MEMORANDUM PER LA CRESCITA E LO SVILUPPO

Le priorità condivise fra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil

14 luglio 2004

 

1. Il metodo della concertazione

Il modello concordato con il protocollo del luglio 1993 ha rappresentato un capitolo fondamentale nella evoluzione della politica economica e delle relazioni industriali nel nostro Paese.

Attraverso quell’accordo è stato definito un sistema di regole, di procedure e di comportamenti che hanno permesso all’Italia di contenere le dinamiche dell’inflazione, salvaguardando i redditi delle famiglie; di risanare la finanza pubblica, rispettando così gli obiettivi per la partecipazione all’Unione Europea; di rilanciare la competitività delle imprese, creando in questo modo le premesse per un avvio degli investimenti e per un miglioramento della situazione occupazionale.

Allo stesso modo, l’assetto di sistema di contrattazione collettiva definito da quell’accordo, ha permesso l’instaurarsi di un clima di bassa conflittualità sociale, ponendo le basi per l’affermazione di un modello maggiormente partecipativo.

A distanza di oltre dieci anni, il tema della revisione degli impegni complessivamente assunti nel 1993 si propone lo scopo di verificare la loro attualità rispetto al mutato contesto economico derivante anche dalla riduzione dell’inflazione e dagli effetti della moneta unica.

2. I mutamenti economici e sociali

L’Italia ha abbisogno di un tasso di crescita decisamente più elevato, non solo nei confronti di quelli registrati negli ultimi anni, ma anche rispetto a quelli previsti per il 2004 e per gli anni immediatamente successivi.

Il nostro paese rischia di perdere terreno anche nei confronti di una Europa che cresce lentamente e che appare sempre più lontana dai ritmi di sviluppo delle aree del modo più dinamiche.

L’Italia – a differenza di molti fra i paesi ricchi del pianeta – ha al suo interno sacche di arretratezza e di penalizzazione che devono essere rimosse.

Non può dunque consentirsi ritmi di sviluppo rilassati. Vorrebbe dire rassegnarsi al modello che perpetua discriminazioni strutturali che alla lunga pesano negativamente sull’intero sistema.

L’Europa stessa – un’Europa a 25, che, pur essendo diventata più grande in termini non solo di popolazione, ma anche di Pil e di esportazioni, ha un ritmo di espansione modesto – è chiamata a confrontarsi, nel suo insieme, con altre aree sviluppate del mondo e, nello stesso tempo, a gestire fenomeni di accelerata rilocalizzazione interna delle imprese.

Se siamo riusciti, non senza difficoltà ad essere a pieno diritto partner in Europa, resistono comunque rilevanti gap di competitività se ci  confrontiamo con i più “virtuosi” paesi dell’Unione:

  • La produttività del lavoro, che negli ultimi due anni è cresciuta in Europa, mentre è diminuita in Italia (+ 0,3% all’anno nella media dell’area dell’euro, in Italia – 0,6% nel 2002 e – 0,4% nel 2003);
  • Il tasso di occupazione – pari al 56% nel 2003 – è ancora il più basso dell’UE a 15 (anche se va considerata una certa dinamicità del mercato del lavoro italiano, che – unico in Europa – ha fatto registrare aumenti costanti dell’occupazione negli ultimi due anni). Inoltre, soprattutto fra i giovani e gli anziani si registrano livelli di occupazione sensibilmente più bassi;
  • Il lavoro sommerso che continua ad avere dimensioni molto rilevanti;
  • Le disparità regionali che creano forti squilibri socioeconomici.

3. I nuovi obiettivi del confronto

Si tratta quindi di passare da una fase nella quale obiettivi principali erano il controllo delle dinamiche inflative e il risanamento della finanza pubblica, ad un’altra che vede, accanto a questi temi, la realizzazione di politiche e  strumenti finalizzati allo sviluppo e alla crescita.

La chiave per la crescita è data da innovazione, ricerca e infrastrutture.

Occorre innanzitutto porre al centro delle grandi scelte di politica economica, strategie fortemente rivolte ad attuare l’impegno assunto nel Vertice europeo di Lisbona destinando, entro il 2010, il 3% del Pil alla ricerca.

Un obiettivo che appare ancora troppo lontano e che va raggiunto con un sapiente concorso delle risorse pubbliche e private.

Non si tratta solo di aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Occorre rilanciare una vera cultura dell’innovazione e della scienza che coinvolga le imprese e le università e che sappia diventare un riferimento importante per tutti.

L’Italia deve diventare un paese in grado di attirare capitale finanziario e capitale umano per la ricerca e l’innovazione.

L’impegno del governo di portare la spesa pubblica per R&S all’1% del Pil, annunciato all’inizio della legislatura, deve essere riconfermato per l’immediato e reso credibile con un piano di impegno che ne elevi l’importo complessivo fino al 2% già nei prossimi tre anni.

Il supporto agli investimenti in R&I delle imprese va rifondato sul principio della certezza e stabilità delle agevolazioni. Vanno elaborate soluzioni che fondino le esigenze di una attenta valutazione del merito con quelle di una semplificazione nell’utilizzo degli strumenti disponibili.

A questo scopo, vanno rafforzate le agevolazioni a carattere fiscale, adeguatamente gestite, evitando finanziamenti a pioggia che danneggiano in primo luogo proprio le imprese impegnate seriamente nell’innovazione.

Più in generale è importante poter contare su un paese  che funzioni sia per le imprese sia per i cittadini.

Per questo è indispensabile un forte investimento in infrastrutture, per realizzarne di nuove e per mantenere in efficienza quelle esistenti.

Il rilancio della infrasrtutturazione materiale e immateriale, sia delle grandi opere come di quelle minori, deve avvenire con programmi dotati di una reale fattibilità, basati su una scelta delle priorità capaci di incidere positivamente sullo sviluppo delle reti e sui livelli dei servizi che coinvolgano risorse pubbliche e risorse private. 

Soprattutto per il coinvolgimento del capitale privato, in una situazione di restrizione della finanza pubblica difficilmente superabile nel breve-medio termine, vi è la necessità di una maggiore apertura al mercato, di un rilancio delle liberalizzazioni nei settori ancora protetti e delle privatizzazioni delle gestioni dei servizi pubblici, che hanno recentemente subito vistosi rallentamenti, se non vere e proprie inversioni rispetto al passato.

In questo modo sarà possibile concentrare le scarse risorse pubbliche dove c’è maggior bisogno (Mezzogiorno), ridurre i rilevanti trasferimenti pubblici ai bilanci delle aziende pubbliche e rendere più efficienti i servizi offerti all’utenza.

La formazione permanente costituisce l’elemento cardine di una società basata sulla conoscenza per il rilancio di un’efficace politica di sviluppo, dei diritti di cittadinanza e di coesione sociale.

In un paese ormai attraversato da una profonda crisi demografica, imprese e lavoratori devono investire in formazione più tempo e più risorse, a partire dalla messa a regime dei Fondi interprofessionali per la formazione continua.

In questo senso serve una precisa scelta di politica legislativa affinché venga assicurato l’integrale trasferimento del contributo dello 0,30% e ne venga stabilita la natura privata, esentando, di conseguenza, i Fondi interprofessionali dall’obbligo di applicare le procedure ad evidenza pubblica.

Il Mezzogiorno rappresenta il punto centrale per una strategia di sviluppo orientata davvero ad un riequilibrio che coinvolga la struttura produttiva, l’occupazione ed il reddito. Dati che devono progressivamente allinearsi ai livelli ormi consolidati nel resto del paese.

Tale strategia dovrà fondarsi su:

  • Il rafforzamento e la piena operatività degli strumenti – come il contratto di localizzazione – più direttamente finalizzati all’attrazione nel Mezzogiorno di nuove iniziative produttive; la mission di Sviluppo Italia dovrà concentrarsi sulla promozione degli investimenti e sul marketing territoriale;
  • Un sistema in incentivazione alle imprese più efficace e più orientato all’innovazione, che introduca con gradualità le modifiche necessarie, evitando blocchi delle erogazioni e garantendo la stabilità dei flussi finanziari;
  • L’introduzione di una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno, a partire dall’IRAP, che compensi eventuali minori aiuti alle imprese ed incrementi l’attività del Mezzogiorno;
  • Nuove misure di riduzione del costo del lavoro, quale lo sgravio contributivo per le nuove assunzioni, nel rispetto del regolamento UE sugli aiuti di Stato sia per quanto riguarda i requisiti di accesso al beneficio che per i soggetti destinatari;
  • L’accelerazione degli interventi infrastrutturali, attraverso la completa attuazione della Legge Obiettivo relativamente alle grandi dorsali ferroviarie ed autostradali collegati con le reti TEN;
  • La concentrazione delle risorse “aggiuntive” stanziate dalla Legge Finanziaria sulla riduzione dei ritardi storici del Mezzogiorno: le interruzioni del servizio idrico, le reti di fornitura di energia elettrica, i servizi di trasporto, raccolta  e trattamento dei rifiuti;
  • Il recupero e la promozione delle risorse artistiche e culturali dei centri urbani meridionali al fine di pervenire ad una piena valorizzazione delle potenzialità turistiche del Mezzogiorno, ancora ampiamente inutilizzate.

Il paese ha bisogno di buoni servizi collettivi, vera contropartita della fiscalità. La questione dei servizi, così come l’efficienza della Pubblica Amministrazione, rappresentano oramai fattori chiave per competere come sistema paese. Si tratta di problemi che vanno messi al centro di un progetto riformatore che tenga conto di quanto hanno fatto e stanno facendo i sistemi migliori, dentro e fuori l’Unione Europea.

Crescita dell’economia e crescita dei salari sono i due lati di una stessa medaglia.

Dovremo affrontare quindi il tema dell’inflazione, che non ha più valori a due cifre, ma non riesce a scendere sotto il 2%, diminuendo il potere d’acquisto dei consumatori. E soprattutto aggredire il problema del differenziale di inflazione rispetto agli altri paesi dell’Unione che erode la competitività delle nostre esportazioni.

Serve quindi un impegno preciso ad approfondire le ragioni di questa specificità italiana e ad individuare possibili soluzioni, in un quadro generale di ragionamento in cui inserire, oltre al tema dell’inflazione, alcune riflessioni su produttività, varabili occupazionali e potere d’acquisto delle retribuzioni.

Per favorire una valutazione tecnica comune, circa gli effetti che i dieci anni di applicazione delle regole del 1993 hanno avuto sulla dinamica delle principali grandezze macroeconomiche coinvolte, riteniamo utile che fra i Centri Studi delle diverse organizzazioni di rappresentanza delle imprese e dei lavoratori si sviluppi un confronto sui dati.

Un peso maggiore del monte salari sul totale della ricchezza p prodotta è un obiettivo da inscrivere in un quadro dove un più alto tasso di crescita dell’economia si accompagni ad un più alto tasso di occupazione, con una drastica riduzione dei senza lavoro.

L’aumento dei salari collegato alla crescita della redditività delle imprese dovrà essere perseguito attraverso l’innovazione e la ricerca di efficienze che facciano crescere le imprese italiane per competere sui mercati globali.

L’innovazione è un processo che può implicare modifiche nei modelli organizzativi delle imprese e dei mercati.

Imprese e sindacati sono disponibili a sperimentare soluzioni organizzative che favoriscano l’introduzione dell’innovazione e l’aumento della produttività,

Soluzioni innovative possono riguardare realtà aziendali o ambiti territoriali in funzione di una maggiore crescita.

Nello sviluppare insieme al Governo e ai sindacati, una coerente politica dei redditi, si potrà anche iniziare a riflettere sulla politica contrattuale e sugli assetti della contrattazione.

Ciò significherà anche riconsiderare la struttura della retribuzione, nell’equilibrio delle parti che la compongono. Politiche fiscali e contributive capaci di assicurare una migliore competitività internazionale saranno utili per accelerare questi processi.

Sulla scorta di quanto ci indica l’Europa, potremo adeguare il nostro modello di contrattazione collettiva ai nuovi target di Lisbona. Ciò vuol dire fare in modo che gli assetti contrattuali rappresentino un elemento di competitività del sistema, attenuandone la rigidità ed agevolando soluzioni che permettano di tenere conto dei diversi livelli di produttività e delle diverse condizioni del mercato del lavoro locali.

Gli interventi su materie specifiche vanno coadiuvati con una pluralità di politiche di lungo periodo che anche l’Unione Europea auspica.

Non è solo a livello nazionale e di territorio, però, che le relazioni industriali possono contribuire a rilanciare lo sviluppo dell’intero sistema. Ma anche a livello di singola impresa.

E’ nell’impresa che ogni giorno ci si deve misurare con la gestione del cambiamento e l’impegno per rafforzare la competitività.

Per questo motivo, nella definizione dell’organizzazione del lavoro, ogni singola realtà produttiva, in considerazione della sua dimensione, del suo mercato di riferimento, dei suoi interlocutori sociali ed economici specifici, deve mirare ad un duplice obiettivo.

Da un lato, a cogliere gli spunti più innovativi che provengono dalla legislazione di riferimento e dalla contrattazione collettiva di settore, così da adattare al proprio modo di “fare impresa” le previsioni generali elaborate ad un livello più alto, sfruttandone quanto più possibile le potenzialità.

Dall’altro, a sviluppare pratiche di gestione delle risorse umane che consentano una risposta tailor made, reale ed efficace alle sfide di competitività, in modo da valorizzare e favorire lo sviluppo delle professionalità con creatività e dinamismo.

Imprese e sindacati dovranno infine esprimere il massimo impegno per prevenire i conflitti prima che esplodano.

Superare una stagione di sospetti e incomprensioni deve significare un governo intelligente della dialettica sociale, con l’attivazione di strumenti fisiologici e funzionanti per comporre il confronto.

Occorre creare condizioni reali e – se necessario – un quadro di riferimento normativo davvero atto ad evitare un assetto “binario”, dove si passa semplicemente da condizioni di normalità a esplosioni fortemente conflittuali, con tutti i danni che ciò comporta sul tessuto sociale e sul funzionamento del sistema.

Il conflitto, che è cosa diversa dal confronto sociale o sindacale, deve rappresentare solo una eventualità estrema.

4. I temi del confronto

Il processo di riforme necessario al nostro paese deve coinvolgere tutte le parti sociali con procedure che evitino esclusioni o diritti di veto.

La concertazione – cioè una vera politica di confronto per definire e costruire insieme un progetto per lo sviluppo equilibrato del paese – è la strada migliore per raggiungere obiettivi condivisi.

Ma proprio per non mortificare un modello che ha in sé grandi potenzialità, è opportuno arricchirlo di efficienza e di certezza di percorso. Questo può consentire di avviare in tempi brevi e in modo fattivo la ricerca di intese importanti che consentano al sistema Italia di recuperare nuovi spazi di competitività.

Dalla condivisione dei nuovi obiettivi derivano i quattro capitoli principali del confronto che può essere avviato già a partire dal 19 luglio su:

  • le priorità in materia di politiche per la ricerca ed innovazione, le infrastrutture, la formazione e il Mezzogiorno, partendo da quelle già condivise nell’accordo del giugno 2003, per facilitare il confronto con il Governo nell’ambito del Dpef 2004 e della Legge Finanziaria per il 2005, ed anche
  • la “questione” inflazione, per individuare – nell’ambito di un processo di concertazione centrale e territoriale – ragioni, cause strutturali e possibili rimedi circa l’andamento di un fenomeno che se non rimosso, rischia di vanificare gli effetti della politica dei redditi; nell’ambito della ricerca di posizioni comuni per il rilancio della nostra economia, una effettiva concertazione per definire gli obiettivi comuni  sui tassi di inflazione programmata;

mentre nel mese di settembre daremo avvio al confronto su:

  • una diversa modulazione degli assetti contrattuali in coerenza con le esigenze di rigore e di adattabilità imposte nel rilancio dello sviluppo. Va altresì ridotto in misura sensibile il numero dei contratti nazionali e semplificata la loro struttura settoriale;
  • il sistema di previdenza complementare. Lo sviluppo dei fondi pensione è necessario non soltanto per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale di base, senza penalizzare il livello del trattamento complessivo spettante alle giovani generazioni, ma anche per rafforzare e stabilizzare i mercati finanziari ed offrire, anche in questo modo, una prospettiva di sviluppo al paese.