Dichiarazione sulla vicenda  ALITALIA – DIRITTI SINDACALI  di:

 

Carnicella Giorgio,  Segretario Nazionale FILT- CGIL

e coordinatore nazionale Area Lavoro Società Filt-Cgil.

 

Il caso Alitalia ha attraversato gli ultimi 15 anni del trasporto aereo, da un lato impattando con i pesanti processi di liberalizzazione e di concorrenza, la nascita di Malpensa, le forzate contrapposizioni con Fiumicino, la rottura con KLM, dall’altro con una gestione economica e operativa molto discutibile.

La dichiarazione di ulteriori difficoltà economiche con la minaccia di migliaia di esuberi e con un Governo diviso tra il prestito ponte alla Compagnia e la negazione di qualsiasi intervento pubblico per il salvataggio agitata dalla Lega Nord del Ministro Maroni, ci hanno consegnato gli accordi di Palazzo Chigi del 2004 e i successivi accordi sui contratti di lavoro che prevedevano 300 milioni di euro annui di risparmi sul costo del lavoro e 3679 lavoratori in esubero.

Tute le organizzazioni sindacali avevano firmato quegli accordi contrattuali (esuberi e tagli) mentre alcune si erano sfilate dall’accordo complessivo di applicazione, relativo  anche ai nuovi assetti societari, e legato al piano industriale.

E’ evidente quindi che nel passato, come anche nel presente vi siano stati atteggiamenti differenti e permangono differenze con il SULT sulle scelte contrattuali e sulle modalità di rappresentanza del lavoro.

La CGIL si è sempre caratterizzata per una visione confederale della rappresentanza del lavoro e contro le corporativizzazioni di settore, talvolta stimolate dalle aziende e  non ci ha mai convinto, anche nel settore dei trasporti la singola rappresentanza di mestieri che ha spesso minato e indebolito la necessità di una rappresentanza generale dei lavoratori.

Ma un conto sono le diverse opzioni strategiche tra le organizzazioni sindacali o le posizioni su un singolo accordo, un conto è un’Azienda come Alitalia che si arroga il diritto di decidere le controparti sindacali.

La motivazione che ha portato l’Amministratore delegato e Presidente di Alitalia Ing.Cimoli ad azzerare  per il SULT e AVIA i diritti sindacali, prescindendo dalla maggior rappresentatività numerica nel settore degli assistenti di volo, non può essere nè accettata supinamente, nè condivisa.

La messa in discussione dei diritti sindacali, ad indire assemblee o riunioni tra gli iscritti, ad utilizzare gli spazi aziendali e le bacheche, ad usufruire dei permessi sindacali e a svolgere la normale attività sindacale,  sono atteggiamenti autoritari e lesivi delle prerogative e dell’autonomia dei sindacati.

Viene messo in discussione così il diritto a dissentire su singoli accordi  e si aprirebbe con la scelta di Alitalia, la rincorsa di  molte aziende a decidersi in casa il sindacato con cui trattare, prescindendo da qualsiasi misurazione della rappresentanza.

E ancor più a livello generale, viene da chiedersi se un atteggiamento autoritario di questo tipo non rischi di essere un precedente devastante per tutte le organizzazioni sindacali e in particolare per la CGIL, proprio per le caratteristiche della propria rappresentanza:  come non ricordare chi nel mondo imprenditoriale e governativo  attaccava la CGIL per la mancata sottoscrizione del Patto per l’Italia e del contratto con Federmeccanica, auspicando iniziative tese alla riduzione dei diritti e delle agibilità sindacali anche per la nostra organizzazione.

E’ quindi auspicabile che si esca dalle dichiarazioni estive sui quotidiani, ma si apra una discussione profonda in CGIL e con le altre organizzazioni sindacali sulla portata devastante dell’iniziativa di Alitalia sostenuta dal Governo Berlusconi, al di là dei contradditori e strumentali interventi del Ministro Maroni.

Nei prossimi giorni ripartirà con la convocazione del Direttivo Nazionale l’iter congressuale, che dovrà essere una straordinaria occasione per ribadire che per la CGIL l’espressione democratica dei lavoratori resta una pratica e un obiettivo irrinunciabile e un occasione per far vivere nel paese la nostra richiesta che sia il voto democratico dei lavoratori a validare le piattaforme e gli accordi e costruire un quadro di regole legislative, che hanno dato già risultati positivi nel pubblico impiego, che siano in grado di misurare la rappresentanza, che diano certezze ai percorsi sindacali e che vedano nel referendum uno strumento generale da utilizzare sempre, per la validazione di piattaforme e accordi.

Resta altresì necessario che in attesa di un nuovo riferimento legislativo sulla rappresentanza, si deve andare anche nel settore dei trasporti, dove non è avvenuto in modo generalizzato come nel trasporto aereo,  all’elezione delle RSU e delle RLS.

Il settore dei trasporti è stato in questi ultimi mesi al centro dell’attenzione per le diverse e numerose vertenze e scioperi, dai ferrovieri, ai portuali, ai lavoratori degli appalti fino agli autoferrotranvieri per l’azzeramento degli accordi sulla malattia e si pone con evidenza la necessità di rivedere la legge sugli scioperi anche contro chi vorrebbe un’inasprimento delle sanzioni. Perché oggi il sistema pone a carico dei sindacati innumerevoli impedimenti e procedure burocratiche defaticanti che mettono in discussione lo stesso diritto di sciopero, non garantisce i lavoratori nelle fasi di moratoria e di franchigia, non stimola il confronto preventivo, non ha mai sanzionato gli atteggiamenti unilaterali delle aziende mentre sono quotidiane le sanzioni alle organizzazioni sindacali e ai lavoratori.

Questa situazione sul diritto di sciopero, unita alla mancanza di regolamentazione della rappresentanza sindacale, saranno due nodi decisivi e non possiamo permettere a nessuna Alitalia di turno di stravolgere le relazioni sindacali con interventi autoritari.

   

   

                                                           GIORGIO CARNICELLA

                                                           Segretario Nazionale FILT-CGIL

                                                           (Coordinatore Nazionale Area Lavoro Società Filt-Cgil)

     

     

  

Sindacati americani. Scissione all’ultimo Congresso dell’Afl-Cio

Le opinioni di un giornalista e di un sindacalista

Nel Congresso della Afl-Cio, tenutosi a Chicago nell’ultima settimana di luglio di quest’anno, si è verificata una scissione. Due sono i sindacati che se ne sono andati, formando una nuova coalizione dal nome “Change to Win” (cambiare per vincere, ndt), sembra che altri seguiranno. Non è semplice capire le ragioni di fondo e le prospettive che si aprono con questo avvenimento. Anche negli Stati Uniti - e all’interno degli stessi sindacati - le letture e le interpretazioni sono diverse. Pubblichiamo due contributi diversi (un giornalista e un sindacalista) per dare un’idea del dibattito che si è aperto. Su "Notizie Internazionali" che uscirà il mese prossimo verrà dedicato ampio spazio al tema, importante per tutto il sindacalismo internazionale.

Rompere la grossa organizzazione sindacale per rimetterla a posto

Robert Kuttner – Boston Globe, luglio 2005

Senza grande sorpresa di nessuno, i sindacati dei servizi pubblici (Seiu) e dei camionisti (Teamsters) hanno lasciato l’Afl-Cio e almeno altri due sindacati presto li seguiranno. Che sta succedendo in realtà? Questa scissione è un arretramento o un guadagno per i lavoratori e la politica progressista?

Questo scisma riflette in parte rivalità personali, in parte questioni di soldi. Se il Presidente dell’Afl-Cio Sweeney si fosse ritirato, la Federazione avrebbe probabilmente potuto tenere a bada i ribelli. È possibile che avvenga una futura riconciliazione.

Ma, come osserva il mio amico Marshall Ganz, già direttore organizzativo del sindacato degli agricoltori, la questione è anche relativa a differenze sostanziali su come ricostruire un movimento di lotta. Organizzare per mestiere, per industria, per comunità? Costruire un movimento centralizzato o un movimento popolare e democratico? Queste differenze hanno un’eco nella storia del movimento dei lavoratori, risalendo ai Cavalieri del Lavoro del diciannovesimo secolo, i “Wobblies”, e il Cio (Committee on Industrial Organization, costituito nel 1930, da sindacalisti radicali, al di fuori dell’Afl, ndt).

Ironicamente, Sweeney stesso è nel cuore un militante. Come candidato nel 1995 dell’antiestablishment, pose molte delle stesse questioni che pongono oggi i ribelli, e molte le ha applicate. Ma proprio i suoi figli spirituali hanno adesso hanno levato gli scudi.

Sul piano della strategia, molti sindacati che esaltano l’attività organizzativa, in particolare quello dei servizi e quello risultato della fusione tra tessili, lavoratori degli alberghi e ristoranti ("Unite here"), vogliono che l’Afl-Cio riduca della metà le contribuzioni per i sindacati che ne fanno parte, in modo da poter investire questi soldi nella sindacalizzazione. Vogliono che venga ridotto drasticamente lo staff della sede centrale dell’Afl-Cio e le spese per la politica. Sweeney ha dato una mezza risposta a queste richieste. Evidentemente non è stata sufficiente.

Ma, alla fine, questa scissione rende più forte o più debole il movimento dei lavoratori?

A breve termine, è un vero arretramento. Anche una Afl-Cio debole è ancora una voce essenziale sulla legislazione a favore del lavoro e per l’ala progresista del Partito Democratico. E’ una delle istituzioni più progressiste.

Dal punto di vista nazionale, l’Afl-Cio ha fatto un lavoro importante nel sostenere la creazione di consigli del lavoro locali e a livello di stati, che spesso sono diventati protagonisti nella politica locale. A Los Angeles, la locale federazione del lavoro è stata uno dei fattori principali per l’elezione del sindaco Antonio Villaraigosa. Ma il quadro di lungo periodo è più complicato. Se effettive risorse vengono spostate sulla sindacalizzazione, è un fatto importante. È stato un successo quando nel 1930 siindacalisti radicali fondarono il Comitato per l’organizzazione industriale, fuori dal debole Afl-Cio. Furono i sindacati che facevano capo a questo Comitato che sindacalizzarono nuovi settori industriali come l’auto, la siderurgia, in cui erano falliti i precedenti sforzi dei sindacati di mestiere.

L’Afl-Cio è certo stato un riferimento per una politica progressista di base. Ma singoli sindacati e iscritti sono la fanteria. Nel 2004, l’Afl-Cio fu in parte soppiantato nel suo ruolo da gruppi per la mobilitazione, indipendenti, i cosiddetti “ 527” , come America Coming Together, che era diretta dal precedente direttore politico dell’Afl-Cio.

Amici del movimento dei lavoratori temono che con una federazione rivale potranno esserci problemi e contenziosi giuridici tra sindacati Afl e non, che vogliano sindacalizzare gli stessi lavoratori. Ma l’Afl non è stata granché efficace nel prevenire conflitti tra sindacati affiliati.

Bisogna guardare in faccia la realtà, questo è un periodo in cui il conservatorismo è in ascesa. Non è una sorpresa che i progressisti americani si trovino a far fronte a dure scelte che a volte diventano fratricide.

Quando Nader corse per Presidente, la causa era una vera frustrazione nel vedere che la politica progressista era quasi totalmente bloccata dall’influenza dei poteri forti economici in entrambi i partiti. Quella iniziativa non si rivelò utile alla causa più grande, ma si può capire l’esasperazione.

L’anno scorso, due giovani ambientalisti hanno pubblicato un documento dal titolo La morte dell’ambientalismo, che scosse il movimento. Il punto centrale era che la coalizione dei più importanti gruppi ambientalisti con sede a Washington spendeva un sacco di soldi, centinaia di milioni di dollari, e perdeva le battaglie più importanti. Essi sostenevano che era meglio far saltare tutto, e ricominciare con energie fresche e una coalizione più ampia.

Guardando alla storia americana, dal movimento per i diritti civili degli anni 60, al movimento operaio industriale dei ‘30 e la rivolta agraria del 1880, non si può prevedere assolutamente quando scoppierà il prossimo movimento per la giustizia sociale. Ma potete con certezza scommettere che sarà diretto dai giovani e dai radicali.

Una cosa è quando Martin Luther King e gli studenti attivisti dei diritti civili si sono levati contro i brutali e razzisti sceriffi, è più doloroso quando si tratta di una lotta all’interno della stessa comunità progressista.

È sempre rischioso manomettere istituzioni liberali quando sono sotto attacco, come hanno scoperto i seguaci di Nader. Ma è anche meglio rompere qualche porcellana che svanire lentamente nella irrilevanza.

Leo Casey – Sindacato Insegnanti di New York

Il problema che si ha nel cercare di spiegare questa scissione nel movimento sindacale americano è che di solito si cerca di ricorrere ad una causa razionale per spiegare degli avvenimenti, a qualche differenza sostanziale che possa giustificare un passo così radicale. Si cerca ad esempio di pensare a differenze politiche importanti perché sembra ovvio che ci sia una sostanza dietro a una tale scissione. Ma esiste effettivamente questa sostanza?

Non c’è dubbio che il movimento sindacale americano sia in pessima forma, dal momento che è passato dall’organizzare un americano su tre dopo la seconda guerra mondiale fino all’attuale basso livello di un americano su dieci. Ma non è questo il problema; tutti riconoscono questa crisi. Il problema è se "Change to Win" (la coalizione di sindacati che ha fatto la scissione, ndr) ha differenze sostanziali dall’attuale leadership della Afl-Cio circa il modo di affrontare questa crisi, tali da giustificare una scissione. Si parla molto della precedente scissione della Cio (Committee for Industrial Organisation) ma il parallelo non sembra adeguato. Il Cio aveva differenze sostanziali dall’Afl circa l’idea e il programma di un sindacalismo industriale e si può facilmente comprendere perché il rifiuto dell’Afl di affrontare seriamente questa questione ha originato una divisione. Ma che cosa propone "Change to Win" di sostanzialmente diverso da ciò che oggi fa l’Afl-Cio? In ultima analisi, mi sento di dire, non un granché.

Certo, nessuno è in disaccordo sulla necessità di una maggior sindacalizzazione. Alcuni sindacati della nuova coalizione, come quello dei servizi pubblici (Seiu), ha un buon record in questo campo; altri, come i teamsters (camionisti), non stanno meglio di altri sindacati industriali nella Afl-Cio. Allo stesso modo, anche all’interno della Afl-Cio, sindacati come Aft, Cwa, Afscme, hanno buoni livelli di organizzazione mentre i vecchi sindacati industriali – auto, siderurgia, machinists - hanno perso migliaia di iscritti negli ultimi trent’anni. È innegabile che non tutti i sindacati fanno ciò che potrebbero e dovrebbero fare, ma rimane il fatto che in una economia globale, i sindacati che organizzano lavoratori nei servizi pubblici e nei settori pubblici, dove i posti di lavoro possono ben difficilmente essere delocalizzati in Cina o in India, hanno un compito ben più facile di coloro che devono organizzare i lavoratori del settore privato e manifatturiero. Ma non è solo l’attenzione all’organizzazione che ha portato successi al Seiu, Aft, Cwa, Afscme. Se questo fosse tutto ciò di cui c’è bisogno, "Unite here", che è parte di "Change to Win" ed ha forte attenzione alla sindacalizzazione, avrebbe successi simili nel tessile. Ma purtroppo non è così.

E il fatto che il sindacato dell’auto sta cercando all’impazzata di sindacalizzare ogni studente laureato invece dei lavoratori della componentistica auto (largamente non sindacalizzato negli Stati Uniti), dice qualcosa sulla difficoltà relativa dei due compiti e non solo sulla perdita di priorità e strategia dell’Uaw (sindacato dell’auto).

La sola idea programmatica che "Change to Win" ha da offrire riguardo alla sindacalizzazione è l’idea che la densità sindacale (avere sindacalizzato un alto tasso di una industria, almeno in una data regione geografia) sia la chiave del successo nell’organizzare e che sindacati più grandi e più aggregati, con aree di intervento chiare, sono necessari per ottenere quella densità e l’inversione di tendenza del declino sindacale negli Stati Uniti… Dal mio punto di vista questa tesi sostenuta in modo particolare da Steve Lerner del sindacato dei Servizi Pubblici, non è convincente: mi sembra che la densità sindacale sia un effetto e non una causa del successo della sindacalizzazione. Negli ultimi 25 anni siamo passati attraverso molte fusioni sindacali, ma non c’è prova che nessuna di esse abbia migliorato la prospettiva della sindacalizzazione. Per esempio la parte tessile (Unite) di "Unite here" è il risultato della fusione di diversi sindacati e non ci sono competitori in questo settore, tuttavia ha potuto fare ben pochi progressi nel suo settore industriale.

I critici temono che il programma di consolidamento e raggruppamento sindacale di "Change to Win" significherà una diminuzione nella democrazia sindacale e nel controllo della base sui sindacati. Dato che tre dei Sindacati americani con una storia provata di corruzione e controllo da parte della criminalità organizzata e cioè con pratiche antidemocratiche – Teamsters, Laborers, Carpenters – sono all’interno di "Change to Win", questi timori non sembrano totalmente infondati. E’ certo che la concentrazione di sindacati è anche un accentramento di potere e la motivazione addotta da alcuni dirigenti autori della scissione per “maggior competizione” sindacale, usando il linguaggio delle multinazionali, e esaltando le virtù del modello competitivo, oltre che fastidiosa è anche contraddittoria con la idea stessa di concentrarsi su una area ben definita, che sembra piuttosto evocare un’idea monopolistica.

Vale anche la pena di sottolineare che la crisi del movimento sindacale non appartiene solo agli Stati Uniti. Ogni movimento sindacale in economie avanzate in Europa, Asia e nelle Americhe, con la notevole eccezione degli scandinavi, è in una condizione simile e molti di loro sono organizzati in modo del tutto diverso dall’Afl-Cio. Il fattore chiave per la spiegazione di questo sembra essere quello degli effetti di una economia globale emergente sui settori industriali altamente sindacalizzati (siderurgia, auto, trasporti, petrolio e chimica) che sono stati la spina dorsale di quel sindacalismo. C’è accordo sul fatto che la risposta sindacale debba essere “internazionale”, ma nessuno riesce ad immaginare che cosa in pratica questo voglia dire. In questo quadro, le proposte sulla “densità sindacale” appaiono come un girare in una strada senza uscita.

Infine bisognerebbe considerare il fatto che l’istruzione è l’unica industria negli Stati Uniti che ha una forte densità sindacale, con la sola eccezione degli Stati “right to work” (diritto al lavoro: si intendono gli Stati con legislazione anti-sindacale). E proprio perché i sindacati degli insegnanti hanno così grande successo nel contesto del sindacalismo americano in generale, siamo nel mirino dei repubblicani e delle imprese che vedono una opportunità di distruggere completamente il sindacalismo negli Stati Uniti….La lezione che dovremmo trarne è che finché l’intero movimento sindacale è in questa disperata condizione, ogni sindacato è vulnerabile. Ma questo aggiunge una buona ragione per dividere il movimento sindacale? Anche se si accetta la logica fortemente contestata del sindacato dei servizi pubblici questa fornisce una base sufficientemente solida – analoga alla centralità del sindacalismo industriale che fu alla base del Cio – alla divisione del sindacalismo americano? Che cosa faranno i sindacati di Change to Win fuori dell’Afl-Cio che non possono fare adesso, al suo interno? In discussioni private con molti di quelli che lavorano per Change to Win, sentirete che non vedono un carico di prove a favore della scissione, che non afferrano la logica di questa. Ma forse non c’è una logica. Forse la triste verità, alla fine, è che siamo stati presi dentro una lotta personale largamente svuotata di sostanza politica. Ego e ambizione titanici sembrano essere la miglior spiegazione per ciò che sta avvenendo. Stern, Hoffa e gli altri dirigenti in Change to Win non sono riusciti a convincere la maggioranza della Afl-Cio a muoversi in direzione della concentrazione sindacale, e così sono determinati nella scissione. Ma non sono essi i soli a dover essere condannati. Perché John Sweeney (presidente dell’Afl-Cio, ndt), che aveva promesso di ritirarsi in pensione adesso, al momento in cui fu eletto e che non durerà in carica ancora molto in ogni caso, non annuncia il suo ritiro per il bene del movimento sindacale? Forse che un tale gesto personalmente magnanimo svelerebbe dietro il velo del Mago di Oz di "Change to Win" il piccolo uomo anziano con ambizioni personali? E perché Sweeney ha rafforzato proprio quelle parti dell’agenda di "Change to Win" così dannose per il lavoro sindacale, decimando il dipartimento internazionale della Afl-Cio come i programmi per salute e sicurezza sul lavoro e indennità per i lavoratori, in nome della “sindacalizzazione”?

Non siamo davvero di fronte a un bel quadro!

 

IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO - di Giulietto Chiesa FPRIVATEby zed Tuesday, Aug. 30, 2005 at 11:25 AM mail: mailto:

Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e rivela un segreto di Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte di più di quello che dichiara. Probabilmente le cifre americane sono attendibili, ma che cosa dicono? Dicono che i cinesi si stanno preparando alla stessa, identica cosa cui si stanno preparando gli americani: il momento in cui le risorse non basteranno per tutti e solo la forza deciderà chi potrà accedervi.

LE MANOVRE MILITARI RUSSO-CINESI E IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO


di Giulietto Chiesa
da Galatea di settembre 2005


Altro che “secolo americano”! Questo, di cui abbiamo assaggiato il 5% circa, si avvia ad essere - se corto o breve è altra questione – un secolo asiatico. Con parecchi corollari, non certo gradevoli per noi occidentali, che siamo nati e vissuti nell'idea, singolarmente stupida, di vivere nel centro del mondo, di essere il luogo della civiltà, distinti dai barbari di vario colore.
Piccoli e grandi segnali ci annunciano che grandi spicchi del pianeta sono decollati per conto proprio e cominciano a palesare le loro esigenze senza chiederci il permesso. E' chiaro che stiamo parlando della Cina. E perfino della Russia, che frettolosamente avevamo dato per defunta, assorbita, omogeneizzata, colonizzata e ridotta a appendice di second'ordine del mondo occidentale (per la stessa logica di cui sopra, cioè perché appartenente al mondo non civilizzato).

Come svegliandosi da un lungo sonno, i giornali di tutto il mondo “civile” hanno annunciato che Cina e Russia hanno cominciato in agosto le prime, grandi manovre militari congiunte della loro storia. Nemmeno ai tempi di Stalin e di Mao, di Chu Enlai e di Molotov, Russia (allora Unione Sovietica) e Cina si erano spinte a tanto. Certo erano – come si diceva allora – due paesi socialisti, avevano rapporti economici, l'URSS forniva armi alla Cina, ecc. Ma mai le loro truppe si erano messe insieme. C'erano stati momenti, al contrario, in cui le canne dei loro fucili si erano puntate reciprocamente le une contro le altre. Ma è acqua passata da molto tempo.

Altri segnali sono giunti da quel mondo che non conosciamo per niente. Tutti accumulatisi in questo scorcio di tempo, come se qualcosa arrivasse a maturazione in gran fretta, proprio adesso, dopo essere stato a lungo in incubazione, invisibile. All'inizio dell'estate il gruppo di Shanghai (cui partecipano, con Cina e Russia, le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale ex sovietica, meno il Turkmenistan) aveva cortesemente pregato gli Stati Uniti di togliersi dai piedi con le loro truppe e basi militari, accortamente piazzate nell'area (in Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan) sull'onda dell'offensiva contro l'Afghanistan seguita all'11 settembre 2001.

Evento singolare davvero, a ben pensarci, perché quelle capitali, fino al giorno prima, si può dire, pendevano dalle labbra di Washington e sognavano soltanto di essere ammesse al banchetto americano.

La Russia sembrava essrere stata emarginata dall'area su cui esercitava la propria influenza da quattro secoli. La Cina – stando agli imbambolati mezzi di comunicazione di massa occidentali (con rare eccezioni) – era ormai diventata capitalista e, quindi, per antonomasia, poteva essere considerata omologata al resto del mondo. Se non ancora colonizzata, di certo colonizzabile. Se non proprio colonizzabile, comunque riconducibile a un immenso mercato su cui far confluire le merci e le tecnologie dell'occidente civilizzato.

Con qualche dettaglio non trascurabile, tuttavia, di cui adesso occorre rendersi conto. E in fretta. Non è sfuggito ai variabili presidenti-despoti delle repubbliche dell'Asia Centrale che la Cina trabocca di dollari, e di yuan. E che Pechino ha nei suoi forzieri, circa mille miliardi di dollari USA, oltre ad avere comprato circa l'8% del debito americano, in buoni del tesoro della Federal Reserve. Come si fa a restare insensibili di fronte a questa cornucopia? Intendo dire che la forza di attrazione americana è stata bruscamente contrastata da nuovi fattori molto potenti.

Quali? Cina e Russia hanno cominciato a fare i loro calcoli, per meglio dire: a trarre le somme da calcoli che stavano fecendo, ciascuna per conto proprio, da diversi anni. Cominciamo dalla Russia.

Puntin non è un rivoluzionario bolshevico. Per niente. Ma si è accorto che non bastava essere condiscendente verso Washington; che non era nemmeno sufficiente farsi da parte, starsene buono fuori dal mirino americano. Dall'alto della collina del suo potere quinquennale non poteva non tirare le somme. In Asia centrale, appunto, basi americane una dietro l'altra. In Georgia una presenza statunitense ormai decisiva per orientare il governo locale. In Ucraina una “rivoluzione democratica” alimentata dall'esterno. Attorno alla Bielorussia segnali di un'offensiva analoga a breve scadenza. La Nato ormai stabilmente piazzata in tutto l'est Europa, e perfino in tre repubbliche che un tempo erano state parte dell'URSS. E, in Russia, il varo della corazzata Jukos sulla scena politica, con l'obiettivo di sostituire lui stesso, a tempo debito, con un nuovo leader pilotato dalla Exxon.

Gli Imperi non si sono mai accontentati del tributo dei vassalli e non hanno inclinazione alla gratitudine. Se i tempi diventano duri, allora le loro esigenze si moltiplicano. E ai vassalli non resta che l'alternativa tra soddisfarle e ribellarsi.

I tempi duri per l'America sono ormai venuti e non pare se ne andranno presto. Il faro dell'occidente è indebitato fino agli occhi, proiettato lungo un asse di guerre che non sta vincendo, incapace di dominare gli effetti del vaso di Pandora delle globalizzazione, cavalcata per un ventennio con orgogliosa sicurezza e sbalorditiva irresponsabilità.

La Cina non è un vassallo e non intende diventarlo. Ma questo è solo l'antipasto. La Cina legge i giornali come li leggiamo noi "civilizzati” e, quando legge Condoleeza Rice dire, papale papale, che la Cina “piuttosto che un partner è un avversario”, perché – udite, udite! – “vuole cambiare i rapporti di forza a suo vantaggio”, conclude che è il momento di far sentire il suo peso, in tutte le direzioni.

Le manovre congiunte con i russi, del resto, sono solo la ciliegina sulla torta, quello che serve per svegliare i governi occidentali che dormono, mettendo la questione sotto i riflettori delle televisioni. Una specie di colpo di sirena, di quelli che le navi lanciano per segnalare la propria presenza o distogliere altri natanti dalla rotta di collisione. Attenti, siamo qui, proprio di fronte a voi, levatevi di mezzo!

Il fatto è che Condoleeza dice una cosa vera: non c'è posto per due Americhe su questo pianeta. Sempre che entrambe non siano disposte a rinunciare a niente. La Cina è entrata sul mercato mondiale applicando le regole che l'Occidente ha scritto per sé, immaginando che sarebbero state eternamente a suo vantaggio. Adesso sta accadendo il contrario: quelle regole sembrano fatte apposta per far diventare la Cina il più potente paese del mondo, quello in grado di dominare tutti i mercati. E la Cina è già l'unico paese al mondo che può permettersi di prendere decisioni senza chiedere il permesso di nessuno, neanche quello degli Stati Uniti, cioè dell'Impero. Il che significa che l'Impero è già in declino, e che – se non vuole che tutti se ne accorgano – deve dare una lezione sonora a chi ne minaccia i disegni.

Il fatto è, come dicono gli eventi, che parecchi cominciano ad accorgersene. La Russia, che da sola non può permettersi atti di insubordinazione, ha colto la palla al balzo. Insieme si può dire all'imperatore che l'Asia è degli asiatici. Tanto per cominciare. La seconda tappa sarà quella di comprarsi l'Asia. La Cina è già in marcia. E compra anche pezzi di Russia, a cominciare dall'energia russa.

La Russia, che fino all'altro ieri non aveva sponde, oltre che idee, si trova a poter cogliere adesso una insperata palla al balzo. E la sta cogliendo. Con fatica, perché la diffidenza russa verso l'immenso vicino asiatico non è stata mai superata del tutto. Ma il colosso vicino è oggi assai meno temibile dell'Impero lontano.

Le riserve energetiche russe sono le più vicine e comode, relativamente parlando. La Cina ha i capitali per ogni tipo di investimento, e li mette a disposizione. La Russia ha le tecnologie militari sufficienti per garantire a Pechino una progressione di armamento strategico sufficiente a fronteggiare il prossimo decennio.

Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e rivela un segreto di Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte di più di quello che dichiara. Probabilmente le cifre americane sono attendibili, ma che cosa dicono? Dicono che i cinesi si stanno preparando alla stessa, identica cosa cui si stanno preparando gli americani: il momento in cui le risorse non basteranno per tutti e solo la forza deciderà chi potrà accedervi.

Sarà un momento drammatico e non è molto lontano. Avverrà nel corso del prossimo decennio. Da qui la corsa cinese a comprare tutto il comprebile e anche il non comprabile. Perché quando la maggiore impresa petrolifera cinese, statale, si affaccia a Wall Street con la regolare offerta di comprarsi la Unocal americana, offrendo un miliardo di dollari in più della massima offerta di una multinazionale a stelle e strisce, ecco che scattano tutti gli allarmi.

E quando Hu Jintao decide di rivalutare lo yuan di un modestissmo 2%, facendosi beffe della richiesta USA di rivalutare fino al 15%, l'occidente dovrebbe capire che Pechino non accetta ordini da nessuno. E procedere – come Hu Jintao ha ribadito, sorriso sulle labbra e “denti d'acciaio” – secondo i suoi tempi, le sue esigenze, e non secondo le pressioni che vengono dall'esterno.

Le esercitazioni militari congiunte, Cina-Russia sono solo un segnale, prima della “tempesta perfetta” che si annuncia.

 

 

 

Roma 27 agosto 2005