Il Lavoro, la Rendita e la…. Costituzione.

Di Antonio Castronovi

 

Articolo pubblicato sulla rivista Il Ponte,  Luglio 2005  n.7

 

 L’Italia è diventata un paese di rentier? A leggere i dati della Banca d’Italia, del Rapporto Istat e quelli recenti del Censis sembra proprio di sì.

Una massa enorme di liquidità arricchisce una minoranza di famiglie e di nuovi imprenditori immobiliaristi, mentre cresce la disuguaglianza sociale, l’economia del paese è sull’orlo del baratro e i conti pubblici sono fuori controllo.

Gli industriali accusano i detentori delle rendite di sottrarre risorse allo sviluppo e i banchieri accusano l’impresa di non investire e di non innovare.

È tornato così di moda nel dibattito politico ed economico del nostro paese, la questione della  tassazione o meno delle rendite finanziarie e della rendita che penalizzerebbe i profitti e gli investimenti produttivi. L’unica proposta che viene, però, paradossalmente avanzata riguarda invece l’abolizione dell’IRAP per tutte le imprese, si suppone anche di quelle finanziarie, senza spiegare chiaramente agli italiani dove trovare i soldi che oggi finanziano la sanità pubblica, trovando l’accordo di tutti, anche di quelli che pagheranno le spese, anche se ancora non lo sanno.

Secondo il Rapporto Istat 2004, lo sgravio d’imposta sui redditi ottenuto con i due moduli della riforma fiscale, nel 2003 e nel 2005, ha premiato il 30% degli italiani più ricchi ai quali sono andati circa 5,4 miliardi di euro pari al  50% delle risorse stanziate,   mentre 2 milioni di incapienti non hanno ricevuto nulla né col primo e né col secondo modulo: troppo poveri per essere presi in considerazione.

La condizione dei lavoratori si fa sempre più pesante, i redditi reali si riducono, aumentano le fasce di povertà e l’area del disagio sociale,  i contratti di lavoro non vengono rinnovati con la dovuta  regolarità e il fisco premia i soliti noti.

Ma l’Italia è ancora una  Repubblica democratica fondata sul lavoro, così come cita l’artico 1 della nostra Costituzione?

Vive ancora questo spirito costituzionale nella sfera della rappresentanza politica e istituzionale?

Com’ è collocato il lavoro nella scala  dei valori della società  e della produzione?

 Se guardiamo alla distribuzione del reddito e ai rapporti di potere in essere tra le classi sociali, possiamo affermare che la nostra repubblica è fondata oggi sulle rendite, sui patrimoni e su un  lavoro insicuro e precario.

È cambiata la costituzione materiale del paese.

Le forze storiche che hanno data vita alla Costituzione non esistono più e comunque non hanno più il lavoro e le sue istanze di emancipazione sociale tra i suoi fini e obiettivi identificativi. Il peso e il ruolo delle classi lavoratrici nella sfera della rappresentanza politica ne risultano così fortemente indeboliti.

Il sistema della rappresentanza politica ha di fatto espulso le classi lavoratrici dalla sua sfera e il lavoro è ormai diventato una funzione dell’impresa.  È solo una merce che deve essere disponibile alle migliori e più convenienti condizioni per chi la utilizza. Bassi salari e precarietà sono i tratti che accomunano le diverse condizioni del lavoro dipendente oggi nel mondo e in particolare nel nostro paese, e questa sua condizione accomuna categorie, settori, competenze e fasce professionali diverse: dai lavori più professionalizzati, ai laureati, fino a quelli più umili.

 Tutto questo viene giustificato dalla cultura dominante, anche “progressista”, come parte del processo di “grande trasformazione” del lavoro, legato alla ineluttabile “modernizzazione” trainata dallo sviluppo storico delle forze produttive e delle tecnologie.

 Perciò sarebbe antistorico combattere e rifiutare le conseguenze inevitabili di tale modernità,  la flessibilità del lavoro e del ciclo produttivo, di cui la precarietà rappresenterebbe solo una deformazione della necessaria divisione tra lavoro stabile e lavoro flessibile.

A dimostrazione del fatto che la precarietà sarebbe una manifestazione marginale del sistema, correggibile con provvedimenti e diritti specifici, come ad esempio gli ammortizzatori sociali, i “modernizzatori” vecchi e nuovi portano a supporto di tale tesi il fatto che l’85% della forza- lavoro nel nostro paese è ancora occupata con prestazioni a tempo indeterminato, sottovalutando il restante 15% di lavori precari e a termine, nonché  il lavoro nero e i circa due milioni di  lavoratori parasubordinati, e soprattutto il carattere di questa occupazione apparentemente stabile e sicura. Trascurano il confine labile che passa tra lavoro e non-lavoro e il fatto ormai che il lavoro e la sua retribuzione non consentono più il recupero dei costi della sua riproduzione sociale, come previsto invece dall’art.36 della Costituzione ancora in vigore. La novità significativa  è che chi  lavora non si assicura più automaticamente una condizione di vita autonoma e dignitosa per sé e la sua famiglia. Il lavoro non è più tratto distintivo d’inclusione sociale.

In realtà è l’insicurezza la chiave interpretativa della condizione attuale del lavoro. Continua a ridursi l’occupazione nella grande impresa, aumenta il ricorso alla CIGS, si riduce la quota del nostro mercato estero, che una volta trainava lo sviluppo del paese, il reddito medio degli italiani è tornato quello di trent’anni fa e il nostro paese vive un processo inarrestabile di crisi del suo patrimonio produttivo e industriale. La distribuzione della ricchezza prodotta  privilegia la rendita e i profitti: 10 punti di PIL trasferito in dieci anni dai salari ai profitti e alle rendite.

Le 40 società dell'indice S&P-Mib Italia hanno chiuso l'ultimo esercizio del 2004 con un balzo del 40% della loro redditività rispetto all’anno precedente, mettendo assieme 26,7 miliardi di profitti contro i 19,1 dell'anno precedente ( Fonte: La Repubblica, 30 Marzo 2005).

Il boom  dei profitti vede in testa l'Eni  con 7,2 miliardi di utili (20 milioni di euro al giorno).  I dieci istituti di credito dell'indice S&P-Mib hanno accumulato un risultato di 7,3 miliardi (+62% rispetto al 2003).

L’aumento degli utili avviene attraverso una riduzione dei costi  di gestione e  del personale  e col conseguente  innalzamento del valore delle azioni quotate in borsa, e non attraverso un aumento di effettiva capacità competitiva e di penetrazione nei mercati .

Da fonte Bankitalia ( ricerca Cgil) apprendiamo che la ricchezza netta  del valore del patrimonio immobiliare e della ricchezza finanziaria nel nostro paese, escludendo dal calcolo sia le abitazioni principali che le passività (mutui, prestiti),   equivale a 4.250 miliardi di Euro, tre volte il PIL!

Oltre il 45% di questa ricchezza è posseduta dal 10% delle famiglie italiane, e l ’1% delle più ricche è passata negli ultimi 10 anni dal  9 al 13% della ricchezza complessiva. La ricchezza netta detenuta dai lavoratori dipendenti nel decennio 1991-20002 si è ridotta di 10 punti rispetto a quella della media familiare, mentre quella degli operai in senso stretto nello stesso periodo è passata dal 63,9% al 37,7%.

 Dati confermati dal recente rapporto del Censis che stima che negli ultimi dieci anni la quota totale della ricchezza patrimoniale posseduta dal 5% delle famiglie più ricche è passata  dal 27% al 32 % del valore totale.

Questi dati sono impressionanti se paragonati ai recenti dati OCSE che vedono un paese in recessione. Se l’economia non cresce e le grandi imprese fanno profitti favolosi,  enormi ricchezze invece si trasferiscono verso i ceti redditieri e privilegiati, legati prevalentemente alla rendita finanziaria e immobiliare o al lavoro autonomo, che sfuggono ad una tassazione adeguata a causa anche di un sistema e di un prelievo fiscale iniquo. I redditi da lavoro dipendente costituiscono oggi circa il 46% del  PIL ma contribuiscono al gettito IRPEF per il ben 75%!

Gli stipendi invece dei113  managers e direttori generali delle prime  40 società italiane  dell’indice S&P- Mib, al netto delle stock option,  ammontano nel 2004 ( Fonte: Il Sole 24 Ore) a 206,74 milioni di euro lordi. Nel 2003 erano 159,52 milioni. In un anno la crescita è stata  di 46,79 milioni, +29,25%,  cioè  a un ritmo doppio rispetto all’indice S&P- Mib, con un  guadagno medio di  1,83 milioni di Euro a testa.

In un’economia in stagnazione-recessione, l’accumulazione dei profitti e la concentrazione della ricchezza generano povertà nell’abbondanza.

Com’è possibile tutto ciò? L’unica spiegazione plausibile può essere cercata con il cambiamento dei rapporti di potere fra le classi sociali, favorito dai processi di globalizzazione dell’economia e della finanza, dai processi di svalorizzazione e di immiserimento del lavoro, insieme al predominio che  le grandi imprese e i ceti redditieri hanno conquistato sugli Stati e sulla politica.

Mentre la rendita controlla le risorse finanziarie globali, la produzione di merci tende sempre più a terziarizzarsi, a frantumarsi e a delocalizzarsi  nei paesi di nuova industrializzazione, come Cina e India, o si delocalizza nei paesi dell’est europeo, provocando un gigantesco dumping sociale globale che destruttura i diritti del lavoro e di cittadinanza in particolare  nella vecchia Europa e mina il potere di coalizione e sindacale del mondo del lavoro sotto il ricatto permanente dell’occupazione.

La Cgil ha posto con forza il al centro dell’attenzione politica e della sua mobilitazione sociale in questi anni  il tema dei diritti del lavoro e del declino economico e industriale del nostro paese.

La nuova direzione di Confindustria dopo quattro anni di alleanza stretta con il Governo a sostegno  di politiche antisindacali e anti-Cgil in particolare, torna oggi a parlare di dialogo tra le parti sociali e di ritorno alla bontà del metodo concertativo abbandonato dal governo Berlusconi. L’obiettivo esplicito è quello di ritornare a politiche di controllo delle dinamiche salariali e del costo del lavoro aggiornando quelle sancite dal protocollo del luglio del ’93, che ormai hanno raschiato il fondo del barile.

Viene proposta con forza  un nuovo modello di relazioni sindacali e contrattuali che rafforzi il livello  territoriale, introduca un federalismo contrattuale come motore di una nuova accumulazione e di un nuovo sviluppo a partire dall’impresa e dal territorio, che punti al rilancio della competitività  attraverso una riduzione dei costi , a partire da quelli del lavoro.

Dentro questo scenario la funzione del lavoro rimane quella di sostegno all’accumulazione dei profitti d’impresa e ad una competizione sui costi, alimentando le politiche di dumping sociale che si praticano nell’economia globale.

 Dal declino industriale del paese e dalla logica ferrea della competizione globale non si può uscire però con politiche sociali che offrono meno diritti al lavoro e comunque affidandosi alla logica d’impresa. Questi anni hanno dimostrato il contrario: i profitti d’impresa, favoriti dalle politiche di “sacrifici” da parte del mondo del lavoro, sostengono lo sviluppo della rendita finanziaria  e immobiliare, una occupazione precaria e con bassi salari,  e non  gli investimenti produttivi e quelli in innovazione e ricerca. Il surplus ricavato dal processo produttivo non viene reinvestito nel ciclo industriale, giudicato non adeguatamente remunerativo, ma viene dirottato nella rendita immobiliare e finanziaria,  nella scalata a banche e a gruppi editoriali, oppure ne paesi dove il costo del lavoro è molto più basso e conveniente.

Favorire i profitti d’impresa a spese della remunerazione del lavoro, significa dunque accompagnare inevitabilmente il declino economico e produttivo del paese e la sottomissione del lavoro a questo destino.

Del resto i paesi che si salvano o che resistono agli imperativi della competizione globale sono quelli che fanno ingenti  investimenti finanziari di  spesa pubblica nella ricerca, nelle spese militari e in settori protetti dalla competizione globale,  e non si affidano certamente alla cieca volontà del mercato. Sempre l’OCSE nel suo rapporto semestrale stima una crescita media nell’area UE del +1,2% per il 2005 e del  +2% nel 2006, mentre nei paesi scandinavi le previsioni sono di una aumento superiore alla media UE, pur  trattandosi di paesi  ad alta pressione fiscale, ampia spesa pubblica, forte protezione sociale, tanto da far dire all’OCSE, in contraddizione con l’ortodossia liberista, che   il “modello nordico” può essere una fonte di ispirazione. Per chi? per la Banca  Centrale Europea, per L’UE, o per la sinistra europea…? Questo non è dato saperlo!

Non è un caso che   la forza della economia americana si regge sui forti investimenti pubblici nelle spese e nella ricerca  militare, e sul controllo politico e militare delle risorse naturali globali, petrolio e acqua in primis, sulla privatizzazione e brevettazione delle conoscenze e dei saperi locali, a favore   delle grandi multinazionali, e che l’altro grande competitore globale è lo stato cinese che sostiene e finanzia lo sviluppo economico e  capitalistico della Cina.

Purtroppo in     Italia la politica si è immiserita ed ha perso la capacità progettuale di guidare l’economia e rischia di andare a rimorchio degli interessi  delle rendite varie.  Il ruolo del pubblico, anche per una certa sinistra, contrariamente ai paesi nordici, viene visto come sinonimo di inefficienza e di spreco per cui si invocano liberalizzazioni e privatizzazioni anche in quei settori pubblici che realizzano dividendi e bilanci positivi, come il caso di ENI o delle Poste.

Il legame virtuoso tra lavoro, democrazia e cittadinanza, fondativo del patto costituzionale, è in crisi. I ceti emergenti della globalizzazione non sono portatori di un progetto di società e di coesione sociale. Sono avidi, individualisti, egoisti ed estranei all’idea del bene comune.

La crisi della democrazia come portato dell’indebolimento del peso e del ruolo delle classi lavoratrici nello Stato chiama in causa il ruolo di una sinistra che non intenda rinunciare alla rappresentanza del lavoro come fonte della sua identità sociale e ad un progetto di società fondato sulla coesione, sull’equilibrio dei poteri, sulla solidarietà, sulla cittadinanza, sulla difesa dei beni comuni, sui diritti sociali. Il lavoro dipendente è una componente sociale fondamentale anche nella società cosiddetta postfordista e non è destinato a scomparire come avevano profetizzato i facili profeti  della fine del lavoro.

Il destino e il futuro della sinistra si gioca  sulla  sua capacità di riattualizzare i valori costituzionali e di  farsi carico  della responsabilità di organizzare e di rappresentare i “non proprietari” per riequilibrare il potere dei proprietari e dei possidenti, e quello tra lavoro e impresa, cioè di ridare anima   e  sostanza alla democrazia moderna.

 

 

Roma, giugno ’05