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Espero: convenienza o imbroglio?
I maggiori sindacati della scuola promuovono la campagna di sottoscrizione al fondo Espero, la pensione integrativa per i lavoratori della scuola, docenti e ATA, di ruolo e non, statali e privati. Questo fondo, alimentato dal TFR e gestito da un consiglio di amministrazione congiunto sindacati-amministrazione, dovrebbe garantire rendimenti sicuri e vantaggiosi mediante sgravi fiscali e investimenti oculati sui mercati finanziari. Questo almeno è ciò che sostiene la propaganda, ma quanto siano realmente sicuri e vantaggiosi è tutto da vedere.
Garanzie e rendimenti Per quanto riguarda la sicurezza, la stessa scheda informativa di Espero parla di “Rischi generali connessi con la partecipazione al Fondo” e sostiene: “In nessun caso l’associato ha la garanzia di ottenere, al momento dell’erogazione delle prestazioni, la restituzione integrale dei contributi versati ovvero un rendimento finale rispondente alle aspettative. Non esistono del pari garanzie sul ripetersi in futuro delle perfomance realizzate negli anni precedenti né sul rendimento finale che sarà possibile ottenere al momento del pensionamento”. Per quanto concerne il rendimento si assicura che quello di Espero è maggiore rispetto a quello del TFR; ma secondo la Covip (Commissione di Vigilanza sui fondi Pensione) il rendimento complessivo dei fondi chiusi tra il1999 e il 2004 è stato inferiore alla rivalutazione del TFR.
Cartolarizzazione del TFR C’è inoltre la questione dei costi per lo Stato: il trasferimento del TFR al fondo Espero costerebbe almeno 13 miliardi di euro l'anno, che lo Stato non ha. Il viceministro dell’Economia Baldassarri propone come soluzione il meccanismo della cartolarizzazione del TFR: i lavoratori maturano un credito sul TFR da trasferire al fondo Espero che lo Stato non può pagare, le banche anticipano l’ammontare di questo credito, in cambio di un interesse. È lo stesso viceministro però che evidenzia un punto critico: quali interessi chiederanno le banche? Se saranno superiori rendimento del fondo, il cui valore non è prevedibile, non ci sarà convenienza e il progetto fallisce. Perciò si augura che le banche siano “intelligenti” e pensino che “il vero guadagno non è sul tasso di sconto che si chiede per la cessione del credito, ma sulle provvigioni”, dal momento che si tratta “di investimenti che durano in media 30 anni”.
Il silenzio-assenso Non bisogna fraintendere, come spesso accade, la questione del silenzio-assenso con il fondo Espero. Il trasferimento forzoso del TFR in un fondo pensione deve ancora essere regolamentato dall’apposito decreto attuativo connesso alla riforma Maroni. Esso al limite riguarderà coloro che si trovano in regime di TFR, precari e immessi in ruolo dal 2000. La maggior parte del personale in ruolo, assunto invece, si trova in regime di TFS, la cosiddetta buonuscita il cui calcolo è più vantaggioso del TFR. L’adesione a Espero è possibile solo se costoro scelgono di passare dal TFS al TFR. L’opzione scade al 31.12.2005, dopodiché non sarà più possibile esercitarla e quindi aderire a Espero. Il ricorso o la necessità di una pensione integrativa non è certo per i lavoratori un modo di investire i loro risparmi in qualcosa che frutterà una rendita. È caso mai una scelta obbligata, tanto più se si è giovani, per rendere l’assegno pensionistico un po' più decoroso di quanto non sia consentito dopo la riforma Dini del 1995, che ha sostituito il sistema retributivo con quello contributivo.
Sistema contributivo e previdenza integrativa Prima di quella data non c’era alcuna necessità per i lavoratori di ricorrere alla previdenza integrativa. La pensione era calcolata sulla base dell'ultima retribuzione e della media degli stipendi degli ultimi 10 anni. Dopo quella data viene calcolata sulla base dei contributi versati. Coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996 ma che non avevano ancora 18 anni di anzianità avranno una pensione calcolata con il sistema misto, parte retributivo e parte contributivo. Il passaggio da un sistema all'altro comporta una decurtazione delle pensioni, che potrà arrivare fino al 30-35%, e sarà tanto più grande quanto più giovane è il lavoratore. In tal modo diventa in pratica necessario il ricorso a qualche forma di previdenza integrativa. Si creano così le condizioni per la costituzione dei fondi pensione, che altro non sono che il sistema per spingere i lavoratori a rinunciare a una parte del proprio salario (TFR) per costituirsi una posizione previdenziale, che funga da stampella alla pensione pubblica fortemente ridotta. Si tratta di uno scambio iniquo: ancora per breve tempo i lavoratori giungeranno al termine dell'attività lavorativa ritrovandosi con liquidazione e pensione; domani si troveranno con una pensione di entità incerta, determinata in parte dai rendimenti degli investimenti, e senza liquidazione, che avrà sostituito la quota di pensione decurtata.
Conclusione Perché il fondo Espero decolli è necessario che siano raggiunte 30.000 adesioni alla metà del 2006. A tutt'oggi le adesioni sul territorio nazionale arrivano sì e no a 5.000, segno delle forti perplessità nei confronti di una scelta individuale che appare incerta e rischiosa, e nient'affatto libera. La strada della previdenza complementare è alternativa a una campagna per il rilancio della pensione pubblica, sicuramente preferita dai lavoratori. Anziché marciare nella direzione che ha scelto il sindacato dovrebbe non solo opporsi alla riforma Maroni e al silenzio-assenso, ma anche rimettere in discussione la riforma Dini con tutte le sue storture. Bisogna tornare a un sistema previdenziale fondato sulla solidarietà tra le generazioni e non sull'individualismo contributivo. Per fare questo è necessario non solo condurre un'efficace lotta all'evasione contributiva, ma soprattutto progettare una politica economica che dia centralità e valore al lavoro, combatta ogni forma di precarizzazione e si fondi sull'incremento dell'occupazione stabile. Anche per questo è più che mai necessario che, in vista di un auspicato nuovo governo di centro-sinistra, sostenuto da un ampio ventaglio di forze tra cui quelle padronali, il sindacato conservi la sua autonomia e non sacrifichi il proprio ruolo di rappresentanza sociale sull'altare delle compatibilità e delle necessità per il rilancio del paese.
RETE 28 APRILE - per l’indipendenza e la democrazia sindacaleFLC-Cgil
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