provvedimenti così drastici.
Eppure ovunque si dice basta con gli scioperi. Lo fa anche la
Confindustria italiana che nel suo ultimo documento propone sfacciati
"patti costituzionali", che hanno al centro la limitazione del diritto
di sciopero. Poco tempo fa in Svizzera un accordo per i ferrovieri ha
sancito la rinuncia allo sciopero da parte dei sindacati per tutta la
durata del contratto. Subito in Italia la grande stampa ha esaltato la
modernità dell'intesa, rivendicandone l'applicazione qui da noi. Negli
anni Ottanta la signora Tatcher ha reso illegale in Gran Bretagna lo
sciopero di solidarietà e il governo Blair si è ben guardato da
mettere in discussione questa norma. In Germania, dove pure il
sindacato ha ancora un ruolo importante, lo sciopero nazionale è
vietato dalla legge e i padroni usano oggi questa limitazione per non
applicare più i contratti nazionali. Insomma o con il bastone delle
leggi autoritarie, o con la carota degli accordi di concertazione,
ovunque i padroni vogliono impedire gli scioperi. Perché proprio ora
che le imprese non sono mai state così forti rispetto ai lavoratori?
Evidentemente perché non si sentono così sicure. Non lo sono per
quello che vogliono fare e per quello che temono che succeda a causa
di quello che fanno. Se ci si concentra tanto contro il diritto di
sciopero, cioè contro lo strumento con cui i lavoratori reagiscono a
soprusi e ingiustizie, è perché si pensa di doverne fare un bel po'. I
padroni, da quegli autentici marxisti che sono sempre stati, hanno una
chiara visione di cosa la competizione sfrenata nel mercato globale
provochi sulle condizioni di lavoro. E sanno che con questo libero
mercato i lavoratori sono sempre meno liberi e hanno sempre meno
diritti e ne temono la reazione. Anche in Italia la richiesta degli
industriali di colpire gli scioperi è il segno di cosa abbiano davvero
in mente costoro.
Ma c'è una seconda ragione e riguarda il ruolo stesso del lavoratore
nella moderna organizzazione produttiva. Contrariamente a quanto si
vuole far credere mai come oggi la prestazione del lavoratore è
strategica per le imprese. Il mercato sempre più veloce, la
competizione sempre più spinta richiedono aziende sempre pronte a far
fronte all'imprevisto. Come lo fanno, con l'intelligenza e la
flessibilità dei lavoratori. Mai come oggi le imprese hanno bisogno
dei lavoratori, ma mai come oggi pretendono di avere questa
responsabilità, questa efficienza, questa qualità del lavoro,
gratuitamente. I lavoratori stanno accumulando un enorme potere
contrattuale, ma le imprese vogliono pagarli sempre di meno. E allora
quando non bastano le leggi sulla flessibilità, quando il rifiuto
della contrattazione, le delocalizzazioni e i licenziamenti non sono
sufficienti, si passa al più antico degli strumenti: la repressione
delle lotte. I padroni e i loro governi sono consapevoli che se non
reprimono i lavoratori, questi prima o poi riusciranno ad ottenere ciò
che spetta loro con tanti saluti ai vari programmi speculativi, agli
investimenti finanziari, alle ricchezze sfrontate. Dopo la guerra
preventiva di Bush i padroni mettono in campo la repressione di classe
preventiva. Ci si prepara oggi a colpire i conflitti sociali che
inevitabilmente si diffonderanno man mano che la globalizzazione
estende le ingiustizie, ma anche la rabbia e la voglia di lottare
contro di esse.
Le scelte del governo australiano sono dunque la punta dell'iceberg di
un attacco vasto e diffuso al conflitto sociale. Solo un'altra
politica economica e sociale, solo il rifiuto del modello di sviluppo
fondato sulla competitività estrema, può garantirci dalle tentazioni
autoritarie. Che come sempre, partono dallo sciopero e poi arrivano a
mettere in discussione tutta la democrazia. |
| 12 ottobre 2005 |
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