In tre anni anni i lavoratori
dipendenti hanno perso oltre 1.380 euro, a causa dell'incremento dei prezzi e dei bassi
aumenti salariali. E' quanto stimato in una ricerca dell'Ires Cgil. L'istituto ha
calcolato che tra il 2002 e il 2004 la cifra perduta oscilla tra 1.269 (sulla base di
un'inflazione al 2,3 per cento), e 1.380 euro (inflazione al 2,8). In particolare, nel
2002-2004 un lavoratore con retribuzione media di 22 mila euro ha perso 864 euro a causa
di aumenti salariali inferiori alla crescita dei prezzi e 516 euro per la mancata
restituzione del fiscal-drag. Il dato tiene conto di tutto il lavoro dipendente, escluso
quello agricolo e quello pubblico.
'Abbiamo calcolato - ha detto il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani - che
negli ultimi tre anni il lavoratore medio ha perso almeno 1.200 euro. Sono dati
incontestabili. I lavoratori si impoveriscono. Li manderemo con una lettera di
accompagnamento al governo, alla Confindustria e alle controparti'. Per fronteggiare
questa situazione Epifani ribadisce la necessità di una nuova politica dei redditi che
tenga sotto controllo prezzi e tariffe, ma anche di una politica contrattuale che difenda
e recuperi il potere d'acquisto delle retribuzioni. 'Dalle tasche dei 16 milioni di
lavoratori dipendenti - dice il presidente dell'Ires, Agostino Megale - mancano 21-22
miliardi di euro. C'é una questione salariale evidente'.
Secondo la Cgil, la perdita per il lavoro dipendente si potrebbe aggravare ancora rispetto
ai 1.380 euro persi tra il 2002 e il 2004 (fino a 2.022 euro) se i contratti nazionali per
il 2005-2006 si dovessero rinnovare con i tassi di inflazione programmata previsti nel
Dpef, ipotesi comunque esclusa dal sindacato che ribadisce l'intenzione di presentare
richieste molto vicine all'inflazione reale. Circa 6,5 milioni di lavoratori - avverte
l'Ires-Cgil - guadagnano meno di 1.000 euro al mese, mentre circa 10 milioni di lavoratori
hanno in busta paga meno di 1.350 euro al mese. Questi lavoratori a rischio povertà hanno
visto contrarre il loro potere d'acquisto a causa della corsa dei prezzi e delle tariffe,
ma anche perché i contratti non hanno ridistribuito la produttività se non in
piccolissima parte (solo tre punti al lavoro sui 21 registrati tra il 1993 e il
2001).
I dati confermano - sostiene Epifani - che è giusta la battaglia della Cgil per 'la
definizione di una nuova politica dei redditi, per un sistema quindi di scelte pubbliche
che consentano una più equa redistribuzione dei redditi. Nell'impoverimento relativo del
paese c'é una parte che si è arricchita'. Il leader della Cgil ribadisce che se c'è
bisogno di trovare risorse per fronteggiare la politica di bilancio, queste vanno cercate
proprio da quella parte del paese che si è arricchita e non intervenendo sulle condizioni
di pensionati e lavoratori. L'Ires presenta nel suo studio anche un confronto con le
retribuzioni orarie nel settore manifatturiero dei paesi più industrializzati, confronto
che penalizza l'Italia: le retribuzioni reali orarie tra il 1995 e il 2003 sono cresciute
solo dell'1,1 per cento a fronte di una crescita che negli altri paesi non è mai
inferiore al 6. Se si limita l'analisi al periodo 2000-2003 le retribuzioni reali italiane
nel manifatturiero registrano una contrazione (-0,6 per cento) a causa degli alti tassi di
inflazione mentre negli altri paesi industrializzati oscillano tra il +1,6 della Germania
al +5,8 della Francia. |