La verità nel pozzo, ovvero come si costruisce il senso comune fascista

 

 

Articolo di Gino Candreva, dell'Istituto Pedagogico della Resistenza, sulle foibe

 

“a Pola xe l’Arena/ la Foiba xe a Pisin

che i buta zo in quel fondo/ chi ga certi morbin”

(Canzoncina fascista antislava)

 

Una volta la formazione della “coscienza nazionale” era affidata ai grandi romanzi storici, Ettore Fieramosca o Marco Visconti, senza voler scomodare I promessi sposi, o a poeti come Foscolo e Alfieri, le cui ossa fremevano amor di patria. Quando a chiamare l’Italia “patria” erano in maggioranza. Ora bisogna accontentarci di Alberto Negrin e Leo Gullotta, artisti (ci dicono) di sinistra, prestati (speriamo temporaneamente) alla destra, e del loro Cuore nel pozzo, una “fiction” storica, che però non è un romanzone storico, che parla di foibe ed esodi e vanta la consulenza di Giovanni Sabbatucci, ma è un “racconto di sentimenti” senza pretese storiche, come dice il suo regista. Questa sfilza di affermazioni che si contraddicono dovrebbero evitare allo sceneggiato una critica storica e una critica estetica. Non si può criticare sul piano scrupolosità storica una storia di sentimenti, e come si può dare un giudizio estetico a una tragedia così struggente, senza cadere nella prosaicità e nell’insensibilità?

In realtà il senso del Cuore nel pozzo è un’operazione politica tesa alla costruzione di un senso comune nazionalista anticomunista, utilizzando il capro espiatorio della “violenza slava” contro i poveri italiani, progettata a tavolino dal ministro neofascista della Cultura popolare Gasparri,  già dal 2002. In un’intervista alla Stampa, il 18 aprile 2002, Gasparri dichiarava: “Penso che sarebbe più efficace una fiction che raccontasse la storia di una di quelle povere famiglie. Sono grandi tragedie. Come quella dell'Olocausto o di Anna Frank.” E la Rai ha servilmente ubbidito alle direttive del Goebbelsino di casa nostra. Una Rai che non ha mai mandato in onda Fascist Legacy, documentario della Bbc sui crimini italiani in Jugoslavia, Libia e Etiopia, acquistato già dal nel 1989. In un paese nel quale in pratica si vieta la proiezione del Leone del deserto, film sulla resistenza araba all’occupazione italiana della Libia.

Che si tratti di un’operazione politica è dimostrato anche dalla proiezione dell’anteprima alla vigilia e nella stessa sede, il Palazzo dei Congressi all’Eur di Roma, della conferenza di celebrazione  dei 10 anni di Alleanza Nazionale, ovvero dalla vestizione in doppiopetto del partito neofascista che, è bene ricordarlo, mantiene ancora nello stemma il catafalco di Mussolini. E dal sito di An si accede direttamente, tramite un link, a quello dello sceneggiato. “Fiction” servita, dunque. Che si tratti di una strumentalizzazione orchestrata a tavolino se ne deve essere accorto lo stesso Leo Gullotta, che a un certo punto ha abbandonato la sala dell’anteprima.

Una fiction che fa scempio della verità storica, anch’essa finita nel pozzo, infoibata con i corpi di tanti innocenti, slavi e italiani, la cui fine è da addebitare a una guerra, voluta dai nazifascisti, di aggressione alle popolazioni Jugoslave. E non al sadismo di qualche capo partigiano jugoslavo come Novak.

Già a partire dai titoli di testa lo sceneggiato prende per buone le cifre delle “migliaia e migliaia” di infoibati. Cifra diffusa dall’estrema destra, già a partire dalla riconquista italotedesca del 1943, poi rafforzata nel dopoguerra da “storici” come Luigi Papo e altri. Dopo la breve parentesi del potere popolare nel 1943, il ritorno dei nazifascisti è stata accompagnata da esecuzioni di massa di partigiani e civili, antifascisti jugoslavi e  soldati italiani che non volevano combattere nelle file della Rsi. A giustificare queste rappresaglie venne costruita la menzogna delle migliaia di infoibati italiani.  Le denunce di scomparsi, dopo il 1943 e dopo il 1945, in totale sono di circa 10.500, tra vittime degli scontri e della guerra di liberazione, morti in combattimento o nei campi di concentramento, tra italiani e jugoslavi. Gran parte di questi erano collaborazionisti e fascisti, tantissimi gli slavi e gli antifascisti infoibati durante il ventennio o tra il ’43 e il ‘45. Giacomo Scotti, nel suo “Le foibe fasciste che nessuno ricorda”, riporta che su 400 vittime nelle foibe istriane del 1943 oltre la metà avevano cognomi slavi italianizzati. Lo stesso Scotti, citando fonti triestine, tra cui lo storico Galliano Fogar o l’ex sindaco di Trieste, riporta le vittime degli infoibamenti ad alcune centinaia.

Eppure la sola federazione fascista di Trieste, già nel 1921, conta circa 14.000 iscritti. E’ la più importante d’Italia. Mentre decine di migliaia di italiani, fascisti o semplicemente opportunisti, avevano partecipato alla cacciata degli slavi dalle loro terre, alla spoliazione delle loro proprietà. La politica di snazionalizzazione di Mussolini venne perseguita tramite l’espulsione di croati e sloveni e l’incoraggiamento agli italiani perché occupassero le terre abbandonate. La canzoncina riportata in testa (riferita da un intervento di Giacomo Scotti) minaccia di infoibamento chiunque si opponga all’italianizzazione delle terre slave di confine. Nonostante questo, non si sviluppò tra le popolazioni slave un odio antitaliano, in quanto tale. E contrariamente a quello che racconta l’alpino Fiorello nello sceneggiato, i titini salvarono migliaia e migliaia di soldati italiani. Alcuni si unirono all’Esercito di liberazione jugoslavo, come la divisione “Garibaldi” in Montenegro, diretta da ufficiali badogliani, che combatterono fianco a fianco degli jugoslavi contro i nazifascisti; altri vennero rifocillati e fatti tornare a casa; altri ancora ospitati dalla popolazione serba, croata o slovena fino al termine della guerra.  Scotti ricorda ancora l’episodio dei 3000 marinai di leva che vennero imbarcati su un treno diretto in Germania per essere deportati, scortati da qualche centinaio di tedeschi, che li avevano ricevuti in consegna dai “patrioti” della Repubblica di Salò. Bene, i partigiani jugoslavi fermarono il treno e liberarono i marinai italiani, che così, aiutati dalle popolazioni locali, riuscirono a raggiungere l’Italia. Alcune decine si unirono ai partigiani nella loro lotta di liberazione. Come racconta Tomislav Ravnic,[segretario delll’Unione soldati antifascisti della Croazia], gli antifascisti croati sono sconvolti dal fatto che i media italiani scrivano che i partigiani uccidevano gli Italiani solo in quanto Italiani. "Questa è una menzogna – dichiara Ravnic – quando nel 1943 abbiamo catturato 15.800 soldati italiani, non gli è successo nulla. Avevamo un rapporto umano nei confronti dei prigionieri italiani. E' per questo che io dico a Berlusconi, a Fini e alla compagnia che dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che hanno salvato migliaia di persone. I partigiani non hanno ucciso gli Italiani, ma i fascisti che sono stati condannati dai Tribunali nazionali." (riportato dal sito Osservatorio sui Balcani, 7 febbraio 2005)

 Quindi la “confessione” di Ettore-Fiorello al Don Bruno-Gullotta è priva di ogni fondamento.

In realtà la fiction confonde volutamente due periodi storici, riportando episodi del 1943 al 1945. Ma forse al momento Sabbatucci era distratto. Lo scopo è una mistificazione ideologica ben precisa. Si vuol dare infatti l’idea del soldato italiano sbandato, che appartiene a dopo l’armistizio del 1943. Ma la vicenda si svolge nel 1945, dopo il ritiro tedesco. Anche allora c’erano “soldati” italiani, ma erano quelli che avevano scelto, volontariamente, di combattere nelle file della Rsi. Altro che soldati pacifisti. Sul piano della ricostruzione regge poco l’escamotage che Ettore-Fiorello è un reduce dell’Armir, soprattutto quando si rimprovera d’aver abbandonato il fucile. Oggi sappiamo che oltre 600.000 militari italiani rifiutarono di combattere per il Duce dopo l’8 settembre e per questo furono deportati in campi di concentramento in Germania. Coloro che continuarono la guerra erano volontari della morte, torturatori, aguzzini. Ebbene, un gruppo di questi volontari di Salò, guidati da Ettore-Fiorello, a un certo punto si trovano di fronte il sadico partigiano Novak e la sua banda, li disarmano e… li lasciano andare incolumi, senza un graffio. Qual è il messaggio? Gli italiani tutti buoni, anche i torturatori fascisti; gli slavi tutti sadici, assassini, “slavocomunisti”. Lo stesso Novak, come ci informa il sito dello sceneggiato, vuole rapire il figlio “per eliminarlo” (http://www.ilcuorenelpozzo.rai.it – sintesi). Dunque, un partigiano slavocomunista che ammazza la madre di suo figlio oltre a qualche decina di altri poveri disgraziati, che insegue per mezza Istria un gruppo di bambini condotti da un sacerdote e un repubblichino pacifista, solo per rapire il figlio allo scopo di eliminarlo. Nel frattempo distrugge qualche villaggio e incendia qualche asilo, giusto per non stare con le mani in mano. E’ la moderna favola dei comunisti che mangiano i bambini, solo che gli slavocomunisti sono più raffinati: prima li arrostiscono. Il tutto condito dai consigli per gli acquisti di sottilette, shampoo antiforfora o cioccolatini vari.

Leo Gullotta spiega che “è un'occasione innanzitutto per accendere una fiammella sul totale silenzio dopo 60 anni”. E’ il solito ritornello. Ogni volta si “scopre” la storia dall’inizio. Nessuno che dica “non sapevo nulla nonostante la copiosa pubblicistica”. Eppure sono almeno quaranta anni che si parla delle vicende belliche al confine orientale, incluse le foibe, come il libro di Mario Pacor Confine orientale, ed. Feltrinelli, 1964. Da allora si sono succedute centinaia di pubblicazioni più o meno scientifiche sull’argomento. Mentre però la ricerca storiografica ha segnato dei progressi importanti, anche se di valore disomogeneo, con studi più recenti, da Raoul Pupo a Tone Ferenc, a Giacomo Scotti a Claudia Cernigoi, a numerosi altri, l’estrema destra oggi al governo ripropone tesi e personaggi legati alla Repubblica sociale italiana e al fascismo, come Luigi Papo di Montona (Paolo de Franceschi), ex ufficiale della Guardia nazionale repubblicana fascista, responsabile della “Zona  di operazioni  litorale adriatico”, tra i più prolifici difensori della tesi del “genocidio nazionale” e della minaccia “slavocomunista”, i cui testi sono copiosamente acquistati con denaro pubblico e regalati con non richiesta generosità dalle Amministrazioni locali di destra a scuole e biblioteche.

Di parlare se ne è parlato e si continua a parlare; che non se ne parli come vorrebbero i neofascisti al governo è un’altra faccenda.

Ed è il senso dell’operazione Il cuore nel pozzo. Fabbricare un immaginario collettivo nazionalista attorno al programma politico di Alleanza Nazionale. Ma non si tratta solo di un’operazione di basso profilo elettorale. Costituisce il tentativo di rileggere la storia d’Italia come storia della continuità della legittimità delle classi dominanti, da quella liberale alla fascista a quella attuale. In questo contesto tutti i crimini dell’imperialismo vengono sottaciuti, perché commessi nell’interesse nazionale, dal massacro delle popolazioni etiopi e jugoslave, ai bombardamenti sulla Serbia, all’intervento in Irak. Questo consenso nazionalista è veramente “bipartisan”, unendo nello stesso abbraccio Violante e Fini, D’Alema e donna Almirante.

Da qui la mitologia della “morte dello Stato” dopo l’8 settembre, rappresentata dalla sconfitta di Ettore-Fiorello, la costruzione dell’eterno nemico slavo che preme alle porte orientali (come dice Papo) rappresentato dal sadico Novak, la celebrazione dell’identificazione nazionale col clericofascismo, rappresentato dai buoni soldati italiani e da Don Bruno-Gullotta. E’, detto in termini gramsciani, un’operazione di egemonia culturale finalizzata al dominio politico. Quando An parla di “memoria condivisa” a proposito delle foibe, in realtà intende questo consenso nazionalista antislavo e, più in generale, sulla condivisione degli interessi del capitalismo nazionale italiano. Il cuore nel pozzo è stato accolto con entusiasmo nei circoli più estremi del fascismo triestino; la platea dell’anteprima a Roma era composta solo da esponenti di Alleanza Nazionale. D’altro canto in Slovenia e Croazia lo sceneggiato è stato accolto con comprensibile timore e preoccupazione. Invece di chiedere scusa per gli oltre 300.000 jugoslavi uccisi dai nazifascisti, li si tratta da assassini e sadici torturatori. Un revanscismo antislavo che sembrerebbe anacronistico oggi che la Slovenia e la Croazia stanno per essere ammessa nell’Ue. Eppure ha un suo motivo profondo. L’imperialismo italiano ha contribuito in maniera decisiva alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, sostenendo economicamente, politicamente e militarmente i nazionalisti che precipitavano la Federazione nella carneficina. E oggi cerca di rinfocolare gli odi etnici per sgretolare gli staterelli sloveno e croato, inglobando nell’Italia le regioni di confine, in particolare l’Istria e la Dalmazia, che non ha mai cessato di considerare parte del “mare nostro”. E’ la vecchia aspirazione di Mussolini espressa in un discorso del 20 settembre 1920 a Pola: “per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo ,,, sia in mani nostre; di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara”. Da qui il giorno del ricordo, il 10 febbraio, votato alla quasi unanimità dal Parlamento. Il 10 febbraio, giorno dei trattati di pace del 1947, o, come si dice dalla parte dei fascisti, del Diktat imposto all’Italia. Ma questa è un’altra storia, sulla quale cercheremo di tornare.

 

Gino Candreva

 

10 febbraio 2005

 

 


Il Volume "Operazione foibe a Trieste", di Claudia Cernigoi, ed altri materiali sul sito

http://www.cnj.it/foibeatrieste

 

 

 

 

da Il Manifesto di venerdì 4 febbraio 2005

GIACOMO SCOTTI

FOIBE

Così iniziò la stagione di sangue

Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione

     «Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente», raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario Roatta. Furono 200.000 i civili

     «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro

Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane - ma comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini - è assolutamente necessario inserire la

     questione nel contesto storico in cui si verificò e nel quadro più ampio del periodo tra la fine della prima e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. Un periodo che fu

     particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un'Italia asservita al regime fascista e perciò negata a

     governare con giustizia territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un preciso programma di oppressione e snazionalizzazione dei sudditi cosiddetti allogeni e

     alloglotti. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò definitivamente l'Istria all'Italia, quando la regione era soggetta al regime di occupazione militare, la

     popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo in camicia nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare aggressività e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra

     i quali l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i misfatti compiuti - dagli assassinii di

     antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie, Luigi Scalier a Pola ed altri - alla distruzione delle Camere del lavoro ed

     all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi misfatti continuarono sotto altra forma dopo la creazione del

     regime: furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni,

     vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con un decreto del 1927

     furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia; migliaia di persone finirono al confino. Nelle chiese le messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata

     e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani,

     socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale

     speciale per la difesa dello Stato.

 

     La sostituzione delle popolazioni allogene

 

     Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare sloveno Nikolaus Combol, classe

     1863, italianizzò spontaneamente il cognome nel 1928 anche perchè sin dal 1919 si era dato uno pseudonimo patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un gerarca, prese un secondo

     cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli allogeni, (da «Gerarchia», settembre 1927) in

     cui sosteneva la necessità della pulizia etnica, attraverso la sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani provenienti da altre provincie del Regno. Tra

     l'altro volle tramandare ai posteri una canzoncina in voga fra gli squadristi di Pisino. Il paese sorge sul bordo di una voragine che - scrisse il Cobol-Cobolli - «la musa istriana ha

     chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali dell'Istria». Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per

     esempio, di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale e traduzione italiana a fronte) diceva:

 

     A Pola xe l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.

 

     (A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien gettato/ chi ha certi pruriti).

 

     Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non rimasero allo stato di progetto e di

     canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.

 

     «Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la

     cui sede principale era a S. Domenica d'Albona.

 

     Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece

     che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani

     e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel

     baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di materiali da costruzione sito alla base

     di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa,

     e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come

     un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari. Logicamente, i partigiani di

     Tito, successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che dire dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la corriera di linea - che da Trieste era

     diretta a Pisino e Pola - in un burrone con tutto il carico di passeggeri, con esito letale per tutti. (. . .) Ho lavorato fra Santa Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio sino

     all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e italiani (quelli non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e l'aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un

     tanto per la verità, che io posso testimoniare».

 

     60mila slavi in fuga dall'Istria

 

     Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio bellico 1940-43 fu la fuga dall'Istria di circa 60.000 persone. Purtroppo a rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu

     ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra mondiale portò l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell'aggressione tra il 6 aprile 1941 e l'inizio di

     settembre 1943 fu caratterizzata dalle brutali annessioni di larghe fette di Croazia e Slovenia e da una lunga serie di crimini di guerra. Per ordine dello stesso Mussolini e di alcuni

     generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni».

 

     Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad ogni mezzo per la snazionalizzazione e

     l'assimilazione, provocando inevitabilmente l'ostilità delle popolazioni. Nella toponomastica, per cominciare da questo aspetto non cruento dell'occupazione, fu recitata una vera e

     propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della Provincia del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della Kupa, Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8

     settembre 1941 fu ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di tutti quei luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli italiani e che la ventennale dominazione

     jugoslava ha trasformato in denominazioni straniere». Così località del profondo territorio interno lungo il fiume Kupa e nel Gorski Kotar divennero: Belica= Riobianco, Bogovic =

     Bogovi, BruÜic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar = Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio, Koziji Vrh= Montecarpino,

     Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera Inferiore, Padovo = Padova, Pecine = Grottamare e via traducendo o inventando. Trinajstici, presso Castua, divenne Sassarino in

     onore della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.

 

     Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni, si passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non tolleravano l'italianizzazione né l'occupazione. In

     data 30 maggio 1942 il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti di aver fatto eseguire l'internamento nei campi di concentramento in Italia di un numero indeterminato di

     famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani maggiorenni senza informarne le autorità. Ma non si limitò alle deportazioni. Con un manifesto si rendeva noto:

     «Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La rappresaglia continuò.

 

     Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje), Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi

     (Kilovce), Rattecevo in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24 persone.

 

     Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati Territori Aggregati e/o Annessi a contatto con l'Istria e la regione del Quarnero, che non abbia avuto case bruciate o

     sia stato interamente raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non abbia avuto uno o più membri deportati oppure fucilati.

 

     Centomila nei campi di concetramento

 

     Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo

     ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l'incendio dei villaggi, le fucilazioni di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di concentramento». In

     particolare evidenzia che il numero dei condannati e confinati «slavi» della Venezia Giulia e dell'Istria fu particolarmente elevato, sicchè dal giugno 1940 al settembre 1943 la

     maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento italiani era costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili internati dall'Italia fascista superò di diverse volte

     quello complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le «leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti

     gerarchi civili e comandanti militari, furono denunciati per crimini di guerra commessi durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes Commission dell'Organizzazione delle

     Nazioni Unite. I campi di concentramento nei quali furono rinchiusi più di centomila civili croati, sloveni, montenegrini ed erzegovesi erano disseminati dall'Albania all'Italia

     meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Non si contano, poi, i campi «di

     transito e internamento» che funzionavano lungo tutta la costa dalmata, sulle isole di Ugliano (Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu definito da monsignor Girolamo Mileta,

     vescovo di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e

     bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15 dicembre 1942 l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo

     d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati «presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame». Sotto quel rapporto il

     generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo

     che sta tranquillo». Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di «briganti comunisti passati per le armi»

     e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il trattamento dei sospetti (. . .). Cosa dicono le norme 4c e

     quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia nel marzo del 1942 aveva diramato

     una Circolare 3C nella quale si legge: «Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da testa per dente».

 

     Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro

     senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti. Potremmo citare altri documenti,

     centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell'Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Gli stupri, i saccheggi

     e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di rastrellamento. Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che precedettero di pochi mesi i fatti del settembre 1943.

 

     Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia 34 famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi, San Matteo e Spincici; i loro beni,

     compreso il bestiame, furono confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro case incendiate, dodici persone vennero fucilate.

 

     I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo

 

     Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa, reparti di camicie nere e di truppe regolari,

     irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata l'intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il

     villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Oltre mille capi di bestiame grosso e 1300 di bestiame minuto furono portati via, 889 persone rispettivamente 185 famiglie

     finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni appena.

 

     Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et conniventi et partecipi bande ribelli nel

     numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai reparti militari dell'armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci giorni avevano

     avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della popolazione e le donne e bambini sono stati internati stop».

 

     Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono deportate e precisamente 842 uomini, 904

     donne e 565 bambini; furono incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella zona di Fiume, il 3 maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il villaggio di

     Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame, saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli

     altri edifici "covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273 abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici.

 

     Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione civile slava furono denunciate anche da eminenti personalità politiche italiane di Trieste, tra cui i firmatari di

     un Promemoria presentato il 2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale antifascista" al Prefetto Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo dalla caduta del regime fascista.

     Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente circostanziata delle vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni sommarie «operate con grande discrezionalità da bande di

     squadristi che avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della compiacenza di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente, oltretutto, un «diffuso senso di paura per una

     vendetta» che avrebbe potuto abbattersi indiscriminatamente sugli Italiani dell'Istria come reazione «alla tracotanza del Regime e dei suoi uomini più violenti che in Istria e nella

     Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».