Quasi del tutto assente nellinformazione
ufficiale, una notizia piuttosto inquietante ha invece fatto il giro dei siti internet di
controinformazione: giovedì 7 ottobre il server anglo-americano che ospita i portali
dell'organizzazione no global Indymedia è stato chiuso dallFbi su richiesta di due
governi. Lintervento ha spento più di 20 portali in tutto il mondo, tra
cui quello italiano: www.italy.indymedia.org. L'operazione è stata condotta per
conto di paesi terzi da responsabili del Ministero della Giustizia contro il server
Rackspace che offre spazi a Indymedia, ha affermato Joe Parris, portavoce del
Federal Bureau americano. La richiesta di intervento è stata esplicitamente
presentata da due Paesi: l'Italia e la Svizzera. I responsabili del ministero
della Giustizia - ha poi aggiunto il solerte funzionario non hanno
fatto altro che assolvere agli obblighi legali contenuti nel trattato di mutua assistenza.
A pochi giorni dall'inizio del Social forum europeo di Londra, al quale
parteciperanno oltre cinquantamila delegati da tutto il continente, dunque, su espressa
richiesta di due governi europei (tra cui il nostro) è scattata una vasta operazione di
polizia internazionale che ha imposto il silenzio ad una delle voci più ascoltate dai
cosiddetti no global di tutto il mondo.Sebbene loperazione sia scattata su scala
mondiale, il giallo che ne è seguito è invece tutto italiano. Il ministro della
Giustizia Castelli ha subito negato che il Governo sia stato parte in causa nella vicenda,
mentre Mario Landolfi portavoce An, secondo partito della maggioranza che sostiene lEsecutivo
in carica, si è affrettato ad affermare che la chiusura dei siti dissidenti è stata
cosa buona e giusta. Si scopre, inoltre, che il 20 novembre 2003, a pochi
giorni dalla strage di Nassiriya, Alleanza nazionale chiese al Governo di chiudere il sito
internet di Indymedia alla luce delle frasi ingiuriose pubblicate sulla morte
dei militari italiani in Iraq. A questo punto o il ministro della Giustizia dichiara il
falso o il portavoce di An ha il dovere di spiegare quale percorso abbia seguito la sua
denuncia e in che modo lItalia sia coinvolta in questa storia. A complicare
ulteriormente la faccenda, è poi intervenuto anche il ministro Stanca: Internet non
è una zona franca per alcun genere di reato - ha commentato - la rete è un
grande spazio di libertà e come tale va salvaguardato. Quale siano i reati
contestati ad Indymedia, però, non è ancora dato saperlo.
Di fatto, il trattato di mutua assistenza citato da Joe Parris (Money Laundering and
Terrorist financing Act 2003, MLAT) prevede ipotesi di reato che nulla hanno a che vedere
con l'attività di informazione svolta dai siti oscurati. Secondo il trattato, lordine
di sequestro proveniente dall'Italia può essere accettato solo ed esclusivamente se ha
natura giudiziaria. L'applicazione di mutua assistenza è infatti possibile nelle indagini
riguardanti il riciclaggio di denaro e l'associazione a delinquere con finalità di
terrorismo (section IV - Money Laundering and Terrorist financing Act 2003, MLAT - 18 USC
Sec. 981 - 18 USC Sec. 2331). Dunque nuovamente, e a maggior ragione in Italia, tale
sequestro può essere attivato solo su richiesta dell'Autorità giudiziaria. Risultano
così sempre meno chiare le motivazioni che hanno portato allintervento di sequestro
di uno spazio web utilizzato per l'attività di informazione indipendente, e come tale
coperto dalla garanzia costituzionale. Un intervento che ha portato alla sottrazione di
contenuti a prima vista non riconducibili a nessuna delle ipotesi previste dalla normativa
internazionale.
Ma questo giallo tutto italiano si infittisce sempre di più. Indymedia non è
infatti nuova a questo genere di attacchi in Italia, il Governo Berlusconi già ai tempi
del G8 di Genova si era particolarmente accanito, durante le drammatiche ore
dell'occupazione della sede del Genoa Social Forum e della scuola Diaz, sulle sue
attrezzature e sui suoi computer. Curiosa coincidenza: tra i molti dati contenuti nei
server sequestrati dalle Autorità statunitensi sabato cè proprio la banca dati dei
legali contenente gli atti attualmente depositati dal pubblico ministero nel processo
sull'irruzione alla scuola genovese, che vede imputati numerosi appartenenti alla Polizia
di Stato. Fermo restando che molto spesso le opinioni riportate dal sito sequestrato
risultano più che discutibili, la sua chiusura rappresenta un grave precedente per la
libertà di informazione in Italia. Le contraddittorie parole di Castelli, Landolfi e
Stanca, per di più, non aiutano a capire che cosa sia realmente successo. Semmai
alimentano il timore che ci si trovi, per lennesima volta in questa legislatura, di
fronte ad una scelta autoritaria che tenta di limitare la nostra libertà di informazione
(questa volta via Internet), e che richiede un'immediata reazione democratica del Paese e
urgenti chiarimenti in Parlamento. |