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di Andrea Ricci Non è un caso che il terremoto che sta sconquassando il capitalismo
italiano abbia come epicentro il sistema bancario. Fin dalle origini
dello sviluppo industriale del nostro Paese, le banche hanno
rappresentato il baricentro attorno al quale si sono fatti e disfatti
gli equilibri del potere economico. Nell'ultimo quarto del XIX secolo
i massicci investimenti necessari all'avvio dell'industrializzazione
determinarono una cronica scarsità di capitali, che poté essere
colmata soltanto dall'afflusso di capitale estero. Per tale ragione le
principali banche italiane rimasero per molti decenni poco più che
delle grandi filiali di istituti finanziari francesi e tedeschi. Gli
assetti proprietari del grande capitale industriale furono così
fortemente condizionati dalla rete di alleanze finanziarie costruite
intorno alle banche straniere. La situazione mutò soltanto negli anni
Trenta quando, a seguito del crollo del sistema creditizio, le banche
divennero di proprietà pubblica. Per oltre mezzo secolo gli equilibri
interni del capitalismo privato italiano furono allora garantiti dal
capitale pubblico, che sostituì quello estero nella funzione di
bilanciamento e di composizione degli interessi delle grandi famiglie
industriali, come mostra il ruolo strategico avuto da Mediobanca, una
creatura dell'Iri.
Tutto cambiò di nuovo radicalmente a partire dagli anni Novanta con
la privatizzazione del sistema bancario. Il disegno strategico che
stava dietro quella scelta, compiuta in assenza di grandi soggetti
imprenditoriali privati in grado di assumersene l'onere, mirava a
trasferire la proprietà delle banche a grandi fondi di investimento
istituzionali, che sarebbero dovuti nascere a seguito della
privatizzazione del sistema previdenziale e di welfare. Questa
prospettiva trovò allora particolari consensi nell'ambito della
sinistra moderata perché evocava l'avvento di una nuova era di
"capitalismo popolare". In realtà, il segno dell'operazione era dato
dalla volontà di far acquisire fittiziamente al capitale privato
nazionale una condizione di autosufficienza, liberandolo dai
precedenti vincoli posti dal capitale straniero prima e da quello
pubblico poi. Tuttavia, le resistenze politiche e sociali da parte di
un movimento operaio non del tutto annientato e poi l'esplosione della
bolla speculativa borsistica impedirono il compimento del progetto.
Le banche italiane, in assenza di precisi riferimenti proprietari,
si sono così improvvisamente ritrovate "senza padroni", proprio mentre
la crisi delle grandi famiglie e il declino della grande impresa
rendevano il sistema produttivo sempre più dipendente dai loro voleri.
È qui che si compie, sotto la direzione di Fazio, la mutazione
genetica della Banca d'Italia, la quale ha tentato di colmare il vuoto
lasciato dalla politica, trasformando l'autorità di vigilanza in
organo di direzione strategica dell'intero sistema creditizio e
assolvendo così a tipiche funzioni proprietarie. L'ottica con cui la
Banca d'Italia ha guidato la ristrutturazione bancaria è stata
finalizzata esclusivamente al miglioramento dell'efficienza aziendale,
realizzata attraverso una colossale opera di concentrazione, al fine
di rendere il sistema bancario nazionale competitivo nel nuovo mercato
europeo, che si andava formando con la liberalizzazione finanziaria e
con l'unificazione monetaria. Questo orientamento della politica
creditizia ha contribuito a rafforzare le tendenze al declino
produttivo, perché la ricerca ossessiva di una maggiore redditività
aziendale di breve periodo da parte delle banche ha comportato
un'ulteriore spinta alla finanziarizzazione dell'intero sistema
economico.
Tuttavia, alla fine, la logica autoreferenziale che ha dominato il
sistema bancario italiano sotto la guida di Fazio ha prodotto i germi
della propria crisi. Infatti, il crollo verticale dell'apparato
industriale ha minato la stessa fattibilità dell'ambizioso disegno
perché, non disponendo di un retroterra strutturale in grado di
metterle al riparo dalle periodiche fasi di instabilità dei mercati
finanziari, le banche nazionali non possono raggiungere quelle
dimensioni minime necessarie per competere con i colossi europei. Ecco
allora che il sistema bancario italiano ha assunto una connotazione
sempre più speculativa fino allo scoppio di una serie di scandali di
enormi dimensioni (Cirio, Parmalat, Argentina). Si è aperta allora una
convulsa fase di sotterranea ribellione tanto che, di fronte al
fallimento del progetto originario, le maggiori banche hanno
cominciato a dotarsi di proprie autonome strategie di adattamento al
nuovo scenario competitivo, svincolandosi dalla regia di Fazio e
rinunciando agli ambiziosi propositi iniziali.
È a questo punto che il sistema bancario italiano è tornato ad
essere terreno di caccia del capitale straniero. In questa nuova fase
l'unico ruolo che ancora Fazio può giocare è quello di determinare
quale componente del capitale europeo vincerà la partita italiana. A
questo proposito due sono le strategie in campo: da un lato quella di
una piena e completa integrazione operativa e gestionale degli
istituti bancari, da operare con un graduale processo di fusioni
aziendali miranti a costituire dei "campioni europei" del credito;
dall'altro lato quella di un tradizionale controllo indiretto del
capitale estero sulle banche italiane, che consentirebbe di mantenere
una segmentazione, sia pur parziale e ridotta, dei sistemi bancari
nazionali. La prima opzione, perseguita sia da Abn Amro sia dal Banco
di Bilbao, punta a far nascere poche grandi banche europee in grado di
lanciare la sfida sul mercato mondiale ai colossi americani e
giapponesi; la seconda opzione, favorita dalle banche inglesi e
tedesche, punta ad un accordo con il capitale finanziario americano
sulla base della rinuncia europea a svolgere un ruolo globale, in
cambio di una garanzia di mantenimento del predominio
sull'intermediazione finanziaria dentro l'Ue. Naturalmente, queste
diverse opzioni hanno immediate ripercussioni sul ruolo futuro della
Banca d'Italia, poiché essa potrebbe mantenere un autonomo potere
soltanto nel secondo caso, mentre nel primo sarebbe inevitabile che,
al processo di unificazione delle funzioni monetarie, segua un
processo di unificazione delle attività di vigilanza in capo alla Bce,
come avvenuto nel caso della Fed.
Le partite Antonveneta e Bnl si giocano su questo terreno. Esse non
concernono quindi lo scontro tra un nuovo e rampante capitalismo
nazionale in cerca di autonomia e un vecchio capitalismo ormai
subalterno al capitale straniero. Entrambe le vicende derivano da uno
scontro interno al capitale globale e tutti gli attori nostrani sono
soltanto delle pedine con scarsa o nulla autonomia strategica. Alcuni
di essi, sotto la regia di Fazio, sostengono l'ipotesi "americana";
altri, fra cui alcuni "nomi buoni" del capitalismo italiano,
propendono per la soluzione "europea". Le notizie sull'esistenza di
uno stretto legame tra Fiorani e Ricucci da una parte ed alcuni
esponenti di primo piano dell'opzione filoamericana, come Berlusconi e
Agag, dall'altra, confermano questa lettura. Tuttavia, in entrambi i
casi non ci sarà alcuno spazio per un ruolo autonomo delle nostre
banche, destinate o ad essere assorbite in grandi istituti europei o a
diventare di fatto filiali operative di banche inglesi, tedesche o
francesi. È infatti ormai evidente che imprenditori, banchieri e
tecnocrati si sono rassegnati al ruolo di comparse secondarie in un
copione stabilito da altri, accettando così una collocazione
subalterna e periferica per l'intera economia italiana.
È in questo quadro che la politica deve riacquistare il suo ruolo
democratico. Questo non vuol dire il ritorno a vecchie pratiche
nazionaliste e patriottarde. Il processo di integrazione europea è
ormai un dato irreversibile della realtà e costituisce il terreno
principale di lotta per la sperimentazione di un nuovo modello
economico alternativo al neoliberismo. Ma nemmeno vuol dire
schierarsi, come pure è stato fatto in entrambi gli schieramenti
politici, da una parte o dall'altra dei contendenti. Il compito della
politica attiene alla definizione degli indirizzi strategici e delle
scelte di fondo che devono essere assunte per le esigenze di sviluppo
economico e sociale del nostro Paese e dell'Europa. E la premessa
indispensabile alla riconquista di uno spazio democratico, autonomo
dagli interessi del grande capitale globale, passa necessariamente per
l'avvio di una nuova fase di programmazione e di intervento pubblico
nell'economia.
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