FONDO ESPERO?  NO GRAZIE

VOGLIONO CHE ALMENO 30.000 DIPENDENTI DELLA SCUOLA INVESTANO LA LORO LIQUIDAZIONE NEL FONDO “ESPERO” CON LA “SPERANZA” CHE IL MERCATO GARANTISCA IL LORO FUTURO PENSIONISTICO!

UNA IMPLICITA AMMISSIONE DA PARTE DI SINDACATI CONFEDERALI E AUTONOMI: LA RINUNCIA NEI FATTI A DIFENDERE COLLETTIVAMENTE,  ATTRAVERSO L’AZIONE SINDACALE, SALARI E PENSIONI DALL’INFLAZIONE!

 

Dal 6 Ottobre 2004, data di entrata in vigore della legge delega, il governo ha un anno di tempo per emanare il decreto attuativo che regolerà il trasferimento del TFR dei lavoratori ai fondi pensione.

Entro 6 mesi dalla pubblicazione dei decreti attuativi (ad oggi non ancora emanati) lavoratori e lavoratrici dovranno dichiarare la loro volontà di non aderire ai fondi altrimenti il loro TFR finirà obbligatoriamente in un fondo pensione.

Questo trasferimento viene giustificato con la tesi secondo la quale nel lungo periodo i rendimenti dei mercati finanziari dovrebbero essere tali da compensare la riduzione della pensione pubblica. Questa tesi, però, non è sostenuta da nessun tipo di prova, anzi, come si può evincere da un’analisi condotta da ricercatori dell’università della California i mercati azionari dei diversi paesi, tra il 1921 ed il 1996, nel 50% dei casi, hanno offerto rendimenti reali, al netto dei dividendi, inferiori allo 0,8%.

I fondi pensione possono essere chiusi (gestiti dai sindacati e dai datori di lavoro in conseguenza di accordi contrattuali) o aperti (gestiti da banche, assicurazioni, società di intermediazione mobiliare ecc.)

I fondi pensione italiani chiusi nel quadriennio 2000-2003, hanno avuto un rendimento medio intorno al 5,25% contro un 13,44% offerto dal TFR così come lo conosciamo:

 

Periodo

Rendimento dei fondi chiusi

Rendimento del TFR

1/1/2000 al 31/12/2000

+ 3,55

+ 3,54

1/1/2001 al 31/12/2001

- 0,5

+ 3,2

1/1/2002 al 31/12/2002

-2,80

+ 3,50

1/1/2003 al 31/12/2003

  + 5

+ 3,2

TOTALE

  5,25

+ 13,44

 

Praticamente,  se avessimo investito il nostro TFR nei fondi pensione di categoria, avremmo avuto un rendimento inferiore dell’8,19% senza contare i costi di gestione che si aggirano sull’1- 1,5% all’anno. Ancora più disastrosa negli stessi anni situazione per quanto riguarda i fondi aperti che in genere hanno anche costi di gestione più alti.

 

Alcuni esempi di Fondi pensione chiusi e aperti:

 

FONDO CHIUSO (gestito da Cgil-Cisl-Uil con i datori di lavoro in conseguenza di accordi contrattuali). Facciamo l’esempio del fondo COMETA paragonabile al Fondo ESPERO nella scuola.

 

Dopo 5 anni di Fondo Cometa (previdenza integrativa metalmeccanici) i prospetti sono un insieme di cifre che portano a questo risultato. A fronte di un versamento complessivo di euro 6.014,43 al lavoratore sono ritornati euro 6.169,462 come riscatto, che al netto dell'imposta (euro 1.176,59) sono risultati euro 4.983,96.

I 6.014, 43 euro sono composti: da euro 2.064,12 di quota di adesione; da euro 1.027,67 di contributi dell'azienda; da euro 2.851,68 di parte del Tfr + 91,97 euro di spese già dedotte. In questi 5 anni questi 6.014 euro hanno prodotto 133 euro, la sola quota del Tfr ne avrebbe prodotto circa 300.

 

FONDO APERTO (gestito da banche compagnie di assicurazioni e società di intermediazione mobiliare)

 

Nei paesi dove i fondi sono diffusi (America,Inghilterra,Germania etc.) spesso si registrano fallimenti dei fondi con la perdita totale o parziale anche del capitale versato.

Recentemente un fondo di lavoratori dell’Alaska è entrato in crisi avendo investito in azioni Parmalat, mentre l’esempio “storico” è costituito dal colosso americano ENRON, che oltre a far perdere le proprie azioni sui mercati finanziari, ha lasciato senza pensione i propri dipendenti che avevano aderito al fondo pensionistico aziendale.

 

Investi e spera?

Nella scuola l’operazione “truffa”è già partita. E’ stato infatti istituito il fondo “ESPERO”. Ed ora eccoli lì, tutti insieme appassionatamente, a convicerci della bontà di aderire a questo fondo pensionistico  “cogestito” da Ministero dell’Istruzione e da Cgil Scuola, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda, Cida-Anp. Il tentativo di “adescamento” si basa sulla quota di contribuzione “aggiuntiva” posta a carico del datore di lavoro pubblico che verrà definita. Con questo artificio la rendita che i lavoratori potrebbero maturare rispetto ai soli versamenti personali potrà essere sì maggiore ma come ben sappiamo tutto ciò verrà fatto rientrare nel “costo del lavoro”  e sarà tenuto in considerazione al momento dei rinnovi contrattuali. Il risultato sarebbe quello di affidare al mercato, incerto come si è visto sopra, risorse economiche che potrebbero piuttosto incrementare il normale TFR (il cui rendimento è definito con certezza) o garantire immediati aumenti salariali. Che banche e assicurazioni si  facciano in quattro per convincere i lavoratori a  “giocarsi in borsa “ la propria vecchiaia fa parte delle regole del mercato, che lo facciano CGIL-CISL-UIL, SNALS, GILDA, CIDA-ANP  dovrebbe far pensare e molto!

 

Perché questa truffa parta servono inizialmente almeno 30.000 adesioni.

Se i lavoratori della scuola, e tutti quelli degli altri comparti pubblici e privati,  si rifiuteranno di aderire si dovrà rivedere il meccanismo della previdenza pubblica che è stata più volte peggiorata negli ultimi anni con il contributo determinante proprio di quelli che oggi vorrebbero che noi affidassimo loro il nostro TFR per giocarselo in borsa. Certo i loro investimenti sarebbero “accorti”, non particolarmente rischiosi, preoccupati come sono di non farci perdere troppo…. Noi tuttavia crediamo che non si possa venir meno ad un principio cardine dell’azione di qualsiasi sindacato che voglia davvero fare gli interessi dei lavoratori. E questo principio è unire i lavoratori tutti e non creare steccati e barriere tra comparti, tra lavoratori giovani e anziani, stabili e precari. Per fare ciò occorre costruire garanzie pubbliche collettive altro che fondi di categoria, altro che regole diverse a seconda del comparto!

Rivedere il sistema di calcolo delle pensioni per garantire che dopo una vita di lavoro la pensione corrisponda grosso modo all’ultimo stipendio, introdurre un meccanismo di recupero automatico dell’inflazione sugli stipendi di ogni mese: questi crediamo possano essere obiettivi per cui chiedere ai lavoratori di scioperare con convinzione.

 

Anche per questo il Sincobas ha proclamato lo sciopero del 15 novembre nella scuola. Per costruire un fronte di lotta il più ampio possibile contro la riforma Moratti e la distruzione della scuola pubblica ma anche per dire basta alle politiche salariali e normative dei sindacati tradizionali della scuola. Quello che ogni giorno si può constatare nelle scuole è il disastro prodotto dalle loro politiche “concertative”. A partire dall’autonomia scolastica che ha disarticolato l’unitarietà della scuola pubblica e aperto la strada alla Riforma Moratti passando per la moderazione salariale concertata con i governi “amici” insieme al finanziamento “PUBBLICO”  delle scuole private mentre cresce la precarietà nelle scuole pubbliche. Per arrivare ai giorni nostri alla “concertazione” sulla nostra liquidazione.

 

SCIOPERARE IN QUESTA SITUAZIONE SERVE

 MA LA CHIAREZZA DEGLI OBIETTIVI E’ FONDAMENTALE!

 

 


Milano, 24 ottobre 2004

          SinCobas