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Dichiarazione sulla vicenda ALITALIA
– DIRITTI SINDACALI di:
Carnicella Giorgio, Segretario
Nazionale FILT- CGIL
e coordinatore nazionale Area Lavoro
Società Filt-Cgil.
Il caso Alitalia ha attraversato gli ultimi 15 anni del
trasporto aereo, da un lato impattando con i pesanti processi di
liberalizzazione e di concorrenza, la nascita di Malpensa, le forzate
contrapposizioni con Fiumicino, la rottura con KLM, dall’altro con una
gestione economica e operativa molto discutibile.
La dichiarazione di ulteriori difficoltà economiche con
la minaccia di migliaia di esuberi e con un Governo diviso tra il prestito
ponte alla Compagnia e la negazione di qualsiasi intervento pubblico per
il salvataggio agitata dalla Lega Nord del Ministro Maroni, ci hanno
consegnato gli accordi di Palazzo Chigi del 2004 e i successivi accordi
sui contratti di lavoro che prevedevano 300 milioni di euro annui di
risparmi sul costo del lavoro e 3679 lavoratori in esubero.
Tute le organizzazioni sindacali avevano firmato quegli
accordi contrattuali (esuberi e tagli) mentre alcune si erano sfilate
dall’accordo complessivo di applicazione, relativo anche ai nuovi assetti
societari, e legato al piano industriale.
E’ evidente quindi che nel passato, come anche nel
presente vi siano stati atteggiamenti differenti e permangono differenze
con il SULT sulle scelte contrattuali e sulle modalità di rappresentanza
del lavoro.
La CGIL si è sempre caratterizzata per una visione
confederale della rappresentanza del lavoro e contro le
corporativizzazioni di settore, talvolta stimolate dalle aziende e
non ci ha mai convinto, anche nel settore dei trasporti la singola
rappresentanza di mestieri che ha spesso minato e indebolito la necessità
di una rappresentanza generale dei lavoratori.
Ma un conto sono le diverse opzioni strategiche tra
le organizzazioni sindacali o le posizioni su un singolo accordo, un conto
è un’Azienda come Alitalia che si arroga il diritto di decidere le
controparti sindacali.
La motivazione che ha portato l’Amministratore
delegato e Presidente di Alitalia Ing.Cimoli ad azzerare per il SULT e
AVIA i diritti sindacali, prescindendo dalla maggior rappresentatività
numerica nel settore degli assistenti di volo, non può essere nè accettata
supinamente, nè condivisa.
La messa in discussione dei diritti sindacali,
ad indire assemblee o riunioni tra gli iscritti, ad utilizzare gli spazi
aziendali e le bacheche, ad usufruire dei permessi sindacali e a svolgere
la normale attività sindacale, sono atteggiamenti autoritari e lesivi
delle prerogative e dell’autonomia dei sindacati.
Viene messo in discussione così il diritto a
dissentire su singoli accordi e si aprirebbe con la scelta di Alitalia,
la rincorsa di molte aziende a decidersi in casa il sindacato con cui
trattare, prescindendo da qualsiasi misurazione della rappresentanza.
E ancor più a livello generale, viene da chiedersi
se un atteggiamento autoritario di questo tipo non rischi di essere un
precedente devastante per tutte le organizzazioni sindacali e in
particolare per la CGIL, proprio per le caratteristiche della propria
rappresentanza: come non ricordare chi nel mondo imprenditoriale e
governativo attaccava la CGIL per la mancata sottoscrizione del Patto per
l’Italia e del contratto con Federmeccanica, auspicando iniziative tese
alla riduzione dei diritti e delle agibilità sindacali anche per la nostra
organizzazione.
E’ quindi auspicabile che si esca dalle
dichiarazioni estive sui quotidiani, ma si apra una discussione profonda
in CGIL e con le altre organizzazioni sindacali sulla portata devastante
dell’iniziativa di Alitalia sostenuta dal Governo Berlusconi, al di là dei
contradditori e strumentali interventi del Ministro Maroni.
Nei prossimi giorni ripartirà con la convocazione del
Direttivo Nazionale l’iter congressuale, che dovrà essere una
straordinaria occasione per ribadire che per la CGIL l’espressione
democratica dei lavoratori resta una pratica e un obiettivo irrinunciabile
e un occasione per far vivere nel paese la nostra richiesta che sia il
voto democratico dei lavoratori a validare le piattaforme e gli accordi e
costruire un quadro di regole legislative, che hanno dato già risultati
positivi nel pubblico impiego, che siano in grado di misurare la
rappresentanza, che diano certezze ai percorsi sindacali e che vedano nel
referendum uno strumento generale da utilizzare sempre, per la validazione
di piattaforme e accordi.
Resta altresì necessario che in attesa di un nuovo
riferimento legislativo sulla rappresentanza, si deve andare anche nel
settore dei trasporti, dove non è avvenuto in modo generalizzato come nel
trasporto aereo, all’elezione delle RSU e delle RLS.
Il settore dei trasporti è stato in questi ultimi mesi
al centro dell’attenzione per le diverse e numerose vertenze e scioperi,
dai ferrovieri, ai portuali, ai lavoratori degli appalti fino agli
autoferrotranvieri per l’azzeramento degli accordi sulla malattia e si
pone con evidenza la necessità di rivedere la legge sugli scioperi anche
contro chi vorrebbe un’inasprimento delle sanzioni. Perché oggi il sistema
pone a carico dei sindacati innumerevoli impedimenti e procedure
burocratiche defaticanti che mettono in discussione lo stesso diritto di
sciopero, non garantisce i lavoratori nelle fasi di moratoria e di
franchigia, non stimola il confronto preventivo, non ha mai sanzionato gli
atteggiamenti unilaterali delle aziende mentre sono quotidiane le sanzioni
alle organizzazioni sindacali e ai lavoratori.
Questa situazione sul diritto di sciopero, unita
alla mancanza di regolamentazione della rappresentanza sindacale, saranno
due nodi decisivi e non possiamo permettere a nessuna Alitalia di turno di
stravolgere le relazioni sindacali con interventi autoritari.
GIORGIO
CARNICELLA
Segretario
Nazionale FILT-CGIL
(Coordinatore
Nazionale Area Lavoro Società Filt-Cgil)
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Sindacati
americani. Scissione all’ultimo Congresso dell’Afl-Cio
Le
opinioni di un giornalista e di un sindacalista
Nel Congresso della Afl-Cio, tenutosi a Chicago nell’ultima
settimana di luglio di quest’anno, si è verificata una scissione.
Due sono i sindacati che se ne sono andati, formando una nuova
coalizione dal nome “Change to Win” (cambiare per vincere,
ndt),
sembra che altri seguiranno. Non è semplice capire le ragioni di
fondo e le prospettive che si aprono con questo avvenimento. Anche
negli Stati Uniti - e all’interno degli stessi sindacati - le
letture e le interpretazioni sono diverse. Pubblichiamo due
contributi diversi (un giornalista e un sindacalista) per dare
un’idea del dibattito che si è aperto. Su "Notizie Internazionali"
che uscirà il mese prossimo verrà dedicato ampio spazio al tema,
importante per tutto il sindacalismo internazionale.
Rompere la grossa
organizzazione sindacale per rimetterla a posto
Robert Kuttner
– Boston Globe, luglio 2005
Senza grande sorpresa di nessuno, i sindacati dei servizi pubblici (Seiu)
e dei camionisti (Teamsters) hanno lasciato l’Afl-Cio e almeno altri
due sindacati presto li seguiranno. Che sta succedendo in realtà?
Questa scissione è un arretramento o un guadagno per i lavoratori e
la politica progressista?
Questo scisma riflette in parte rivalità personali, in parte
questioni di soldi. Se il Presidente dell’Afl-Cio Sweeney si fosse
ritirato, la Federazione avrebbe probabilmente potuto tenere a bada
i ribelli. È possibile che avvenga una futura riconciliazione.
Ma,
come osserva il mio amico Marshall Ganz, già direttore organizzativo
del sindacato degli agricoltori, la questione è anche relativa a
differenze sostanziali su come ricostruire un movimento di lotta.
Organizzare per mestiere, per industria, per comunità? Costruire un
movimento centralizzato o un movimento popolare e democratico?
Queste differenze hanno un’eco nella storia del movimento dei
lavoratori, risalendo ai Cavalieri del Lavoro del diciannovesimo
secolo, i “Wobblies”, e il Cio (Committee on Industrial Organization,
costituito nel 1930, da sindacalisti radicali, al di fuori dell’Afl,
ndt).
Ironicamente, Sweeney stesso è nel cuore un militante. Come
candidato nel 1995 dell’antiestablishment, pose molte delle stesse
questioni che pongono oggi i ribelli, e molte le ha applicate. Ma
proprio i suoi figli spirituali hanno adesso hanno levato gli scudi.
Sul
piano della strategia, molti sindacati che esaltano l’attività
organizzativa, in particolare quello dei servizi e quello risultato
della fusione tra tessili, lavoratori degli alberghi e ristoranti
("Unite here"), vogliono che l’Afl-Cio riduca della metà le
contribuzioni per i sindacati che ne fanno parte, in modo da poter
investire questi soldi nella sindacalizzazione. Vogliono che venga
ridotto drasticamente lo staff della sede centrale dell’Afl-Cio e le
spese per la politica. Sweeney ha dato una mezza risposta a queste
richieste. Evidentemente non è stata sufficiente.
Ma,
alla fine, questa scissione rende più forte o più debole il
movimento dei lavoratori?
A
breve termine, è un vero arretramento. Anche una Afl-Cio debole è
ancora una voce essenziale sulla legislazione a favore del lavoro e
per l’ala progresista del Partito Democratico. E’ una delle
istituzioni più progressiste.
Dal
punto di vista nazionale, l’Afl-Cio ha fatto un lavoro importante
nel sostenere la creazione di consigli del lavoro locali e a livello
di stati, che spesso sono diventati protagonisti nella politica
locale. A Los Angeles, la locale federazione del lavoro è stata uno
dei fattori principali per l’elezione del sindaco Antonio
Villaraigosa. Ma il quadro di lungo periodo è più complicato. Se
effettive risorse vengono spostate sulla sindacalizzazione, è un
fatto importante. È stato un successo quando nel 1930 siindacalisti
radicali fondarono il Comitato per l’organizzazione industriale,
fuori dal debole Afl-Cio. Furono i sindacati che facevano capo a
questo Comitato che sindacalizzarono nuovi settori industriali come
l’auto, la siderurgia, in cui erano falliti i precedenti sforzi dei
sindacati di mestiere.
L’Afl-Cio
è certo stato un riferimento per una politica progressista di base.
Ma singoli sindacati e iscritti sono la fanteria. Nel 2004, l’Afl-Cio
fu in parte soppiantato nel suo ruolo da gruppi per la
mobilitazione, indipendenti, i cosiddetti “ 527” , come America
Coming Together, che era diretta dal precedente direttore politico
dell’Afl-Cio.
Amici del movimento dei lavoratori temono che con una federazione
rivale potranno esserci problemi e contenziosi giuridici tra
sindacati Afl e non, che vogliano sindacalizzare gli stessi
lavoratori. Ma l’Afl non è stata granché efficace nel prevenire
conflitti tra sindacati affiliati.
Bisogna guardare in faccia la realtà, questo è un periodo in cui il
conservatorismo è in ascesa. Non è una sorpresa che i progressisti
americani si trovino a far fronte a dure scelte che a volte
diventano fratricide.
Quando Nader corse per Presidente, la causa era una vera
frustrazione nel vedere che la politica progressista era quasi
totalmente bloccata dall’influenza dei poteri forti economici in
entrambi i partiti. Quella iniziativa non si rivelò utile alla causa
più grande, ma si può capire l’esasperazione.
L’anno scorso, due giovani ambientalisti hanno pubblicato un
documento dal titolo La morte dell’ambientalismo, che scosse il
movimento. Il punto centrale era che la coalizione dei più
importanti gruppi ambientalisti con sede a Washington spendeva un
sacco di soldi, centinaia di milioni di dollari, e perdeva le
battaglie più importanti. Essi sostenevano che era meglio far
saltare tutto, e ricominciare con energie fresche e una coalizione
più ampia.
Guardando alla storia americana, dal movimento per i diritti civili
degli anni 60, al movimento operaio industriale dei ‘30 e la rivolta
agraria del 1880, non si può prevedere assolutamente quando
scoppierà il prossimo movimento per la giustizia sociale. Ma potete
con certezza scommettere che sarà diretto dai giovani e dai
radicali.
Una
cosa è quando Martin Luther King e gli studenti attivisti dei
diritti civili si sono levati contro i brutali e razzisti sceriffi,
è più doloroso quando si tratta di una lotta all’interno della
stessa comunità progressista.
È
sempre rischioso manomettere istituzioni liberali quando sono sotto
attacco, come hanno scoperto i seguaci di Nader. Ma è anche meglio
rompere qualche porcellana che svanire lentamente nella irrilevanza.
Leo Casey
– Sindacato Insegnanti di New York
Il
problema che si ha nel cercare di spiegare questa scissione nel
movimento sindacale americano è che di solito si cerca di ricorrere
ad una causa razionale per spiegare degli avvenimenti, a qualche
differenza sostanziale che possa giustificare un passo così
radicale. Si cerca ad esempio di pensare a differenze politiche
importanti perché sembra ovvio che ci sia una sostanza dietro a una
tale scissione. Ma esiste effettivamente questa sostanza?
Non
c’è dubbio che il movimento sindacale americano sia in pessima
forma, dal momento che è passato dall’organizzare un americano su
tre dopo la seconda guerra mondiale fino all’attuale basso livello
di un americano su dieci. Ma non è questo il problema; tutti
riconoscono questa crisi. Il problema è se "Change to Win" (la
coalizione di sindacati che ha fatto la scissione, ndr) ha
differenze sostanziali dall’attuale leadership della Afl-Cio circa
il modo di affrontare questa crisi, tali da giustificare una
scissione. Si parla molto della precedente scissione della Cio (Committee
for Industrial Organisation) ma il parallelo non sembra adeguato. Il
Cio aveva differenze sostanziali dall’Afl circa l’idea e il
programma di un sindacalismo industriale e si può facilmente
comprendere perché il rifiuto dell’Afl di affrontare seriamente
questa questione ha originato una divisione. Ma che cosa propone "Change
to Win" di sostanzialmente diverso da ciò che oggi fa l’Afl-Cio? In
ultima analisi, mi sento di dire, non un granché.
Certo, nessuno è in disaccordo sulla necessità di una maggior
sindacalizzazione. Alcuni sindacati della nuova coalizione, come
quello dei servizi pubblici (Seiu), ha un buon record in questo
campo; altri, come i teamsters (camionisti), non stanno meglio di
altri sindacati industriali nella Afl-Cio. Allo stesso modo, anche
all’interno della Afl-Cio, sindacati come Aft, Cwa, Afscme, hanno
buoni livelli di organizzazione mentre i vecchi sindacati
industriali – auto, siderurgia, machinists - hanno perso migliaia di
iscritti negli ultimi trent’anni. È innegabile che non tutti i
sindacati fanno ciò che potrebbero e dovrebbero fare, ma rimane il
fatto che in una economia globale, i sindacati che organizzano
lavoratori nei servizi pubblici e nei settori pubblici, dove i posti
di lavoro possono ben difficilmente essere delocalizzati in Cina o
in India, hanno un compito ben più facile di coloro che devono
organizzare i lavoratori del settore privato e manifatturiero. Ma
non è solo l’attenzione all’organizzazione che ha portato successi
al Seiu, Aft, Cwa, Afscme. Se questo fosse tutto ciò di cui c’è
bisogno, "Unite here", che è parte di "Change to Win" ed ha forte
attenzione alla sindacalizzazione, avrebbe successi simili nel
tessile. Ma purtroppo non è così.
E
il fatto che il sindacato dell’auto sta cercando all’impazzata di
sindacalizzare ogni studente laureato invece dei lavoratori della
componentistica auto (largamente non sindacalizzato negli Stati
Uniti), dice qualcosa sulla difficoltà relativa dei due compiti e
non solo sulla perdita di priorità e strategia dell’Uaw (sindacato
dell’auto).
La
sola idea programmatica che "Change to Win" ha da offrire riguardo
alla sindacalizzazione è l’idea che la densità sindacale (avere
sindacalizzato un alto tasso di una industria, almeno in una data
regione geografia) sia la chiave del successo nell’organizzare e che
sindacati più grandi e più aggregati, con aree di intervento chiare,
sono necessari per ottenere quella densità e l’inversione di
tendenza del declino sindacale negli Stati Uniti… Dal mio punto di
vista questa tesi sostenuta in modo particolare da Steve Lerner del
sindacato dei Servizi Pubblici, non è convincente: mi sembra che la
densità sindacale sia un effetto e non una causa del successo della
sindacalizzazione. Negli ultimi 25 anni siamo passati attraverso
molte fusioni sindacali, ma non c’è prova che nessuna di esse abbia
migliorato la prospettiva della sindacalizzazione. Per esempio la
parte tessile (Unite) di "Unite here" è il risultato della fusione
di diversi sindacati e non ci sono competitori in questo settore,
tuttavia ha potuto fare ben pochi progressi nel suo settore
industriale.
I
critici temono che il programma di consolidamento e raggruppamento
sindacale di "Change to Win" significherà una diminuzione nella
democrazia sindacale e nel controllo della base sui sindacati. Dato
che tre dei Sindacati americani con una storia provata di corruzione
e controllo da parte della criminalità organizzata e cioè con
pratiche antidemocratiche – Teamsters, Laborers, Carpenters – sono
all’interno di "Change to Win", questi timori non sembrano
totalmente infondati. E’ certo che la concentrazione di sindacati è
anche un accentramento di potere e la motivazione addotta da alcuni
dirigenti autori della scissione per “maggior competizione”
sindacale, usando il linguaggio delle multinazionali, e esaltando le
virtù del modello competitivo, oltre che fastidiosa è anche
contraddittoria con la idea stessa di concentrarsi su una area ben
definita, che sembra piuttosto evocare un’idea monopolistica.
Vale anche la pena di sottolineare che la crisi del movimento
sindacale non appartiene solo agli Stati Uniti. Ogni movimento
sindacale in economie avanzate in Europa, Asia e nelle Americhe, con
la notevole eccezione degli scandinavi, è in una condizione simile e
molti di loro sono organizzati in modo del tutto diverso dall’Afl-Cio.
Il fattore chiave per la spiegazione di questo sembra essere quello
degli effetti di una economia globale emergente sui settori
industriali altamente sindacalizzati (siderurgia, auto, trasporti,
petrolio e chimica) che sono stati la spina dorsale di quel
sindacalismo. C’è accordo sul fatto che la risposta sindacale debba
essere “internazionale”, ma nessuno riesce ad immaginare che cosa in
pratica questo voglia dire. In questo quadro, le proposte sulla
“densità sindacale” appaiono come un girare in una strada senza
uscita.
Infine bisognerebbe considerare il fatto che l’istruzione è l’unica
industria negli Stati Uniti che ha una forte densità sindacale, con
la sola eccezione degli Stati “right to work” (diritto al lavoro: si
intendono gli Stati con legislazione anti-sindacale). E proprio
perché i sindacati degli insegnanti hanno così grande successo nel
contesto del sindacalismo americano in generale, siamo nel mirino
dei repubblicani e delle imprese che vedono una opportunità di
distruggere completamente il sindacalismo negli Stati Uniti….La
lezione che dovremmo trarne è che finché l’intero movimento
sindacale è in questa disperata condizione, ogni sindacato è
vulnerabile. Ma questo aggiunge una buona ragione per dividere il
movimento sindacale? Anche se si accetta la logica fortemente
contestata del sindacato dei servizi pubblici questa fornisce una
base sufficientemente solida – analoga alla centralità del
sindacalismo industriale che fu alla base del Cio – alla divisione
del sindacalismo americano? Che cosa faranno i sindacati di Change
to Win fuori dell’Afl-Cio che non possono fare adesso, al suo
interno? In discussioni private con molti di quelli che lavorano per
Change to Win, sentirete che non vedono un carico di prove a favore
della scissione, che non afferrano la logica di questa. Ma forse non
c’è una logica. Forse la triste verità, alla fine, è che siamo stati
presi dentro una lotta personale largamente svuotata di sostanza
politica. Ego e ambizione titanici sembrano essere la miglior
spiegazione per ciò che sta avvenendo. Stern, Hoffa e gli altri
dirigenti in Change to Win non sono riusciti a convincere la
maggioranza della Afl-Cio a muoversi in direzione della
concentrazione sindacale, e così sono determinati nella scissione.
Ma non sono essi i soli a dover essere condannati. Perché John
Sweeney (presidente dell’Afl-Cio, ndt), che aveva promesso di
ritirarsi in pensione adesso, al momento in cui fu eletto e che non
durerà in carica ancora molto in ogni caso, non annuncia il suo
ritiro per il bene del movimento sindacale? Forse che un tale gesto
personalmente magnanimo svelerebbe dietro il velo del Mago di Oz di
"Change to Win" il piccolo uomo anziano con ambizioni personali? E
perché Sweeney ha rafforzato proprio quelle parti dell’agenda di "Change
to Win" così dannose per il lavoro sindacale, decimando il
dipartimento internazionale della Afl-Cio come i programmi per
salute e sicurezza sul lavoro e indennità per i lavoratori, in nome
della “sindacalizzazione”?
Non
siamo davvero di fronte a un bel quadro! |
IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO - di Giulietto Chiesa
FPRIVATE by
zed Tuesday, Aug. 30, 2005 at 11:25 AM mail:
mailto:
Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e
rivela un segreto di Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte
di più di quello che dichiara. Probabilmente le cifre americane sono
attendibili, ma che cosa dicono? Dicono che i cinesi si stanno preparando
alla stessa, identica cosa cui si stanno preparando gli americani: il
momento in cui le risorse non basteranno per tutti e solo la forza
deciderà chi potrà accedervi.
LE MANOVRE MILITARI RUSSO-CINESI E IL DECLINO
DELL'IMPERO AMERICANO
di Giulietto Chiesa
da Galatea di settembre 2005
Altro che “secolo americano”! Questo, di cui abbiamo assaggiato il 5%
circa, si avvia ad essere - se corto o breve è altra questione – un secolo
asiatico. Con parecchi corollari, non certo gradevoli per noi occidentali,
che siamo nati e vissuti nell'idea, singolarmente stupida, di vivere nel
centro del mondo, di essere il luogo della civiltà, distinti dai barbari
di vario colore.
Piccoli e grandi segnali ci annunciano che grandi spicchi del pianeta sono
decollati per conto proprio e cominciano a palesare le loro esigenze senza
chiederci il permesso. E' chiaro che stiamo parlando della Cina. E perfino
della Russia, che frettolosamente avevamo dato per defunta, assorbita,
omogeneizzata, colonizzata e ridotta a appendice di second'ordine del
mondo occidentale (per la stessa logica di cui sopra, cioè perché
appartenente al mondo non civilizzato).
Come svegliandosi da un lungo sonno, i giornali di tutto il mondo “civile”
hanno annunciato che Cina e Russia hanno cominciato in agosto le prime,
grandi manovre militari congiunte della loro storia. Nemmeno ai tempi di
Stalin e di Mao, di Chu Enlai e di Molotov, Russia (allora Unione
Sovietica) e Cina si erano spinte a tanto. Certo erano – come si diceva
allora – due paesi socialisti, avevano rapporti economici, l'URSS forniva
armi alla Cina, ecc. Ma mai le loro truppe si erano messe insieme. C'erano
stati momenti, al contrario, in cui le canne dei loro fucili si erano
puntate reciprocamente le une contro le altre. Ma è acqua passata da molto
tempo.
Altri segnali sono giunti da quel mondo che non conosciamo per niente.
Tutti accumulatisi in questo scorcio di tempo, come se qualcosa arrivasse
a maturazione in gran fretta, proprio adesso, dopo essere stato a lungo in
incubazione, invisibile. All'inizio dell'estate il gruppo di Shanghai (cui
partecipano, con Cina e Russia, le repubbliche ex sovietiche dell'Asia
centrale ex sovietica, meno il Turkmenistan) aveva cortesemente pregato
gli Stati Uniti di togliersi dai piedi con le loro truppe e basi militari,
accortamente piazzate nell'area (in Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan)
sull'onda dell'offensiva contro l'Afghanistan seguita all'11 settembre
2001.
Evento singolare davvero, a ben pensarci, perché quelle capitali, fino al
giorno prima, si può dire, pendevano dalle labbra di Washington e
sognavano soltanto di essere ammesse al banchetto americano.
La Russia sembrava essrere stata emarginata dall'area su cui esercitava la
propria influenza da quattro secoli. La Cina – stando agli imbambolati
mezzi di comunicazione di massa occidentali (con rare eccezioni) – era
ormai diventata capitalista e, quindi, per antonomasia, poteva essere
considerata omologata al resto del mondo. Se non ancora colonizzata, di
certo colonizzabile. Se non proprio colonizzabile, comunque riconducibile
a un immenso mercato su cui far confluire le merci e le tecnologie
dell'occidente civilizzato.
Con qualche dettaglio non trascurabile, tuttavia, di cui adesso occorre
rendersi conto. E in fretta. Non è sfuggito ai variabili
presidenti-despoti delle repubbliche dell'Asia Centrale che la Cina
trabocca di dollari, e di yuan. E che Pechino ha nei suoi forzieri, circa
mille miliardi di dollari USA, oltre ad avere comprato circa l'8% del
debito americano, in buoni del tesoro della Federal Reserve. Come si fa a
restare insensibili di fronte a questa cornucopia? Intendo dire che la
forza di attrazione americana è stata bruscamente contrastata da nuovi
fattori molto potenti.
Quali? Cina e Russia hanno cominciato a fare i loro calcoli, per meglio
dire: a trarre le somme da calcoli che stavano fecendo, ciascuna per conto
proprio, da diversi anni. Cominciamo dalla Russia.
Puntin non è un rivoluzionario bolshevico. Per niente. Ma si è accorto che
non bastava essere condiscendente verso Washington; che non era nemmeno
sufficiente farsi da parte, starsene buono fuori dal mirino americano.
Dall'alto della collina del suo potere quinquennale non poteva non tirare
le somme. In Asia centrale, appunto, basi americane una dietro l'altra. In
Georgia una presenza statunitense ormai decisiva per orientare il governo
locale. In Ucraina una “rivoluzione democratica” alimentata dall'esterno.
Attorno alla Bielorussia segnali di un'offensiva analoga a breve scadenza.
La Nato ormai stabilmente piazzata in tutto l'est Europa, e perfino in tre
repubbliche che un tempo erano state parte dell'URSS. E, in Russia, il
varo della corazzata Jukos sulla scena politica, con l'obiettivo di
sostituire lui stesso, a tempo debito, con un nuovo leader pilotato dalla
Exxon.
Gli Imperi non si sono mai accontentati del tributo dei vassalli e non
hanno inclinazione alla gratitudine. Se i tempi diventano duri, allora le
loro esigenze si moltiplicano. E ai vassalli non resta che l'alternativa
tra soddisfarle e ribellarsi.
I tempi duri per l'America sono ormai venuti e non pare se ne andranno
presto. Il faro dell'occidente è indebitato fino agli occhi, proiettato
lungo un asse di guerre che non sta vincendo, incapace di dominare gli
effetti del vaso di Pandora delle globalizzazione, cavalcata per un
ventennio con orgogliosa sicurezza e sbalorditiva irresponsabilità.
La Cina non è un vassallo e non intende diventarlo. Ma questo è solo
l'antipasto. La Cina legge i giornali come li leggiamo noi "civilizzati”
e, quando legge Condoleeza Rice dire, papale papale, che la Cina
“piuttosto che un partner è un avversario”, perché – udite, udite! –
“vuole cambiare i rapporti di forza a suo vantaggio”, conclude che è il
momento di far sentire il suo peso, in tutte le direzioni.
Le manovre congiunte con i russi, del resto, sono solo la ciliegina sulla
torta, quello che serve per svegliare i governi occidentali che dormono,
mettendo la questione sotto i riflettori delle televisioni. Una specie di
colpo di sirena, di quelli che le navi lanciano per segnalare la propria
presenza o distogliere altri natanti dalla rotta di collisione. Attenti,
siamo qui, proprio di fronte a voi, levatevi di mezzo!
Il fatto è che Condoleeza dice una cosa vera: non c'è posto per due
Americhe su questo pianeta. Sempre che entrambe non siano disposte a
rinunciare a niente. La Cina è entrata sul mercato mondiale applicando le
regole che l'Occidente ha scritto per sé, immaginando che sarebbero state
eternamente a suo vantaggio. Adesso sta accadendo il contrario: quelle
regole sembrano fatte apposta per far diventare la Cina il più potente
paese del mondo, quello in grado di dominare tutti i mercati. E la Cina è
già l'unico paese al mondo che può permettersi di prendere decisioni senza
chiedere il permesso di nessuno, neanche quello degli Stati Uniti, cioè
dell'Impero. Il che significa che l'Impero è già in declino, e che – se
non vuole che tutti se ne accorgano – deve dare una lezione sonora a chi
ne minaccia i disegni.
Il fatto è, come dicono gli eventi, che parecchi cominciano ad
accorgersene. La Russia, che da sola non può permettersi atti di
insubordinazione, ha colto la palla al balzo. Insieme si può dire
all'imperatore che l'Asia è degli asiatici. Tanto per cominciare. La
seconda tappa sarà quella di comprarsi l'Asia. La Cina è già in marcia. E
compra anche pezzi di Russia, a cominciare dall'energia russa.
La Russia, che fino all'altro ieri non aveva sponde, oltre che idee, si
trova a poter cogliere adesso una insperata palla al balzo. E la sta
cogliendo. Con fatica, perché la diffidenza russa verso l'immenso vicino
asiatico non è stata mai superata del tutto. Ma il colosso vicino è oggi
assai meno temibile dell'Impero lontano.
Le riserve energetiche russe sono le più vicine e comode, relativamente
parlando. La Cina ha i capitali per ogni tipo di investimento, e li mette
a disposizione. La Russia ha le tecnologie militari sufficienti per
garantire a Pechino una progressione di armamento strategico sufficiente a
fronteggiare il prossimo decennio.
Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e rivela un segreto di
Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte di più di quello che
dichiara. Probabilmente le cifre americane sono attendibili, ma che cosa
dicono? Dicono che i cinesi si stanno preparando alla stessa, identica
cosa cui si stanno preparando gli americani: il momento in cui le risorse
non basteranno per tutti e solo la forza deciderà chi potrà accedervi.
Sarà un momento drammatico e non è molto lontano. Avverrà nel corso del
prossimo decennio. Da qui la corsa cinese a comprare tutto il comprebile e
anche il non comprabile. Perché quando la maggiore impresa petrolifera
cinese, statale, si affaccia a Wall Street con la regolare offerta di
comprarsi la Unocal americana, offrendo un miliardo di dollari in più
della massima offerta di una multinazionale a stelle e strisce, ecco che
scattano tutti gli allarmi.
E quando Hu Jintao decide di rivalutare lo yuan di un modestissmo 2%,
facendosi beffe della richiesta USA di rivalutare fino al 15%, l'occidente
dovrebbe capire che Pechino non accetta ordini da nessuno. E procedere –
come Hu Jintao ha ribadito, sorriso sulle labbra e “denti d'acciaio” –
secondo i suoi tempi, le sue esigenze, e non secondo le pressioni che
vengono dall'esterno.
Le esercitazioni militari congiunte, Cina-Russia sono solo un segnale,
prima della “tempesta perfetta” che si annuncia.
Roma 27 agosto 2005
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