| Tutti si industriano per far ripartire la concertazione... Mentre il
governo prepara una stangata che rischia di fare danni sociali enormi e contro la quale
bisogna lottare subito si continua a parlare di concertazione. Credo che la concertazione
sia la versione sindacale della operazione politica neocentrista con la quale la
Confindustria, An e Udc, la Banca d'Italia e la Cisl cercano di uscire dalla crisi dedl
governo Berlusconi. Credo che sarebbe sbagliato dare valore compiuto a questa operazione.
Ci sono molte velleità e molte difficoltà, ma l'intenzione c'è. E questo è un fatto
politico.
Allora dai per liquidata la linea di Berlusconi?
E' chiaro che è in un'enorme difficoltà, sia per ragioni elettorali sia anche per
ragioni strutturali. L'asse Berlusconi-Tremonti-Lega, cioè riduzione delle tasse, Legge
30 e uso spregiudicato dello Stato come struemento di competitività economica, cioè
quella particolare forma di liberismo populista fa acqua da tutte le parti. Belusconi e le
forze neocentriste, se la prima linea è chiaramente priva di consenso e di
praticabilità, la seconda è sostanzialmente priva di contenuto. La concertazione viene
rilanciata come appello all'unità nazionale, come ideologia del patto sociale, come
moderatismo politico e sindacale, ma finora non ha prodotto un'idea. Come in politica, si
discute sulla forma degli schieramenti e delle alleanze a prescindere dai loro contenuti.
Questa scelta rischia di depotenziare il movimento di lotta.
Quella precedente era meglio di questa?
Il "23 luglio" è stato un accordo che ha prodotto danni per i lavoratori ma
aveva un obiettivo concreto: l'euro. Oggi si fanno discorsi fumosi, a partire dal nuovo
presidente della Confindustria, in cui si scambiano i successi della Ferrari per le
possibilità di tutto il sistema industriale. C'è tanta propaganda di immagine e quasi
nessuna sostanza. Non è casuale che Montezemolo ignori il problema della distribuzione
salariale, della legge 30, Il problema è che non c'è neppure l'agenda comune. Vedo solo
una grande capacità di fare fumo a manovella.
Di che natura è questa crisi e che via d'uscita intravvedi?
La crisi industriale italiana è anche crisi finanziaria rispetto al sistema delle
banche, è crisi di prodotti e di investimento. E' crisi di una classe imprenditoriale. La
risposta fondamentale è il ritorno alla centralità dl pubblico, della programmazione
industriale, dell'intervento nei settori strategici. C'è la crisi Fiat ancora tutta
aperta, ci sono tutti i settori ove le privatizzazioni hanno compiuto solo disastri.
Insomma, bisogna riprogettare le politiche industriali e metterci dentro i poteri
pubblici, andare cioè nella direzione opposta alle politiche di mercato di questi anni.
Accanto a questo c'è la grande questionie della distribuzione dei redditi e dei diritti.
La crisi italiana si affronta con una crescita verso l'alto dei salari e dei diritti. Ma
il punto è se si vuole affrontare la crisi, occorrono politiche alternative al liberismo
a tutti i livelli. E quindi la concertazione è una risposta sbagliata alla crisi e alle
domande sociali del paese.
Il sindacato no è stato un po' a guardare compreso la Cgil...
In questo periodo Cgil, Cisl e Uil hanno perso colpevolmente una occasione per mettere
le questioni del lavoro al centro dell'agenda politica. Cgil, Cisl e Uil potevano e
dovevano promuovere un movimento di lotta prima delle ferie per influire sulla legge
finanziaria e sulle politiche ecomomiche. Invece, non hanno neppure sostenuto la
piattaforma, che pure hanno presentato, e che il governo ha semplicemente ignorato. Cioè,
non l'hanno gestita in termini sindacali. Sembra che la concertazione debba avvenire tra
Fini e Berlusconi, con il segretario di An che interpreta una funzione sociale. Mi pare un
arretramento grave di cui bisogna discutere al prossimo direttivo e che impone che da qui
all'autunno si ricostruisca un vero movimento di lotta.
Ma intanto si fanno accordi, ultimo, per esempio, quello del commercio...
Tra le poche eccezioni, i contratti nazionali firmati in questo periodo, peggiorano
tutti il "23 luglio", sia sul piano salariale che su quello dei diritti, con le
falle che si stanno aprendo sulla resistenza alla legge 30. E' paradossale, il ministro
Maroni è andato all'Assolombarda a lamentarsi di accordi come quello Fincantieri, che
emarginano la Legge 30. Mi ha colpito che Pezzotta poco tempo fa abbia di nuovo parlato
bene del Patto per l'Italia.
Pezzotta ha anche detto che bisogna fare l'accordo sulle regole prima del contratto dei
metalmeccanici e Montezemolo parla di incontro a luglio.
Una nuova trattativa centralizzata sulle regole oggi sarebbe una sciagura. Porterebbe o
a un accordo separato o a un accordo unitario peggiorativo del "23 luglio".
Sarebbe una assurda ripresa di continuità con il patto per l'Italia. Non c'è da fare un
nuovo 23 luglio, come abiamo detto al nostro congresso, ma affrontare i problemi concreti.
Dopo Melfi e molti accordi aziendali i metalmeccanici hanno il diritto di provare a
costruire un contratto nazionale che risponda alle loro esigenze. Il nodo è sempre
quello, si tratta di sapere se vogliamo o no raffrozare il contratto nazionale. Il Sole 24
ore ha iniziato una campagna partendo dall'accordo di deroga sugli orari fatto dalla
Siemens in Germania. E' un fatto che ci deve far riflettere, sia rispetto a cosa vogliono
davvero i padroni, sia rispetto al fatto che se accettiamo il terreno della concorrenza
competitiva sui diritti, finiamo in un disastro in Italia e in Europa.
Fabio Sebastiani
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