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LICENZIAMENTI - Cancelliamo quel decreto
GIGI MALABARBA *
E' indicativo che tra le cause del fallimento dell'offensiva della
Confindustria di D'Amato contro l'articolo 18 dello Statuto nessuno abbia ricordato il
referendum del 2003, seguito alle grandi mobilitazioni sindacali dei mesi precedenti, con
cui oltre 10 milioni di persone -in dissenso con il 90 per cento delle forze politiche e
sociali - chiesero l'estensione a tutti i lavoratori del diritto a non essere licenziati
senza giusta causa. Eppure fu proprio quello che formalmente bloccò in senato l'iter
della delega 848 bis sul mercato del lavoro. Oggi suonano allarmanti i toni trionfalistici
di chi, a sinistra, ha parlato di fine dell'attacco ai diritti del lavoratori e di piena
convergenza con le proposte di rilancio della competitività di Luca Cordero di
Montezemolo. Nell'audizione al senato Alberto Bombassei, infatti, ha persino inasprito gli
obiettivi degli industriali contro i vincoli legislativi che tutelano i lavoratori dai
licenziamenti, «senza il cui scardinamento (per usare le parole di Giuliano Cazzola) la
legge Biagi avrà effetti solo sul secondo mercato del lavoro». Ed è per questo che la
nuova Confindustria ha individuato la strada nell'aggressione agli ammortizzatori sociali
presenti nella delega 848 bis, frutto del Patto per l'Italia.
Un primo decreto attuativo (il n.249) di questa nuova delega entrerà in vigore il
prossimo 5 dicembre, persino prima cioè della discussione della delega stessa,
stravolgendo la legge 223 del 1991 che regola gli «ammortizzatori sociali». Infatti in
una normale proroga di cassa integrazione e mobilità per alcune imprese, in cui sono
stati inseriti all'ultima ora anche i lavoratori di Alitalia, si impone una regola
generale che obbliga anche chi sarà posto in cassa integrazione straordinaria ad
accettare un lavoro precario, in applicazione dell'articolo 13 del decreto attuativo della
legge 30.
Questa misura, accompagnata a quelle già esistenti sulle esternalizzazioni di ramo
d'azienda, costituisce di fatto un via libera al licenziamento anche attraverso la
semplice collocazione in cassa integrazione: ossia un'aggressione di gran lunga peggiore
della sospensione transitoria dell'articolo 18. Tutti i lavoratori e le lavoratrici - a
cominciare da quelli di Alitalia e Fiat, ma anche del pubblico impiego - sono avvertiti.
La rinuncia di Confindustria al depotenziamento dell'art.18 chiede in cambio una gestione
demolitrice dei perni su cui si è basata per decenni la possibilità negoziale del
sindacato nei processi di ristrutturazione.
Mentre tutto il movimento operaio si è sempre battuto per la separazione della previdenza
dall'assistenza (pensioni sociali, cassa, mobilità, disoccupazione), che deve essere,
come logico, a carico della fiscalità generale e non dell'Inps, oggi l'848 bis pone tutti
gli ammortizzatori nelle mani degli enti bilaterali imprese-sindacati, mentre lo Stato
provvederebbe solo all'indennità di disoccupazione per un massimo di 12 mesi e con un
valore pari al 60 % del salario per i primi sei, a scalare fino al 40 e al 30% nei due
trimestri successivi. Se oggi la cassa integrazione nominalmente è pari all'80% e di
fatto non copre il 50% del salario reale, la disoccupazione non sarà che un semplice
assegno di povertà, e transitorio.
Com'è evidente, la norma non rappresenta l'aumento dell'indennità di disoccupazione ma
lo svincolo automatico dell'esubero dal proprio rapporto di lavoro e dalla responsabilità
sociale dell'impresa. Per questo, poi, la riforma è a costo zero per lo Stato: altro che
reddito di cittadinanza o salario sociale!
Mentre la Cgil non ritiene neppure «terreno di discussione» la delega 848 bis, le forze
riformiste che governano il centrosinistra vi vedono possibilità di convergenza col
padronato e sposano la logica di unificazione al ribasso delle tutele del lavoro, sia
direttamente con l'ipotesi di Statuto dei lavori, sia accogliendo il trasferimento di
risorse risparmiate dalla previdenza per finanziare il welfare: il contrario della messa
in carico alla fiscalità generale delle prestazioni assistenziali. Si ripropone la
ricetta fallimentare della «terza via» degli anni `90: rilanciare le competitività
attraverso il contenimento dei salari e della spesa sociale, senza mai porre in
discussione l'intangibilità dei profitti.
Il patto sociale proposto da Montezemolo, e già accolto da Cisl e Uil con questa riforma
degli ammortizzatori, è la vera trappola tesa alla Cgil - che Fassino e soci neppure a
mimetizzano. Mentre le opposizioni politiche e i sindacati dovrebbero organizzare la più
forte mobilitazione possibile contro la libertà di licenziare e per l'estensione dei
diritti e tutele dei lavoratori.
* senatore del Prc nella commissione Lavoro
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