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VERSO IL
CONGRESSO CGIL
La destra ha fatto tesoro della lezione dei buoni scuola distribuiti dalle regioni dove governava: non sono serviti ad aumentare le iscrizioni alle private. La gente continua ad iscrivere i figli alla scuola pubblica. Per questo la destra ha puntato alla sua dequalificazione. I tagli agli organici rispondono anche a questo disegno. A ciò si somma la politica di ridimensionamento dello stato sociale nella cui logica si inscrive il tentativo di eliminare il tempo pieno alle elementari. Infine si tratta di una destra che intende utilizzare la scuola come strumento di dominio ideologico (l’attacco a Darwin e allo studio storico del Novecento) e di conservatorismo sociale. Grazie alla Moratti, infatti, l’Italia vanta un primato storico: è il primo Paese al mondo ad aver retrocesso l’età dell’obbligo (dai 15 ai 14 anni). E’ all’interno di questo grumo reazionario che si situa l’idea di costringere i bambini a scegliere a 12 anni il proprio destino di vita: o liceo (quindi università) o canale professionale (quindi lavoro manuale). Una scuola di serie B che non porta al diploma e non dà accesso all’università. Le scuole che sono attualmente frequentate da gran parte dei figli di lavoratori (gli Istituti Tecnici e Professionali) e che assicurano un livello culturale che permette l’iscrizione a qualsiasi facoltà vengono eliminate.
La percezione della capillarità e
della forza di questo movimento non è sfuggita alla Moratti che, su una
serie di questioni, è stata costretta a fare marcia indietro. La riforma
Moratti doveva essere attuativa già da un pezzo, ma, grazie alla pressione
popolare, è ancora a metà del guado. A Milano il movimento è riuscito a
mobilitare larghe masse (come il 14 febbraio dell’anno scorso: 40.000
persone) con una modalità di funzionamento orizzontale (nessun leader è
Sono queste caratteristiche che hanno consentito di rispondere, appena 15 giorni fa, al nuovo decreto della Moratti con l’occupazione di 40 scuole superiori.
Quando è scoppiato il movimento, che da subito ha adottato la parola d’ordine molto radicale dell”abrogazione” della riforma Moratti, anche la Cgil-scuola si è allineata. Da quel momento ha in qualche modo fiancheggiato il movimento: ha offerto possibilità di unificazione nazionale delle lotte (ad esempio con una serie di manifestazioni a Roma) ed ha adottato parole d’ordine avanzate che andavano al di là del semplice “no” alla riforma (obbligo scolastico ai 18 anni). Il problema è che il sindacato si è mostrato un buon “fiancheggiatore”, ma un tiepido “promotore”. Il movimento era ed è un movimento delle grandi città, soprattutto del centro nord. Là dove il movimento non poteva arrivare, la Cgil si è guardata bene dallo svolgere il compito di organizzatrice sociale del dissenso, come avrebbero potuto essere. Non si può dire che la riforma Moratti non sia tema di pertinenza sindacale: a regime essa comporterà la soppressione di più di 100.000 posti di lavoro. Che accadrebbe in Italia se in un comparto industriale si mandasse a casa tanta gente? Come minimo uno sciopero. Eppure la Cgil scuola in questi tre anni non ha convocato alcuno sciopero specifico contro la riforma Moratti. La ragione è molto semplice: ha preferito preservare l’alleanza con Cisl e Uil (interlocutorie verso la riforma Moratti) invece di dare un segnale dirompente di opposizione.
E’ ormai certo, speriamo, che il prossimo governo sarà diretto dall’Unione. Ebbene, proprio sul terreno della scuola il nostro schieramento politico si è mostrato nella sua passata prova di governo terribilmente miope: la scuola è stato il settore dove le prime due finanziarie del governo Prodi hanno tagliato di più, l’unico movimento di massa antigovernativo (in occasione del “concorsone” di Berlinguer) è stato quello degli insegnanti, il governo Amato ha firmato il contratto della scuola con un ritardo 15 mesi. Ci auguriamo che non sarà più così,
ma non ci dimentichiamo che la Cgil è stata il principale veicolo nelle
scuole delle impopolari riforme berlingueriane. Del resto viviamo in una
dinamica economica mondiale dove, come dimostrano i tentativi di Cancun e
della direttiva Bolkenstein di privatizzare i servizi, si farà sempre più
forte la pressione su tutti gli schieramenti politici di “liberare” le
enormi risorse destinate alla scuola, oggi considerate dai grandi poteri
mondiali come investimenti improduttivi assurdamente svincolati da logiche
di profitto. E’ necessario dunque che esista un pezzo di sindacato che con
certezza non sarà coinvolto dalle logiche del Vi è anche un’altra ragione che
depone a favore della costruzione di un documento alternativo. Infine, al di là delle parole, nella
scuola non si è fatto un solo passo in avanti sul terreno della democrazia
sindacale. Gli ultimi impopolari contratti non sono mai stati sottoposti
al voto dei
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