Fabio
Sebastiani
Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom. Sulle conclusioni
dell'ultimo direttivo della Cgil dal tuo punto di vista "non è tutto
oro quel che luccica". Vuoi spiegarci perché?
Non ho votato a favore perché si tratta di una scelta necessaria ma
non sufficiente. Detta in sintesi, siamo d'accordo sul fatto che oggi
è una follia sedersi al tavolo e riformare il sistema contrattuale.
Fare questo significa accettare di liquidare i contratti nazionali. Ma
c'è una differenza che resta e temo emerga progressivamente: Epifani e
la maggioranza del gruppo dirigente della Cgil hanno detto che una
delle ragioni di fondo per cui questa trattativa oggi non si può fare
è che con questo governo è impossibile. Io penso che invece il no alla
trattativa deve essere mantenuto anche con un governo di
centrosinistra. E' una differenza non piccola, quella su cui credo
alla fine faremo il congresso. Si tratta della questione
dell'indipendenza, cioè si dice basta alla concertazione non solo
perché c'è Berlusconi che fa disastri ma perché quella politica non
può più essere praticata chiunque sia al governo. Questa è una
differenza che c'è in Cgil e che affronteremo nel corso del congresso.
E' evidente che siamo tutti uniti quando si tratta di sconfiggere un
attacco ai diritti e alla contrattazione, ma credo abbiamo idee
diverse sulle prospettive. Epifani pensa di giungere a un nuovo patto,
a un nuovo 23 luglio, mettendo assieme regole, politiche fiscali e
sviluppo. Io penso che quella stagione sia conclusa. La stagione della
contrattazione, quella della riconquista dei diritti non può passare
per nessun accordo di regole centralizzato che ammazzerebbe sul
nascere il movimento. Qui intravvedo anche una differenza di giudizio
sulla Confindustria. Epifani tende a distinguere Montezemolo dalla
Federmeccanica, oltranzista. Io dico che la Federmeccanica è
Montezemolo, perché gli industriali quando parlano di regole pensano a
una sola cosa: la riduzione della contrattazione.
Come si prospetta il congresso della Cgil?
Il movimento che assieme ad altri quattro compagni del direttivo
Cgil abbiamo promosso chiamandolo "Rete 28 aprile" e che si troverà a
Roma in assemblea il 15 luglio ha un obiettivo chiaro, fare un
congresso vero facendo scegliere gli iscritti proprio su questa
questione di fondo, se, cioè, con il centrosinistra al governo si
torna alla concertazione o no. Altrimenti, quale è la via alternativa?
C'è anche una complicata questione sulle regole, o no?
Si è aperta una discussione sulle regole. Da diverse parti è stato
chiesto di fare un congresso diverso dagli altri non basandosi su
documenti contrapposti ma tesi alternative a cui collegare anche le
platee congressuali. Questo fino ad ora non è stato definito, ma ci
sono segnali assai negativi. E' stato annunciato una sorta di patto
paracongressuale sottoscritto tra tutti e dodici i segretari della
Cgil della vecchia maggioranza e della vecchia minoranza di "Lavoro
società" che congelerebbe tutto il congresso affidando a percentuali
costruite a tavolino il pluralismo e la costruzione dei gruppi
dirigenti. Un patto paracongressuale che somiglia a quelli che fanno
gli azionisti per controllare le società. Se questa fosse la
costituzione materiale del congresso saremmo di fronte a una
contraddizione profonda tra la dichiarazione di voler fare un
congresso aperto e una sua gestione pratica fondata sulle discipline
di corrente e sul patto tra correnti. Sarebbe una regressione nella
vita interna agli anni ottanta e forse anche a qualcosa di peggio,
visto che un patto di autoconservazione dei segretari e degli apparati
a tutti i livelli non era mai stato cosi brutalmente formalizzato.
L'assemblea del 15 discuterà anche di questo. Il gruppo dirigente di
"Lavoro società" ha tutto il diritto di decidere di entrare a pieno
titolo in una nuova maggioranza congressuale con Epifani ma questa
nuova maggioranza non può pretendere di rappresentare tutta la Cgil,
di esaurire in sé tutti i pluralismi. Temo che se dovesse andare
avanti questa impostazione le differenze politiche sulla concertazione
e sulla politica dei redditi si sommerebbero anche a divisioni sul
modello organizzativo. E un congresso nato unitario finirebbe col
diventare un congresso di rottura.
|