Cisl e Uil pronte a firmare un unico aumento per l'intero quadriennio. Ma Corso Italia non cede
Commercio, sospeso lo sciopero del 19
La sinistra Cgil: scelta incomprensibile
Nervi tesi tra Cgil, Cisl e Uil sul rinnovo del contratto nazionale commercio, dopo il no di Corso Italia all'ipotesi di un unico aumento salariale per l'intero quadriennio. Proposta avanzata da Confcommercio e rispetto alla quale Cisl e Uil erano disposte a discutere, a condizione che la cifra messa sul piatto dalle imprese sia superiore ai 115 euro finora offerti al tavolo. Pare che lo stop sia arrivato direttamente dal segretario generale Guglielmo Epifani. Fisascat e Uiltucs non l'hanno presa bene, al punto che hanno chiesto e ottenuto dalla Filcams di sospendere lo sciopero e la manifestazione del 19 giugno. «Una scelta incomprensibile -, attacca Maurizio Scarpa, della segreteria nazionale Filcams e membro della sinistra di "Lavoro società" -. La vitalità della categoria dimostra che c'è la possibilità di sostenere la piattaforma contrattuale con rapporti di forza favorevoli a una soluzione avanzata della vertenza».

Sta di fatto che una trattativa che, dopo un anno e mezzo di attesa, sembrava entrata nella fase conclusiva, segna una improvvisa battuta d'arresto. Tutto rimandato alla prossima settimana e precisamente al 24 giugno, quando la delegazione unitaria di Filcams, Fisascat e Uiltucs si riunirà nel tentativo di recuperare una posizione comune con la quale riprendere il confronto con Confcommercio.

Il contratto del commercio, scaduto il 31 dicembre 2002 riguarda circa un milione e mezzo di lavoratori. Nell'ultimo incontro il negoziato aveva registrato piccoli passi in avanti sulla parte normativa, in particolare per quanto riguarda il mercato del lavoro. Sulla questione del part time, ad esempio, la Confcommercio si era detta disponibile a contrattare delle forme di regolamentazione, in contrasto con quanto prevede la legge, che invece concede mano libera alle aziende. Dovrebbe inoltre essere alzata la percentuale degli apprendisti da confermare e diminuita la durata dell'apprendistato. Commercianti disponibili anche alll'allargamento della tutela in caso di malattia. Resta invece aperto il discorso sulla precarietà. Per i sindacati il ricorso al lavoro a chiamata e la somministrazione a tempo indeterminato del lavoro in affitto vanno esplicitamente esclusi dal contratto. Così come viene chiesta la conferma del tetto del 10% per i i contratti a termine.

Il nodo più difficile da sciogliere, come detto, resta quello della parte retributiva. Filcams, Fisascat e Uiltucs hanno chiesto unitariamente un aumento salariale medio a regime di 107 euro al mese. Per ora le aziende sono rimaste ferme alla proposta di 115 euro per l'intero quadriennio (quindi non solo per il 2003-2004 ma anche per il 2005-2006). Una offerta inaccettabile per la Cgil mentre per Cisl e Uil si può discutere di quadriennio, purché l'aumento sia ben superiore ai 115 euro.

«Ammesso e non concesso che Confcommercio accetti di calcolare gli aumenti sulla base dell'inflazione tendenziale e non su quella programmata - ribatte Dora Maffezzoli, della Filcams di Milano e schierata con la sinistra di "Lavoro Società" - c'è il rischio che si verifichi comunque uno scostamento tra l'ipotesi di partenza e l'andamento reale dei prezzi. In questo modo il potere d'acquisto delle retribuzioni non risulterebbe tutelato, tranne che per quei lavoratori che riescono a recuperare i soldi persi con l'integrativo. Ma così si svuota il valore solidaristico del contratto nazionale».

Roberto Farneti