Relazione di Fulvio Fammoni, segretario confederale
La relazione affronterà sia dal versante politico, che da quello della proposta
normativa, il futuro del mercato del lavoro italiano. Naturalmente per ragioni di brevità
non potrà che essere fatto per titoli, rimandando ad un appunto più completo , frutto di
un lungo lavoro del dipartimento nazionale e dei compagni e delle compagne che nel
territorio e nelle categorie si occupano di questi temi.
Un appunto di lavoro aperto, ma preciso, che ci accompagnerà per più di un anno di
lavoro, fino - è lauspicio - alla cancellazione delle norme attuali e ad una nuova
legge sui diritti del lavoro.
Oggi ci confrontiamo con i partiti che hanno dato vita a lUnione, lo schieramento
che si candida in alternativa ad un Governo indisponibile ad ogni forma di confronto e che
esplicitamente afferma linutilità delliniziativa sociale e delle forze
sociali.
Contestiamo radicalmente come è noto limpianto istituzionale e il modello
sociale del centro destra che trova i suoi punti di riferimento nellegoismo
individuale, nel primato del mercato senza regole e nel rifiuto dei principi di
uguaglianza e solidarietà; destinato a veder crescere disuguaglianze sociali, conflitti,
e a incrinare i fondamenti del patto di cittadinanza su cui si fonda la coesione sociale.
E un giudizio severo: ma il nostro metro di misura è la distanza tra quelle
politiche e i valori fondativi del sindacato confederale italiano.
Abbiamo conosciuto in questi anni politiche volte a definire il cittadino come semplice
spettatore o consumatore; il lavoratore come una merce; il rapporto tra governo e
cittadino, delegato esclusivamente ai mezzi di informazione: un modello di società cioè
improntato alla subalterneità culturale e una idea sbagliata e povera della democrazia.
Al contrario cè bisogno di rivitalizzare la vita pubblica, di rafforzare i legami
sociali, di spingere verso la partecipazione attiva.
Per questo proponiamo non aggiustamenti ma programmi alternativi alle politiche del
centro destra e ci vogliamo confrontare con elaborazioni e impostazioni plurali, che
richiedono adesso di divenire sintesi condivisa. Per questo, per quanto ci riguarda, siamo
già in campo con una nostra proposta.
E non a caso come primo appuntamento la Cgil riparte dal lavoro e dai suoi diritti.
Seguiranno, per il nostro dipartimento, il 10/11 marzo liniziativa sulla conoscenza,
in aprile e maggio le iniziative su lavoro nero e Immigrazione e uguale impegno
riguarderà tutta la Cgil in uno sforzo programmatico straordinario della nostra
organizzazione.
Vi proponiamo in premessa dunque il concetto fondamentale su cui si basa tutta nostra
elaborazione: un modello futuro di sviluppo economico e sociale in cui il valore sociale
del lavoro e della conoscenza sia esplicitamente al centro delle scelte e dei processi. Un
tratto distintivo, insomma, e non un costo da comprimere.
E passato più di un anno dallemanazione della legge 30 e tre dal decreto
che ha liberalizzato il contratto a termine. Numerosi nel frattempo sono stati altri
interventi normativi, sbagliati ed ingiusti, come il decreto sugli orari, la proposta di
Nuovo Testo Unico sulla sicurezza, ecc. E questo senza contare una montagna di decreti,
circolari e note integrative e sostitutive, per ultimo quella sulla somministrazione.
E quindi tempo di bilanci, ma soprattutto è tempo di dare corpo e sostanza ad
unidea diversa di quale mercato del lavoro si vuole, quali diritti, quali nuove
tutele in un mondo che è cambiato, ma che non per questo deve essere profondamente
peggiorato.
Non arriviamo a questo appuntamento senza un percorso nel paese e anche tra di noi, con
idee e proposte di merito diverse che man mano si sono avvicinate e affinate.
Da questo punto di vista è stata fondamentale la dimostrazione anche statistica
di come loccupazione di qualità, lo sviluppo, la stessa coesione sociale non
sono possibili se si scommette su un modello povero basato sulla riduzione del costo del
lavoro e dei diritti. Come Cgil, da soli, lo denunciammo assieme alla prospettiva del
declino.
Partiamo dal bilancio di questi ultimi anni. Un bilancio che governo e maggioranza, in
chiara difficoltà, tentano di rinviare. Siamo chiamati a misurarci con una più generale
azione del Governo in materia di lavoro e parallelamente con la
straordinaria iniziativa di contrasto e di proposta della Cgil, che nessuno può negare.
Una politica quella del centrodestra che si è basata su un sistematico
tentativo di rovesciare il rapporto esistente tra tutele collettive e diritti individuali,
di svilire il ruolo dei Contratti Collettivi nazionali di Lavoro. Con un messaggio chiaro
alle imprese: meno diritti vuol dire meno costi, più forme contrattuali precarie vogliono
dire più facilità di scelta e più facile governo dellimpresa.
Peccato che meno diritti vuol dire anche meno qualità e maggiore disagio sociale;
troppa flessibilità e moltiplicazione delle forme contrattuali precarie vuol dire anche
maggiore contenzioso giuridico e vertenziale, incapacità di investire su se stessi e la
propria impresa nel medio periodo. Rifuggire insomma da ogni strategia di crescita e di
qualità. Molte imprese, adesso, lo hanno capito, non ritenendo parte delle norme
introdotte dalla 30 efficaci, utili e direi credibili.
Ed il tutto è avvenuto in un momento in cui siamo sottoposti ad una crisi industriale
e a una competizione internazionale che certo non si possono affrontare imitando le
politiche peggiori dei paesi emergenti. Questo errato, sbagliato ed ingiusto messaggio al
paese sta dimostrando oggi quanto velenosi ne siano i frutti. Ce lo confermano i
principali indicatori.
Tutta questa produzione normativa è quindi riuscita in due obiettivi
veramente degni di nota.
Il primo, assecondare unabitudine antica del capitalismo italiano: quella di
scommettere sul breve, di rinviare investimenti vitali, di non saper mettere in campo
strategie di medio e lungo periodo con cui valorizzare le competenze e le necessarie
innovazioni organizzative. Abbiamo assecondato la rinuncia a non scommettere sulla
crescita dimensionale delle stesse aziende, a non investire in qualità e in innovazione.
Il secondo obiettivo centrato dal Governo è stato quello di riuscire a far
passare tra la gente (come dimostra anche il recente sondaggio della Demoskopea) il
messaggio per cui oggi flessibilità è sinonimo solo di precarietà. E di questa
convinzione socialmente diffusa (che si basa su fatti e contraddizioni reali) non se ne
può non tenere conto.
Insomma non solo non si è portato ad unità un mondo del lavoro più frammentato, più
parcellizzato, ma si è peggiorata la condizione delle tutele e della stessa solidarietà
tra lavoratori, si è aumentata la povertà e lesclusione sociale con vecchie e
nuove discriminazioni generazionali e di genere.
Del resto proprio questo era il risultato ricercato dallazione del Governo (per
troppo tempo assecondata anche da numerose organizzazioni datoriali, a partire dalla
vecchia confindustria). Secondo una concezione inaccettabile, non solo sul
fronte dei diritti, ma per lidea di società che porta con sé. E lo stesso
concetto di falsa libertà che si è cercato di immettere in altri campi: dalla scuola,
allimmigrazione, dalle riforme istituzionali, alla giustizia e
allinformazione.
La battaglia sullart. 18 prima, contro la legge 30 poi cosa è se non una
battaglia di democrazia contro la riduzione dei diritti? Per questo ha un eccezionale
consenso e durata.
E utile sempre ricordare questo contesto per potere oggi affermare che, pur se i
problemi e i pericoli rimangono, il disegno che si perseguiva non è riuscito a
dispiegarsi del tutto. Questo è merito anche dellazione di milioni di lavoratori e
della Cgil, che ha rallentato lapprovazione della legge, tenuta aperta una
prospettiva grazie alle proposte di legge e ai 5 milioni di firme raccolte, arginato con
azione contrattuale prevalentemente unitaria le tipologie e le norme più pericolose,
contrattato leggi regionali migliorative.
Il pericolo rimane, come dimostra la continua produzione normativa del Governo, i
tentativi di alimentare ulteriori riduzioni di tutele e diritti continuano. E
evidente la volontà sistematica di reideologizzare il confronto da parte del Ministero
del Welfare.
Ma nonostante la propaganda governativa, si sta dimostrando quanto ideologica e
punitiva sia gran parte della legislazione finora prodotta.
La sfida che la Cgil si e vi propone è allora una sfida per la centralità della
buona, piena e sicura occupazione.
Per tutto questo non abbiamo cambiato idea: va cancellata la filosofia della legge 30 e
tutte le norme che precarizzano il rapporto di lavoro (a partire dal lavoro a chiamata,
staff leasing, contratti occasionali e con vuocher, ecc.) va fermata la destrutturazione e
limpoverimento dellimpresa (appalti e ramo dazienda); vanno cancellate
le norme che indeboliscono la contrattazione collettiva e che alimentano ulteriori forme
di svantaggio (art. 13 e 14).
Si ribalta così lintero impianto governativo e per questo sono necessarie nuove
e contestuali disposizioni più avanzate che riempiano il vuoto che si crea e
garantiscano, come punto fondamentale la centralità del contratto di lavoro a tempo
indeterminato e il diritto alla formazione per tutto larco della vita.
Tempo indeterminato come forma ordinaria di assunzione e di prestazione
secondo lindicazione letterale dellaccordo CES-UNICE e nuovo art. 2094 del
C.C. che definisca la nozione di lavoratore economicamente dipendente (estendendo così le
tutele legislative e contrattuali tipiche del lavoro subordinato), riscrittura del
contratto di apprendistato, superamento del sottoinquadramento salariale come incentivo,
definizione più rigida del lavoro temporaneo, riappropriazione contrattuale delle
causali, norme certe per loccupazione a termine, valorizzazione delle formazione
ecc.. Il tutto come legislazione di supporto e non sostitutiva alla contrattazione
riportando la legge al suo naturale ruolo di sostegno e valorizzazione.
Scommettere su: un rapporto corretto tra sistema pubblico e soggetti privati nel
governo dellincontro domanda offerta; su una politica di contrasto al lavoro nero e
alleconomia sommersa .
Razionalizzare la pletora dei contratti non ordinari (da 49 a 7-8 tipologie la nostra
proposta). Contratti che devono non solo essere e divenire uneccezione rispetto alla
ordinaria attività di ogni impresa, ma che dovranno poter garantire diritti certi ed
esigibili Una proposta che infine assuma il tema delluniversalizzazione delle tutele
economiche nellimpresa (come indicato nelle nostre proposte di legge e che
rappresenta lopposto di quanto previsto dall848 bis) e di nuovi ammortizzatori
sociali per un sistema sempre più frammentato e scoperto alla concorrenza. Facendo anche
i conti con un emergenza migliaia di imprese in crisi o prossime al fallimento.
Altri punti dovranno poi essere ulteriormente approfonditi. A partire dal rapporto tra
legislazione nazionale e legislazione regionale, così come indicato anche nella recente
sentenza della corte costituzionale.
Intorno a queste coordinate la Cgil avanza ancora una volta proposte specifiche,
articolate, frutto di un lavoro collettivo. E giunto però per tutti il tempo di
dire quello che si vuole, quale è il mercato del lavoro che unItala competitiva e
solidale dovrebbe avere.
Certo. Tutti i presenti sono ben consapevoli che i temi del mercato del lavoro sono
politicamente delicati e difficili anche nel confronto con i datori di lavoro e a livello
unitario. Ma proprio per questo le proposte che come Cgil avanziamo possono assumere una
grande importanza. Oggi infatti la nostra azione contribuisce ad unopportunità
dimostra la delicatezza e limportanza di un sistematico e nuovo intervento normativo
su queste materie; offre loccasione di poter contribuire a intervenire su un modello
alternativo di sviluppo e di democrazia, con un confronto di merito aperto a tutti coloro
che intendono parteciparvi.
- Ancor più nello specifico , come preannunciato particolare riguardo meritano:
- le collaborazioni che si devono equiparare anche previdenzialmente e fiscalmente al
lavoro subordinato, ed essere riservate a funzioni caratterizzate da elevata autonomia e
creatività, individuate dalla contrattazione collettiva;
- la centralità del contratto a tempo indeterminato deve ritrovarsi anche in termini di
incentivi rivolti alla stabilizzazione occupazionale e in riferimento ai contratti non
ordinari a partire del contratto a termine, ripristinando la titolarità della
contrattazione collettiva a definire le causali e le percentuali massime di utilizzo; il
diritto di precedenza per i lavoratori a termine (specie stagionali), e norme contro
labuso dello strumento;
- per il part-time, in cui va ripristinato lequilibrio tra contrattazione collettiva
e rapporto individuale riconquistando alla contrattazione la titolarità esclusiva ad
introdurre le clausole elastiche, sia ribadita la volontarietà nella prestazione del
lavoro supplementare e il diritto al suo consolidamento. Va inoltre favorito luso
volontario del part-time quale strumento di conciliazione tra lavoro e vita personale
- il lavoro in somministrazione, che deve tornare ad essere lavoro temporaneo,
secondo le indicazioni delle stesse direttive comunitarie . E le cui causali e percentuali
massime di utilizzo, sono rimesse alla contrattazione collettiva;
- lapprendistato e il contratto di reinserimento, da rinominare, anche i termini
sono significativi, contratto a scopo formativo e contratto dinclusione, devono
poter assolvere veramente e pienamente alle funzione di completare e aggiornare,
rispettivamente, le competenze per chi non è ancora entrato o deve rientrare dopo diverso
tempo nel mondo del lavoro. In entrambi i casi il vantaggio per limpresa che
proponiamo è di natura contributiva e fiscale (con la formazione esterna a carico del
pubblico) e non di tipo salariale o poggiato sulla compressione dei diritti delle persone
(malattia, comporto, infortunio, tutele sindacali). Nellambito di questo capitolo
(in un intreccio con la prospettiva di elevazione a 18 anni dellobbligo scolastico e
connessa alliniziativa sulla legge 53/03) si prevede di riformare anche
listituto del tirocinio formativo.
- infine, per i soggetti svantaggiati si applica il contratto dinclusione, al cui
interno si prevede la possibilità di misure soggettivamente calibrate rispetto alle
condizioni di disagio, ma non effetti negativi sulle condizioni dimpiego.
Occorre poi intervenire - e su questo la nostra proposta individua un terreno inedito
di intervento- anche per contrastare la frantumazione e la possibilità di
smontaggio dellazienda a puro scopo speculativo o di espulsione di
manodopera. In merito ai regimi dappalto, di trasferimento di ramo dazienda e
di distacco di lavoratori si propone di prevedere la proceduralizzazione obbligatoria di
ogni mutamento negli assetti aziendali, estendendo e generalizzando il regime oggi in
vigore ex art. 2112 c.c. Inoltre va previsto, per i beni pubblici tutelati
costituzionalmente, una norma che ne impedisca lesternalizzazione e/o la concessione
in appalto. Va introdotto il concetto di codatorialità e conseguentemente
ipotizzato un periodo in cui le imprese siano responsabili in solido per ogni problema,
compresa la tutela occupazionale e lapplicazione contrattuale. Per i rapporti
caratterizzati dal ricorso ad imprese multiservizi va invece fatto riferimento alla
filiera al cui interno si collocano i servizi appaltati,
Perché si possa definire ramo dazienda il complesso di lavoratori da
trasferire deve essere inoltre caratterizzato da autonomia organizzativa e funzionale preesistente
al momento del trasferimento (cfr. sentenza Ansaldo/Manital) e la costanza di
rapporto deve riguardare anche la corresponsione, almeno per il periodo di vigenza del
contratto aziendale, degli elementi variabili della retribuzione. Va anche introdotto un
tentativo di armonizzazione dei trattamenti, se inferiori, vigenti nellimpresa
cessionaria con quelli dei lavoratori trasferiti. Sul distacco, ribadita la nostra
opposizione alla Bolkenstein, va garantito lintegrale rispetto del complesso delle
norme contrattuali a favore del distaccato, e introdotto lobbligo per il distaccante
di motivare motivi e durata del distacco.
Sul delicato tema della bilateralità: una volta che si sia chiarito come il
legislatore deve stare lontano da una tema su cui sono le parti sociali a dover decidere,
e preso atto che esistono nuove esperienze di bilateralità positiva sulla formazione ci
si può dedicare ad un confronto che, al riparo da interventi autoritari del legislatore,
affronti con rigore i nodi irrisolti; regoli il rapporto tra natura pattizia dello
strumento ed universalità dei destinatari delle prestazioni; garantisca quindi
volontarietà delle adesioni da un lato e la fruibilità universale delle prestazioni;
garantisca norme certe sulla democraticità degli organi di amministrazione, evitandone
una requisizione da parte delle parti istitutrici. Questo, avendo ben chiaro che occorre
preservare la natura di integrazione e non di sostituzione rispetto alle prestazioni dei
servizi pubblici e il ruolo non direttamente gestionale delle parti sociali (principio da
garantire anche attraverso precise indicazioni sulle incompatibilità).
Infine il grande tema delluniversalizzazione degli ammortizzatori sociali.
Al riguardo si conferma limpianto, il finanziamento e le finalità della proposta
di legge diniziativa popolare (con una particolare attenzione al recupero di parte
di quei 16 miliardi di euro di versamenti INPS che il lavoro irregolare sottrae
annualmente). Quindi obiettivo degli ammortizzatori è difendere e riqualificare il
lavoro, NON agevolarne la fuoriuscita (cfr. proposte ultime del governo ma in
generale l848 bis), e di mettere gli strumenti di sostegno al reddito a disposizione
di tutto il sistema economico. Di qui la necessità di mantenere la proposta di agevolare
anche dal punto di vista del costo per limpresa il ricorso ai CdS, in caso di
motivata impossibilità ricorrere ad uno strumento che integri le attuali fattispecie di
Cigo e Cigs, e solo al termine del ricorso a queste immaginare una fuoriuscita dei
lavoratori dallimpresa (mobilità e disoccupazione). Tenuto conto dei costi
necessari e dellimportanza di graduarne limpatto, si può immaginare di
attestarsi in un primo momento ad un livello che garantisca per tutti i settori non
coperti dalla 223/91 un livello di integrazione del reddito del 60%, ( cui si ritiene di
far fronte fiscalizzando il contributo CUAF dell1,61% e sostituendolo con uno di
analoga entità finalizzato a questo scopo), individuando poi un periodo entro cui
definire le forme, i costi, e le modalità per raggiungere la copertura dell80%. La
proposta va poi completata con i necessari raccordi tra strumenti di impostazione
lavoristica, che si concludono con un istituto quali il reddito di ultima
istanza, con quelli di stampo inclusivo/sociale quale il reddito di
cittadinanza o di inclusione rivolto a chi il lavoro non lo ha mai incontrato.
E noto il nostro no alla proposta del Governo di equiparare lo status di
lavoratore in mobilità con lo status del cassaintegrato (che rimane titolare di un
contratto di lavoro e quindi del diritto a tornare in produzione). Più in generale è
evidente che non si possa far pagare la crisi del paese ai soggetti più deboli. Al
riguardo una sola battuta obbligata visto la coincidenza della giornata rispetto
alla presentazione del pacchetto competitività: se qualche risorsa rimane di
quanto annualmente accantonato e poi puntualmente sottratto per la riforma degli
ammortizzatori. Dopo una raffica di annunci uno diverso dallaltro, adesso pare che
in attesa della riforma organica degli ammortizzatori sociali il fondo per
loccupazione sia incrementato di 491 milioni di euro per il 2005 e di 427 per il
2006 per interventi da adottarsi con successivo provvedimento legislativo.
Ho già detto più volte la nostra contrarietà agli interventi preannunciati, confermo
oggi che se si vuole veramente contribuire al rilancio produttivo senza un disastro
sociale queste risorse vanno prevalentemente destinate a salvare occupazione e quindi ad
intervenire su quelle imprese che hanno già superato i tetti previsti per la Cassa
Integrazione e a sostegno dei lavoratori di imprese sotto i 15 dipendenti.
Tornando al quadro di insieme vorrei aggiungere poche parole su un tema per noi molto
importante: in questa proposta di sistema sono necessarie nuove norme sulla vigilanza e la
lotta al sommerso. Non sono un elemento secondario: vanno cancellate questa conciliazione
monocratica e la certificazione dei rapporti, occorre valorizzare gli strumenti per una
maggiore efficacia e velocità delle procedure tradizionali di gestione del contenzioso.
Va inoltre ristabilita chiarezza nei ruoli di vigilanza distinguendoli nettamente da
momenti importanti di informazione e rispettata lautonomia degli enti previdenziali.
Sullemersione del sommerso, vanno incentivate forme di sostegno territoriale ai
processi di emersione, evitando di far soltanto conto su sconti salariali temporanei.
saranno ulteriormente precisate nelliniziativa richiamata, ma già ora vanno accolte
con soddisfazione le proposte degli avvisi comuni di settore (edilizia, agricoltura), solo
parzialmente recepite dal governo.
Ecco. Questi i temi e le proposte che sottoponiamo a tutti voi e che come Cgil faremo
vivere nel territorio, tra i lavoratori, i disoccupati ed i pensionati.
Questa è la nostra proposta, riguarda tutti gli aspetti del lavoro e delle sue regole.
Si può apprezzare o no, condividere in toto o in parte, ma è uno dei pochi approcci
sistematici e complessivamente alternativi alla legislazione esistente. Il problema nel
confronto non sarà rappresentato da una possibile gradualità, tenendo conto dei costi di
alcuni punti, nellambito della legislatura. Ma limpegno alla certezza del
percorso e la visibilità di queste scelte nei primi atti di un futuro Governo, come si
dice in gergo nei primi 100 giorni.
Non spetta a noi fare leggi, a noi spettano le indicazioni politiche di merito, ma
sicuramente sono tutte scelte traducibili in una possibile legislazione che ripristini il
ruolo di sostegno della legge alla contrattazione. Ascolteremo con attenzione il parere
dei nostri ospiti. Lavoreremo con disponibilità questo è il nostro approccio al
confronto con tutti e naturalmente particolare con Cisl e Uil, nellanno di fronte a
noi, valuteremo giudizi e proposte anche alternative che ci saranno avanzate, nella
auspicabile prospettiva di un progetto condiviso.
Qualcuno per questa iniziativa mette in dubbio la nostra autonomia, ma quale autonomia
maggiore di dichiarare prima il proprio progetto e su questa base esprimere poi le
valutazioni sui futuri programmi di governo?
Ancora una cosa. Come si svolgerà questa discussione non sarà per noi elemento
secondario. Perché riteniamo fondamentale un processo di ascolto vero della società,
trovando le forme e i modi più utili, riconoscendo concretamente rilevanza politica alla
partecipazione civile.
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