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di Giorgio
Cremaschi
I puffi, i piccoli gnomi azzurri, sono anticapitalisti. L'ho scoperto
leggendo con mia figlia una loro storia ove vengono contagiati dal
denaro e dal mercato. Uno di loro si fa banchiere e convince gli altri
a usare il denaro. Da una comunità fondata su «a ciascuno secondo i
suoi bisogni», si passa al mercato e all'accumulazione della
ricchezza. La storia finisce con il rifiuto del capitalismo da parte
dei piccoli gnomi: è una creazione degli uomini che non si addice a
loro.
E' una favola ma... La competitività, il mercato, la
globalizzazione non sono prodotti della natura, ma dell'uomo. Non c'è
nulla di più artificiale del mercato capitalistico. Ed infatti ci
vogliono leggi, poteri, armi e guerre per tenerlo in piedi. Ci vuole
un continuo tributo di salute e sangue del lavoro, ancora ieri alla
Lucchini di Piombino un operaio è morto in condizioni allucinanti. Ora
questa costruzione artificiale minaccia la natura.
In realtà la natura minacciata si difende benissimo. L'effetto
serra mostra un pianeta che reagisce a suo modo alla violenza dello
sviluppo umano. Non è certo piacevole e tantomeno rassicurante per le
specie attualmente viventi, ma questa è una reazione. Diverse volte,
dicono gli studiosi, le specie viventi sulla terra sono state
completamente distrutte a causa di eventi naturali. Il fatto che ora
l'agente della catastrofe sia l'uomo, non deve inorgoglirci troppo,
anche noi siamo parte della natura e dei suoi cataclismi. Ai quali il
nostro pianeta reagisce utilizzando soprattutto quel fattore che è
indisponibile per le nostre brevi vite, il tempo.
Anche gli esseri umani reagiscono alle catastrofi sociali con il
drastico cambiamento dei comportamenti. La precarietà del lavoro, la
caduta dei salari e dei diritti, la stagnazione economica producono il
crollo dei consumi nei più poveri. In questo non c'è nulla di
positivo, è semplicemente una nuova costrizione. Tanto più infelice in
quanto la società continua a sfornare modelli di consumo sempre più
sfrenati, rapaci e diffusi. Nel Dubai si costruiscono alberghi ove una
notte costa come due mesi di salario di un operaio occidentale, e tre
anni di lavoro di un thailandese. Mentre milioni di italiani
rinunciano alle vacanze, vecchi e nuovi ricchi spendono e si
divertono, tra una scalata e una disavventura giudiziaria. In Cina
decine di milioni di contadini sono minacciati dalla costruzione delle
dighe che devono fornire energia ai vorticosi ritmi di sviluppo del
Paese. E già più del doppio dell'intera popolazione italiana, là, sta
diventando consumatore di tipo occidentale. E non basterà spiegare che
oltre cento milioni di automobili in più sono incompatibili con
l'aria, l'acqua, la terra che ancora conosciamo. Perché noi non
viviamo in modo diverso, mostriamo al mondo le nostre ricchezze e chi
le perde, si perde e basta.
La società del consumi induce all'acquisto di beni superflui e
inutili. Lo fa per indurre i poveri ad assomigliare ai ricchi,
soprattutto a pensare come loro. Se i poveri si vedono ridotti i
consumi non per questo automaticamente perdono quel modo di pensare,
quel modello di riferimento. Come l'effetto serra, la diversa
distribuzione delle ricchezze e dei consumi annuncia di per sé solo
sconvolgimenti negativi.
Nell'effetto serra, così come nella riduzione dei consumi dei più
poveri, c'è lo stesso segnale di catastrofe, perché alla base di
entrambi i fenomeni sta la stessa causa: la riduzione a merce di ogni
bene naturale. E così la potenza della tecnologia, asservita alla
mercificazione totale dei rapporti umani e di quelli fra la nostra
specie e la natura finisce solo per accelerare i ritmi della
catastrofe. Non c'è nulla da gioire sulla riduzione dei consumi
popolari, così come sull'effetto serra perché essi sono segnali del
fatto che le cose vanno sempre peggio e che il mondo, quello della
natura così come quello dei rapporti sociali, sta uscendo da ogni
forma di giustizia e di equilibrio.
La causa di tutto è che siamo governati invece che dalle nostre
scelte razionali, dalla mano invisibile del mercato. Una mano che a
volte improvvisamente si impadronisce brutalmente di noi, mostrandoci
tutta la sua cruda artificialità. Mai come ora sarebbe indispensabile
dire basta al capitalismo, ma mai come ora tale urgenza affonda nel
vuoto della risposta politica.
Tutto ciò di cui noi discutiamo pare rinviarci ad una rinnovata
necessità del socialismo, ma proprio qui ci arrestiamo impauriti.
Proprio qui paiono trionfare quei riformismi che non riformano niente.
Perché questa a me pare la contraddizione fondamentale del nostro
momento: sentiamo l'urgenza della critica radicale alla società
dominata dal mercato, ma subiamo il peso della sconfitta storica del
socialismo, che pare rendere impossibile la costruzione di un altro
sistema.
E' l'assenza di un'alternativa che rende naturale un sistema che
travolge uomo e natura. Così dobbiamo affidare le nostre speranze di
benessere diffuso all'innalzamento del Pil. Solo in quel caso, infatti
le leggi economiche dominanti ammettono che vi possa essere diffusione
di ricchezza. Se aumenta la produttività, aumenta il salario, dice la
Confindustria, e non solo essa. Se il Pil ristagna, allora le
ingiustizie sociali crescono. Se invece la ricchezza globale aumenta,
i rivoli di essa possono giungere anche alle classi subalterne. Al
prezzo però, della devastazione dell'ambiente.
Bisogna allora volere la costruzione di un'altra società e solo la
lotta contro le leggi della competitività, del mercato, della
flessibilità, costruisce un'alternativa. Ciò che dobbiamo fare è
mettere in comunicazione tra loro i conflitti. Quelli che mobilitano
per l'ambiente e quelli che contestano l'accumulazione della ricchezza
e l'organizzazione del lavoro. Bisogna investire sui legami tra la
lotta di Scanzano e quella di Melfi.
Nello stesso tempo bisogna riprendere a diffondere il rifiuto della
società di mercato. Bisogna studiare, progettare, sviluppare modelli
sociali alternativi, ridando piena dignità politica e morale a una
rinnovata costruzione del socialismo. Che parta naturalmente da una
meticolosa analisi delle cause del fallimento di quello realizzato nel
'900. Questa è la sola strada per fermare la devastazione del rapporto
tra la società umana e la natura che, alla fine, vedrà sicuramente
perdente la prima.
A volte aiuta guardare il mondo, le assurde accumulazioni di
ricchezza e benessere, contrapposte alla miseria e all'inquinamento di
massa, con gli occhi di un puffo. Fa vedere che la trasformazione di
ogni bene e di ogni relazione sociale in merce non è solo una
mostruosità per il mondo delle favole, ma anche per quello reale.
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