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E’ passata la nottata? Dunque l’accordo sul pubblico impiego avrebbe sconfitto l’intransigenza della Confindustria? Non scherziamo.... Intanto, subito dopo quell’intesa, si ripresenta lo scenario del Patto per l’Italia. Il Presidente degli industriali annuncia una sua proposta sul sistema contrattuale. Cisl e Uil dicono alla Cgil di trattare e di smetterla con la politica dei veti. Il governo ha un improvviso scatto di vitalità, che ridà voce persino ai rangers del ministero del Welfare. A questo si aggiunge poi l’impegno dello schieramento trasversale neocentrista, per una politica di emergenza e sacrifici di fronte alla crisi. C’è poi lo scandaloso consenso “bipartisan” verso la relazione del Presidente degli industriali, che riparte all’attacco sul costo del lavoro e sulla produttività. Lo sciopero generale, seppure articolato per regioni, avrebbe potuto rappresentare un’occasione senza precedenti di unificazione dei lavoratori pubblici con quelli privati contro l’asse Berlusconi Montezemolo, invece è stato revocato. E’ un errore gravissimo, almeno per la Cgil, che indebolisce tutta la lotta in difesa del contratto nazionale. E che soprattutto conferma che in questi mesi Cgil, Cisl, Uil, al di là dell’unità di facciata, non sono mai riuscite a costruire una posizione in grado di misurarsi con la Confindustria. Certo, gli accordi si fanno anche per necessità, in questo caso per ottenere finalmente l’aumento del salario, dopo che il contratto è scaduto da oltre un anno e mezzo. Dovranno essere i lavoratori a decidere sulla bontà dell’accordo, ed è ora che lo facciano con un referendum. E’ bene però chiarire i termini dell’intesa. L’aumento concordato è del 5% circa per il biennio 2004-2005. L’inflazione Istat (non quella vera) per questo periodo si dovrebbe attestare attorno al 4,5%. Resta dunque solo uno 0,5% oltre all’aumento ufficiale dei prezzi. L’accordo però chiarisce che, dell’aumento complessivo, una quota pari a “un incremento retributivo non inferiore allo 0,5%, sarà destinata dal Ccnl all’incentivazione della produttività dei dipendenti”. L’aumento senza scambi, è dunque esattamente pari all’inflazione Istat. Per i metalmeccanici un incremento retributivo di questa portata sarebbe assolutamente insufficiente. Considerando i diversi punti retributivi di partenza, per un lavoratore del 5° livello questo significherebbe un aumento di 73 euro, senza scambi, e di altri 9 da pagare con maggiore produttività. Un 3° livello della Fiat prenderebbe ancora meno. Ogni contratto fa storia a sé, ma resta il fatto che ancora una volta una vertenza contrattuale non riesce a incidere sulla distribuzione reale della ricchezza. E questo anche a causa dell’accordo del 23 luglio del ‘93. Che, ancora una volta, segna negativamente la contrattazione, perché le sue regole frenano le rivendicazioni salariali quando l’economia va bene, ma non garantiscono la certezza dei contratti quando essa va male. E’ così dal 31 luglio del 1992, quando il governo Amato abolì la scala mobile. Mi pare che ora si voglia tornare lì. Lo fa formalmente il governo con una lettera, nella quale annuncia di convocare le parti per definire le modifiche all’accordo del 23 luglio. La conclusione dei pubblici, così come altri accordi contrattuali, ripropone però una questione di fondo. Dal momento che i contratti nazionali, finora, non hanno recuperato salario a sufficienza, cosa facciamo? Andiamo, come suggeriscono Cisl e Uil, a rafforzare la contrattazione aziendale e lo scambio salario-produttività, indebolendo il contratto nazionale e aprendo alle richieste delle imprese sulla flessibilità? Oppure mettiamo in discussione i freni che il 23 luglio stabilisce sul contratto nazionale e su tutta la contrattazione, rompendo i lacci e i lacciuoli della concertazione che bloccano il salario? Questo è il bivio che è di fronte a tutto il mondo del lavoro. Cosa fa la Cgil, in questo contesto? A me pare che, sostanzialmente, aspetti. Da un lato riemerge nell’organizzazione uno spirito neoconcertativo, ben presente nel giudizio negativo sul bel No francese al trattato costituzionale europeo. D’altro lato, la Cgil ha nel suo dna la difesa del contratto nazionale. In tali incertezze, questa confederazione rischia di subire l’offensiva degli altri sindacati e, soprattutto, il gioco della Confindustria. Si è dato troppo credito, anche in casa Cgil, alle posizioni del Presidente degli industriali. Si è troppo sperato in un patto dei produttori contro la rendita, ricorrente canto della sirena che le imprese lanciano al sindacato, quando vogliono che rinunci a qualcosa di importante. In realtà la nuova Confindustria ha semplicemente cambiato tattica, rispetto a quella più aggressiva, ma anche inconcludente, del passato. Non vuole più la cancellazione formale dell’articolo 18, ma rivendica flessibilità e precarietà contrattuale, per realizzare lo stesso obiettivo. In questa situazione il rischio è che la Cgil si trovi rapidamente di fronte a passaggi drammatici, come quelli vissuti nel luglio del ’92 e in quello del ’93. E che a quei passaggi arrivi indebolita, per non aver fatto pesare fino in fondo la forza del movimento di lotta costruito in questi anni. Claudio Sabattini, nel novembre del 2001, parlando ai metalmeccanici in piazza per lo sciopero generale indetto dalla Fiom contro l’accordo separato sul contratto, disse: “Non si può aspettare che passi la nottata, per poi tornare a far tutto come prima”. Il rischio è che a furia di aspettare che la nottata passi, si precipiti nell’incubo di una nuova concertazione, persino peggiore di quella degli anni Novanta. Per questo bisogna ripartire dal 23 marzo del 2002, e se gli altri si vogliono fermare, la Cgil deve andare da sola allo sciopero generale. Giorgio Cremaschi
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