| Concertazione, conflitto
sociale e questione democratica. Di Antonio Castronovi. Pubblicato sulla rivista Il Ponte n.12, dicembre 04. Si torna a parlare nel nostro paese di ripresa della
concertazione economica e sociale, in particolare dopo
il cambio della guardia alla testa della
Confindustria e la ripresa di rapporti unitari
, seppur faticosi, fra le maggiori
organizzazioni sindacali dopo la rottura dovuta agli accordi separati del Patto per lItalia
e a quelli sui rinnovi dei contratti dei
meccanici. Della concertazione tutti ne parlano e tutti la invocano, con qualche eccezione, a proposito
e a sproposito. È diventata la panacea di tutti i mali
del paese, la parola magica che tutto risolverebbe. Ovviamente ognuno tenta di
interpretarla a modo suo, a sostegno di tutto e del contrario di tutto: per controllare i salari e per aumentarli, per
sviluppare il paese contro il suo declino industriale e per sostenere la competitività
delle imprese o per risanare la spesa pubblica, per
sostenere il mercato attraverso le liberalizzazioni e per rafforzare il ruolo del
pubblico, per politiche neokeynesiane e
neoliberiste; si discute se si fa a due o a tre, se presuppone il potere di veto delle
parti sociali, o se il governo alla fine debba decidere in piena autonomia, ecc.. Aveva destato scandalo perciò la decisione della Cgil di abbandonare il 14
luglio scorso il tavolo della riunione tra sindacati e Confindustria per marcare un
dissenso di merito e di metodo con il documento presentato dagli imprenditori e con le
modalità con cui quel confronto era stato impostato. Da destra e da sinistra si
era sollevato un coro di rimproveri o di dileggi perché
in questo modo Anche illustri ministri e
sottosegretari del governo partecipavano a
questa gara per dimostrare appunto che la
colpa dellisolamento della Cgil in questi anni non andava ricercata nella loro
volontà di escludere In realtà ha senso parlare
di concertazione in presenza di un governo
come quello in carica? È possibile concertare
politiche economiche e sociali con un governo
che persegue obiettivi in contrasto con gli interessi del mondo del lavoro? Sono
conciliabili politiche neoliberiste e di concertazione? Può il sindacato pensare
realisticamente che sia possibile una nuova politica dei redditi come quella esaurita del luglio del 93, che ha ridimensionato i salari del lavoro
dipendente, con un governo che teorizza e
pratica la sua estraneità dal conflitto sociale e rifiuta ogni funzione di compromesso e
di mediazione sociale? Con un governo che vede come il fumo negli occhi il ruolo dello
stato nelle politiche pubbliche? Cosa in
realtà diceva il documento della Confindustria bocciato dalla Cgil? Il documento proponeva lavvio
a settembre di un confronto tra le parti sociali per una riforma delle regole e del
modello contrattuale previsto dal protocollo del luglio del 93, su cui non cè nessun accordo tra le
organizzazioni sindacali. Nel merito le
proposte di Confindustria non erano
condivisibili da parte della Cgil perché prevedevano
un ridimensionamento del peso del contratto nazionale di lavoro a favore della
contrattazione decentrata, con i salari da
collegare alla redditività dellimpresa e ad indicatori di costo della vita e di
mercato del lavoro locali e territoriali invece
che alla produttività, e la riduzione del confronto e del conflitto sindacale a pratiche
di buon vicinato. Aprire il confronto in queste
condizioni, dati i prevedibili tempi lunghi, avrebbe
comportato inoltre un intralcio al rinnovo dei contratti in corso come quelli del Pubblico
Impiego, dei bancari e dei tranvieri, questultimo appena rinnovato, bloccati da
mesi, e di quello dei meccanici che scade a fine anno, con il rischio di uno slittamento
di questi contratti a dopo lapprovazione
delle nuove regole. Soltanto in una fase successiva sarebbe stato possibile aprire un confronto sul
modello contrattuale e sulle regole e solo in presenza di una intesa unitaria validata dal
consenso dei lavoratori e delle lavoratrici. Questa impostazione era giudicata arretrata e
inadeguata dalla Cisl e dalla Uil che ritenevano
invece prioritario ed urgente intervenire sul
modello contrattuale per riformare la contrattazione. Tra contrattazione e concertazione. Ma che rapporto cè tra
le regole e i modelli contrattuali e le politiche di concertazione economiche e sociali? In realtà nessuno o quasi.
Le relazioni tra sindacati e datori di lavoro sono di norma relazioni a due, di tipo
contrattuale. Quelle tra sindacati, datori di lavoro e governi sono di tipo trilaterale e rientrano nellambito delle politiche concertative propriamente dette. Una relazione tra regole
contrattuali e politiche concertative fu stabilita col protocollo del luglio del 93 nellabito della cosiddetta politica dei
redditi che regolava la dinamica salariale attraverso
una politica disinflazionista portata avanti dai governi che ancorava i
salari allinflazione programmata concordata e a meccanismi di recupero biennali
degli scarti fra questa con quella effettiva anche per compensare lavvenuta
abolizione della scala mobile. Gli incrementi di produttività dovevano essere
ridistribuiti attraverso la contrattazione, nazionale e decentrata. Le conseguenze di questa
politica sui redditi dei lavoratori sono sotto
gli occhi di tutti. Oggi tutti condividono il
giudizio che cè una questione salariale aperta nel paese e ne addebitano la
responsabilità alle regole del protocollo del 23 luglio del 93. In verità quelle regole sono
state già stracciate dal governo in carica insieme
a tutte quelle relative alla concertazione
economica e sociale: linflazione programmata viene infatti decisa solo dallesecutivo
invece che essere concordata; manca una intesa sulle politiche economiche e sociali; non
ci sono controlli sui prezzi e le tariffe; il secondo biennio contrattuale che doveva
garantire il riallineamento dellinflazione programmata con quella reale viene messo
in discussione e non è più certo; la contrattazione di secondo livello riguarda solo
una minoranza di lavoratori, col
risultato che dei 21 punti di incremento di produttività registrati tra il 1993 e il 2001
solo 3 sono andati a salari e stipendi. Il coro unanime che si
solleva da destra e da sinistra è quello che non sarebbe più accettabile una diminuzione
sistematica dei salari dei lavoratori . Limbroglio però che si
intende far passare oggi è quello di addebitare la perdita del potere dacquisto dei salari
non ad una politica dei redditi che ha impedito una più accentuata dinamica salariale, ma
al peso e al ruolo eccessivo del Contratto nazionale di lavoro e ad una struttura contrattuale che penalizzerebbe la
contrattazione decentrata!! Ci viene spiegato che la riforma del modello contrattuale è
indispensabile per tutelare ed aumentare il salario dei lavoratori. La preoccupazione principale
della Confindustria sarebbe quella di riformare la contrattazione per poter dare più
soldi ai lavoratori, mentre La soluzione quindi
risiederebbe nella riduzione della quota di
salario che emana dal contratto nazionale di
lavoro per trasferirlo alla contrattazione
decentrata legando gli incrementi retributivi
alla redditività delle imprese e al differenziale del costo della vita nelle differenti
zone del paese. Insomma lequivalente del
federalismo sul piano contrattuale . Tutti sanno che invece le
cose stanno in maniera opposta. Il decentramento della contrattazione e lindebolimento
del peso del CCNL servirebbero in realtà a riconoscere il maggior potere sociale e
politico dellimpresa anche nella
contrattazione centrale nazionale, rimasto unico baluardo a difesa del lavoro. Il potere
contrattuale dei lavoratori e del sindacato in questi anni si è, infatti, notevolmente
indebolito nellimpresa per effetto dei
processi di esternalizzazione e di delocalizzazione che accompagnano la crisi e il declino
produttivo e industriale del paese. Trasferire a questo livello il peso maggiore
delle politiche salariali e normative significa rafforzare la parte
sociale oggi più forte, e indebolire quella più debole come ha giustamente fatto
rilevare in un interessante articolo sul Il sole 24 ore dell 11 novembre
scorso il professor Riccardo Realfonzo. Ecco a cosa si riduce linvocazione
di una nuova stagione di concertazione e di dialogo sociale: a sostenere la necessità di
una nuova politica di contenimento dei salari a sostegno della competitività delle
imprese attraverso lindebolimento del
ruolo e del peso del contratto nazionale di lavoro . Ma questa concertazione
sarebbe impossibile per colpa della Cgil e del
suo massimalismo, che non la renderebbe possibile con il suo presunto estremismo. Su questa linea si sono
contraddistinti anche lon. Rutelli e lon. Treu
accomunati dalle stesse preoccupazioni sulla sorte della concertazione e
molto meno di quella dei lavoratori, mentre lon Visco si è spinto fino a dichiarare che la centralità del contratto
nazionale è una trappola che ha impedito la
crescita dei salari, e tutti concordi nel chiedere un ridimensionamento del
contratto nazionale. Il Governo e in primis lo stesso on. Sacconi non hanno mai fatto
mistero delle loro preferenze a favore di un depotenziamento del contratto nazionale. La stessa Cisl propone ora una durata maggiore del contratto
nazionale fino a tre-quattro anni, eliminando
la attuale cadenza biennale, senza prevedere
meccanismi di recupero e di riallineamento con linflazione reale, e una estensione a
tutti per legge della contrattazione decentrata, in
cui ridistribuire la produttività ed
eventualmente lo scostamento tra inflazione reale e quella prevista. Con una disinvoltura
davvero singolare, chi ha sempre contestato la scelta della Cgil di regolare
per legge la rappresentanza e la democrazia
sindacale in nome di una gelosa difesa del
ruolo e dellautonomia del sindacato dalla legge, oggi invece
si fa paladina di una estensione per legge della contrattazione sindacale: una aberrazione
giuridica e una contraddizione in termini. Svelato linganno
dovrebbe essere più facile comprendere allora le ragioni della Cgil e la sua diffidenza a mettere mano al modello
contrattuale senza una certezza con cosa sostituirlo. Il Governo e le politiche concertative. Il problema vero è che questo dibattito non ha
nulla a che vedere con la concertazione economica e sociale che è altra cosa e che
presuppone un forte ruolo del governo e delle politiche pubbliche, e di obiettivi
fortemente condivisi tra governo e parti
sociali. Il governo di centro-destra, che ha fatto del privato la sua
bandiera, non è semplicemente interessato a
ricevere il consenso del sindacato e dei
lavoratori su materie che ritiene di sua
esclusiva competenza. La loro concezione del bipolarismo e del mandato elettorale non
prevede luoghi di mediazione sociale e degli interessi fuori della maggioranza politica
che governa il paese. In verità gli unici alfieri della concertazione nel
nostro paese trovano collocazione nellambito
del centro sinistra che ne predica il rispetto e
che la invoca quotidianamente. Che strano paese è il nostro! Il governo di centro-destra
affossa la concertazione isolando il più forte sindacato
vicino al centro sinistra, mentre lopposizione la
invoca rimproverando Le politiche concertative
presuppongono una forte condivisione di
obiettivi di politica economica e sociale e spazi di partecipazione reale dei lavoratori
alla gestione e al governo democratico delleconomia, come nel modello renano in
Germania, di cui nel nostro paese non cè
traccia. La concertazione non a caso è un esperienza
nata nellEuropa continentale e del cui termine in lingua inglese non
esiste neanche lequivalente lessicale. Nel mondo anglossane, infatti, manca un modello di relazioni sindacali fondato su grandi
interessi collettivi organizzati e non esistono le confederazioni degli imprenditori e dei
lavoratori. Il conflitto e lambito delle
intese sindacali non oltrepassano i confini
dellimpresa. Qui, infatti, domina un sindacato aziendale o verticale di categoria a forte impronta
contrattualista. La concertazione europea nasce
e si afferma con lesperienza di governo socialdemocratico in Svezia con la presenza
delle grandi confederazioni sindacali e con un
forte ruolo dello Stato nelle politiche sociali e di assistenza pubblica. Presuppone un
compromesso tra capitale e lavoro e la presenza di una forte rappresentanza politica del
mondo del lavoro attraverso un suo partito di
riferimento che ne rappresenti e ne tuteli gli interessi nella sfera politica e
istituzionale. La concertazione economica e
sociale mal si concilia quindi con
politiche neomonetariste, restrittive della spesa pubblica
e di ridimensionamento del Welfare, con la precarietà del lavoro e con i
bassi salari. Senza politiche di tipo keynesiane non può esserci concertazione che possa
incontrare gli interessi del mondo del lavoro.
Ciò sarebbe materia di riflessione per il centro-sinistra che tanto la invoca anche a
sproposito. Del resto il nostro paese
della concertazione ne ha fatto sempre a meno, salvo
la breve parentesi degli anni 90 nata su base equivoche e cioè per sostenere lingresso
del nostro paese nellarea delleuro e per rispettare i parametri di Maastricht
che non prevedono certo politiche espansive e
che si è sostanzialmente risolta in una politica di controllo del solo reddito dei
lavoratori dipendenti! Non a caso essa viene invocata nel nostro paese a sostegno del
moderatismo politico e sociale. Di concertazione si potrà ricominciare a parlarne, per concordare o dissentire, solo con governi in grado di mettere in campo forti politiche pubbliche di sostegno al welfare, alloccupazione e alla qualità dello sviluppo, e in presenza di una reale partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche della economia e delle imprese, nonché di un modello di democrazia sindacale che affidi ai lavoratori le decisioni ultime sulle scelte e sugli accordi che li riguardino. Non è nemmeno scontato che un futuro governo di centro sinistra possa rappresentare un interlocutore ideale in materia. Chi parlerebbe a nome dei lavoratori e chi sarebbe garante per essi del patto concertativo, in assenza di una sinistra che abbia a riferimento un blocco sociale di interessi legato al mondo del lavoro? Concertare, poi, per quale modello di sviluppo e di società? Per rilanciare quello ereditato dalla precedente fase fordista e industrialista oggi non più competitivo e in crisi sotto i colpi della globalizzazione e attaccato dalle delocalizzazioni e dal dumping sociale globale, facendo leva sulla riduzione dei costi a partire da quello del lavoro? Oppure per un modello alternativo di sviluppo? E per quali produzioni, per quale modello di consumi? Con quale sostenibilità rispetto a quello tradizionale energivoro che distrugge ambiente e risorse naturali non più in grado neanche di assicurare oggi alti salari, piena occupazione e sviluppo? I più accessi fautori progressisti della concertazione non ci dicono per quale progetto di società intendono rilanciare la concertazione e per quali obiettivi. Se cercassimo una risposta a queste domande rivolgendoci al più grande partito della sinistra italiana, guardando le Tesi del prossimo congresso sostenute dalla componente maggioritaria dei DS, non troveremmo le risposte che cerchiamo: non capiremmo perché reclamano la concertazione e per farne cosa. La concertazione viene evocata in due passaggi e liquidata come metodo per la programmazione di obiettivi di sviluppo e di competitività e per una nuova politica dei redditi. Viene affermata invece la necessità di procedere sul terreno delle liberalizzazioni nel sistema finanziario, nei servizi pubblici, nella distribuzione, nel commercio. Il ruolo del sindacato viene ricondotto alla sfera generica della rappresentanza sociale che partecipa al governo di una società complessa e articolata: non cè nessun riferimento alle ragioni sociali e politiche che giustifichino e reclamino la partecipazione del mondo del lavoro e della sua rappresentanza politica alla costruzione e alla condivisione di un modello di società, ma solo richiami ripetuti ai cittadini, agli elettori, agli italiani, ad un riformismo senza un blocco sociale di interessi e senza mondo del lavoro. Prevale in sostanza una dimensione economicista della concertazione e del ruolo del sindacato, subalterno e a sostegno alla governabilità della economia e attento alle sue compatibilità. Manca un serio tentativo di analisi dei limiti di un concezione concertativa ristretta delle relazioni tra istituzioni e parti sociali, manca una riflessione critica su una concezione della governabilità pensata come riduzione della democrazia e della partecipazione pubblica, nonché la consapevolezza dei termini nuovi con cui è possibile declinare oggi un futuro mondo possibile che superi gli ambiti conservatori della rivoluzione liberista e di un capitalismo globale che insegue la sua crescita a scapito dei diritti dei lavoratori, dei popoli, della pace, dellambiente e delle risorse naturali. Non cè nessun tentativo di comprendere che il futuro della democrazia passa attraverso un incremento della partecipazione pubblica e un rafforzamento della democrazia globale e dei soggetti collettivi che lattraversano, a partire dal movimento dei lavoratori del mondo sviluppato e dai movimenti che nel mondo più povero si battono per difendere il loro diritto alla sopravvivenza contro le logiche predatorie e neo coloniali dei paesi ricchi e delle istituzioni che le rappresentano. Cè bisogno oggi in realtà di rifondare uno spazio pubblico aperto a progetti, movimenti collettivi, organizzazioni di interesse, per ripensare un modello sociale condiviso e partecipato per una economia sostenibile, per rilanciare la democrazia e la partecipazione pubblica allargata ed uscire dalle ristrettezze di una visione economicista e distruttiva del mondo. Non cè nessun progetto politico e democratico di questo tipo in campo, nessun tentativo di analisi della crisi della concertazione in Italia e in Europa, per evitare di cadere da una concertazione storicamente progressiva che ha sostenuto il modello sociale europeo e basata su alti salari, alta tassazione, sviluppo, piena occupazione, servizi pubblici universali e gratuiti, a una di tipo postfordista, difensiva, basata sulla stagnazione, su bassi salari, su lavori precari, sulla privatizzazione dei servizi pubblici, sul ricatto del lavoro e delloccupazione. Ha senso oggi quindi dividersi sulla priorità o meno delle politiche di concertazione mentre in Europa essa è in crisi sotto la spinta delloffensiva liberista e nella stessa Germania gli industriali vanno allattacco del modello renano e mettono in discussione la cogestione che riconosce ai rappresentanti dei lavoratori un potere decisivo nelle scelte strategiche delle imprese? Ha senso continuare a discuterne con un governo che in Italia lha ridotta a dialogo sociale prima e a informazione alle parti sociali più amiche di decisioni già assunte e deliberate, poi? Un patto sociale che veda
protagonista il mondo del lavoro è oggi semplicemente impraticabile con un governo che lo
sta scientemente smantellando, e considerare quello in carica
un normale governo repubblicano col quale si possano fare normali
intese e compromessi strategici è un tragico
errore. Lo stanno comprendendo a loro spese
anche Nelle relazioni sindacali e
sociali assistiamo ormai quotidianamente
al dispiegarsi di una strategia sempre più
chiara e aggressiva da parte del governo e dei
suoi ministri tendente allobiettivo della delegittimazione del ruolo e dellautonomia
delle rappresentanze collettive, attraverso il rifiuto di misurarsi con le aspettative e
le richieste avanzate da milioni di lavoratori, di pensionati, con il chiamarsi fuori da
ogni responsabilità nel conflitto sociale, nellostacolare con lucida e folle determinazione ogni sbocco democratico al conflitto stesso.
Credo che Piero Ostellino abbia ben interpretato, condividendola, la cultura di questo governo quando ci
spiegava sul Corriere della Sera del 5 giugno scorso la sua concezione liberale dello
Stato in questi termini : Lo Stato liberale non si immischia tra le parti sociali in conflitto, ma lascia che se
la sbrighino da sole, a differenza di quello dirigista che è interventista
. È diventata, infatti, sistematica la tecnica del
rinvio e del sottrarsi al confronto con il Sindacato da parte del Governo e dei suoi
ministri. E successo con le confederazioni dopo lo sciopero generale del 26 marzo
scorso, poi con la grande manifestazione
unitaria dei pensionati, si è ripetuto con il
rifiuto di accedere ad una richiesta di mediazione dei lavoratori di Melfi, per non dire
del comportamento tenuto sulla vicenda Alitalia. Continua tuttora con il mancato
avvio dei tavoli di confronto sulla competitività e con
il mancato confronto sulla legge finanziaria e sulla riforma fiscale, alla base dello
sciopero generale del 30 novembre. Lo si
era già visto con la vertenze dei tranvieri nel dicembre scorso, pur essendo parte in
causa per il mancato finanziamento governativo al
trasporto pubblico locale. Spesso tale comportamento
viene interpretato come il segno della fine della concertazione sociale che questo governo
ha pur lucidamente perseguito. Credo invece che questa chiave interpretativa sia limitata
e che dietro tutto questo ci sia in realtà una visione autoritaria del potere e dei
rapporti tra potere e società, la negazione della natura democratica del conflitto e delle rappresentanze che lo interpretano; cè il disegno, perseguito fin dai fatti di Genova nel
luglio del 2001 e proseguito contro Il blocco storico reazionario e la questione
democratica. E la natura
profondamente e visceralmente reazionaria e
antidemocratica del personale politico e del blocco sociale che governa lItalia la
vera questione democratica aperta per tutti, non solo
per il movimento sindacale . Fanno un po sorridere e
rabbia allo stesso tempo le alchimie e i
distinguo di certo dibattito politico e sindacale
che scambiano le coerenze e le posizioni volta a volta assunte dalla Cgil come bizze di alcuni irriducibili estremisti! Una rappresentazione cui non sfugge anche una certa cultura
democratica e sindacale che considera appunto Dobbiamo sgomberare il campo da una simile rappresentazione della realtà per capire invece per certi versi la drammaticità della fase storica che stiamo vivendo, le rotture democratiche in corso nello spirito e nellanima del patto sociale e democratico costituzionale. Lessersi cioè formato nel paese un blocco sociale e politico che si pone in termini di discontinuità con la storia dellItalia repubblicana e del suo ancoraggio antifascista, che si ricollega, non solo idealmente, al clericalismo reazionario preconciliare, oggi non a caso risorgente, e alla borghesia reazionaria dellItalia pre-giolittiana legata alla destra liberale che sparava con i cannoni di Bava Beccaris contro i cortei operai, e che preparò e sostenne lavvento del fascismo dopo il primo dopoguerra preparato prima con la repressione e luso dello squadrismo finanziato da padroni e agrari, e con la messa fuori legge poi delle libere organizzazioni sindacali. Quella storia e quella
cultura reazionaria furono interrotte con Non sono tempi normali,
questi. I rivoltosi si travestono da moderati, i moderati sono indicati come estremisti
e sovversivi dellordine sociale, i liberali
si professano cristiani, la destra scopre che
il mercato non basta a produrre valori adatti ad assicurare il potere ai ricchi e chiede aiuto a Dio. La rivoluzione ultraconservatrice in atto non va per
il sottile: non ha nessuna remora a cavalcare lo zelo religioso, lantilaicismo e la
paura della modernità, vuole riscrivere la
costituzione americana e ancorare lEuropa alle sue radici cristiane. I suoi profeti non possono non dirsi cristiani e sono pronti a
sancire un nuovo patto tra lo Stato
patrimoniale garante del potere dei ricchi e Mentre la destra
ultraliberista riscopre le passioni dei cosiddetti valori
religiosi (che una volta si chiamavano oscurantismo e vandeismo) e dello spirito
guerriero, la sinistra o quella che ne resta vuole capire i sentimenti profondi che
la destra americana avrebbe saputo
interpretare piuttosto che i sentimenti e le angosce del suo popolo, balbetta sulla pace e
sulla guerra, riscopre i valori della fede invece che quelli delle virtù
pubbliche, della rappresentanza e della
giustizia sociale che gli sono più propri. Mentre il governo afferma per vincere i fondamenti
e gli interessi del suo blocco sociale e abbandona il
moderatismo e la legge del centro, lopposizione
non riesce a darsi neanche un nome, figuriamoci un programma, pensa ancora a un
bipolarismo mite e al mitico centro che esiste solo nelle fantasie di una
politica autoreferente, priva di riferimenti
sociali e culturali solidi. La nuova destra minaccia il
mondo e ricatta la convivenza civile e
democratica del nostro paese. Come democratici abbiamo il dovere non solo di non sottometterci a questo ricatto, ma abbiamo
il compito di essere protagonisti del riscatto democratico del nostro paese consapevoli
che lesito dello scontro politico,
culturale, ideale con lattuale blocco reazionario condizionerà il futuro, la
qualità e i caratteri della nostra democrazia. È in corso una battaglia costituente condotta dalla destra
contro la democrazia e la nostra Costituzione. Urge una risposta e una mobilitazione
adeguata che ancora non cè. Non è proprio tempo,
questo, di politiche bypartisan e di concertazione . Roma, dicembre 04 |