Osservatorio media / Chi ha chiuso Indymedia?

Tutti negano, la destra applaude 

di Carlo Ruggiero

Quasi del tutto assente nell’informazione ufficiale, una notizia piuttosto inquietante ha invece fatto il giro dei siti internet di controinformazione: giovedì 7 ottobre il server anglo-americano che ospita i portali dell'organizzazione no global Indymedia è stato chiuso dall’Fbi su richiesta di due governi. L’intervento ha “spento” più di 20 portali in tutto il mondo, tra cui quello italiano: www.italy.indymedia.org. “L'operazione è stata condotta per conto di paesi terzi da responsabili del Ministero della Giustizia contro il server Rackspace che offre spazi a Indymedia”, ha affermato Joe Parris, portavoce del Federal Bureau americano. “La richiesta di intervento è stata esplicitamente presentata da due Paesi: l'Italia e la Svizzera”. “I responsabili del ministero della Giustizia” - ha poi aggiunto il solerte funzionario – “non hanno fatto altro che assolvere agli obblighi legali contenuti nel trattato di mutua assistenza”. 

A pochi giorni dall'inizio del Social forum europeo di Londra, al quale parteciperanno oltre cinquantamila delegati da tutto il continente, dunque, su espressa richiesta di due governi europei (tra cui il nostro) è scattata una vasta operazione di polizia internazionale che ha imposto il silenzio ad una delle voci più ascoltate dai cosiddetti no global di tutto il mondo.Sebbene l’operazione sia scattata su scala mondiale, il giallo che ne è seguito è invece tutto italiano. Il ministro della Giustizia Castelli ha subito negato che il Governo sia stato parte in causa nella vicenda, mentre Mario Landolfi portavoce An, secondo partito della maggioranza che sostiene l’Esecutivo in carica, si è affrettato ad affermare che la chiusura dei siti dissidenti è stata “cosa buona e giusta”. Si scopre, inoltre, che il 20 novembre 2003, a pochi giorni dalla strage di Nassiriya, Alleanza nazionale chiese al Governo di chiudere il sito internet di Indymedia alla luce delle “frasi ingiuriose” pubblicate sulla morte dei militari italiani in Iraq. A questo punto o il ministro della Giustizia dichiara il falso o il portavoce di An ha il dovere di spiegare quale percorso abbia seguito la sua denuncia e in che modo l’Italia sia coinvolta in questa storia. A complicare ulteriormente la faccenda, è poi intervenuto anche il ministro Stanca: “Internet non è una zona franca per alcun genere di reato” - ha commentato - “la rete è un grande spazio di libertà e come tale va salvaguardato”. Quale siano i reati contestati ad Indymedia, però, non è ancora dato saperlo. 
 
Di fatto, il trattato di mutua assistenza citato da Joe Parris (Money Laundering and Terrorist financing Act 2003, MLAT) prevede ipotesi di reato che nulla hanno a che vedere con l'attività di informazione svolta dai siti oscurati. Secondo il trattato, l’ordine di sequestro proveniente dall'Italia può essere accettato solo ed esclusivamente se ha natura giudiziaria. L'applicazione di mutua assistenza è infatti possibile nelle indagini riguardanti il riciclaggio di denaro e l'associazione a delinquere con finalità di terrorismo (section IV - Money Laundering and Terrorist financing Act 2003, MLAT - 18 USC Sec. 981 - 18 USC Sec. 2331). Dunque nuovamente, e a maggior ragione in Italia, tale sequestro può essere attivato solo su richiesta dell'Autorità giudiziaria. Risultano così sempre meno chiare le motivazioni che hanno portato all’intervento di sequestro di uno spazio web utilizzato per l'attività di informazione indipendente, e come tale coperto dalla garanzia costituzionale. Un intervento che ha portato alla sottrazione di contenuti a prima vista non riconducibili a nessuna delle ipotesi previste dalla normativa internazionale. 

Ma questo giallo tutto italiano si infittisce sempre di  più. Indymedia non è infatti nuova a questo genere di attacchi in Italia, il Governo Berlusconi già ai tempi del G8 di Genova si era particolarmente accanito, durante le drammatiche ore dell'occupazione della sede del Genoa Social Forum e della scuola Diaz, sulle sue attrezzature e sui suoi computer. Curiosa coincidenza: tra i molti dati contenuti nei server sequestrati dalle Autorità statunitensi sabato c’è proprio la banca dati dei legali contenente gli atti attualmente depositati dal pubblico ministero nel processo sull'irruzione alla scuola genovese, che vede imputati numerosi appartenenti alla Polizia di Stato. Fermo restando che molto spesso le opinioni riportate dal sito sequestrato risultano più che discutibili, la sua chiusura rappresenta un grave precedente per la libertà di informazione in Italia. Le contraddittorie parole di Castelli, Landolfi e Stanca, per di più, non aiutano a capire che cosa sia realmente successo. Semmai alimentano il timore che ci si trovi, per l’ennesima volta in questa legislatura, di fronte ad una scelta autoritaria che tenta di limitare la nostra libertà di informazione (questa volta via Internet), e che richiede un'immediata reazione democratica del Paese e urgenti chiarimenti in Parlamento.

(12 ottobre 2004