TRACCIA INTRODUZIONE DI GIORGIO CREMASCHI

ASSEMBLEA RETE 28 APRILE DEL 15 LUGLIO 2005

 

La strage terroristica a Londra, le minacce che gravano su tutti noi, ci ripropongono la necessità di impegnarci con forza contro la spirale guerra-terrorismo, che incombe sulle nostre vite, sulle nostre democrazie, sul nostro futuro.  La risposta è prima di tutto la pace “senza se e senza ma”. Questo significa il rifiuto della guerra in Iraq e il ritiro delle truppe. Ma anche dire no, per il passato e per il futuro, a guerre come quella per il Kossovo. La Cgil deve rifiutare la guerra in quanto tale, e deve dirlo con chiarezza a tutti i governi.

La pace è un valore assoluto ma non c’è pace senza giustizia. Per questo la Cgil deve agire nella Ces e nella Cisl internazionale, affinché il movimento sindacale, a livello globale, agisca per affermare i principi di un nuovo modello di sviluppo mondiale, alternativo a quello liberista. Tutto questo significa essere profondamente legati ai nuovi grandi movimenti di massa, che  da Seattle in poi lottano per un altro mondo possibile.

 

Occorre cambiare profondamente il giudizio sull’Europa. L’Unione europea che si va costruendo non è amica del mondo del lavoro. Essa rischia di essere invece la sede nella quale si sperimentano le politiche liberiste e si tenta di essere competitivi con il modello sociale americano sul suo stesso terreno. La direttiva Bolkestein e quella sull’orario di lavoro sono esempi di una politica comunitaria tesa a distruggere i diritti dei lavoratori. Il progetto di Convenzione europea, erroneamente chiamato Costituzione, è uno strumento per realizzare queste politiche liberiste nell’Unione, che producono insicurezza, disaffezione, e xenofobia. Per questo è necessaria la lotta, da un punto di vista democratico avanzato,  contro questa politica dell’Europa ed è per questo che salutiamo con gioia il no della Francia e dell’Olanda al trattato europeo. Vogliamo essere con quei movimenti che si preparano a costruire in Italia una mobilitazione analoga a quella francese e olandese.

Una nuova Europa antiliberista, che si affranchi dai vincoli di Maastricht e del patto di stabilità, deve essere l’obiettivo di fondo del movimento sindacale nel nostro paese e in tutto il continente.

 

Quando abbiamo iniziato questo percorso abbiamo posto sostanzialmente tre questioni:

 

1)           che la crisi industriale ed economica nonché le lotte di questi ultimi anni, mettevano in crisi il disegno berlusconiano di una rottura da destra del quadro concertativi degli anni ’90, rilanciando la politica di patto sociale.

2)           Che il possibile ed auspicabile successo della coalizione di centro sinistra avrebbe riaperto la questione del rapporto tra sindacato e schieramenti politici, proponendo il nodo dell’indipendenza del sindacato dai governi”amici”.

3)           Che la situazione complessiva del mondo del lavoro è drammaticamente peggiorata. E pertanto si pone la questione di un bilancio del movimento di lotta di questi anni, in funzione di un rilancio dell’iniziativa rivendicativa sul salario e sulle condizioni di lavoro, contro la precarizzazione, per la piena occupazione e lo stato sociale.

 

L’intreccio tra crisi economica, crisi politica, crisi sociale ci portava a sostenere che il congresso della Cgil avrebbe dovuto essere svolto prima di tutto sui temi dell’iniziativa sindacale, che tornavano centrali dopo la dura lotta di opposizione alla politica di Berlusconi.

 

Abbiamo sintetizzato il nodo del congresso nella domanda: nella nuova situazione che si va delineando la Cgil torna ad una politica di concertazione e patto sociale Si o No?

 

Questo è il nodo politico del congresso dal quale si dipanano tutte le scelte. Se il periodo che abbiamo passato, gli accordi separati, l’attacco antisindacale del governo, è stato solo una “nottata”, come disse Claudio Sabattini, da passare; allora non c’è dubbio, si torna alla politica precedente, quella attuata “regnando” i governi di centrosinistra. Se invece siamo entrati in una fase nuova ove non c’è alternativa all’organizzazione del conflitto sociale, se non con politiche di patto sempre più negative per i lavoratori, e foriere di burocratizzazione per il sindacato e la sua vita democratica.

 

E l’organizzazione del conflitto deve considerare le lotte di questi anni non una parentesi, ma l’annuncio, incompleto, ma chiaro, di una nuova fase della politica sindacale.

 

Di fronte a questa impostazione ci è stato detto che guardavamo all’indietro, che era inutile parlare di 23 luglio, il problema era come condizionare da sinistra l’alleanza di centrosinistra.

Questa impostazione del congresso si è rivelata superata dai fatti. Uscirà il documento della Confindustria sul sistema contrattuale, con al centro l’attacco al contratto nazionale. La Cisl è disponibile, con la Uil, ad una trattativa centralizzata che scriva un nuovo patto, con i padroni, intanto, visto come sono stati scottati dai patti con questo governo. Addirittura la Cisl lancia un ultimatum, a settembre farà da sola se la Cgil non cede. Altro allora che sguardo rivolto al passato, è il passato che ritorna, nel modo peggiore, proponendo la ricontrattazione al ribasso del 23 luglio, come condizione per uscire dal blocco contrattuale che colpisce i metalmeccanici, gli alimentaristi e tanti altri, blocco che non è certo stato scalfito dall’accordo del Pubblico impiego, che non è stato sottoposto a referendum.

 

Insomma la questione sindacale, non l’alternanza a Berlusconi, è il centro oggettivo del congresso, i fatti ci hanno dato ragione.

 

E questo anche perché si sta delineando un processo di riorganizzazione dei poteri capitalistici che, tra declino e conflitti, comincia a far intravedere una linea di sbocco alla crisi. Quella che sul piano politico viene chiamata neocentrismo e sul piano sociale patto per la competitività.

 

Stiamo andando verso una ristrutturazione che, ove resta il lavoro, lo rigoverna con più flessibilità, più discrezionalità retributiva, meno contrattazione.

Al centro di questi processi c’è l’attacco al contratto nazionale. Esso non è un espediente tattico, esso è l’architrave di un progetto di ristrutturazione del capitalismo italiano in crisi, che così cerca un nuovo equilibrio economico e sociale. Nella sostanza il capitalismo italiano tenta di ricostruire una propria competitività attraverso tre direttrici di fondo:

 

-                     la richiesta di un nuovo protagonismo dei poteri pubblici nelle scelte economiche, a sostegno della competitività delle imprese;

-                     la devoluzione di risorse pubbliche e sociali verso l’impresa e il mercato, con liberalizzazioni, privatizzazioni, defiscalizzazioni ad hoc;

-                     la messa in discussione del sistema contrattuale e dei diritti ad esso connessi, però in un quadro di concertazione e patto sociale con il sindacato.

 

Nella sostanza si abbandona il liberismo di Berlusconi sul piano economico, mentre si vuole ancor più liberismo sul piano sociale.

 

Queste direttrici di marcia segnano la Confindustria di Montezemolo, rispetto alla quale la Cgil ha espresso prima giudizi positivi incauti, poi confuse e contraddittorie valutazioni.

Siamo di fronte a un processo di riorganizzazione del capitalismo italiano, che avviene anche con conflitti tra sistema bancario e sistema industriale, fra settori e settori, tra vecchie famiglie e rampanti, nel quadro della globalizzazione. Questi conflitti ci sono tutti, ma nessuno dei contendenti rappresenta un’innovazione positiva sul piano politico e sociale. Si potrebbe dire che litigano tutti tra loro su tutto, ma su una cosa sono d’accordo: che i salari contrattati debbano essere sempre più bassi, che i lavoratori debbano pagare di più, che la spesa pubblica sociale debba ridursi a favore del mercato, che l’occupazione debba essere sempre più precaria e flessibile.

Per queste ragioni riteniamo improponibile la riproposizione del patto sociale. Essa, quale che sia il governo in carica, riproporrebbe una politica di scambio a danno dei diritti e delle conquiste dei lavoratori. Qualche giornale ha scritto che la posizione della sinistra sindacale è quella di rinviare la definizione di un nuovo patto a quando sarà al governo il centro-sinistra. Questa, semmai, sarà la posizione del centro sindacale. Quella della sinistra non può che essere no a un nuovo patto, indipendentemente,  da chi è al governo.

La Confindustria prepara un documento che, da quanto preannunciano prese di posizioni della Federmeccanica e di altri esponenti del mondo delle imprese, sarà una messa in discussione di ciò che resta della libertà di contrattazione nel nostro paese. L’attacco è sul salario, sugli orari, sulle condizioni di lavoro. E è fatto in nome della crescita del potere delle imprese di decidere senza contrattazione su tutto. A questo si aggiunge il tentativo di definire quello che il vicepresidente della Confindustria chiama “nuovo patto costituzionale”. Cioè la messa in discussione del diritto di sciopero, della libertà d’azione sindacale nei luoghi di lavoro, della natura democratica e negoziale del sindacato attraverso l’arbitrato e gli enti bilaterali.

Le disponibilità espresse dalla Cisl a questa impostazione dimostrano che siamo alla vigilia di una nuova fase di pesante crisi sul piano dei rapporti unitari, che potrà essere solo accresciuta dal fatto che si continua a non voler accettare il voto democratico dei lavoratori come il solo strumento per affrontare le differenze tra i sindacati. Le disponibilità della Cisl verso l’impianto autoritario della Confindustria, ci dicono che il ritorno all’unità, dopo il fallimento del Patto per l’Italia, è stato soprattutto un fatto tattico, dovuto al fatto che le lotte della Cgil e della Fiom avevano sconfitto un disegno di divisione sindacale. Ma questo fatto tattico non ha prodotto un’innovazione strategica di fondo, oggi sulle questioni sindacali la diversità con la Cisl è persino aumentata.

Per tutte queste ragioni riteniamo che non sia proponibile un nuovo negoziato centrale sul sistema delle regole.

Abbiamo espresso ed esprimiamo un giudizio conclusivamente negativo sul patto del 23 luglio, riteniamo necessario che ci si debba uscire dai vincoli, dai lacci e lacciuoli che soffocano la contrattazione, ma non pensiamo che lo si debba fare attraverso un nuovo accordo quadro centralizzato. Dal protocollo Scotti, del 1983, in poi questi patti hanno solo peggiorato i diritti e le condizioni contrattuali precedenti. Oggi la merce di scambio per il nuovo patto sarebbe l’allungamento a tre anni delle decorrenze contrattuali, la riduzione della copertura salariale del contratto nazionale, la contrattualizzazione della Legge 30 e delle altre leggi sul lavoro del governo Berlusconi, la flessibilità obbligatoria. A tutto questo diciamo no e per questo riteniamo conclusa questa fase dei patti e riteniamo che si debba ricostruire la contrattazione attraverso le vertenze nazionali e aziendali, forzando progressivamente i limiti degli accordi quadro e fuoriuscendone con una pratica sindacale fondata sul conflitto e la democrazia.

Al centro di questa nostra politica sta l’idea che il contratto nazionale deve abbandonare i vincoli determinati dall’inflazione e dalla produttività, e rivendicare  l’aumento dei salari reali e la redistribuzione della ricchezza, sulla base di richieste decise con un’autonoma valutazione del sindacato democraticamente condivisa dai lavoratori.

Vogliamo aprire la discussione su garanzie automatiche per le retribuzioni e su forme di reddito garantito, sulle quali c’è un’iniziativa di mobilitazione in Lombardia.

 

L’altro grande pilastro che deve reggere il contratto nazionale è la lotta alla precarietà. Questa deve determinare una lunga fase nella quale si opera per ridurre incertezza e flessibilità del lavoro, per dare sempre più centralità e forza al rapporto di lavoro a tempo indeterminato e per ricominciare ad affrontare il degrado delle condizioni di lavoro.

Bisogna ricominciare a parlare in alternativa alla flessibilità di riduzione degli orari ridando cittadinanza alla richiesta delle 35 euro.

 

Un diverso modello di sviluppo è l’obiettivo fondamentale su cui impegnare l’iniziativa della Cgil e di tutto il movimento sindacale. Questo significa in primo luogo partire dalla realtà sociale concreta del paese, dalle diversità nello sviluppo e dal degrado di intere aree del Mezzogiorno. Si deve affermare l’obiettivo di una crescita giusta, compatibile con l’ambiente e con i diritti delle persone. Tutto questo non può avvenire subendo l’attuale ideologia della competitività, che impone la messa in vendita delle persone, dei sistemi economico-sociali, di interi territori. Occorre invece affermare l’esigenza di una crescita che garantisca servizi e diritti avanzati in tutto il paese. Il fallimento di un’intera classe industriale italiana, nelle sue strategie competitive fondate sulla compressione del costo del lavoro e dello stato sociale, implica che si scelga davvero una strada diversa da quelle seguite negli ultimi vent’anni. Non si tratta quindi solo di cambiare politica rispetto alle scelte dell’attuale governo di destra, ma anche rispetto a quelle dei governi di centrosinistra. La crisi industriale, a partire dalla Fiat, deve diventare un punto centrale delle politiche economiche del paese. Occorre fermare i processi di delocalizzazione e i licenziamenti, investire nella ricerca e nello sviluppo. In questo senso le direttrici di fondo su cui agire sono:

 

-               lo sviluppo sociale e della qualità della vita del Mezzogiorno come condizione per lo sviluppo di tutto il paese;

 

-               una politica economica ed industriale governata da una programmazione economica nella quale abbia un ruolo centrale l’intervento pubblico, a partire dalla Fiat. La programmazione deve intervenire a tutela dei grandi settori strategici: trasporti, energia, comunicazioni, ricerca scientifica, con una politica che in questi settori ponga fine alle liberalizzazioni e al mercato. Sono necessari vincoli posti dal potere pubblico rispetto alle multinazionali e politiche di penalizzazione per le delocalizzazioni.

 

-               una scelta di qualità della vita e per il risanamento ambientale, nei grandi centri urbani e nel territorio, affrontando i problemi del traffico, dell’abitazione, dei servizi, allargando  la sfera pubblica e la sfera sociale in alternativa a tutti i processi di privatizzazione.

 

Per finanziare questi processi occorre agire decisamente sulla leva fiscale, colpendo l’evasione, la ricchezza, i grandi patrimoni. Non c’è modello di sviluppo avanzato e sistema di benessere diffuso senza un fisco giusto e profondamente progressivo.

 

L’ambiente e la salute dei lavoratori

Ci sono priorità dalle quali anche il sindacato non può prescindere nella sua azione rivendicativa. Tra queste priorità c’è la difesa dell’ecosistema, delle risorse naturali e dei beni non rinnovabili tra cui di basilare importanza l’acqua e il diritto di accesso a questo bene che va tutelato e garantito.

 

E’ oggi fondamentale la questione delle fonti di energia, con l’impegno per l’adozione di tutte le fonti di energia pulita e di contrasto all’uso e abuso delle fonti inquinanti: idrocarburi, carbone ecc. Diciamo no al ritorno del nucleare. L’ambiente è prima di tutto ambiente di lavoro e uno degli impegni prioritari riguarda la tutela della salute dei lavoratori: non si deve più contrattare la monetizzazione della salute.

 

Bisogna difendere, sviluppare, estendere le garanzie, le tutele e i diritti dello stato sociale.

L’Italia spende meno della media europea per la sicurezza e lo stato sociale. Per questo si deve pensare a un aumento della spesa pubblica sociale, fermando i processi di privatizzazione e liberalizzazione. Anche qui decisivo è il ricorso alla leva fiscale.

 

La scuola, la formazione e la cultura devono essere sottratti al dominio del mercato. Va abrogata la controriforma del governo di destra (legge Moratti), ma senza fermarsi di fronte alle riforme sbagliate del centrosinistra. L’aziendalizzazione del sistema scolastico è oggi l’avversario principale di ogni tentativo di rendere effettivamente fruibile per tutti il diritto allo studio e il diritto a una formazione permanente.  Da questo punto di vista la stessa ideologia competitiva varata dall’Europa a Lisbona, danneggia l’istruzione. La scuola è un fattore di crescita delle persone e del sistema sociale, non può essere ridotta a un fattore di competitività economica. L’obbligo alla scuola pubblica, e non alla formazione professionale, fino a 18 anni d’età è la base per qualsiasi rafforzamento del sistema scolastico italiano. L’università deve tornare ad essere sede di ricerca e di diffusione di cultura e deve essere sottratta al dominio incrociato di burocratizzazione baronale e poteri dell’imprese.

 

Bisogna garantire il diritto a un sistema sanitario e a un sistema pensionistico pubblici per tutti i cittadini italiani e per tutti i migranti. Anche qui, non si tratta solo di combattere le controriforme della destra, ma di risalire a quelle scelte di privatizzazione e a quei cedimenti al mercato selvaggio, che si sono avviati durante i governi di centrosinistra. Bisogna finanziare la sanità per tutti con le tasse e non con i ticket. Il Tfr non può andare ai fondi pensione senza adeguata compensazione per i lavoratori, che perdono una mensilità intera della loro retribuzione. Occorre riportare tutto il sistema pensionistico dentro il sistema pubblico, per garantire soprattutto alle nuove generazioni una pensione adeguata. Inoltre va attuata una grande mobilitazione per impedire il passaggio automatico del Tfr nei fondi pensione integrativi, tramite la regola del “silenzio-assenso”, scelta sbagliata che contrasteremo.

 

Bisogna garantire il diritto alla casa. Vanno bloccati gli sfratti e bisogna rilanciare un piano di edilizia popolare, di lotta alla speculazione edilizia, di affitto delle case a basso costo, in particolare per i bassi redditi, i giovani, i migranti e gli studenti. La questione della casa è diventata drammatica soprattutto nei grandi centri urbani e diventa una delle questioni centrali sia in una nuova politica sociale antiliberista, e deve impegnare il sindacato a una nuova iniziativa di mobilitazione e lotta.

 

Il rilancio dell’iniziativa di lotta è oggi fondamentale. Questo in primo luogo nei confronti di un governo che, benché in stato di precarietà politica, continua a minacciare i diritti e le stesse regole democratiche del paese. La nuova legislazione in materia di lavoro, istruzione, previdenza, immigrazione, comunicazione, magistratura, assetto istituzionale e costituzionale, mette in discussione i fondamenti del modello di democrazia così come costruito dalla Carta Costituzionale del 1947. Tutta questa legislazione va abrogata.

Ma oltre alla lotta generale è necessario far crescere il conflitto diffuso. In primo luogo per difendere l’occupazione, i diritti delle persone, la sicurezza e la salute nelle città e del territorio. Da Melfi, agli autoferrotranvieri, a Scansano, a Terni, questi anni sono stati segnati da movimenti di lotta radicali che, proprio grazie alla partecipazione e alla convinzione di chi lottava, sono riusciti a cambiare i rapporti di forza. La Cgil deve porsi come obiettivo fondamentale quello della costruzione e della durata nel tempo dei movimenti di lotta. Senza il conflitto sociale nessuno degli obiettivi del lavoro è oggi realizzabile. La Cgil deve partecipare al nuovo movimento che si sviluppa contro la precarizzazione da parte di nuovi soggetti del lavoro. L’Euromayday è stato un appuntamento di grande significato ed è interesse della Cgil dare continuità a un rapporto tra nuovi movimenti e organizzazioni sindacali tradizionali.

 

Per tutte queste ragioni riteniamo fondamentale affermare le ragioni stesse con le quali abbiamo dato nome alla nostra iniziativa. La democrazia e l’indipendenza del sindacato sono le condizioni per affrontare questa nuova fase. Indipendenza perché il sindacato deve essere soggetto solo al mandato e all’elaborazione che costruisce con i lavoratori. Il sindacato non è una istituzione che sta sopra le parti, rappresenta gli interessi di una parte sola, il lavoro, e per questo non può accettare di essere imbrigliato nei meccanismi della politica o in quelli delle imprese. Non siamo nella stessa barca. Il sindacato contratta e confligge, indipendentemente dai governi, che possono essere avversari, ma mai amici. E lo fa senza subalternità al mercato e alla politica delle imprese.

Ma per fare questo il sindacato ha bisogno della democrazia e della partecipazione, cioè del fatto che siano i lavoratori a decidere davvero sulle sue scelte. Per noi il voto dei lavoratori, il referendum su piattaforme e accordi, il fatto che si sia disponibili a dare ruolo alle Rsu superando la vergogna del terzo garantito, la partecipazione diffusa alle scelte sindacali sono le premesse, e non le conseguenze dell’unità. In questi anni abbiamo visto che gli accordi unitari di vertice riducono partecipazione e democrazia. Mentre l’iniziativa dal basso, come è avvenuto in certe lotte nell’esperienza della Fiom, può creare le condizioni per allargarla. Lottiamo per una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale-

Questo congresso è dunque per noi un’occasione fondamentale per permettere alla Cgil di compiere, nella partecipazione e nella democrazia, alcune scelte di fondo.

E’ necessario che nella Cgil pesi con forza una pratica anticoncertativa fondata sulla democrazia sindacale. Nel congresso proponiamo a tutti coloro che sono interessati a  contrastare lo scivolamento verso un nuovo patto sociale, di condurre una battaglia comune, anche nelle differenze su altri giudizi. Siamo quindi disposti, se il regolamento lo consentirà e se sarà garantito senza senza se e senza ma il pluralismo, tutelando la libertà di scelta a tutti i livelli dell’organizzazione, a definire posizioni che non rappresentino tutto il nostro pensare e sentire, a condizione che gli iscritti siano chiamati a decidere con chiarezza sulle questioni di fondo che la Cgil avrà ad affrontare. Concertazione e contrattazione, democrazia e indipendenza sindacale. Su questo l’esperienza di questi anni ha mostrato esistere, nella pratica e nella teoria, idee e culture diverse. Niente di male, purché esse siano portate con chiarezza agli iscritti. La cosa peggiore per la Cgil sarebbe fare un congresso di finta unanimità, che lasciasse le questioni di fondo, cosa fare con la Confindustria, con Cisl e Uil, con il governo, fuori dal dibattito e dalle decisioni reali degli iscritti.

Accanto a questo vogliamo però far valere il risultato dell’esperienza di questi mesi. Abbiamo raccolto una domanda forte di partecipazione dentro la Cgil, che ha segnalato la crisi del sistema fondato sulle aree. Dopo il congresso il vecchio modello ad aree non ci sarà più. Questo implica una fase nuova. Noi proponiamo di continuare questa esperienza della Rete facendola diventare un momento di autorganizzazione, parola prevista nello Statuto, dei militanti della Cgil per condurre assieme battaglie di fondo nella vita interna dell’organizzazione e anche tra i lavoratori.