IL CONTRIBUTO DI LAVORO SOCIETA’-CAMBIARE ROTTA

PER IL XV° CONGRESSO

 

Lavoro Società-Cambiare Rotta intende lanciare una sfida a tutta la Cgil ad assumere per il prossimo congresso i contenuti e le pratiche di questi anni di lotte e mobilitazioni come  base per l’elaborazione di una linea innovativa capace di affrontare le nuove sfide .

Nessun ritorno alle politiche del passato e nessun pentimento per le scelte di questi ultimi anni ma un deciso balzo in avanti; sistematizzare quanto prodotto e condiviso sui vari terreni dell'iniziativa sindacale e rendere esplicito un programma di alternativa economico-sociale.

 

Nel 2002, le conclusioni del XIV° Congresso hanno confermato i valori comuni fondanti la Cgil: il ripudio della guerra, la pace, la solidarietà, l'estensione dei diritti come condizione ineludibile per la realizzazione dell'uguaglianza e della libertà per tutti.

Il documento conclusivo del XIV° Congresso della CGIL definì una linea che ha permesso alla CGIL di rappresentare il punto più efficace di tenuta e contrasto al governo di centro destra, a partire dalla difesa dei diritti dei lavoratori, primo fra tutti l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

 

Ne è uscita confermata la natura programmatica della CGIL e l'impegno che, su quella base, ha portato la nostra organizzazione ad essere protagonista nella battaglia di opposizione al programma di governo del centro destra e alle scelte pericolose in esso contenute; in primis la partecipazione alla guerra contro l’Iraq.

La natura programmatica della Cgil è presupposto della sua autonomia fondata sul lavoro, con i suoi contenuti e i suoi valori, e la cui piena affermazione nella società, compreso nella sinistra politica e sociale, ne costituisce l’asse strategico.

 

Di fronte ad una opposizione politica confusa e disorientata dalla sconfitta elettorale, la CGIL, dal congresso di Rimini ad oggi, ha svolto un ruolo centrale di tenuta non solo sul terreno sociale ma per gli assetti democratici più complessivi.

La manifestazione del 23 Marzo ha dimostrato come la CGIL fosse entrata in sintonia con le aspettative dei lavoratori e di amplissimi settori della popolazione.

Nel contempo la scelta, operata a Rimini, di confronto ed alleanza con i movimenti, a partire da quello per la pace, nella giusta reciproca autonomia, è stata importante non soltanto per rinnovare la cultura della CGIL ma soprattutto per rafforzare la battaglia contro le conseguenze del neoliberismo, la difesa della qualità della democrazia così come sancita dalla Costituzione.

L'autonomia e le scelte operate nel quattordicesimo congresso hanno garantito un ruolo democratico e unitario alla Cgil che è ed è stata percepita, da parte di tutti i movimenti democratici e dalla parte più debole del paese, come la forza cui guardare con fiducia nella lotta contro le iniziative del governo.

 

Questa stagione di lotte e mobilitazioni ha confermato, come già emerso a Rimini, che permane un problema di rappresentanza politica del mondo del lavoro evidenziatosi clamorosamente anche dalla mancata condivisione, da parte della maggioranza dei partiti di opposizione, delle proposte di legge sostenute da otre 5 milioni di firme.

 

Noi riteniamo che la linea approvata al XIV° Congresso sia tuttora valida e che anzi sia utile per orientarci nell'opera di approfondimento, di elaborazione  e di proposta che l'evoluzione del confronto politico e sociale ci impongono: dai cambiamenti della Costituzione e del modello di democrazia già in discussione in Parlamento, fino al modello di Stato sociale e di quello contrattuale.

 

Lavoro società- cambiare rotta ritiene importante rilanciare, nel solco della linea del congresso, l’elaborazione di proposte  adeguate ad affrontare le sfide che  abbiamo di fronte anche innovando negli strumenti di confronto e di dibattito.

 

Va confermato e rilanciato l'impegno per la globalizzazione dei diritti, della solidarietà e delle opportunità. Il processo di globalizzazione in atto risulta invece schiacciato dal predominio di strategie e politiche liberiste, dall'esercizio della competizione senza regole che accresce povertà e disuguaglianza, al drenaggio di ricchezze e risorse naturali verso i paesi sviluppati, dall’uso indiscriminato della natura con pesanti sconvolgimenti e mutazioni ambientali

Si cerca di revocare diritti inalienabili quale il diritto universale alla salute, all'accesso ai beni comuni quale l'acqua potabile e ad una alimentazione adeguata, all'istruzione, all'ambiente nonché i diritti sociali di cittadinanza e i diritti sul lavoro.

La estremizzazione della centralità dell'individuo, lungi dal rappresentare un avanzamento nelle condizioni di vita e di lavoro delle persone, condanna ad una gravosa solitudine i soggetti che più hanno necessità di interventi e politiche collettive di solidarietà e sostegno.

Vanno rilanciate e riformate le istituzioni internazionali e il multipolarismo; il rafforzamento delle dimensioni regionali (Europa, Mercosud, ecc..), un programma concreto per lo sviluppo dei paesi poveri, in particolare delle realtà più degradate del continente africano, la lotta al terrorismo, il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti sia di quelli più noti che di quelli meno conosciuti.

La guerra è divenuta ormai lo strumento prevalente con cui vengono affrontate le crisi provocate da questo modello liberista. Gli USA, con la teoria e la pratica della guerra preventiva, sono al centro di questo processo che si maschera dietro l’ideologia del libero mercato e dell’esportazione armata della democrazia.

La pace si deve perseguire rispettando l’art.11 della Costituzione, il bando della guerra come previsto dalla carta dell’Onu e l’autodeterminazione dei popoli, a partire dal ritiro delle truppe d’invasione dall’Iraq.

 

L'Europa potrà fare molto di più su tutti i terreni fin qui citati, decisivi per il futuro della comunità internazionale, se porterà avanti nella costruzione della propria dimensione politica, la valorizzazione e non la cancellazione, come pure sta avvenendo diffusamente, del proprio modello sociale che deve invece essere confermato come elemento costitutivo.

L'Europa deve confermare il proprio modello fatto di diritti sociali e del lavoro, e il peculiare ruolo svolto dallo Stato sia nel Welfare che nell’economia, estendendo a tutti i paesi diritti e tutele uguali, battendo ogni rischio di dumping sociale e di diritti a geometria variabile tra i cittadini e i lavoratori europei come avverrebbe con provvedimenti quali la direttiva Bolckestein.

Il recente trattato costituzionale se da un lato conferma la volontà di perseguire la via di una pacifica unione tra Paesi storicamente dilaniati dalle più dure guerre, presenta gravi limiti contro i quali va proseguita la mobilitazione per il loro cambiamento e miglioramento.

Va superata l’impostazione liberista del trattato in particolare la 3° parte che costituzionalizza i vincoli di Mastricht, va sancito il ripudio della guerra e la cittadinanza europea di residenza.

 

La scelta per lo sviluppo sostenibile deve caratterizzare tutte le scelte di natura sociale, economica e ambientale; tre pilastri di un’unica strategia. Uno sviluppo sostenibile che promuove ed incrementa innovazione, efficienza e competitività, assicurando una migliore qualità della vita, maggiore e migliore occupazione e una riduzione del consumo di risorse e degli impatti sull’ambiente: in questa ottica si è mossa l’Unione Europea con le sue scelte, a partire dal protocollo di Kioto e deve impegnarsi l’Italia con decisioni e azioni adeguate e tempestive.

Va rilanciata la politica energetica fondata sul risparmio, le fonti rinnovabili e la ricerca. La prima grande opera pubblica deve essere il risanamento e la messa in sicurezza del territorio riducendo insieme la dipendenza dai combustibili fossili. Vanno quindi superate le leggi in materia approvate in questa legislatura.

 

In Italia la devoluzione e gli interventi sulla Costituzione possono essere il mezzo attraverso cui si mina la coesione territoriale e quella sociale, differenziando cittadini e lavoratori nell'accesso a diritti fondamentali.

Le modifiche apportate dalla precedente legislatura al Titolo V° della Costituzione hanno generato più problemi che soluzioni; in particolare non possono essere oggetto di legislazione concorrente i livelli essenziali dei diritti sociali che debbono essere garantiti dallo Stato.

La legge Maroni sul mercato del lavoro considera il lavoratore strumento funzionale dello stesso, il diritto del lavoro viene smantellato e ricostruito intorno al contratto individuale, i diritti disponibili in relazione alla natura della prestazione lavorativa. La rappresentatività sindacale e la contrattazione collettiva sono definiti vincoli e rigidità a fronte di una improbabile libertà dei singoli nello stabilire le condizioni del contratto individuale.

La storia del nostro Paese ci dice che mettere in discussione i diritti sul lavoro comporta automaticamente minare i diritti di cittadinanza e dunque la nostra stessa Costituzione.

 

Si tratta in sintesi di agire in modo diametralmente opposto a quanto sta facendo il Governo Berlusconi, anche superando la legislazione prodotta in questi anni.

Vanno abrogati i principali provvedimenti di questo governo sul terreno sociale e del lavoro; la legge 30, la Bossi-Fini, la Moratti,la controriforma previdenziale.

L’azione del Governo di centrodestra ha prodotto guasti e cambiamenti regressivi su tutti i terreni; per questo le necessarie abrogazioni delle leggi di questo governo debbono essere accompagnate da nuovi provvedimenti che affrontino la nuova realtà; non basterebbe ritornare alla precedente legislazione, anche perché, talvolta non era soddisfacente neanche quella.

Vanno cancellati i provvedimenti nel campo della giustizia, fa fatta una efficace legge sul conflitto di interessi e la difesa del pluralismo dell’informazione, va assunta la scelta di contrastare la revisione costituzionale in atto con il ricorso, qualora approvata al referendum per abrogarla.


 La valorizzazione del lavoro e una sua nuova centralità sociale sono l’obiettivo generale della CGIL per la prossima fase.

Occorre quindi riconoscere al lavoro la sua fondamentale funzione sociale, cardine principale per una cittadinanza attiva e consapevole. La centralità del lavoro e dei lavoratori è anche centralità di un assetto economico fondato sulla produzione di beni materiali e di servizi. Anche il declino economico-industriale si inscrive in questa perdita di centralità.

Bisogna ridare priorità al contratto a tempo indeterminato facendo della flessibilità un’eccezione e non la regola in un mercato del lavoro non precario e solidale. Va  allargata l’area delle tutele e dei diritti economici e sindacali alla luce delle grandi trasformazioni avvenute, riconducendo ogni tipologia contrattuale all’area del lavoro economicamente subordinato o all’area dell’economicamente autonomo. Occorre contrastare le forme di parcellizzazione e di frantumazione dei cicli produttivi, nonché l’erosione delle tutele per la salute e la sicurezza anche attraverso il rafforzamento della contrattazione di sito e la ricomposizione delle filiere produttive in contratti collettivi unici di settore.

Si devono riformare ed estendere, secondo principi universalistici, gli ammortizzatori sociali finalizzandoli a garantire realmente ad ogni lavoratore e lavoratrice il diritto ad un reddito nelle fasi di non lavoro e il diritto ad una formazione per tutto l’arco della vita.

Per questo vanno cancellate tutte le norme che hanno precarizzato il rapporto di lavoro, favorito la destrutturazione e l’impoverimento dell’impresa, indebolito la contrattazione collettiva e sono necessarie nuove norme più avanzate ed innovative, coerenti fino in fondo con quanto indicato e secondo i contenuti dei progetti di legge sui quali sono state raccolte oltre 5 milioni di firme.

Vanno varate misure efficaci per l’emersione del lavoro nero ed estendere i diritti del lavoro per le aziende sotto la soglia dei 15 dipendenti.


Oggi per una donna, in particolare per una lavoratrice, è sempre più difficile poter autodeterminare la propria vita e programmare il futuro a causa della accresciuta precarietà del lavoro (legge 30, ecc..) e del conseguente livello del proprio salario e pensione. A questo si accompagna il peggioramento delle norme sugli orari e il Testo unico, in emanazione, sulla salute e sicurezza che riduce fortemente i livelli di tutela ma anche i provvedimenti sul sistema previdenziale che tanto danneggiano il futuro delle donne. La maggior ricattabilità sul lavoro toglie forza alle donne anche nella società stravolgendo le regole della convivenza civile come nel caso della crudele legge sulla procreazione medicalmente assistita. La perdurante campagna sulla riduzione della tasse colpisce in particolare le donne portando ad una drastica riduzione dei servizi che sono spesso la collettivizzazione dei lavoro svolti gratuitamente dalle donne da secoli.

Anche I/le giovani , in particolare i giovani lavoratori e lavoratrici, sono particolarmente penalizzati dalla precarizzazione del mercato del lavoro e dalla controriforma previdenziale. 


Netta deve essere la battaglia della CGIL per la difesa del Contratto nazionale di lavoro, strumento fondamentale di tutela e solidarietà per tutte le lavoratrici e i lavoratori, particolarmente necessario nei processi disgregativi in atto.

La CGIL deve perseguire una politica rivendicativa per l’aumento del potere d’acquisto delle retribuzioni, dei salari e delle pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici.

L’obiettivo posto nel XIV° Congresso che nei rinnovi dei CCNL, oltre il recupero del potere di acquisto, si ridistribuisse la produttività, ha registrato risultati contradditori; alcuni accordi che abbiamo giustamente contestato non sono stati coerenti con quella linea . Anche sul terreno del contrasto alla legge 30 si sono registrate difficoltà ed incoerenze.
Le piattaforme rivendicative per i contratti della P.A. e dei metalmeccanici, nonchè alcuni recenti accordi, dimostrano la praticabilità della linea congressuale. Purtroppo l’obiettivo del recente congresso della Fiom di andare oltre Il XIV° congresso della Cgil non è stato raggiunto. Come desta preoccupazione la articolazione della richiesta salariale contenuta nella piattaforma attuale.

Resta nostro obiettivo quello di   consolidare un   modello contrattuale su due livelli, con funzioni distinte: il livello nazionale di recupero dell'inflazione reale e redistribuzione della produttività di settore e della parte normativa generale, un secondo livello per la contrattazione del salario per obiettivi, della modulazione degli orari, dell’organizzazione del lavoro, della sicurezza, della formazione, ecc..

La contrattazione articolata, nei fatti, ha avuto spesso in questi anni un andamento contraddittorio, mentre deve tornare ad essere per la CGIL uno strumento fondamentale di intervento sulla condizione lavorativa e per il contrasto alla precarietà e alla frammentazione per favorire, invece, la ricomposizione del mondo del lavoro

Per la CGIL la validazione certa dei contratti da parte dei lavoratori è elemento costitutivo dell’identità democratica dell’organizzazione. Il ricorso al voto certificato dei lavoratori per l’approvazione delle ipotesi di accordo è ancora una pratica troppo saltuaria.

Il compromesso sul referendum realizzato nei metalmeccanici, pur segnando un significativo avanzamento, si muove all’interno di un patto tra sindacati, non riconoscendo ai lavoratori la titolarità certa ed esigibile del CCNL e quindi il diritto a decidere.

 

Si ripropone pertanto il varo di una legge sulla rappresentanza che, come avvenuto per i lavoratori della PA, applichi il dettato costituzionale sulle organizzazioni sindacali e garantisca il pronunciamento dei lavoratori sui contratti.

 

Va riconfermato, nei vari settori delle politiche sociali, il ruolo fondamentale del pubblico prevedendo l’intervento del privato sociale solo nell’integrazione di livelli essenziali adeguati.
Sanità e istruzione sono diritti universali dei cittadini da garantire indipendentemente dal censo.

Vanno resi esigibili i Livelli Essenziali di Assistenza Sanitari attraverso un apposito fondo nazionale di solidarietà e riequilibrio nonché definire appropriati investimenti.

Occorre una riflessione generale sul sistema previdenziale ulteriormente colpito dalla “controriforma” del Governo Berlusconi e vanno affrontati i problemi gravi dei lavoratori atipici che non riusciranno a maturare pensioni dignitose come va garantita la finalità previdenziale dei fondi integrativi sui quali occorre tirare un bilancio critico.

Va ripristinato un meccanismo di recupero del potere di acquisto delle pensioni che vada oltre il puro recupero dell’inflazione aggiungendo una quota agganciata al PIL oppure all’aumento medio dei salari.

Bisogna, altresì istituire un fondo nazionale per la non autosufficienza.

 

La mano invisibile del mercato sta portando l’Italia al declino. Risalire significa dotarsi di un progetto generale   di cui appaiono prive le classi dirigenti politiche ed economiche. Progetto che non può essere surrogato da patti sociali nei quali i lavoratori svolgono il ruolo di quelli che partecipano coi loro sacrifici.

Il bilancio negativo, per i lavoratori e i pensionati, sulla distribuzione dei redditi, della stabilità del posto di lavoro e dello stato sociale, conferma le ragioni della nostra giusta e storica opposizione al protocollo del 23 luglio.

 

Il Paese non ha bisogno della riedizione di patti più o meno neocorporativi ma di un disegno generale  che presuppone un ruolo forte dell’ambito pubblico in economia, e la scelta di una nuova capacità di programmazione e orientamento democratico dello sviluppo.

Per fare politica industriale a livello di sistema nazionale occorre scegliere quali settori produttivi sviluppare, quali rafforzare con strumenti e interventi mirati, dall’incentivazione fiscale, al sostegno alla ricerca, dalla domanda pubblica alla promozione commerciale.

Lo sviluppo economico del paese oggi è strettamente connesso anche al governo dei servizi all’impresa che rappresentano un anello fondamentale della filiera produttiva.

Ugualmente è necessario il controllo sull’espansione della rete distributiva che determina sempre più la scelta dei prodotti commercializzati condizionando la produzione delle merci.

Vanno ripensate tutte le politiche di liberalizzazione e privatizzazioni, definendo la proprietà e la gestione pubblica pubblica di alcuni beni universali a partire dall’acqua , favorendo ove necessario per economie di scala la forma consortile.

Le privatizzazioni realizzate senza un’attenzione specifica ai costi dei servizi per gli utenti finali e agli interessi strategici del Paese sono dannose per il Paese e diventano occasione per facili   e sicuri affari.

 
Per il mezzogiorno è necessaria una politica industriale, con finanziamenti pubblici definiti che non siano legati ad una ripetizione di incentivi a pioggia, ma ad un progetto di sviluppo che abbia come riferimento il bacino del Mediterraneo.

Tale progetto deve avere come vincolo il rafforzamento dell’apparato industriale meridionale, e con occupazione stabile e duratura al fine di riattivare le vocazioni territoriali (agro-alimentare) anche in connessione della necessaria ricerca che nel Sud ha punti di eccellenza. Il potenziamento delle risorse turistiche e dei beni culturali, (attività che rappresentano una cospicua quota di occupazione, nella situazione attuale) hanno bisogno di modernizzarsi sviluppando servizi di qualità tali da consentire l’uscita dalle logiche emergenziali svincolandosi così dalle politiche assistenzialistiche.

L’insieme del paese deve farsi carico di abbattere gli ostacoli rappresentati dalla massiccia presenza della criminalità organizzata per favorire il pieno dispiegarsi degli investimenti per lo sviluppo. Questa condizione ha provocato sino ad ora un sistema di precarietà economica, culturale e sociale che rappresenta un grosso ostacolo al dispiegarsi di un progresso sociale economico e civile.

Un processo di industrializzazione e qualificazione dei servizi richiede una adeguata politica del credito che inverta la situazione attuale nella quale le regioni del Sud sono penalizzate.

 

Va data priorità, negli stanziamenti pubblici, a quelli in favore di nuove politiche formative e della ricerca.

Le politiche per la conoscenza, la formazione, la scuola, l’università e la ricerca rappresentano risorse fondamentali per quanto riguarda una prospettiva di sviluppo di qualità del nostro Paese e per affermare un livello di convivenza adeguato ai nuovi processi aperti con la globalizzazione. I provvedimenti legislativi emanati dal Governo, in antitesi con questa esigenza, hanno visto lo sviluppo di uno straordinario movimento di lotta con la partecipazione di una molteplicità di soggetti.

Si rende necessario un intervento che punti a un piano finanziario che determini per questi comparti un rapporto % con il PIL ai livelli europei; un piano straordinario di educazione degli adulti e di formazione permanente lungo tutto l’arco della vita; l’innalzamento dell’obbligo scolastico; l’incremento dei diplomati e dei laureati; un piano di investimenti per la ricerca pubblica, il superamento del precariato.


Occorre ripensare completamente le politiche sull’immigrazione producendo innovazioni profonde,in particolare; sul diritto d’asilo, superando il meccanismo restrittivo delle quote e istituendo un permesso di soggiorno per ricerca d’occupazione; col passaggio di competenze agli Enti Locali e il diritto di voto per gli immigrati residenti; con la costruzione di un circuito qualificato di centri di accoglienza-assistenza-informazione; garantendo l’accesso al mercato del lavoro ed alle protezioni sociali; affermando nella Costituzione europea il principio della cittadinanza di residenza. In questo quadro si rende indispensabile la chiusura dei CPT.

Solo con queste scelte si può contrastare efficacemente il fenomeno della clandestinità e del lavoro nero e segregato degli immigrati e delle immigrate.


Accanto ad una diversa politica di sviluppo, anzi coerente con essa, occorre una politica di redistribuzione dei redditi verso il lavoro, resa più urgente dalla spostamento di ricchezza che si è verificato da redditi da lavoro alla rendita, causa non solo di ingiustizie ma dello stesso declino economico del Paese.


Fisco, politiche contributive, controllo dei prezzi e delle tariffe, disponibilità-costo e qualità dei beni sociali, a partire dalla casa e da tutti i settori del welfare, politiche contrattuali e scelte in favore dei giovani e degli anziani, ne sono gli strumenti fondamentali e di sistema.

Se si vogliono davvero trovare le risorse necessarie per rilanciare investimenti, consumi e sostenere la parte più debole della società, queste vanno ricercate dove sono andati in questi anni i trasferimenti di reddito: nelle ricchezze finanziarie e nei guadagni degli investimenti finanziari. Altra fonte di reperimento di risorse deve derivare dal recupero delle esternalità e degli sprechi derivanti dall’attuale modello produttivo.

Deve essere rispettato il principio della progressività del sistema fiscale anche in campo patrimoniale, va tassato l’uso delle risorse non rinnovabili e va perseguita con efficacia la lotta all’economia sommersa.. Più in generale va definita una politica di redistribuzione dei redditi a favore dei pensionati, dei lavoratori e delle fasce sociali medio basse.

 

La possibilità di un Congresso che non si svolga su mozioni complessivamente alternative è legata ad una intesa positiva sull’orientamento che il complesso dei temi esposti in questo documento propone al dibattito precongressuale.

 

Questo contributo di carattere generale di Lavoro Società-Cambiare Rotta per il XV° Congresso della CGIL rappresenta anche la volontà di confermare la propria esistenza come area programmatica congressuale nel XV° Congresso e nel periodo successivo indipendentemente dalle forme con le quali si svilupperà la dialettica congressuale.

Con il Congresso del 1991 furono formalmente sciolte le correnti di partito sostituite dalle aree programmatiche congressuali.

Si è fondato così un pluralismo, assunto nelle regole di vita interna, fondato su posizioni sindacali; il pluralismo e la democrazia in una grande organizzazione sociale come la CGIL o è strutturato in forme organizzate o non è.

Le aree programmatiche, come forma organizzata di democrazia e pluralismo, fondando la loro motivazione nel mutato rapporto tra politico e sociale, e, tra sociale e partiti, debbono essere assunte come forma permanente, per questa fase, della dialettica interna in CGIL.

Se così non fosse, si aprirebbe la strada ad un ritorno delle correnti di partito, al prevalere di tendenze alla uniformità dei gruppi dirigenti, ad una perdita complessiva di autonomia dell’organizzazione.

Con le varie denominazioni assunte nei congressi del ’91, ’96, 2002, si è definita con continuità una aggregazione programmatica che, con il prossimo congresso, vanta, nelle sue forme più significative, almeno 14 anni di storia nella CGIL.

Riteniamo che il contributo che questa area di “sinistra CGIL” ha dato alla confederazione sia stato utile ed importante; un contributo che ha trovato dal Congresso di Rimini ad oggi importanti assunzioni di alcune delle proprie posizioni storiche come linea di tutta la CGIL.

 

Roma 9 Marzo 2005

 

Lavoro società- Cambiare Rotta

Area programmatica congressuale della Cgil