Giorgio Cremaschi
Di quale costo del lavoro parla la Confindustria? Delle 380
retribuzioni annuali di operai di terzo livello che, messe assieme
fanno il compenso ufficiale del presidente della Fiat, nonché
presidente degli industriali? Ci vuole una bella faccia tosta da parte
delle imprese a riproporre ancora le solite ricette di riduzione dei
costi di fronte al disastro industriale dell'Italia. Eppure in questi
giorni non c'è una sola parola autocritica, la classe imprenditoriale
peggiore d'Europa batte di nuovo cassa, e a tal fine, lancia perfino
strizzatine d'occhio al governo. Eppure non bisognerebbe andare
lontano dai gruppi dirigenti della Confindustria per trovare risorse
necessarie per finanziare investimenti e sviluppo. Telecom e Eni
quest'anno hanno fatto miliardi, in euro, di profitti. La somma dei
soli profitti di queste due aziende è superiore a tutta la manovra
sulle tasse del governo Berlusconi. Le famiglie Benetton, Agnelli, De
Benedetti, incassano, con le loro finanziarie, centinaia di milioni di
euro. Insomma, c'è una rendita capitalistica enorme. Più le imprese
diventano povere, più i capitalisti diventano ricchi, al di là delle
chiacchiere la ricchezza delle persone non ha più nessun rapporto con
l'andamento dell'economia reale.
Suona così una beffa il fatto che solo i lavoratori dipendenti
debbano vedere le loro retribuzioni misurate sull'andamento materiale
delle imprese. I capitalisti non lo fanno più da tempo. I loro redditi
non seguono le leggi di mercato ma quelle dell'astuzia e della
prepotenza.
Per questo ogni tentativo di riproporre una politica di
concertazione sociale suona come stonato e falso. Chiedere al salario
di stare dentro i limiti nei quali è stato compresso in questi anni,
mentre manager e capitalisti incassano guadagni favolosi, non è solo
un'offesa alla giustizia, non ha più alcun senso economico. La verità
è che l'aumento dei salari non è un effetto di una possibile ripresa
economica, ma la condizione perché questa avvenga. Per questo le
attuali compatibilità non possono più essere accettate.
La Federmeccanica nell'ultimo incontro nel quale ha riproposto il
suo rifiuto alle moderate richieste dei metalmeccanici, ha motivato
queste sue posizioni con una esaltazione delle regole e dei meccanismi
del 23 luglio. Da un certo punto di vista questa posizione è
comprensibile, mai come dal 23 luglio del '93 i salari sono andati
così male.
Ma l'altro cardine che regge il disastro sociale, dopo la caduta
dei salari è costituito dalla precarizzazione. Un recente studio
pubblicato su diversi giornali spiegava che molti giovani, superati i
30 anni, devono ritornare a vivere con papà e mamma, perché il lavoro
precario tronca loro ogni possibilità di vita da soli. Assieme alla
ripresa dell'emigrazione dal sud al nord, il ritorno a casa dei
giovani precari è il segno più chiaro che l'attuale mercato del
lavoro, mangia i diritti e distrugge il futuro. Anche qui siamo di
fronte a un singolare atteggiamento delle imprese. Esse hanno
incassato la legge 30, il sistema di lavoro più flessibile d'Europa, e
ciò nonostante, per "competere", dicono che non basta ancora. Da un
lato delocalizzano il lavoro, dall'altro chiedono maggiore
flessibilità sugli orari, sui diritti, sulle condizioni di lavoro.
Anche qui si tratta di dire basta. Un basta lungo nel tempo, che
coinvolge la politica sciagurata di Berlusconi, ma che non si ferma
lì, che risale a tutte quelle scelte, come il pacchetto Treu, che la
precarizzazione del lavoro hanno fatto dilagare, ben prima che il
governo di destra ci mettesse del suo.
Questo primo maggio si darà un segnale di lotta. Lo daranno a
Scampia le popolazioni del Mezzogiorno che dicono basta al degrado
sociale che le colpisce. Lo diranno le decine di migliaia di giovani
precari che si troveranno in piazza per l'Euro may day. Un basta che
coinvolge la politica attuale del governo, ma anche quelle passate.
Bisogna andare davvero avanti, liberandoci prima possibile di
Berlusconi e dei suoi danni, ma senza rimpianti o restaurazioni di
quello che c'era prima.
|