GiorgioCremaschi
Quarantotto ore alla settimana per
quarantotto settimane all'anno. Questo è l'orario massimo dei lavoratori
europei secondo la direttiva in preparazione, sulla quale ha votato
pochi giorni fa il parlamento. Sono ben 2304 ore all'anno di lavoro, una
cifra da far invidia alla Cina. Ma non basta. Queste ore possono essere
svolte in maniera "flessibile" per un massimo di dodici mesi. Cioè per
metà dell'anno si possono lavorare 76 ore alla settimana e per l'altra
metà 20. I lavoratori poi possono sottoscrivere impegni personali in
deroga all'orario settimanale massimo, per lavorare fino a 65 e persino
78 ore settimanali. Questo però, grazie al voto del parlamento europeo,
solo per tre anni dal varo della nuova direttiva sugli orari. Infine le
ore di attesa lavoro all'interno del tempo di lavoro, ad esempio i
periodi in cui un medico di guardia attende il paziente, potranno essere
retribuite in misura inferiore e incideranno diversamente sull'orario
annuo.
Queste sono le linee guida della
direttiva sull'orario anche dopo il voto del parlamento europeo che,
secondo valutazioni assolutamente incomprensibili, le forze della
sinistra moderata e il sindacalismo confederale interpretano come un
successo dell'Europa sociale.
E' vero, le forze di destra, Forza
Italia, volevano ancora di più. Il Giornale ha titolato contro la
burocrazia europea che limita la libertà di lavorare di più. Però, se
andiamo alla sostanza questa legislazione sull'orario è una vera
schifezza, che permetterà, purtroppo, in tutta Europa di aumentare gli
orari di lavoro, la flessibilità selvaggia e di pagare i lavoratori di
meno per più fatica.
Perché allora tanta gioia nelle
sinistre moderate e nelle confederazioni sindacali? Perché ancora una
volta si è giocata una partita tutta in difesa, tutta nella metà campo
dei diritti, con il liberismo sempre all'attacco. Così prendere tre
invece che cinque goal può sembrare un successo.
La vicenda dell'orario è emblematica
di come l'Unione europea stia affrontando il rapporto tra mercato e
diritti sociali.
Da tempo in Europa è in vigore una
direttiva che flessibilizza gli orari a danno dei lavoratori. Anche
recentemente essa è stata aggiornata. Perché allora questo nuovo
intervento? Perché i giudici europei, la Corte di giustizia, hanno
cominciato ad emettere sentenze a favore dei diritti dei lavoratori e
contro l'eccessiva flessibilità degli orari. Dopo alcune di queste
sentenze, accade in Europa quello che capita da noi. Le forze
dell'impresa si arrabbiano con la magistratura che viola la libertà del
mercato e chiedono l'intervento della politica. Così la Commissione
europea ha predisposto una nuova direttiva che, sostanzialmente,
raccoglieva tutti i desideri dei padroni, rendendo possibile sugli orari
di lavoro praticamente qualsiasi cosa. In più, la Commissione stabiliva
che ove la contrattazione sindacale non concedesse alle aziende quello
che volevano, gli Stati potevano intervenire legiferando sulla
flessibilità. La contrattazione con la pistola puntata alla tempia, come
hanno scritto molti giuristi italiani a proposito della legislazione sul
lavoro del governo Berlusconi.
Di fronte a tutto questo le sinistre
moderate del parlamento europeo, la Ces, Cgil Cisl e Uil hanno prima
lanciato proclami di fuoco poi alla fine si sono accontentati di qualche
modifica di facciata, che però non incrina la sostanza della direttiva.
La solita scelta a favore del liberismo temperato, che alla fine invece
tempera solo le possibilità della politica di intervenire a favore dei
diritti.
Si è così di nuovo affermato il
principio che sui diritti sociali l'Europa oggi legifera solo partendo
dai livelli più bassi possibili. Per i diritti del capitale e delle
imprese non è così. Quando si tratta di affermare sacri principi della
libera concorrenza, l'Europa sceglie legislazioni più "avanzate", quelle
più favorevoli alla libertà di mercato. Quando invece si tratta dei
diritti del lavoro, allora l'Europa parte dai livelli più bassi, quelli
che stanno stretti persino ai paesi dell'est appena entrati nell'Unione.
Insomma, l'Europa che si sta costruendo usa due pesi e due misure, a
seconda che si tratti degli interessi del capitale o di quelli del
lavoro. Per questo bisogna continuare la lotta affinché la direttiva
sugli orari, altrettanto disastrosa, ma meno conosciuta della Bolkestain,
venga fermata. Ed è per queste ragioni che la grande maggioranza degli
operai francesi voterà no, tra poco, al referendum sul trattato
costituzionale europeo. Lo faranno in rappresentanza di tutti gli operai
del continente, perché si sta costruendo l'Unione europea contro di
loro.