La Cgil verso il suo XV° congresso

Il dibattito che sta attraversando la Cgil in merito al suo prossimo congresso è quantomeno anomalo rispetto alla natura stessa di un congresso ed alle sue ragioni di fondo.Un congresso dovrebbe essere il luogo di un'elaborazione collettiva, di un bilancio critico della linea sostenuta in un rapporto democratico con gli iscritti e le iscritte, dovrebbe consentire  la costruzione di gruppi dirigenti espressione dei diversi orientamenti che sul merito si confrontano. Elementi questi ineludibili per qualificare un congresso che sia in grado di adeguare realmente la capacità di iniziativa contrattuale e sociale  ai compiti che la fase impone.

Ciò è ancora più vero se si considera quale è la condizione del lavoro oggi,quando per lavoro si intende la condizione materiale dei lavoratori e delle lavoratrici. In questo senso i processi di precarizzazione e di impoverimento salariale non sembrano arrestarsi, ed anzi appaiono destinati a trovare nuova linfa nella sistematizzazione di ulteriori pesanti subordinazioni agli interessi d'impresa, così come la Confindustria rivendica a gran voce, forte della legislazione del governo Berlusconi e delle significative disponibilità di Cisl e Uil.

Per queste ragioni riteniamo profondamente sbagliato che, da mesi, la discussione interna, anziché misurasi con i nodi di fondo della fase, si sia concentrata esclusivamente sulle forme del congresso ed in particolare rispetto alla possibile definizione di un unico documento congressuale, delle conseguenti regole per l’elezione dei gruppi dirigenti e di funzionamento del pluralismo interno.

Nello scenario che un arco di sensibilità assai eterogenee sostiene; dall’area moderata a Lavoro società-Cambiare rotta, passando da Epifani, il governo dell'organizzazione vorrebbe fondarsi su un grande e solido patto politico interno in grado di determinare gli equilibri e i  gruppi dirigenti sulla base del riconoscimento a tavolino del peso delle diverse sensibilità, a prescindere dagli iscritti e dalle  iscritte alla Cgil. Scenario questo che determinerebbe un pericoloso ritorno ad una Cgil organizzata per componenti o peggio per cordate.

Una prima obbiezione di fondo a questa prospettiva è relativa ai contenuti di un documento congressuale che dovrebbe tenere insieme chi si è sempre formalmente opposto alle politiche  concertative con chi ne sostiene tuttora la bontà e persino con chi oggi mostra disponibilità nei confronti delle spinte neocorporative di Cisl e Uil.

Esistono solo due possibili strade per realizzare l’unità interna di un’organizzazione sindacale: una è quella che passa attraverso l’elaborazione sul piano teorico-formale di una comune strategia sul terreno delle politiche contrattuali e sociali e che soprattutto si sostanzi in una pratica conseguente; l’altra è quella che si può realizzare esclusivamente nell’individuazione di un terreno comune che, per essere tale, deve fermarsi alla semplice elencazione di obbiettivi facilmente condivisibili, astratti da un bilancio rigoroso, ad esempio la difesa e l’incremento dei salari, un’enunciazione che formalmente trova posto anche nei documenti congressuali della Cisl, salvo poi sostenere, negli stessi documenti, un pesante ridimensionamento del contratto nazionale di lavoro.

Difficilmente la Cgil ricade nella prima ipotesi, considerato che la confederazione viene da una stagione fortemente contraddittoria, caratterizzata principalmente dalla insostenibile separazione tra le cose che si dicono e quelle che si fanno. Se davvero dentro la Cgil si è costruito un orientamento comune sulla grandi questioni che affliggono il lavoro perché non addentrarci oltre le parole d’ordine condivisibili? Come incrementiamo i salari? Come sconfiggiamo la precarietà ? E soprattutto, visto il bilancio fallimentare delle politiche concertative, di fronte ad un cambio del quadro politico, torniamo alla concertazione ?

Pensiamo che in realtà sia stata scelta la seconda strada, quella di un’unità formale.

In sostanza si delinea la volontà di realizzare un congresso che, parlando alle forze dell'attuale opposizione politica,  presenta la Cgil come un corpo coeso, come l'unica opposizione sociale al governo Berlusconi, allo scopo di ottenere quel ruolo e quella legittimazione che il centrodestra ha sistematicamente negato, ma che, alla luce delle posizioni maggioritarie dentro l'unione, non appare scontato nemmeno in un prossimo e auspicabile diverso quadro politico.Un congresso mediatico quindi, privo cioè degli elementi di bilancio e di confronto tra le diverse strategie pure presenti nella vita dell'organizzazione ed assai difficilmente riducibili ad un unico impianto analitico e programmatico.

La stessa decisione di  mantenere il congresso alla scadenza naturale, anziché rinviarlo al dopo elezioni come pure richiesto, a ragione , da parte non piccola dell'organizzazione, dimostra la volontà di  sfruttare al massimo il potente fattore unitario rappresentato dal governo Berlusconi.

E' sempre più facile l'unità contro, piuttosto che quella per.

E' bene sottolineare come rispetto alla collocazione temporale del congresso il quadro politico rappresenti un fattore cruciale, non a caso lo scorso congresso si era tenuto con un anno di ritardo rispetto alla naturale scadenza del 2000, prima quindi della vittoria del centrodestra quando cioè si sarebbe imposto un bilancio critico delle politiche sostenute dal centrosinistra. 

Un congresso con queste caratteristiche non costruisce una linea adeguata della Cgil, non serve ai lavoratori ed alle lavoratrici, non serve all'organizzazione e non serve persino a qualificare socialmente il programma dell'unione. Non solo, un congresso di questa natura, determina immediatamente un forte ridimensionamento degli spazi di agibilità politica per tutti quei settori più avanzati in Cgil, ed aprirebbe la strada, nei fatti, a quella normalizzazione della Cgil, a tutt'oggi non ancora riuscita, a partire dalla Fiom, vissuta da gran parte dell'organizzazione come una scheggia impazzita, troppo spesso autonoma dalle dinamiche consolidate delle altre categorie.

Il terreno programmatico sul quale si intende cementare  questa unità politica formale è quello della riconferma delle scelte contenute nel documento conclusivo del congresso di Rimini del 2002, alla base della cosiddetta svolta della Cgil, costantemente richiamato quanto sistematicamente disatteso. Il XIV° congresso della Cgil si era concluso con un dispositivo finale che impegnava l’insieme dell'organizzazione su due questioni di fondo dell'iniziativa contrattuale:

·       Un rafforzamento del ruolo del Contratto collettivo nazionale di Lavoro al quale oltre al recupero integrale del potere d'acquisto dei salari, doveva competere la rivendicazione di quote di produttività;

·       La democrazia come elemento qualificante ed imprenscindibile nel  rapporto con i lavoratori e le  lavoratrici e come vincolo per la validazione delle piattaforme e dell'ipotesi di accordo.

 

Il bilancio sul terreno contrattuale da Rimini ad oggi è largamente negativo. Con la sola eccezione della Fiom che non a caso ha subito due accordi separati, tutte le categorie della Cgil si sono trovate nella gestione delle vertenze di fronte a due ipotesi; una quella di rompere il vincolo unitario con le altre organizzazioni sindacali e costruire il conflitto; l’altra quella di mediare con le spinte neocorporative di Cisl e Uil e con le richieste padronali di avere mani libere nella gestione d’impresa. La vicenda è nota: tutte le categorie hanno scelto la seconda strada realizzando conclusioni contrattuali che peggiorano sia nella parte normativa (contrattualizando e negoziando la legge 30 e la nuova normativa sugli orari), che in quella salariale, la condizione del lavoro. Emblematica la vicenda degli autoferrotranvieri dove a fronte di una mobilitazione straordinaria si è addirittura convenuto il depotenziamento del contratto nazionale affidando alla contrattazione di secondo livello la difesa del potere d’acquisto dei salari e negando successivamente la consultazione democratica e vincolante. Una manomissione del modello contrattuale, che sommata a quella realizzata nel commercio, nel turismo e nelle poste, mette seri dubbi sulla capacità di tenuta della Cgil nella discussione sulla verifica del 23 luglio ’93.

Il recente accordo quadro per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, conclusosi con un recupero salariale inferiore di tre punti alla richiesta contenuta nella piattaforma, di cui una parte legata alla produttività nel secondo livello contrattuale e senza nessun referendum vincolante tra i lavoratori e le lavoratrici, nonostante molte analisi mistificatorie e strumentali, rappresenta  l'ennesima conferma dell'estrema debolezza e contradditorietà della linea declamata dalla Cgil. In realtà, la tanto declamata svolta di Rimini si è sostanziata quasi esclusivamente sul piano politico generale. Parimenti a ciò che accade in tutti i paesi europei, le organizzazioni sindacali di fronte ad un governo di centrodestra tendono a caratterizzarsi maggiormente sul terreno conflittuale, accentuano le proposizioni radicali senza tuttavia mettere in discussione l'impianto concertativo di fondo in quanto ciò rischierebbe di non poter governare il rapporto con il centrosinistra  una volta tornato al governo. Ciò rientra nello schema classico dell’alternanza di governo che non prevede nessuna reale alternativa sul terreno delle politiche economiche e sociali tra il centrodestra ed il centrosinistra. Questa schizofrenia nelle pratiche, in antitesi con le posizioni declamate, può essere spiegata solo con il fatto che in realtà, oltre all'evidente collateralismo con il centrosinistra, le illusioni e le pratiche concertative non sono affatto sconfitte in Cgil.

E proprio questa situazione basterebbe a dimostrare la necessità, soprattutto oggi, di una forte sinistra sindacale, capace di una precisa critica ed una efficace iniziativa di contrasto alla evidente ripresa della deriva concertativa, capace cioè di ridare ruolo e protagonismo alla base della Cgil per conquistare quella vera svolta, che era l’obiettivo congressuale della battaglia di Lavoro Società-Cambiare rotta , oggi fortemente compromessa dalle pratiche “moderate” della Cgil e delle sue categorie. 

Necessità che pare infatti non riguardare più buona parte dei vertici dell’area programmatica Lavoro Società-Cambiare rotta, da tempo intenti a ricercare affannosamente uno spazio maggiore dentro l’organizzazione ed a liquidare il profilo programmatico che era alla base del mandato congressuale scorso.

La vicenda relativa al consenso dato unitariamente con Cisl e Uil alla direttiva europea sugli orari di lavoro è emblematica da questo punto di vista. Il massimo esponente dell’area Gianpaolo Patta non solo non ha criticato il ritorno indietro delle lancette del tempo sancito dalla commissione europea, ma in prima persona ne ha sottoscritto la bontà valorizzando esageratamente il debole intervento emendatario del sindacato italiano. Triste epilogo di un dirigente passato in un breve arco di tempo dalle campagne per le 35 ore alla difesa strenua dell’ipotesi di 60 ore e più settimanali. Quanto è accaduto sancisce  la fine politica e materiale di quell’esperienza che, pur con forti limiti e contraddizioni, ha permesso di mantenere in questi anni uno spazio critico dentro la Cgil.

In questo quadro ha preso forma un luogo ed uno spazio di discussione ed elaborazione di cui molti sentivano la necessità, proprio per consentire di porre con forza alla Cgil la necessità di misurarsi con una  pratica profondamente contraddittoria con le enunciazioni, ed una linea  assolutamente inadeguata a fronteggiare l’attacco che Montezemolo e Governo perseguono.

La rete 28 aprile per l’indipendenza e la democrazia sindacale nasce proprio da questa esigenza,  ed a questo scopo, dopo aver messo a punto un contributo alla discussione congressuale attraverso un seminario  molto partecipato, sta organizzando iniziative di presentazione in tutto il paese .

Una proposta ricca ed articolata, che tuttavia può essere riassunta in alcune questioni di fondo : Indipendenza da partiti, governi e padroni, una questione che è indispensabile  porre per riuscire a  costruire una linea ed una pratica rivendicativa che si misuri esclusivamente con  la rappresentanza autonoma degli interessi del lavoro; La democrazia come vincolo nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici per tutte le azioni negoziali del sindacato; La lotta alla precarietà ed alla precarizzazione; La fuoriuscita formale e sostanziale dalla gabbia concertativa che tanti danni ha prodotto sul salario e sulla prestazione lavorativa.

In definitiva riteniamo necessario presentare al prossimo congresso Cgil un confronto su posizioni  alternative appunto per rendere esplicito l’oggetto del contendere ed il tipo di scelte su cui la Cgil è chiamata a decidere. Le lavoratrici ed i lavoratori devono poter votare nelle assemblee su queste questioni di fondo. La democraticità di un percorso congressuale non sta nella ricerca di alleanze tra  apparati o alla definizione di mediazioni formali e unanimismi poco credibili, quanto nel dare agli iscritti il diritto potere di esprimersi esplicitamente nei confronti delle diverse opzioni in campo in modo che da loro, e da loro soltanto, possa derivate la misura del consenso che queste opzioni devono avere nella vita e nella pratica della loro organizzazione sindacale.

E’ in gioco la possibilità stessa di mantenere aperta la battaglia per una Cgil democratica ,di classe e per il ritorno ad un sindacalismo vertenziale che assuma come centrale la necessità di ricostruire nuovi  rapporti di forza attraverso il conflitto.

 

Sergio Bellavita* segretario regionale Fiom Emilia Romagna

*Rete 28 aprile per l’indipendenza e la democrazia sindacale

Rete28aprile@yahoo.it