Articolo per la rivista Il Ponte, Giugno ‘04

 

QUESTIONE SALARIALE,

POLITICA DEI REDDITI E DEMOCRAZIA

 

La crisi del neoliberismo e dell’ideologia del privato.

 

Dopo anni di ubriacature liberiste, di esaltazione acritica delle virtù taumaturgiche del mercato quale regolatore dell’economia e della vita sociale, di osanna alla modernizzazione sociale ed economica – prosaicamente tradotta in privatizzazioni scriteriate, flessibilità e precarizzazione del lavoro, riduzioni delle prestazioni del Welfare –, e dopo anni di mortificazione del pubblico, sembra tornata oggi all’attenzione della cronaca la questione sociale e salariale. Declinano i miti del privato e dell’etica di impresa, travolti dagli scandali Cirio e Parmalat; riemerge con forza una nuova domanda di pubblico e un bisogno di sicurezze che reclama un nuovo ruolo dello Stato, per rimediare ai disastri apportati dall’ideologia e dalla politica del privato e della centralità dell’impresa. Il «pensiero unico» è in crisi, anche da noi.

Il presidente dei ds ha recentemente dovuto ammettere una subalternità, sua e del suo partito, in questi anni al «pensiero unico» e alla logica della globalizzazione neoliberista. Del resto, ce ne eravamo accorti per tempo. C’è da dubitare, però, della sincerità di tale affermazione, pur sperando in una capacità di inversione di tendenza nelle politiche finora condotte dalla classe dirigente dei ds.

Ancor prima della  politica, sono state delle inchieste giornalistiche, anche in base a rilevazioni di istituti di ricerca, a dar voce al crescente disagio sociale che colpisce tutte le fasce di reddito – alte, medio-basse, e gran parte dei pensionati –, tanto da far parlare anche nel nostro paese di lavoratori poveri e di fine della classe media, assimilata ormai a quello che Marx definirebbe «proletariato». La «società dei due terzi», governata, appunto, dall’alleanza fra ceti medi e il terzo piú ricco, fra classe operaia-impiegatizia e borghesia industriale e dei servizi, come base del modello sociale fordista e dell’esperienza socialdemocratica europea, riceve una piena sconfitta e si scompone sotto i colpi dell’offensiva neoliberista. I ceti intermedi, in Europa come negli Usa, sono il principale bersaglio della politica fiscale e sociale dei governi, e le prime vittime dei processi di trasformazione dell’impresa e dei rapporti di lavoro nella nuova economia globale. La polarizzazione della ricchezza e della povertà producono ovunque un assottigliamento della classe media: secondo l’Eurispes, negli ultimi due anni, in Italia, gli impiegati hanno perso il 19,7% del potere d’acquisto, gli operai il 16%, i dirigenti il 15,4%, i quadri il 13,3%.

È ormai una realtà la “società dei tre terzi”: un terzo di ricchi, un terzo di poveri, un terzo a rischio povertà. Aumenta la povertà relativa e assoluta nei paesi ricchi, e il lavoro non è piú tratto distintivo di inclusione sociale; la distribuzione del reddito segue logiche che privilegiano la rendita proprietaria, immobiliare e finanziaria; aumenta la tassazione sui redditi da lavoro e pensioni, mentre si riduce quella sui redditi da capitale.

Nel nostro paese, per la prima volta dopo vent’anni, le retribuzioni di fatto sono aumentate meno dell’inflazione. Se consideriamo il salario di fatto, le retribuzioni italiane sono ferme da dodici anni: nel 2003, secondo i dati Istat – peraltro, di scarso realismo, perché non vengono registrati con il giusto peso le voci di spesa delle famiglie –, gli italiani sono, comunque, piú poveri dell’0,5% rispetto al 1991, anno di massima crescita delle retribuzioni medie lorde degli ultimi tredici anni; secondo l’Eurispes, l’inflazione percepita in Italia negli ultimi due anni sarebbe stata del 16,2% – invece di quella al 5,5% calcolata dall’Istat –, mentre l’inflazione programmata dal governo è stata del 3,1%. Aumentano le imposte dirette sui redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati (+3,2% l’Irpef nel 2003), con una crescita del 19% rispetto al 2001, favorita anche dalla mancata restituzione del fiscal drag, che ammonta a circa 2 miliardi di euro annui. Il prelievo sul lavoro autonomo è sceso, invece, dai 36 miliardi euro del 2000 ai 31 miliardi del 2002, mentre l’Irpeg (l’imposta sulle società di capitali) si riduce del 5,4% nel 2003, e del 13,7% rispetto al 2001. Mentre a lavoratori e pensionati il governo rifiuta la restituzione del drenaggio fiscale, concede invece ai contribuenti autonomi, oltre ai condoni, la possibilità di aderire al concordato fiscale preventivo e di beneficiare da subito dell’applicazione delle aliquote fiscali del 23 e del 33%, previste a regime dalla legge delega. Tende a diminuire la ricchezza prodotta (Pil), cala e declina la produzione industriale, mentre flette l’aumento dell’occupazione, si riducono i consumi, e l’inflazione sale piú che negli altri paesi dell’area dell’euro. La spesa sociale in Italia, attestata complessivamente al 25% del Pil, risulta piú bassa di due punti percentuali rispetto alla spesa media dell’Unione europea (che attualmente è pari al 27% del Pil), mentre il divario era nel 1990 inferiore allo 0,4%. La politica del governo di centrodestra costituisce una minaccia pesante per le risorse finanziarie del Welfare, e per la prima volta, con la Finanziaria del 2004, viene tagliato di netto il fondo per le politiche sociali cui attingono Comuni e Regioni per combattere povertà e disagio sociale.

La causa di quanto è successo viene imputata alla fine della politica dei redditi perseguita dal governo di centrodestra e dalla Confindustria, tant’è che viene auspicata una nuova politica dei redditi, con il ripristino del «patto» del 23 luglio del 1993, da cui ebbe origine. Ma le cose stanno davvero così? Con quali politiche economiche e sociali è compatibile una politica di tutti i redditi? Con quali politiche fiscali e di redistribuzione della ricchezza ? Che cosa fu in realtà quel «patto» del luglio del ’93? E perché è fallito nei suoi intenti dichiarati? Un fatto è certo: la politica dei redditi sancita dal «patto» è morta e sepolta, e non certo per colpa dei lavoratori e delle loro rivendicazioni sindacali.

 

 

La politica dei redditi.

 

Il 23 luglio 1993 fra governo, sindacato e Confindustria fu siglato un «patto» che prevedeva di agganciare i parametri di Maastricht, per non perdere il treno della moneta unica europea, attraverso una politica concertata di controllo e contenimento dei salari e della spesa pubblica. Veniva assunta, cioè, la variabile salariale come il fattore su cui intervenire per condurre una politica disinflazionista. In cambio, il governo e le imprese si impegnavano a un aumento degli investimenti nella ricerca e nella formazione, al contenimento di prezzi e tariffe, al perseguimento di una politica fiscale finalizzata a una redistribuzione della ricchezza attraverso la riqualificazione delle politiche di Welfare e di sicurezza sociale.

La contraddizione fondamentale di quel «patto» risiedeva, dunque, nel proporre politiche di controllo dei salari e delle pensioni di stampo monetarista e antinflazionistico, senza poter prevedere, in realtà, investimenti certi per lo sviluppo e le politiche sociali, in quanto scarseggiavano le risorse pubbliche disponibili per tale prospettiva. Il «patto» si è ridotto, in effetti, a una politica di controllo dei soli redditi dei lavoratori dipendenti e delle pensioni, che sono stati in questi anni pesantemente ridimensionati, e in un trasferimento della ricchezza verso profitti e rendite private, anche a scapito degli investimenti. Ha ragione chi, come Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, oggi dice «che non si può tornare al modello degli anni novanta, al 23 luglio; quell’idea di politica dei redditi è entrata in crisi per assenza di un ruolo attivo del pubblico sulle politiche fiscali e sociali, come regolatore dell’economia, in difesa dei settori strategici dell’economia […] Dalla crisi del liberismo si può uscire solo con un ruolo attivo del pubblico».

Questo modello ha retto, con qualche difficoltà, fino all’avvento del governo Berlusconi e della presidenza D’Amato in Confindustria, salvo esplodere subito dopo con gli accordi separati sui due contratti dei meccanici e del «Patto per l’Italia», e poi, recentemente, con gli scioperi dei tranvieri.

Quali sono stati gli esiti di questa politica negli ultimi dieci anni? Come è stato distribuito negli ultimi vent’anni il Prodotto interno lordo, in particolare fra stipendi, salari e profitti? Secondo i dati Istat, la quota del Pil che va a stipendi e salari è scesa dal 36% del periodo1980-82 al 32% del 1993, e al 30% del 2002. Le imposte indirette e la contribuzione sociale sono passate nello stesso periodo dal 19,4 al 23,7 e al 24,7% del Pil. La quota del reddito che è andata ai profitti era intorno al 27% all’inizio degli anni ottanta, è salita al 30,6% nel 1993 e al 32% nel 2002, con un aumento del 5%. Nel decennio, solo un quinto della ricchezza prodotta è andata ai salari, e quattro quinti a profitti e tasse. Fra il 1993 e il 2002 gli occupati sono cresciuti di 1 milione e 34.000, di cui la metà tramite contratti a termine. Alla fine del 2002, gli occupati in Italia erano 21 milioni e 829.000, di cui 15 milioni e 849.000 dipendenti, e 6 milioni di lavoratori autonomi: la quota di lavoratori dipendenti sul totale degli occupati negli ultimi dieci anni è passata dal 69,4% al 70,7%, con un incremento in termini assoluti e percentuali.

Quindi, una quota minore del prodotto interno lordo è stata distribuita a una quota maggiore di lavoratori dipendenti. Come è stato possibile tutto ciò? I fattori che hanno determinato questa incongruenza sono sostanzialmente due: la crescita della quota di lavoro precario e la riduzione del potere di acquisto del lavoro dipendente. Aumenta, infatti, nel lavoro dipendente la quota di lavoratori a termine, che nel 2002 erano 1 milione e 56.000, e quelli a part-time 1 milione e 87.000, e non tenendo conto dei lavoratori parasubordinati, che erano circa 2 milioni e che rientrano nella categoria del lavoro autonomo; l’incidenza dei lavoratori temporanei sul totale dei lavoratori dipendenti è così aumentata, fra il 1993 e il 2002, dal 6,1% al 9,9%; quella dei lavoratori a tempo parziale dal 5,5 al 8,6%; sono cresciuti anche gli operai generici non qualificati, da 1,6 a 2 milioni circa.

La distribuzione, già iniqua e di classe, della ricchezza fra salari e profitti si è combinata con la redistribuzione di una quota minore della “torta” fra i lavoratori dipendenti, che ha aumentato la frammentazione salariale attraverso la maggiore precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro.

 

 

Le retribuzioni, la produttività, la contrattazione.

 

Il reddito dei lavoratori dipendenti ne è uscito, così, fortemente ridimensionato e penalizzato. Se guardiamo, infatti, l’andamento delle retribuzioni dal 1993 al 2002, quelle contrattuali lorde nominali per addetto sono cresciute a una media annua del 2,7%, mentre quelle contrattuali lorde reali, al netto del tasso di inflazione Istat, si sono ridotte dello 0,28%. La produttività reale è cresciuta, invece, a un tasso medio annuo per addetto dell’1,61%. Quindi, quasi tutta la ricchezza socialmente prodotta è andata ai profitti. Se poi paragoniamo questo dato con quello che è successo in Europa, il divario è lampante. La produttività reale per addetto in Italia è cresciuta, fra il 1991 e il 1999, del 18,7%, con un incremento delle retribuzioni del 3,3,%. È indicativo che, nello stesso periodo, in Germania il costo delle retribuzioni reali sia aumentato del 9,1% ,a fronte di un aumento di produttività del 21,1%; in Francia c’è stato un incremento del 8,6% e della produttività del 33,6%; negli Stati Uniti, invece, i salari reali sono aumentati del 1,5%, ma la produttività è cresciuta del 40%.

Nel periodo1993-2002 l’Italia è uno dei pochi paesi europei a registrare un decremento del costo del lavoro pro capite . Le retribuzioni nel nostro paese sono ferme, mentre tutti gli altri paesi europei hanno visto incrementi doppi o triplo rispetto a noi. Le retribuzioni dei lavoratori italiani sono in coda a quelle di tutti i paesi dell’Ue in tutti i settori, a eccezione del Portogallo, ma spesso sopravanzate anche dalla Grecia. Questi fenomeni si possono esemplificare con alcuni dati forniti dall’Istat: circa 6 milioni di lavoratori dipendenti arrivano al massimo a 1.000 euro al mese; nelle imprese con meno di 15 addetti , dove non vi sono i diritti sindacali e le tutele previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e manca il secondo livello di contrattazione, quello aziendale, il 50% dei lavoratori guadagna meno di mille euro al mese; solo il 3% di lavoratori dipendenti guadagna piú di 1.500 euro e si tratta delle fasce medio-alte, di tecnici e quadri. E quasi 11 milioni di pensionati, su un totale di 16 milioni, percepiscono un trattamento inferiore ai 750 euro mensili. Occorre ancora chiedersi perché questo è stato possibile.

Il «patto» del ’93 ha consentito il risanamento del deficit pubblico, passato negli ultimi dieci anni dal 10% al 1,5-2% del Pil, ma ha penalizzato salari e pensioni, limitando la politica salariale del sindacato all’obiettivo massimo della tutela del potere d’acquisto. La concertazione della politica salariale prevista dal «patto» si fonda, infatti, su due parametri, una contrattazione nazionale quadriennale divisa in due bienni, che si propone la tutela del potere d’acquisto dei salari: un primo biennio con incrementi salariali legati all’inflazione programmata dal governo, e un secondo biennio in cui si dovrebbe recuperare lo scarto fra inflazione programmata e inflazione reale – in piú è previsto un secondo livello di contrattazione, aziendale, con l’obiettivo di recuperare margini di redistribuzione della produttività, quindi ulteriori incrementi salariali legati alla produttività aziendale. Questo modello, in realtà, se ha raggiunto l’obiettivo del risanamento dei conti pubblici, non è riuscito a difendere il potere d’acquisto dei salari reali e ha fallito nel secondo obiettivo, che era quello di recuperare e ridistribuire margini di produttività da destinare al lavoro.

In tutti i paesi europei il salario si contratta sulla base dell’inflazione reale prevista, non di quella programmata: questo in Francia, in Germania, in Svezia, ecc. Inoltre si prevedono incrementi salariali legati alla produttività, di settore o media dell’intera economia. In Italia, invece, il modello prevede un solo parametro certo, quello degli incrementi salariali nel primo biennio legati all’inflazione programmata dal governo, che è risultata essere, fra il 1994 e il 2003 del 21,3%, mentre quella effettiva è stata del 28,9%. Il recupero dello scarto fra inflazione effettiva e programmata non è un obbligo, né è automatico – come si è visto nel caso della vertenza dei tranvieri –, e gli incrementi successivi sono condizionati dalle disponibilità delle controparti e dai rapporti di forza. Nel caso dei tranvieri, il secondo biennio si è bloccato per due anni, perché le aziende dichiaravano di non avere risorse sufficienti per pagare gli incrementi dovuti e lo stesso governo ha sottolineato che il recupero dell’inflazione reale è possibile solo se vi sono le disponibilità e solo attraverso un aumento ulteriore di produttività dell’impresa a livello locale.

 

 

La crisi della politica dei redditi.

 

Quella del 1993 è stata per il sindacato una scelta legata a un obiettivo politico, cioè favorire, attraverso questa politica di disinflazione programmata e il controllo della dinamica dei salari reali, l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea. È stata agevolata dalla presenza di un governo “amico” e da una direzione di Confindustria piú favorevole a una politica concertativa.

Tutto è cambiato quando è subentrata, con Berlusconi, la nuova maggioranza di governo di centrodestra, ed è subentrato, con D’Amato, il cambio di direzione della Confindustria. Governo e direzione confindustriale hanno imposto una sterzata alle relazioni sociali e sindacali, e hanno cavalcato l’attacco diretto al lavoro e ai suoi diritti: hanno sferrato un attacco “da destra” alla politica dei redditi, sostenendo, attraverso una serie di accordi separati, la politica anti-Cgil della Confindustria, e colpendo il ruolo della contrattazione e della rappresentanza collettiva per ridimensionare il sindacato e ridurre le relazione sindacali a quella fra imprese e singoli lavoratori. A questo fine mirano le riforme sul mercato del lavoro e la proposta di modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, che hanno provocato la forte reazione e resistenza della Cgil all’accordo separato del «Patto per l’Italia». L’effetto congiunto di questo progetto mira esplicitamente a sottrarre alla giurisdizione del diritto del lavoro e alla contrattazione collettiva una area sempre piú vasta del lavoro dipendente attraverso: a) l’individualizzazione del rapporto fra impresa e singolo lavoratore, consentita dall’introduzione di procedure di certificazione del rapporto di lavoro; b) il ricorso al lavoro precario e flessibile, somministrato anche da agenzie specializzate come forma sostitutiva del rapporto di lavoro a tempo indeterminato; c) il ricorso a facili esternalizzazioni della manodopera e cessioni di ramo d’azienda.

Si prefigura, insomma, un modello d’impresa polverizzata nelle forme, governata centralmente da una impresa madre, ma frantumata sul piano delle tutele sindacali e contrattuali, in cui il lavoro è una merce da prendere a buon mercato, sottratta alle tutele del diritto del lavoro e della rappresentanza collettiva. Ridimensionando il ruolo e il peso della contrattazione nazionale si rompe, infatti, la possibilità di operare a ricomporre un’unità sociale del mondo del lavoro, si rende impossibile la rappresentanza in un ciclo produttivo che si delocalizza, si terziarizza e si frantuma lungo filiere verticali e orizzontali, nei settori e nel territorio.

L’obiettivo di questo attacco è di svuotare la funzione del contratto nazionale in quanto autorità salariale che agisce nel promuovere una redistribuzione solidaristica del reddito, e di trasferire al territorio gran parte delle titolarità salariali, per cogliere a questo livello i differenti livelli di produttività sociale e delle dinamiche del costo della vita: in pratica, il ripristino di forme di nuove e moderne «gabbie salariali», già abolite nel 1969.

In quale quadro matura un simile obiettivo? Come si distribuisce oggi il salario sul piano settoriale, aziendale e su quello territoriale? Quale peso e ruolo ha nel sistema delle imprese la contrattazione di secondo livello? Come questa voce incide nel salario di fatto e quali le differenze in atto fra le diverse aree geografiche del paese?

Il peso della retribuzione di origine contrattuale, il salario di base, si riduce sempre piú rispetto al salario di fatto: se dieci anni fa il salario originato da questa voce era del 90%, oggi è del 70% circa. Un terzo della crescita salariale è dovuta a fattori esterni al contratto nazionale e gran parte di questa quota, il 50% circa, è rappresentata dalla contrattazione collettiva di secondo livello, per il resto da salario individuale e ad personam. I rapporti fra minimi e massimi dei salari di fatto nell’industria superano di molto i parametri contrattuali per effetto del peso crescente del salario extra- contratto nazionale. Nell’industria manifatturiera i differenziali salariali intersettoriali aumentano molto, o anche raddoppiano, se raffrontati fra minimi tabellari e retribuzioni di fatto: aumenta la forbice fra i primi, i chimici, e gli ultimi, i tessili.

Il «patto» del ’93 doveva consentire, in teoria, con i due livelli contrattuali, incrementi salariali basati sull’inflazione programmata, sull’inflazione reale e sulla produttività, attraverso l’estensione generalizzata della contrattazione articolata. In realtà, la contrattazione aziendale, quella di secondo livello, riguarda nell’industria circa il 38% dei lavoratori nelle imprese con piú di 10 addetti; in quelle fra i 10 e i 19 addetti il 5,5%; il 58% circa in imprese con almeno 50 addetti; questa percentuale sale al 73% nell’imprese con piú di 500 addetti. Nell’insieme dei servizi riguarda il 39%. La media nazionale dice che riguarda il 38,8% dei lavoratori dipendenti .

Quindi, uno dei pilastri del protocollo del luglio del ’93, che prevedeva il secondo livello come veicolo per ridistribuire la produttività, in realtà riguarda poco piú di un terzo del mondo del lavoro e la sua influenza è legata alla dimensione dell’impresa. Il Rapporto annuale dell’Istat registra nel 2002 differenze retributive superiori anche al 40% fra imprese grandi e piccole. Se poi guardiamo a come si distribuisce il monte salari sul piano territoriale (Nord, Centro e Sud), e raffrontiamo i dati del 2000 con quelli del 1993, è interessante notare che nel Centro-Nord, nel 1993, a parità di potere d’acquisto, il reddito reale netto mensile di un lavoratore era di 2.359.000 e nel 2000 diventa 2.300.000; nel Sud era di 2.200.000 e diventa di 1.980.000 nel 2000. La differenza, nel 2000, fra un lavoratore dipendente del Centro-Nord e uno del Sud passa dal - 4,4% del 1993 al -13,6% del 2000, a sfavore del lavoratore del Sud: quindi la forbice si allarga a livello territoriale.

Osserviamo il costo del lavoro per dipendente nel Nord e nel Sud anche per dimensione di impresa. Il costo del lavoro per dipendente nel 1999 in una impresa del Nord-Est fino a 19 addetti è di 20.300 euro, nel Sud è invece di 17.500 euro; oltre i 20 addetti è rispettivamente di 30.100 e 29.800 euro. Ciò vuol dire che nel Sud c’è una compressione superiore dei diritti dei lavoratori nelle imprese piú piccole. Mentre nel Centro-Nord la quota di lavoratori con retribuzione piú bassa è del 13,7%, nel Sud questa percentuale arriva al 20,6%. Secondo l’Eurispes le famiglie povere e quasi-povere sono oltre 14 milioni, di cui il 21,9% nel Nord, il 11,8% nel Centro e il 66,3% nel Sud.

Il dato che emerge è che ci troviamo di fronte a una struttura salariale e del reddito che si frantuma sempre piú, sia secondo la dimensione dell’impresa, sia per aree geografiche. È in atto un movimento centrifugo, che sta rompendo l’unità sociale del mondo del lavoro e il valore unitario della prestazione lavorativa, introducendo, di fatto, una flessibilità salariale anche di tipo territoriale.

 

 

Una nuova politica dei redditi?

 

Qual è lo stato della discussione nel nostro paese sulle politiche del lavoro? Quali i giudizi sulle tendenze in atto? Un’eventuale nuova politica dei redditi dovrebbe o no accrescere la quota di reddito spettante ai lavoratori? Deve accogliere o respingere le spinte in atto verso un federalismo contrattuale?

Tra i più accesi  fautori di una nuova politica dei rediti si sostiene che è irrealistico puntare a un aumento del potere d’acquisto dei salari e che bisogna accontentarsi di difenderlo, puntando non solo sulla contrattazione sindacale e sul rafforzamento del peso del contratti nazionali di lavoro, ma anche concertando con governo e “datori di lavoro” politiche redistributive su fisco, servizi, Welfare, tariffe e prezzi. Una simile politica presuppone per definizione uno scambio e un patto sociale garantito da politiche e impegni precisi del governo. Il Patto del ’93 è fallito in primo luogo perché il governo di centrodestra subentrato non intendeva proseguire questa politica.

Una politica di concertazione fra Stato e parti sociali richiede quindi  l’individuazione di un interesse generale o bene comune a cui uniformarsi. Nella cultura liberale è lo Stato, dall’alto della sua presunta neutralità, il luogo della mediazione dei conflitti fra gli interessi in campo e che, quindi, in qualche modo definisce la nozione di “bene comune”. La legittimità dello Stato moderno si fonda, invece, sulla sua capacità di promuovere la coesione sociale attraverso il riconoscimento di tutti gli interessi in gioco. È il patto sociale costituzionale la fonte a cui attingere per la definizione del bene comune, che non può che risultare dal riconoscimento e dalla mediazione politica fra i diversi interessi. E quale sarebbe poi la mediazione accettabile fra interessi dell’impresa e quelli del lavoro?

La questione sociale e salariale aperta nel paese reclama una diversa redistribuzione del reddito e del potere fra le classi a favore dei lavoratori. Una nuova politica dei redditi, per trovare il consenso dei lavoratori, dovrebbe partire da questo riconoscimento: prevedere incrementi salariali nazionali legati alle aspettative di inflazione reale e alla produttività di settore. È sufficientemente chiaro che, per incrementare la quota del Pil da ridistribuire a salari e stipendi, è necessario che i salari reali aumentino piú della produttività media. Se si vuole, poi, ridurre il differenziale territoriale fra i salari, è chiaro che bisogna incrementare la quota di reddito che origina dal contratto nazionale, e questo vuol dire potenziare il ruolo del contratto nazionale di lavoro, da sottrarre al vincolo dell’inflazione programmata. E dovrebbe essere prevista una nuova politica fiscale e di forti investimenti pubblici nell’economia e nella difesa del Welfare, cioè il contrario dell’attuale politica di governo, che vuole tagliare le tasse ai ricchi e ridurre pensioni e «Stato sociale». Ma in un paese in cui la destra al governo ne demolisce la Costituzione, attenta all’unità del paese e all’universalità dei diritti fondamentali dei cittadini, scambia il bene comune con gli interessi privati del presidente del consiglio, trasformando lo Stato nel suo comitato d’affari, è pura fantasia immaginare una simile possibilità.

C’è da dubitare anche che su questi obiettivi sia concorde l’attuale opposizione politica di centrosinistra, che mostra, invece, un certo interesse alla discussione sul modello contrattuale e sulla sua riforma a sostegno del rafforzamento della contrattazione territoriale e regionale. L’on. Vincenzo Visco ha recentemente affermato che «una politica dei redditi oggi dovrebbe sostenere un recupero di produttività del sistema a sostegno della crescita dell’economia […] Le imprese non sono in grado di sostenere aumenti salariali consistenti […] Una nuova politica dei redditi dovrebbe puntare a rafforzare il livello decentrato […] per farsi carico del diverso livello del costo della vita ai differenti livelli locali […] Al contempo attraverso l’imposta negativa, concentrare le improbabili risorse disponibili al sostegno dei redditi piú bassi». Cose simili le afferma anche il presidente dei ds e quello della Margherita. La prospettiva è quella di ulteriori sacrifici per i lavoratori dipendenti per sostenere l’accumulazione delle imprese. È questo il programma del futuro governo di centrosinistra?

Il quadro che ne emerge è significativamente preoccupante e inquietante. Permane, al di là delle facili affermazioni sulla fine del «pensiero unico», un “retropensiero” che considera il lavoro una variabile dipendente dal profitto d’impresa e dalle sue logiche di competitività.

In questi anni abbiamo assistito alla distruzione del patrimonio industriale del paese anche attraverso privatizzazioni selvagge e scriteriate. Le imprese hanno privilegiato una competizione centrata sulle produzioni tradizionali, anche attraverso investimenti di processo piuttosto che nell’innovazione di prodotto, puntando tutto sulla compressione del costo del lavoro. Secondo la Banca d’Italia dal 1995 a oggi il nostro export sul mercato mondiale si è ridotto dal 4,5% al 3%, per effetto del nanismo delle nostre imprese e per la scarsa propensione all’innovazione e agli investimenti in tecnologie. Dai dati del censimento Istat emerge che il numero medio di addetti per impresa è passato, dal 1991 al 2001, da 4,4 a 3,8 dipendenti. Gli investimenti nel 2003 sono diminuiti del 2,1%. Secondo Mediobanca, che ha analizzato un campione di imprese medio-grandi, nel periodo 1992-2001 si è registrata una diminuzione degli investimenti fissi lordi del 23%. La spesa in ricerca e sviluppo nel 2001 era la metà della media Ue e un terzo di quella Usa, con una quota di spesa da parte delle imprese private equivalente allo 0,56% del Pil e una riduzione dello 0,12% rispetto al 1991. L’Italia è scesa al quarantunesimo posto nella classifica mondiale della competitività, con una economia in cui il peso del lavoro nero e sommerso equivale a 300 miliardi di euro nel 2003, e con un’evasione fiscale di 129 miliardi di euro, il 27% del Pil. Il Bollettino ufficiale di Bankitalia rileva che nel corso del 2003 il costo del lavoro per unità di prodotto cresce in Italia piú che negli altri paesi dell’area euro, e la produttività diminuisce mentre il costo del lavoro cresce allo stesso modo. Ciò significa che la politica dei bassi salari ha raschiato il fondo del barile e che, per rilanciare la produttività, servono piú investimenti e piú innovazione, mentre l’introduzione di maggiori flessibilità salariali e normative e la prevalenza di un tessuto di piccole e medie imprese hanno rallentato il processo di sostituzione di capitale a lavoro, e frenato gli investimenti. Da tre anni la produzione industriale è in calo. Nell’ultimo anno sono crollati il fatturato e gli ordinativi del 6,5 e del 6,1%, sul mercato sia interno, sia estero. Le nostre merci non trovano piú consumatori. È la piú grave crisi del dopoguerra, tanto da farne evocare lo spirito al neopresidente di Confindustria, Montezemolo. Ma, allora, il successivo «miracolo economico» fu costruito su una politica che coniugò piú domanda interna, piú occupazione, piú esportazioni, con piú garanzie per il lavoro, cioè piú reddito e sicurezza sociale. Fu il frutto del patto sociale costituente, che questo governo sta smantellando. E difenderne lo spirito e tutelare i diritti del lavoro dovrebbe essere il principale obiettivo dell’opposizione di centrosinistra, anche per il suo futuro programma di governo.

La crisi del nostro sistema industriale richiede una forte guida pubblica, che faccia da riferimento a una politica di rilancio della nostra economia; necessita di una politica fiscale che consenta forti investimenti pubblici a sostegno della qualità dello sviluppo, dell’innovazione, della ricerca, della cultura, della istruzione, della formazione e nei settori strategici innovativi, legati alla sostenibilità e ai consumi di cittadinanza (riqualificazione delle città, trasporti e mobilità, energie rinnovabili, difesa del suolo, informazione e comunicazione, ecc.). Questi sarebbero i temi da cui ripartire per una politica economica che rilanci un nuovo modello di sviluppo, senza penalizzare i diritti di chi lavora, e affermando un nuovo compromesso fra capitale e lavoro. Invece si torna a parlare di politica dei redditi con l’obiettivo di riformare il sistema contrattuale, potenziando il ruolo della contrattazione territoriale a scapito del contratto nazionale di lavoro, continuando, cioè, in una politica di flessibilità e di moderazione salariale a sostegno della competitività dell’impresa.

 

 

Politiche salariali nell’Europa allargata.

 

Come abbiamo visto, le dinamiche salariali nel resto dell’Unione europea sono piú favorevoli ai lavoratori dipendenti rispetto al nostro paese, pur in un quadro comune negativo dettato dai vincoli del «patto di stabilità» e dalle sue politiche restrittive.

La Ces (Confederazione europea sindacale) ha definito per i paesi membri dell’Ue delle linee guida comuni nelle politiche salariali, che prevedono che le retribuzioni dei lavoratori debbano seguire queste indicazioni: difendere il salario dall’inflazione reale e ridistribuire i margini di produttività, perché altrimenti si avvierebbe fra paesi europei un dumping salariale a scapito di una corretta concorrenza.

Queste linee guida servono a orientare una politica salariale comune in assenza di un contratto europeo, per evitare di favorire la concorrenza sleale fra imprese e fenomeni di dumping contrattuale. Un simile quadro di riferimento è ancor piú urgente con l’allargamento, avvenuto  a partire da Primo Maggio scorso,  dell’Unione europea a dieci nuovi paesi in gran parte dell’ex campo «socialista». Se non vengono fissati “paletti” chiari sulle politiche salariali e sociali si rischia in Europa un gigantesco dumping sociale e contrattuale, con spostamenti di capitali e investimenti in paesi dove il costo del lavoro è decisamente piú basso e dove scarse sono anche le protezioni sociali a tutela dei lavoratori dipendenti.

Il costo orario medio del lavoro in Italia è del 30% inferiore a quello di Germania, Paesi Bassi, Svezia; superiore nell’Ue solo a quello di Grecia, Spagna, Portogallo, e vicino a quello dell’Irlanda. I paesi candidati all’ingresso nell’Ue hanno, invece, un costo del lavoro orario medio equivalente a un quinto rispetto a quello italiano. Del resto, il fenomeno della delocalizzazione degli investimenti per inseguire un piú basso costo del lavoro nei settori e nelle produzioni a bassa qualità e valore aggiunto è già una costante dei nostri imprenditori nei paesi ex «socialisti».

In Italia si parla, invece, di un contratto nazionale che deve recuperare solo l’inflazione (programmata dal governo o comunque concertata) e di una contrattazione territoriale che deve contribuire a tutelare il potere d’acquisto dei salari e a ridistribuire quote di produttività. In realtà, ciò che si propone è un contratto nazionale “leggero”e una contrattazione territoriale regionale “forte”, sostitutiva del secondo biennio attuale, che deve adeguare il salario all’inflazione reale, sulla base di parametri territoriali di produttività e di costo della vita, e sulla base della capacità dei lavoratori di rispondere alle esigenze dell’impresa. In sostanza, la contrattazione territoriale dovrebbe contribuire alla difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni, ma in cambio di un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, perché l’incremento non è automatico e dovuto, ma è legato al territorio e sulla base di uno scambio: l’impresa offre il mantenimento del potere d’acquisto, ma in cambio riceve piú flessibilità, piú orario di lavoro con piú turni, cioè uno scambio dove il lavoratore perde di piú in termini di diritti, di condizioni di lavoro e di autonomia.

Di produttività da ridistribuire a livello di settore nazionale non se ne parla, archiviando così anche la battaglia che i meccanici della Fiom stanno facendo per la difesa del salario reale e per la redistribuzione della produttività del settore. L’assenza di questi requisiti, rivendicati dalla Fiom, è stato alla base degli accordi separati dei meccanici. E la componente maggioritaria e moderata del centrosinistra condivide nella sostanza un simile approccio pur con qualche ambiguità e imbarazzo.

 

 

La rappresentanza sociale e politica del lavoro e il patto costituzionale.

 

Prevale ormai nella sinistra cosiddetta moderata – ma che è un eufemismo definire tale – una concezione della governabilità che predomina su ogni idea di rappresentanza. In questa concezione del governo è centrale l’impresa, mentre il lavoro diventa un fattore della produzione da rendere compatibile alla logica di questa attraverso le varie forme di flessibilità. Viene così meno l’autonomia del lavoro, il riconoscimento politico della sua funzione fondamentale nella produzione sociale, sancito nel patto costituzionale. Si stabilisce una divisione e una nuova subalternità della politica all’economia, in cui quest’ultima è governata solo dalla logica del mercato.

La sottomissione della politica e della rappresentanza sociale alla superiore logica dell’economia e dell’impresa è stata introiettata dalla cultura della sinistra a seguito della “rivoluzione” neoliberista. La riduzione della politica a governabilità, sotto il segno del primato dell’economico e dell’impresa, riduce la questione del governo a un sistema di alternanza all’interno delle élites dominanti, mentre il lavoro perde ogni riferimento e valore nella sfera della rappresentanza politica, diventa un’appendice dell’impresa e, in quanto tale, un fattore marginale da ridurre alla dimensione corporativa e sindacale. Traduce con chiarezza questo concetto l’invito rivolto al sindacato a fare il “suo mestiere” e a non impicciarsi della politica, spesso rivolto, in questi due anni, alla Cgil, in particolare dal presidente dei ds, mentre le piazze si riempivano di milioni di lavoratori che protestavano contro il governo Berlusconi.

Questa crisi di identità della cultura della sinistra deriva dall’abbandono della concezione della democrazia moderna fondata sulla capacità della politica di ridurre il potere degli interessi economici, che peraltro è alla base della nostra Costituzione: una società è tenuta insieme da un patto sociale, a sua volta fondato su un equilibrio fra le forze e gli interessi che concorrono alla costruzione della coesione sociale, che promuove la solidarietà, l’eguaglianza sociale, e afferma la pari dignità fra il lavoro e l’impresa.

Oggi, invece, i lavoratori poveri sono una realtà ormai sempre piú marcata. Chi lavora non garantisce automaticamente piú la sopravvivenza e una vita dignitosa per sé e la sua famiglia. Una politica sociale che perseguisse lo spirito e il dettato costituzionale dovrebbe invertire la tendenza di questa decadenza, di questa redistribuzione in negativo del reddito per il mondo del lavoro. Per fare questo dovrebbe anche invertire i parametri del valore del lavoro, sul piano politico e sul piano sociale, insomma, porsi un problema che non può essere solo sindacale.

Da anni è invalsa anche nella sinistra l’ideologia per cui il lavoro in quanto tale non è piú centrale nella vita politica e nella definizione della natura della rappresentanza politica, perché il lavoro salariato sarebbe ormai arrivato alla fine della sua storia con il tramonto del fordismo. Il corollario di questo assioma si traduce nella teoria della scomparsa della classe sociale e della necessità del superamento del partito di classe a favore di un partito democratico di “tutti”, senza una base sociale definita, per una società fatta di individui in libera competizione fra loro. Come abbiamo visto, la realtà dice esattamente il contrario: il lavoro dipendente aumenta, in termini sia percentuali,   sia assoluti, e caso mai tende a precarizzarsi, così come aumenta la disuguaglianza sociale. In realtà, c’è una forte domanda di rappresentanza del mondo del lavoro, che non trova sponde sul piano politico – e ritengo che su questo oggi dovrebbe attivarsi l’attenzione di una sinistra che voglia riorganizzarsi, invece di dilaniarsi sul tema se aderire o meno al cosiddetto “triciclo” riformista.

Il progetto riformista si caratterizza, infatti, per i suoi principi “deboli” e il suo moderatismo sociale, per il suo volere essere “senza popolo”, ma con tanti elettori che lo votano – e non lo disturbano. La conseguenza è che il peso specifico del lavoro nella rappresentanza politica è quasi ridotto a zero e che nella rappresentanza sindacale il parere dei lavoratori conta poco o niente, nel senso che i meccanismi di formazione e di gestione della rappresentanza non tengono in nessun conto i loro diritti democratici. I lavoratori non hanno diritto di decidere sulle loro piattaforme e sugli accordi sindacali, ma non hanno neanche diritto a essere rappresentati nella sfera politica e della decisione pubblica. Un secolo di lotte sociali per allargare la rappresentanza politica e connotare la democrazia sul piano sociale, uscendo dalle ristrettezze della visione liberale dello Stato, sembra svanito, senza lasciare tracce visibili. Si ripresentano sulla scena nuove forme di esclusione politica delle classi lavoratrici. E questo è pericoloso per la natura e il futuro della nostra democrazia.

Il patto costituzionale di cui si sostanzia la nostra democrazia è dato dal valore assunto in essa dal lavoro nei suoi principi fondamentali, a partire dal significato dell’articolo 1 della nostra Costituzione, l’essere cioè la nostra una Repubblica democratica fondata sul lavoro, e dagli obiettivi che si dà nei successivi articoli 2, 3 e 4: promuovere la solidarietà economica e sociale, rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza dei cittadini e alla effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese, e il riconoscimento del diritto al lavoro. Tutto il titolo III della Carta costituzionale è dedicato alla tutela del lavoro e al rapporto fra il lavoro e la responsabilità sociale dell’impresa, compreso il diritto a una giusta retribuzione per assicurare un’esistenza libera e dignitosa (art. 36). La nostra Costituzione salda sviluppo economico, coesione sociale e democrazia politica.

Il lavoro è, quindi, un caposaldo costitutivo del nostro patto costituzionale. Se il lavoro perde questa sua funzione, cioè il suo essere soggetto fondante della nostra democrazia, è la democrazia stessa che perde un suo pilastro. Se la sinistra nelle sue varie versioni non capisce questo c’è da credere che la democrazia italiana continuerà ad avere grandi difficoltà nei prossimi tempi: «la causa fondamentale del declino della democrazia nella politica contemporanea è nel forte squilibrio fra il ruolo degli interessi delle grandi aziende e quelli di tutti gli altri gruppi […] La questione piú urgente è ridurre il predominio schiacciante che gli interessi d’impresa hanno acquisito nei governi» (Colin Crouch, Postdemocrazia).

Il protagonismo sociale e politico del mondo del lavoro è una risorsa per il futuro della nostra democrazia. E la democrazia sindacale, insieme alla sua rappresentanza politica, ne è un esercizio fondamentale, perché rende il lavoratore protagonista delle proprie rivendicazioni e dei propri diritti collettivi. Non a caso il conflitto sindacale, che è il portato del ruolo politico del movimento operaio, ha storicamente esercitato un potere normativo, affermando nella contrattazione sindacale diritti previsti dalla Costituzione, anticipando il ruolo del potere legislativo . Non a caso uno dei punti cardine della legge 30 di riforma del mercato del lavoro punta proprio a stravolgere questo principio, subordinando la contrattazione alla legge, tentando di fare di quest’ultima la “camicia di forza” dentro la quale si debba esercitare la contrattazione.

Se non sapremo invertire la tendenza a questa regressione continua dei diritti del lavoro, il processo di americanizzazione della nostra società sarà senza ritorno. Le tendenze in questa direzione sono state messe in moto dalle politiche neoliberiste e da questo governo, e i suoi effetti saranno piú devastanti nei prossimi anni. Essi si caratterizzano con la fine della mediazione sociale degli interessi, con la fine della funzione della contrattazione collettiva, con la riduzione del Welfare allo «Stato assistenziale» e con il mercato posto e imposto quale unico regolatore dei rapporti sociali. Ma per contrastare tali tendenze ci vuole consapevolezza dei danni che hanno provocato e che ancora piú possono provocare.

Il quadro che emerge è inquietante, proprio perché, posta in condizioni di perenne precarietà, la domanda sociale tende   sempre piú a corporativizzarsi, mentre il bisogno di riscatto o di miglioramento della propria condizione si viene localizzando e frantumando a livello aziendale, settoriale e territoriale.

 Quando si rompe l’equilibrio di potere fra lavoro e impresa, e la rappresentanza politica e sociale del lavoro perde significato, si rompe di fatto il patto sociale e viene messa in crisi la stessa democrazia e il suo  rapporto con i diritti sociali;si afferma il primato assoluto dell’impresa sul lavoro  introducendo fattori di degenerazione nel tessuto sociale, che alimentano egoismi corporativi e pulsioni identitarie di tipo anche eversive, xenofobe o populiste, o comunque non riconducibili a logiche democratiche e solidali. La questione sociale e quella democratica sono organicamente legate, e si intrecciano con il destino della sinistra. E tanto piú nel nostro paese, dove convivono un governo che sta buttando nel cestino la Costituzione e una sinistra divisa e priva di un progetto all’altezza dei tempi.

ANTONIO CASTRONOVI