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stampa Quel tavolo non
deve ripartire L'avvento di una nuova era di concertazione era stato invocato come la cura
di tutti i mali berlusconiani e dopo la stretta di mano tra Epifani e Montezemolo sembrava
cosa ormai fatta. Quanti stavano fuori dal coro in crescendo avevano poco diritto di
parola. Da questo punto di vista la porta sbattuta dell'altra sera è un salutare ritorno
alla realtà, uno spazio per ragionare e per chiamare le cose con il loro nome. La neoconcertazione
non è un semplice ritorno al passato, ma è qualcosa di peggio e di più pericoloso. La
"vecchia" concertazione ha significato un decennio di moderazione salariale, di
restringimento dei diritti, di soffocamento del conflitto e di monopolio
istituzionalizzato della rappresentanza. I lavoratori ne sono usciti più poveri, più
precari e più deboli. Insomma, un bilancio fallimentare. E come sempre
accade l'accumulo di quantità provoca prima o poi un salto di qualità. Così il Governo
Berlusconi e la Confindustria di D'Amato hanno cercato l'affondo finale, alla maniera
della Thatcher, e la concertazione è saltata da destra. Hanno poi fallito nell'intento di
sbaragliare il movimento sindacale, ma sono riusciti ad imporre una brutale riforma
liberista del mercato del lavoro con la legge 30. Il cambio di
guardia in casa Confindustria rappresenta una presa d'atto di quel fallimento, ma anche la
consapevolezza che i rapporti di forza sociali non sono cambiati sostanzialmente. Ecco
perché non viene messa in discussione la linea strategica liberista, né quanto finora
fatto in termini di "riforme" e anzi si rilancia sul salario e sullo
smantellamento del contratto nazionale. Insomma, Montezemolo sta a D'Amato, come Follini
sta a Berlusconi. Niente di più, niente di meno. Riaprire quel
tavolo non significa soltanto ignorare il bilancio disastroso di ieri, ma passare dalla
concertazione del meno peggio a quella del peggio. In fondo basta guardare all'esperienza
concreta di questi ultimi mesi, in cui vi è stata una evidente rivitalizzazione della
pratica concertativa da parte di Cgil, Cisl e Uil. A partire dalla paradigmatica vicenda
del contratto bidone degli autoferrotranvieri è stato un susseguirsi di rinnovi
contrattuali, ultimo dei quali quello del Commercio, improntati alla moderazione salariale
e all'accoglimento delle nuove forme precarie della legge 30. A cosa e a chi
serve allora la neoconcertazione? Può servire senz'altro al modello di sindacato
neocorporativo teorizzato e praticato dalla Cisl di Pezzotta, ma nulla serve, anzi, ai
lavoratori e alle lavoratrici in carne ed ossa. L'impoverimento di milioni di lavoratori e
pensionati è una realtà e la precarietà riguarda ormai oltre 5 milioni di lavoratori.
Da qui bisogna ripartire per costruire una strategia rivendicativa alternativa che metta
al centro l'aumento di salari e pensioni, la loro tutela automatica dal carovita ed il
contrasto e l'abrogazione della legge 30. Per questo quel tavolo neoconcertativo non solo
non serve, ma è dannoso. Serve invece il conflitto ed un rapporto democratico e libero
con i lavoratori. Il vento
neocentrista spira forte anche sul piano sociale ed i suoi adepti stanno determinando
convergenze, mentre le organizzazioni e le aree sindacali conflittuali sembrano marciare
più divise che mai. Forse è giunto il momento per tutti di porsi seriamente il problema
di trovare terreni di iniziativa comuni, conflittuali e democratici. Un problema urgente
che riguarda i sindacati di base, ma non solo. Vogliamo discuterne? Luciano Muhlbauer Milano, 15 luglio 2004 |