| Secondo il "Devoto oli" patto sociale è un «accordo per
interrompere i contrasti sulle trattative contrattuali e sulle rivendicazioni salariali,
anche sulla base di reciproche concessioni economiche e normative tra lo Stato, i datori
di lavoro e i lavoratori». Chissà se il presidente della Confindustria, che a Capri ha
dato sfoggio di inglese maccheronico aveva in mente questa definizione quando ha proposto
un nuovo patto al sindacato. Francamente non è chiaro, visto che la sua organizzazione
in pochi giorni ha espresso tre giudizi diversi sulla politica economica del governo.
Positivo quello di Tronchetti Provera, negativo quello dei Giovani industriali, a metà
quello di Montezemolo. Il quale peraltro ha ancora una volta mostrato di saper scagliare
l'immagine oltre l'ostacolo, facendo così ombra anche al presidente del Consiglio.
In realtà la formula del patto sociale ha assunto nello scenario politico italiano una
doppia funzione. Serve a dare un assestamento presentabile alle politiche liberiste, che
nella loro gestione berlusconiana hanno finito per scontentare tanti. Serve a non
discutere delle questioni di fondo.
Il presidente della Confidustria rifiuta di parlare di declino, e così mette a tacere
il presidente della Fiat. Parla di sviluppo della concorrenza, ma dimentica i grandi
gruppi privati che hanno deciso di diventare monopolisti dei telefoni, delle autostrade,
delle assicurazioni, di tanti servizi una volta pubblici. Parla di potere d'acquisto, e
intanto respinge brutalmente ogni ipotesi di controllo dei prezzi. Parla di dialogo con i
sindacati, ma propone di partire dalle conclusioni della commissione Onofri. Le cui
posizioni sullo stato sociale, Sergio Cofferati, come segretario della Cgil, respinse
decisamente e polemicamente in un congresso dei Ds.
Su che cosa si dovrebbe fare allora questo benedetto patto sociale? Il 14 luglio la
Confindustria ha presentato un documento che proponeva la devolution della contrattazione
e ancora più flessibilità del lavoro, facendo così alzare dal tavolo la Cgil. Ora la
proposta si fa più gentile. La Confindustria concede benignamente al sindacato di
associarsi alle richieste di nuove privatizzazioni e di finanziamenti pubblici alle
imprese. In cambio chiede la rinuncia a rivendicare quella redistribuzione del reddito che
invece è una delle prime urgenze del Paese. Certo per questa via il sindacato sarebbe
costretto a rinunciare a molte delle proprie funzioni, ma si aprirebbe una bella
competizione politica al centro. Tra chi è più coerentemente thatcheriano. E ancora una
volta quei poteri forti che qualche responsabilità sulla crisi del paese ce l'hanno
finirebbero per diventare le nuove autorità del salvataggio della patria. Astuzie
neodemocristiane in salsa Schumacher? No grazie.
Giorgio Cremaschi
6 OTTOBRE 2004 |