Federalismo contrattuale

Quel modo ipocrita d'evocare
le gabbie salariali

di Antonio Castronovi
Segreteria Camera del lavoro territoriale di Roma Centro

La questione sociale e salariale aperta nel paese reclama una diversa redistribuzione del reddito e del potere fra le classi a favore dei lavoratori. Una nuova politica dei redditi, per trovare il consenso dei lavoratori, dovrebbe partire da questo riconoscimento. Una politica che punti a un aumento del potere d’acquisto dei salari, concertando con governo e datori di lavoro politiche redistributive su fisco, servizi, Welfare, tariffe e prezzi, presuppone per definizione uno scambio e un patto sociale garantito da politiche e impegni precisi da parte dell’esecutivo. Il patto del ’93 è fallito in primo luogo perché il governo di centro-destra subentrato non intendeva proseguire questa politica. Una politica di concertazione fra Stato e parti sociali richiede quindi l’individuazione di un interesse generale o “bene comune” a cui uniformarsi. Per noi è il patto sociale costituzionale la fonte a cui attingere per la definizione del bene comune, che non può che risultare dal riconoscimento e dalla mediazione politica fra i diversi interessi e dal perseguimento della coesione sociale. Il governo in carica non ha la propensione, né la voglia, di cimentarsi in un simile progetto.

Si parla invece della necessità di una nuova politica dei redditi, anche in polemica con una presunta attuale propensione salarialista della Cgil. È vero che la nostra confederazione, nella sua storia, a partire dal Piano del lavoro, ha sempre privilegiato politiche economiche e sociali incentrate su un’equa redistribuzione delle risorse e della ricchezza e su un forte ruolo e sostegno pubblico alle politiche di protezione e sicurezza sociale: il keynesismo ci appartiene, non ci appartiene invece l’approccio neomonetarista dei “modernizzatori”. Chi ci accusa di estremismo perché non abbiamo condiviso il Patto per l’Italia ieri, perché abbiamo sostenuto la giusta lotta dei lavoratori di Melfi oggi, come quella dei meccanici contro gli accordi separati, non dice la verità. E considerare questo governo come un normale governo repubblicano con il quale si possano fare normali intese e compromessi sociali, se non è una bugia, è quantomeno un tragico errore. Se ne stanno accorgendo a loro spese anche Cisl e Uil, che pure avevano puntato su un asse privilegiato con il governo per isolare la Cgil e che constatano di essere state semplicemente utilizzate per dividere il fronte sindacale e indebolire anche il loro specifico potere di rappresentanza. È stato il fallimento di questo disegno d’isolamento della Cgil, la motivazione e la ragione prima della ripresa dei rapporti unitari con Cisl e Uil.

Una ripresa che va incoraggiata, proprio perché avviene dopo il fallimento di questo tentativo d’inglobare nel governo una parte del movimento sindacale, e che avviene sotto il segno di una nuova fase segnata da importanti scioperi e manifestazioni unitarie e, da ultimo, dal positivo accordo che ha chiuso la vertenza dei lavoratori della Fiat di Melfi, che sfata il mito di una Fiom e di una Cgil refrattarie alle intese unitarie e dimostra che il vero nodo del contendere sono i contenuti, i diritti dei lavoratori, la democrazia nell’esercizio della rappresentanza sindacale. E dimostra che è possibile contrattare e vincere battaglie sui diritti dei lavoratori, contrastando l’idea che il lavoro sia una variabile insignificante del processo produttivo, da utilizzare come pezzo di ricambio senza valore. Dimostra che la valorizzazione del lavoro che perseguiamo non è solo un fatto di costi, ma chiama in campo la dignità umana, che non può essere separata dal modo con cui viene considerata e valutata la prestazione lavorativa. Oggi possiamo dire che l’accordo di Melfi è innanzitutto la vittoria di una giovane classe operaia meridionale che rifiuta lo sfruttamento e riscopre il conflitto sociale e il valore dell’unità e della solidarietà operaia e di un’intera popolazione. È la vittoria della Fiom, che ha creduto e sostenuto questa lotta, e della Cgil, che ha lavorato per creare le condizioni per una difficile unità sindacale.

Il crescente disagio sociale colpisce tutte le fasce di reddito, tanto da evocare anche nel nostro paese la fine della classe media e della “società dei due terzi”. Il modello sociale fordista a base dell’esperienza socialdemocratica europea si scompone sotto i colpi dell’offensiva neoliberista. I ceti intermedi, in Europa come negli Usa, sono il principale bersaglio della politica fiscale e sociale dei governi, e le prime vittime dei processi di trasformazione dell’impresa e dei rapporti di lavoro nella nuova economia globale. È ormai una realtà la “società dei tre terzi”: un terzo di ricchi, un terzo di poveri, un terzo a rischio povertà. Aumenta la povertà relativa e assoluta nei paesi ricchi, e il lavoro non è piú un tratto distintivo d’inclusione sociale; la distribuzione del reddito segue logiche che privilegiano la rendita proprietaria, immobiliare e finanziaria; aumenta la tassazione sui redditi da lavoro e pensioni, mentre si riduce quella sui redditi da capitale. Dentro questo scenario, si è aperto nel paese e nel sindacato un dibattito sulla riforma della contrattazione. Viene proposta con forza l’adesione a un modello che rafforzi il livello territoriale, visto in funzione dell’indebolimento del peso e del ruolo del contratto nazionale, a favore dell’introduzione di un federalismo contrattuale, che è un modo moderno e ipocrita d’evocare le gabbie salariali.

Devo dire, purtroppo, che se è comprensibile l’entusiasmo che verso tale idea dimostrano esponenti del governo, che sognano di legare il progetto di riforma del titolo V della Costituzione al miraggio di facili aumenti salariali per i lavoratori del Nord, con risorse finalmente liberate dal peso del “parassitismo” del Sud, non altrettanto comprensibili sono le aperture che su tale tema hanno manifestato più volte esponenti autorevoli dell’opposizione politica di centro-sinistra e anche alcuni dirigenti sindacali. A questa tentazione non è sfuggito neanche qualche esponente della Cgil, quando ha sostenuto, a difesa dell’accordo interconfederale sull’artigianato, e dando a quest’intesa una valenza generale che non ha e non deve avere, che la produttività si contratta nel secondo livello, aziendale o territoriale, in polemica contro la presunta deriva salarialista di cui sarebbe affetto chi teorizza un contratto nazionale forte, che distribuisca produttività sul salario nazionale. In questo caso, è chiaro che l’obiettivo della riforma del modello contrattuale coincide con una politica dei redditi che punta a tenere sotto controllo la dinamica salariale, da rendere compatibile e subalterna a un modello di sviluppo che penalizzi il lavoro e basato sulla compressione dei diritti e del costo del lavoro.

In assenza di un dispositivo che renda esigibile per tutti i lavoratori l’esercizio della contrattazione di secondo livello, è giocoforza puntare al rafforzamento del ruolo del ccnl nelle politiche di redistribuzione del salario e nella contrattazione della produttività. Se vogliamo aggredire la rendita finanziaria che mangia i profitti e ne impedisce una sua redistribuzione equa, dobbiamo misurarci invece con il tema della ricomposizione del ciclo produttivo e organizzativo dell’impresa pubblica e privata, e riconsiderare nella sua unitarietà il ciclo finanziario, di progettazione, di produzione e di commercializzazione del prodotto. Quest’approccio è possibile solo se si rafforza il ruolo del contratto nazionale, se si rilancia l’idea della contratto di settore e se ci si misura seriamente con una riforma della contrattazione che riqualifichi la negoziazione decentrata per controllare a livello di sito i processi d’esternalizzazione e precarizzazione del lavoro. In poche parole, se si affronterà seriamente il tema della riunificazione del lavoro e della rappresentanza.

(Rassegna sindacale, n.22, giugno 2004)