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Brutta fine per la commercio story
Firmato il contratto: soldi pochini, precarietà tanta. I
sindacati: «Evitato il massacro». Sciopero annullato
MANUELA CARTOSIO
Il rinnovo del contratto del commercio passerà agli annali come una
farsa tragica. Centinaia di lavoratori, ignari che, nottetempo, Confcommercio e sindacati
avevano firmato il contratto, ieri hanno fatto uno sciopero che non esisteva più. Ora si
chiedono chi pagherà loro la giornata. E' l'epilogo della commedia degli errori
inanellati da una trattativa opaca, con scioperi proclamati per non essere fatti, rotture
sul filo di lana, firma a sorpresa a tempi supplementari scaduti. Se il contratto fosse
buono, si potrebbe chiudere un occhio su queste bizzarrie. Non lo è e la commedia
presenta un conto amaro per il milione e mezzo di lavoratori che da 18 mesi aspettavano il
rinnovo del contratto. Sbloccato l'accordo con Confcommercio, sono stati siglati in rapida
successione contratti fotocopia con le Coop e Confesercenti. Lo sciopero, che oggi doveva
riguardare i punti vendita, è stato ovviamente annullato. Filcams, Fisascat e Uiltucs
affermano d'aver firmato un accordo «sofferto» ma «largamente positivo», sia sul
versante salariale che su quello normativo. «Gli aumenti salariali sono soddisfacenti e
sulla parte dei diritti ne abbiamo recuperato alcuni massacrati dalla legge Biagi»,
sostiene Ivano Corraini, segretario nazionale della Filcams Cgil. Le cose non stanno
esattamente così.
L'aumento di 86 euro per il primo biennio «regala» alle aziende quasi 1 punto
d'inflazione. A marzo si verificherà se ci saranno scostamenti tra l'inflazione reale e
prevista. Formalmente l'accordo del 23 luglio è rispettato, resta da vedere quanto lo
sarà nella sostanza. L'aumento per il secondo biennio è di 53 euro, l'ultima tranche
entrerà in busta paga solo a settembre del 2006. Troppo diluita nel tempo, oltre che
modesta, anche l'una tantum di 400 euro: 150 euro verranno corrisposti a gennaio. Non sono
cifre brillanti. Le si poteva accettare «scambiandole» con una tenuta sul mercato del
lavoro. E invece su flessibilità e precarietà l'accordo concede parecchio.
Sul part time - dicono i sindacati - confermiamo quanto pattuito nel precedente contratto.
Il lavoro «supplementare» (le ore in più rispetto a quelle per cui si è assunti) resta
volontario. E chi fa il part time ha «diritto di precedenza» quando l'azienda assume
personale full time. Vero. Ma il part time (lo fa il 90% delle cassiere) viene sovvertito
cancellando il tetto annuo delle ore «supplementari». Erano 120, secondo la legge Salvi
recepita dal precedente contratto. Decaduta la legge, il nuovo contratto non ha confermato
il tetto. Questo è il cavallo di Troia che di fatto e ,senza nominarlo, introduce nel
commercio il job on call, previsto appunto dalla legge Biagi. Facile prevedere che le
aziende assumeranno a part time per meno ore di quanto necessitano. La gente avrà
«fame» di ore e metterà tutto il suo tempo a disposizione dell'azienda. Che
«chiamerà» in base ai suoi bisogni e con un preavviso di poche ore.
Per i contratti a termine il tetto raddoppia dal 10 al 20% della forza lavoro complessiva.
Le «causali» per fare assunzioni a termine «le abbiamo ridotte a una», dice il
segretario della Uiltcus Brunetto Boco, senza specificare quale sia. Per il lavoro
interinale il tetto sale al 15%. La somma delle due tipologie, che nel precedente
contratto non doveva superare il 23%, passa al 28%. Ma, e qui viene il peggio, la soglia
non vale nei punti vendita di nuova apertura. Nel primo anno di attività tutto il
personale di un supermarket potrà essere assunto a termine. Dopo, la deroga al tetto
andrà «contrattata». Questo forse è il colpo più vantaggioso per la grande
distribuzione. La Faid non ha rotto per due volte il tavolo per niente. Ha incassato molto
di quel che voleva, poi ha concesso che presidente di Confcommercio Billé recitasse la
parte del «mediatore». Anche sull'apprendistato si peggiora l'esistente: si potrà
essere apprendisti, inquadrati due livelli più in basso, per 48 mesi, una anno in più
rispetto a ora. Ma poichè la legge Biagi concede un apprendistato lungo 72 mesi (!),
essersi fermati a 48 viene sbandierata come una conquista. Nelle 80 pagine del testo
dell'accordo non è mai menzionata la somministrazione di manodopera, altro punto
pericolosissimo della legge Biagi. La piattaforma chiedeva fosse vincolata alla
contrattazione, il silenzio non è tranquillizzante.
Maurizio Scarpa, segretario della Filcams, anticipa così il giudizio che «Lavoro e
società» articolerà più compiutamente nei prossimi giorni: «Questo contratto fa
perdere potere d'acquisto ai lavoratori, di fatto estende la precarietà e la
flessibilità in un settore dove ce n'è già troppa». La consultazione sull'ipotesi
d'accordo (assemblee senza referendum) sarà fatta a settembre. Un gruppo di delegati
della Filcams lombarda ha diffuso un appello che critica conduzione ed esito della
trattativa. Lo pubblicheremo domani (unaltrocontratto@tiscali.it).
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