Giorgio
Cremaschi
Secondo i dati ufficiali dell'Istat i salari sono aumentati più
dell'inflazione. Così la Federmeccanica ha preso subito la palla al
balzo per spiegare che i metalmeccanici non hanno alcuna
giustificazione per le loro rivendicazioni contrattuali. E la
Confindustria ha chiesto e ottenuto dal governo di fare la stessa cosa
con i dipendenti pubblici.
Ma la realtà è un'altra, lo dice lo stesso andamento dell'economia
del paese, la recessione e la stagnazione in atto, sono figlie della
caduta dei consumi di massa a causa dei bassi salari. Se fossimo i
ricercatori dell'Istat useremmo di più l'elemento scientifico della
prova sperimentale. Delle due l'una, o il paese è percorso da una
gigantesca follia collettiva, per cui tutti credono di essere
diventati poveri quando non è così, oppure i conti non tornano. Se la
realtà dice una cosa e i dati un'altra, evidentemente sono i dati che
hanno qualcosa che non va.
Tuttavia anche secondo i dati della contabilità ufficiale,
l'andamento dei salari nel nostro paese è il peggiore di tutti i paesi
industriali avanzati. E non da oggi. Se si guarda alla dinamica delle
retribuzioni italiane rispetto a quelle francesi, inglesi, tedesche,
americane, giapponesi, dal '90 ad oggi, scopriamo che le nostre paghe
sono andate peggio di tutte le altre. Tanto è vero che un
metalmeccanico della Corea del Sud, le cui retribuzioni nel '90 erano
utilizzate come spauracchio, così come oggi avviene per quelle cinesi,
oggi guadagna più di un metalmeccanico italiano.
Che cosa ha provocato quest'andamento pessimo delle retribuzioni in
Italia? Nello stesso periodo le retribuzioni dei manager, i profitti
complessivi delle imprese, le rendite finanziarie, le ricchezze da
capitale, sono aumentate come nel resto del mondo. In Italia
dall'inizio degli anni Novanta ad oggi, c'è stato un gigantesco
passaggio di mano della ricchezza, dal mondo del lavoro a tutti gli
altri.
Una delle cause di tutto questo è il sistema nato con l'accordo del
23 luglio del 1993. Quell'intesa, che seguiva l'accordo dell'anno
prima nel quale, con un sol colpo, veniva cancellata la scala mobile e
bloccata la contrattazione, è all'origine della stagnazione dei salari
in Italia. Sono le stesse regole dell'accordo ad averla determinata.
Per alcune ragioni di fondo. Perché i meccanismi che disciplinano la
contrattazione sul salario, sia a livello nazionale, sia a livello
aziendale, hanno un doppio effetto negativo. Quando l'economia va
bene, più di tanto non si può chiedere e quindi il salario perde
l'occasione di crescere.
Quando l'economia va male, come oggi, viene negato anche il minimo
dovuto, come sanno bene i pubblici e i metalmeccanici. Ma non c'è solo
questo. Sono proprio i punti di riferimento dell'intesa del 23 luglio
che impediscono al salario di inseguire la ricchezza reale.
L'inflazione presa a riferimento per i contratti non è mai quella
vera. La ricchezza reale del paese non viene mai presa in
considerazione, ma si guarda solo all'andamento spicciolo
dell'impresa. Ad esempio, se il presidente della Fiat guadagna 400
volte lo stipendio di un operaio e la famiglia Agnelli, nonostante la
crisi aziendale, ha messo da parte una ricchezza finanziaria di
qualche miliardo di euro, tutto questo non entra nella contrattazione
dei metalmeccanici. Lo ha ribadito con chiarezza la Federmeccanica. Le
regole impongono di guardare solo l'ultimo anello della catena della
produzione del valore: allo sfruttamento materiale del lavoro. Tutto
il resto della ricchezza è fuori controllo e fuori contratto, e
infatti se ne va per conto suo.
Per un periodo la Confindustria ha tentato di far saltare da destra
l'intesa del 23 luglio. Ora mi pare che punti semplicemente a renderla
sempre più rigida e oppressiva verso i salari. Negli anni Settanta
l'ex governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, divenuto
presidente degli industriali, coniò una definizione che rimase famosa.
Egli disse che bisognava togliere i lacci e i lacciuoli che frenavano
la crescita dell'impresa e del suo profitto. Intendeva i salari, la
contrattazione sindacale e lo stato e i diritti sociali. Da allora ad
oggi mi pare che la situazione si stia esattamente ribaltando. Oggi è
il salario sul quale pesano lacci e lacciuoli insopportabili, ancor di
più di fronte alle sfacciate ricchezze che vengono ostentate e che
fanno dire, giustamente, a Berlusconi che la crisi non c'è perché i
soldi ci sono. Ci sono, sì, ma non nelle mani giuste. Di fronte al
nuovo attacco ai contratti che viene dalla Confindustria e che verrà
confermato dalla sua prossima assemblea, sarebbe ora che il sindacato
uscisse dalla difensiva. Non si può continuare ad applicare un sistema
che non ha prodotto risultati giusti, solo perché si teme di cadere in
una situazione ancora peggiore. Così si perde sempre. Di fronte
all'arroganza di un padronato che blocca i contratti pubblici e
privati nonostante il disastro dei salari, è giunto il momento di
disdettare senza rimpianti l'intesa del 23 luglio. All'inizio degli
anni Ottanta i padroni cominciarono a disdettare gli accordi sulla
scala mobile e nel giro di quindici anni fecero sprofondare i salari.
Oggi la disdetta del 23 luglio deve diventare il punto di partenza per
la risalita dei salari nella distribuzione della ricchezza e nella
dignità sociale nel nostro paese.
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