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FONDI PENSIONE? NO FONDI BIDONE
Con l’annuncio di Maroni dello slittamento a settembre – ad un mese dal
termine ultimo fissato nella legge delega – del decreto sul trasferimento
del TFR ai Fondi pensione e dell’avvio della procedura del
silenzio/assenso a gennaio 2006, si apre una fase importante e decisiva
per tutti coloro che non intendono rassegnarsi a questo furto con
destrezza perpetrato ai danni dei lavoratori e ideato dal governo di
centro-destra per ingrassare la speculazione finanziaria attraverso
l’avvio forzoso della cosiddetta previdenza integrativa.
I tempi, per il governo e per i lupi di ogni sorta che si aggirano
famelici intorno ad una torta calcolata nell’ordine dei dieci miliardi di
euro, sono sempre più stretti e la possibilità che la delega salti – anche
per le difficoltà economiche del Paese (da dove tireranno fuori le risorse
per gli incentivi di compensazione alle imprese chiamate a rinunciare al
finanziamento a tasso iper- agevolato costituito dal TFR?) - diviene una
possibilità da non scartare.
E’ in questi mesi che si rende allora necessaria una forte azione che,
svelando i reali giochi in atto, faccia montare l’opposizione sociale,
prima al varo del decreto e poi, se mai il decreto verrà pubblicato, al
trasferimento del TFR nel Fondi.
Preliminarmente a ciò e perché una qualunque campagna possa essere
realmente incisiva occorre però fare chiarezza sulle mistificazioni insite
nella stessa terminologia adottata per far passare nelle coscienze delle
persone l’intera operazione.
Si dice che per recuperare il taglio delle pensioni pubbliche diviene
necessario avviare la “seconda gamba” previdenziale costituita dai Fondi
pensione e che il sacrificio del TFR è indispensabile per garantire ai
futuri pensionati una pensione integrativa.
I Fondi pensione però, a dispetto del nome, non erogano alcuna pensione. I
Fondi pensione accumulano semplicemente il capitale versato dai lavoratori
cercando di farlo fruttare attraverso speculazioni di borsa. Quando un
lavoratore va in pensione riceve dal Fondo pensione quel capitale
accumulato e nient’altro (anzi, ci paga le commissioni) così come avrebbe
da qualunque altra forma di risparmio gestita. Il lavoratore ha a questo
punto la possibilità di farsi spalmare quel capitale negli anni – sulla
base della speranza di vita ufficialmente accettata – avendo come unica
rivalutazione possibile quella prevista per un qualunque deposito
bancario.
Questa operazione la si potrebbe fare, negli stessi identici termini, con
il TFR (sempre che il lavoratore non abbia dovuto impiegarlo a copertura
di periodi di disoccupazione).
E allora perché il lavoratore dovrebbe preferire ingrassare i Fondi
pensione?
Il TFR è certo ( se la ditta che lo ha accantonato fallisce lo eroga
l’apposito fondo istituito presso l’INPS), ha un rendimento garantito
(1,5% l’anno più il 75% dell’inflazione) e copre i lavoratori dai rischi
di perdita del lavoro.
I Fondi pensione sono soggetti ai rischi connessi alla svalutazione delle
monete, ai rischi di iperinflazione (tuttaltro che remoti nell’arco dei 40
anni di vita lavorativa di ogni persona), ai rischi di gestioni
fallimentari o truffaldine dei capitali i cui esempi sono sotto gli occhi
di tutti e, se il lavoratore ha scampato da questi rischi, alle
oscillazioni e alla volatilità delle borse in connessione con le capacità
speculative dei gestori finanziari.
In pratica, nessun Fondo pensione può garantire al lavoratore che aderisce
neanche la restituzione del capitale versato e nessun Fondo può ipotizzare
attese di rendimento tali da compensare – tolte le spese a carico del
lavoratore – i rischi a cui sottopone il capitale versato.
Perché un lavoratore dovrebbe allora preferire un Fondo pensione al TFR?
Qualcuno dirà che al capitale nel Fondo pensione a favore del lavoratore
concorrono anche i versamenti del datore di lavoro stabiliti nella
contrattazione collettiva.
Affermazione vera ma parziale: i versamenti che i datori di lavoro erogano
nei Fondi pensione rientrano nel costo del lavoro concordato in fase
contrattuale, sono nella voce costo del lavoro e lo sarebbero comunque se
quei fondi finissero direttamente in aumenti salariali o (perché no?), ad
incremento dello stesso TFR (anzi credo che quest’ultima sarebbe
un’ipotesi particolarmente bene accetta dalla imprese visto il suo
utilizzo come forma di finanziamento agevolato). Ergo, pompare i Fondi
pensione o rimpinguare i salari dei lavoratori, anche tramite un
incremento del TFR è solo una scelta sociale e sindacale.
Ovviamente lo stesso discorso vale per le agevolazioni fiscali utilizzate
come cuneo per imporre la finanziarizzazione della previdenza.
Non c’è una sola ragione che giustifichi la rinuncia del TFR da parte dei
lavoratori: non è certo attraverso il sistema dei Fondi pensione e della
speculazione finanziaria (che non produce ricchezza ma semplicemente la
ridistribuisce verso l’alto sottraendola alle persone e ai paesi più
deboli), che si garantisce una pensione adeguata ai futuri pensionati.
L’unica strada percorribile è quella di una nuova previdenza pubblica che
si finanzi con quel sistema a ripartizione fondato sulla solidarietà tra
le generazioni che non si regge, come hanno tentato e ci hanno fatto
credere negli ultimi quindici anni, sul denaro, ma sul lavoro e sulla
capacità di questi di produrre ricchezza e benessere sociale.
Di questo e su questo dobbiamo parlare ed interrogarci nelle prossime
settimane e nei prossimi mesi se vogliamo realmente vincere questa
battaglia
Severo Lutrario
attac italia
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