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Ecco, in poche parole, di cosa si sta discutendo:
alcune sigle del movimento sindacale nazionale americano sono giunte
alla conclusione che, senza un cambiamento radicale, il sindacato è
finito. Molti dei leader di queste organizzazioni sono politicamente
“radicali”, altri no. Ad esempio, uno che è a capo di un sindacato
vecchio stile, di tute blu, è lo stesso che in passato avrebbe
sostenuto tanto i democratici quanto i repubblicani. I sindacati che
sono rimasti nella federazione accusano quelli che l’hanno lasciata di
essere un gruppo di scissionisti e dicono “solo se unito, il nostro
movimento sarà molto più forte”. Ma gli “scissionisti” non sono
d’accordo, si separano e fondano una nuova federazione. Da questo
momento l’America ha due centrali sindacali nazionali.
Qualcosa di analogo successe 70 anni fa. Nel 1935
i dissidenti del precedente sindacato formarono il Congress of
industrial organizations, il leggendario Cio, e in pochi anni,
nelle incredibili difficoltà provocate dalla Grande depressione,
riuscirono a far crescere il movimento del lavoro americano, passando
da 2 a 10 milioni di iscritti. Settori che si riteneva impossibile
organizzare, come l’industria siderurgica, furono organizzati. In
pochi anni trovare un posto in una fabbrica sindacalizzata diventò,
per molti lavoratori, il biglietto d’ingresso nella piccola borghesia.
Vent’anni dopo i sindacati avevano un potere enorme, perché
rappresentavano il 35 per cento della forza lavoro. Nel 1955 il Cio si
riconciliò con l’American federation of labor, per formare l’Afl-Cio.
Quest’estate si sarebbe dovuto celebrare il 50° anniversario della
riunificazione del sindacato e, invece, il sindacato si è diviso.
Alcune delle sigle più grandi dell’Afl-Cio, come Teamsters,
United Food and Commercial Workers e Service employees
international union se ne sono andate.
La settimana scorsa, a Saint Louis, insieme a
Unite here (tessili e commercio), alla sigla dei coltivatori e
degli edili, queste organizzazioni si sono incontrate per lanciare la
nuova federazione Change to win. La scelta di Saint Louis è
interessante. Il tasso di sindacalizzazione lì è di un ricco 22 per
cento. “Ricco” perché il tasso medio di lavoratori organizzati negli
Stati uniti oggi oscilla intorno all’8 per cento nel settore privato.
Si può dire pertanto che Saint Louis sia una città sindacalizzata e
Change to win vorrebbe trasformare l’intero paese in una sorta di
grande città sindacale. In un incontro informale con la stampa, Andy
Stern, il capo dinamico di Seiu (la sigla di maggiore e più rapida
crescita in America, con 1,8 milioni di iscritti) non ha voluto
anticipare l’obiettivo in termini di iscritti per la nuova
federazione, mentre Tom Woodruff, indicato come l’architetto del
successo fenomenale di Seiu, ha snocciolato tutti i numeri che
interessano Change to win nelle diverse aree economiche.
Il numero totale di lavoratori che fanno parte di
questi settori è di circa 50 milioni. I sindacati ne rappresentano 6
milioni e, secondo Woodruff, l’obiettivo è di provare a
sindacalizzarne non meno dei restanti 44 milioni. Detto così suona
bene ma, come si dice in America, “i soldi vanno spesi prima per
mangiare”. Così, i sindacati di Change to win hanno deciso di
investire il 75 per cento dei fondi della federazione in
organizzazione e azioni mirate. Avvieranno alcune campagne strategiche
e a quelle dedicheranno i migliori attivisti che, guidati da Woodruff,
punteranno ad azioni dirette all’interno delle grandi compagnie non
sindacalizzate. La somma complessiva annuale che la federazione
intende investire nell’organizzazione è di ben 750 milioni di dollari,
cioè tre quarti di miliardo di dollari. Ora, con una simile somma a
disposizione, con le competenze che hanno dimostrato professionisti
come Woodruff e con la guida di Seiu, potrebbero davvero riuscire a
far rinascere il sindacato in America.
Tuttavia un prezzo da pagare c’è. I fondatori di
Change to win sono così concentrati sulla costruzione del sindacato
che sembrano interessarsi poco a ciò che tradizionalmente preoccupa le
centrali nazionali, cioè le leggi e la politica. Per ora hanno fatto
sapere che sono disposti a sostenere solo quei politici che renderanno
più facile il lavoro del sindacato e che supporteranno anche i
Repubblicani se sarà necessario, a patto che il sindacato cresca.
Questo perché, dal loro punto di vista, senza la forza del movimento
del lavoro non si arriva da nessuna parte. La questione infatti non è
che cosa i sindacati dovrebbero fare, ma se ci saranno ancora
sindacati in futuro. Naturalmente non si può ricorrere ad analogie
semplicistiche tra la nascita di Change to win di questa settimana e
quella del Cio di 70 anni fa. Anche se è proprio quello che ha fatto
Bruce Raynor, il leader “agitatore” di Unite here, la stessa sigla che
succede a una delle organizzazioni fondatrici di Cio. Raynor ha
sottolineato che nel 1930 Cio ha trasformato l’America creando
sindacati potenti proprio dove non ne esistevano affatto. E si
riferiva alla campagna attuale per sindacalizzare la grande azienda
tessile Cintas.
Gran parte del congresso è stato dedicato alle
storie dei lavoratori, alla base. Abbiamo saputo delle vertenze alla
First student, una compagnia di trasporti inglese che ammette i
sindacati in Europa ma non in America. Abbiamo sentito del successo
nella lotta per organizzare i dipendenti di Dhl e del bisogno di
sfidare i baluardi dell’antisindacalismo come Federal express e
Wal-Mart. I critici sostengono che il congresso di St. Louis è stato
solo una messa in scena, senza reale democrazia e con una scarsa
partecipazione della base. Forse c’è stato anche quello. Ma non sono
riuscito a evitare la commozione quando ho sentito parlare una giovane
ragazza nera, iscritta ai Teamsters di Gulfport, nel Mississippi.
Nell’istante in cui ha detto da dove veniva è sceso il silenzio nella
sala. Gulfport è forse la parte della costa più duramente colpita da
Katrina. Ha raccontato del giorno in cui l’uragano ha distrutto la
casa e la vita della sua famiglia. Non ha sentito una parola né dai
suoi datori di lavoro, né dal governo. Solo il sindacato era lì, a
chiederle cosa poteva fare per aiutarla e a darle l’assistenza
necessaria. “I Teamsters sono la mia famiglia” ha detto nel suo
intervento. C’è un bisogno genuino e urgente di rafforzare il
movimento sindacale in America e forse Change to win ci può riuscire. |