Assemblea nazionale quadri e delegati Cgil

La relazione di Guglielmo Epifani

La Cgil e il contesto intorno a noi 

1.Due sono i compiti della nostra Conferenza: sistemare, aggiornare, ridefinire la proposta programmatica della Cgil, a due anni dal Congresso, alla luce dei problemi e dei processi che stiamo vivendo; mettere a disposizione queste nostre idee, per un disegno di superamento della crisi del Paese, dei nostri amici di Cisl e Uil, con i quali condividiamo buona parte di questo lavoro, delle forze politiche, delle istituzioni, delle nostre controparti, dei tanti soggetti e movimenti di rappresentanza sociale con i quali lavoriamo. 
Le nostre proposte sono naturalmente il portato delle modalità e dei contenuti con cui la Cgil è stata in campo in questi anni, in maniera forte per quanto riguarda il governo delle iniziative e delle lotte e in modo rigoroso per lo spirito di ricerca, di approfondimento, di autonomia critica per quello che concerne il profilo programmatico e l’elaborazione rivendicativa. In questo c’è davvero l’elaborazione collettiva di questa stagione, il contributo di tante compagne e compagni, una grande passione che vive in una sostanziale unità della nostra organizzazione che non comprime pluralismi, spazi e contributi di ricerca, nelle sedi di libera discussione e di confronto. 

2. Ci muove la consapevolezza della gravità della situazione, che pochi hanno avuto ed hanno compreso quanto noi, e anche la fiducia ragionevole che per quanto difficile una prospettiva di cambiamento esiste, a condizione che si assumano i giusti obiettivi, le analisi di scenario corrette, che si esprimano le politiche economiche e sociali necessarie. 

3. Quando tre anni fa nella Conferenza di programma di Roma indicammo i rischi di declino industriale del paese, sapevamo già allora di dire una considerazione giusta e purtroppo presente già allora. Quando nell’aprile del 2002 dedicammo il nostro convegno alla congiuntura internazionale e alla prospettiva italiana esprimemmo considerazioni che rilette oggi si sono rivelate fondate e che potremmo ripetere senza modificare nulla di quei giudizi e, semmai aggiungendo altri esempi e riscontri a quelle analisi. 

C’è in particolare un passaggio delle conclusioni di quel convegno che meritano di essere riproposte. Dicevamo allora “Si fa davvero fatica ad immaginare come quel modello non possa prima o poi aprire contraddizioni sul versante dell’impresa. La maggioranza delle imprese italiane non può non cogliere come il disegno del Governo manchi di una autonoma visione della capacità di innovazione, mentre risponde ad una logica per la quale l’impresa manifatturiera o dei servizi viene ad avere un ruolo di dipendenza dalle scelte del governo o un ruolo di dipendenza dalla scelta di scaricare su altri i costi di una competizione senza qualità”. 

Mi sembra di poter dire che quel prima o poi stia in realtà arrivando, e che il cambio di Presidenza di Confindustria, al di là di quelli che saranno programmi e idee della Confederazione degli Industriali che dovremo verificare, sia uno dei tanti segnali di questa tendenza di cambiamento. 

Le imprese italiane, nella loro maggioranza, hanno maturato rispetto a Parma un disincanto profondo, riflettono sul profilo autonomo che deve avere un’associazione dei loro interessi, si interrogano in termini nuovi sul rapporto da tenere con tutto il sindacato e sul valore che un rapporto fondato sul rispetto reciproco rappresenta per le parti, quali che siano gli orientamenti o le scelte di ognuno. 

A questa riflessione aperta fra gli industriali noi intendiamo offrire, come sempre, un atteggiamento serio, geloso dei nostri punti di vista, non pregiudiziale e inteso a operare, intanto, un metodo di confronto rigoroso e leale, che non rimuova ma anzi affronti quello che in questo tre anni è avvenuto nella redistribuzione del reddito, nella caduta dei veri fattori di competitività del sistema produttivo italiano, nel determinare richieste di cambiamento nella politica economica e industriale del Governo. 
Non vorremmo in sostanza più ripetere quello che è avvenuto con il documento firmato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria. Dove la prima a non credere e sostenere quello che avevamo firmato è stata proprio la Confindustria di Antonio D’Amato. 

4. Le cause del declino, della vera e propria crisi oggi del sistema Paese, le abbiamo ripetute tante e troppe volte per continuare a riproporle. Sono quelle note (specializzazione produttiva, assenza di investimenti in ricerca, dimensione aziendale, struttura proprietaria, carenza di infrastrutture materiali e immateriali, ristrettezza dei mercati finanziari): voglio solo aggiungere che esse riguardano l’industria, come i servizi, l’agroalimentare come il commercio e il turismo. C’è un grafico che più di ogni altra affermazione dimostra questa crisi e il peso diminuito della nostra presenza nel commercio mondiale. Posta uguale a 100 nel 1998 la quota italiana, la svalutazione della lira l’aveva portata nel 1995 a 105, e nel 2002 si è ridotta a 80. Nello stesso periodo le quote francesi e tedesche sono praticamente rimaste invariate. 

Produttività più bassa, e valore relativo delle nostre specializzazioni ne sono la causa. Correttamente il Presidente Ciampi nel suo discorso del 1 maggio ha riconosciuto, per la prima volta in modo inequivocabile, come il problema riguardi essenzialmente il nostro Paese. 

Uscire dalla crisi 
5. C’è dunque un problema che riguarda noi più forte e peculiare rispetto agli altri Paesi europei. Ce lo confermano tutti i giorni il numero delle crisi aziendali che cresce nel settore tessile, in quello chimico, nelle telecomunicazioni e nell’elettronica, nei cantieri navali, nelle tante aziende dell’indotto e ovviamente in quelle della Parmalat e della Cirio. Ce lo dice l’estensione di cassa integrazione, della richiesta di mobilità dei lavoratori, la precarietà del lavoro che aumenta, l’emarginazione da alleanze internazionali senza le quali non c’è futuro per molte imprese. 
Per questo l’obiettivo di fermare la crisi, indicare le politiche che possono rovesciare la tendenza al declino e riorientare attività e specializzazioni è la sfida decisiva per il Paese, per i lavoratori e per il sindacato. 

E se è vero, come è vero, che questo Governo non è in condizione di avere una politica economica e industriale capace di affrontare i problemi - e semmai è vero il contrario – ci compete una maggiore responsabilità. Salvare il patrimonio produttivo che lasciato a se stesso finisce per perdersi, tenere alta per il futuro - costruendola già oggi – la cultura di una nuova stagione della programmazione, in grado attraverso un ruolo centrale della responsabilità pubblica di operare e orientare la svolta necessaria, rafforzando e stimolando investimenti sia pubblici che privati. 

Terni prima, la difesa delle nostre filiere del tabacco, l’Alitalia oggi sono lì a dirci che possiamo affrontare con possibilità di successo sfide che fino al momento precedente sembravano perse. E che, anche in questo, il ruolo dei lavoratori e del sindacato è stato è e sarà decisivo. 

6. Fare politica industriale a livello di sistema nazionale significa per noi scegliere quali settori produttivi sviluppare e quali rafforzare con strumenti e interventi mirati, dall’incentivazione fiscale, al sostegno alla ricerca, dalla domanda pubblica alla promozione commerciale. Nella nostra situazione questa scelta richiede alcune esplicite valutazioni di fondo.

La prima: mantengono una grande importanza come fattori di crescita e di sviluppo legato anche alla innovazione settori industriali considerati a torto maturi: l’auto, i mezzi di trasporto, tutto il comparto del made in Italy, dalla moda al legno. 

La seconda: scegliere la qualità oggi vuol dire sempre più orientarsi verso consumi e produzioni sostenibili, facendo di questi la leva di nuova ricerca e di nuovi investimenti. 

La terza: il Paese è in grandissimo ritardo sui tre terreni più innovativi della ricerca mondiale, le tecnologie ottiche, le nanotecnologie, le biotecnologie. 

La quarta: i mercati liberalizzati nel trasporto, energia, telecomunicazioni, richiedono nella fase di transizione un ruolo pubblico che in molti casi è mancato, soprattutto nel definire una politica di sistema. La stessa cosa vale per il settore del credito e dei mercati finanziari dove la trasparenza è funzione di un utilizzo corretto delle scelte finalizzate a sostenere investimenti e sviluppo. 

La quinta: la formazione, la scuola, l’università, la ricerca e tutto il welfare sono condizioni e fattori di sviluppo, di investimento, di crescita. Sono la cerniera – e il metro di misura – che separa la nostra situazione dagli obiettivi dell’agenda di Lisbona. Sono il confine, la soglia che ci può portare avanti o riportare indietro, nella condizione di un Paese modesto, ai margini dei processi di trasformazione che segneranno il futuro. 
La sesta: ogni trasferimento in meno agli enti locali, corrisponde ad una riduzione degli investimenti, ogni tentazione localistica delle autonomie nei campi delle grandi reti rende debole ogni politica nazionale di sistema. 

Una nuova programmazione 
7. Per questo c’è bisogno di una svolta, di una nuova ricostruzione, di una nuova programmazione. Nuova perché si deve esprimere in un mercato diverso, più esteso e difficile, perché non può non tenere conto della perdita di sovranità nazionale su quelle materie e su quei poteri una volta disponibili, perché deve riguardare le politiche europee, nazionali e quelle locali, perché deve darsi strumenti nuovi. E in particolare, tra questi strumenti, tre su tutti: una diversa articolazione delle strutture istituzionali del Governo, secondo uno dei modelli – si può scegliere - che ci propongono la Francia, la Germania, il Regno Unito; la costituzione di una o più società di capitale pubblico in grado di intervenire nelle aree di crisi di carattere finanziario e sostenere processi di innovazione; una politica di qualificazione dell’offerta di lavoro che abbia l’obiettivo da un lato di aumentare di almeno tre anni la formazione professionale di occupati e disoccupati nella fascia d’età fra i 15 e i 34 anni, 4 milioni di persone a rischio di emarginazione e precarizzazione nel futuro lavorativo, attraverso programmi massicci di formazione continua sul lavoro e nel lavoro, e dall’altro, di incentivare la formazione e la occupazione di laureati in materie scientifiche agendo verso le università e le imprese, secondo un finanziamento sul modello tedesco dei progetti finalizzati alla ricerca e allo sviluppo. 

8. Come è evidente, anche sulla base di un esame compiuto delle scelte fatte in questi anni, una politica industriale in senso lato deve porsi l’impegno di estendere e allargare i rapporti fra la grande impresa italiana e quella europea, secondo il modello dell’alleanza piuttosto che quello fondato su fusioni e acquisizioni, che peraltro, nella nostra situazione, ci vedrebbe oggetti e non soggetti di decisioni e scelte. 


Una diversa redistribuzione del reddito 
9. Gli anni che definiscono il punto a cui è arrivato il nostro sistema economico, sono anche gli anni di una distribuzione del reddito che non ha favorito i redditi da lavoro dipendente e da pensioni. Molto spesso nella nostra discussione siamo portati a concentraci sugli ultimi dieci anni e sull’esito dell’accordo del 23 luglio. Se si guarda al periodo più esteso, la quota dei redditi da lavoro dipendente sul Pil in Italia è diminuito sensibilmente negli ultimi 30 anni del novecento, passando dal 50,6 del 1972 al 40,6 del 2000. Mentre – e qui sta il punto - per Paesi come la Francia, la Germania e la Spagna, la quota si è mantenuta costante nel tempo e nella stessa Gran Bretagna è sì scesa, ma solo di pochi punti e partendo da una percentuale più alta. 

Tutto questo vuol dire che in Italia gli incrementi di produttività sono andati nel periodo considerato a profitti, rendite, prelievi obbligatori (fisco e contributi), e che la diffusione dei lavori discontinui, precari, poveri ha contribuito, sia come causa che come effetto, a determinare questa situazione. 

Non solo, anche gli indici di disuguaglianza contengono dati su cui riflettere. 

Diminuiscono fra il 1972 e il 1975, crescono fra il 1975 e il 1991; si mantengono costanti fino al 2000, per ricrescere con le politiche del Governo di centrodestra. 

La divisione dei redditi delle famiglie in Italia appare così – dati Banca d’Italia – ovviamente come una piramide, la cui base è costituita dal 58,4 delle famiglie (i primi tre decili) cui va una quota di reddito del Paese pari al 10,8% e il cui vertice è fatto dall’ultimo decile, dove il 7,1 delle famiglie ha quasi un terzo del reddito totale del Pil, oltre il 27%. 

10. Ho voluto dare questi dati per dire che declino e ineguaglianza sono andati avanti di pari passo; che sono processi di fase lunga; che per questo richiedono una svolta generale di politica economica e sociale. 
Il Governo Berlusconi anche sul terremo dei redditi ha prodotto risultati che hanno aggravato la situazione. Secondo i dati elaborati dall’Ires, le famiglie degli operai hanno subito una riduzione dei loro redditi pari al 2,6% e una riduzione dei consumi del 4,1%, mentre imprenditori e lavoratori autonomi hanno visto un aumento dei redditi del 4,5% e dei consumi del 6%. 

Per questo ci vuole, accanto ad una diversa politica di sviluppo, una diversa politica di distribuzione dei redditi, quella che abbiamo chiamato una nuova politica dei redditi, finalizzata ad accrescerne il peso e a favorire un lavoro e uno sviluppo di qualità. 

Fisco, politiche contributive, controllo dei prezzi, disponibilità, costo e qualità dei beni sociali, a partire dalla casa e da tutti i settori del welfare, politiche contrattuali e scelte in favore dei giovani e degli anziani, ne sono gli strumenti fondamentali e di sistema. 

Il fisco che serve 
11. Non è un caso che su ognuna di queste politiche, le scelte del governo Berlsuconi sono andate nella direzione esattamente opposta a quella necessaria per operare una scelta di equità, coesione e giustizia sociale. Un Governo che non ha tenuto conto in alcun modo delle raccomandazioni del sindacato, a mettere sotto controllo prezzi e tariffe. Un Governo che non ha nessuna politica nei confronti della casa. Un Governo che ha operato scelte nel welfare, nel campo della sanità, della scuola, della formazione, dell’assistenza che hanno aumentato i costi per i cittadini e ridotto la qualità dei servizi offerti. Un Governo che ha puntato scientificamente a tenere basso il tasso di inflazione programmata per determinare un sistema di convenienza verso le imprese e di danno per i lavoratori. Un Governo che non ha stanziato in Finanziaria le risorse necessarie per il rinnovo del secondo biennio del contratto di tutti i lavoratori pubblici. Un Governo, infine, che si appresta ad una operazione fiscale che da parte nostra non può essere accettata e condivisa. 

Su questo punto, vista anche la delicatezza del tema e gli effetti che può avere su una parte dei cittadini del Paese, è bene essere chiari. Per il sindacato, per la Cgil il fisco rappresenta lo strumento con il quale si costruiscono i doveri dello Stato, si può alimentare una politica di difesa delle tutele e dei diritti e si stabilisce un patto, fatto di principi e regole, fondamentale che lega i cittadini fra di loro e ogni cittadino verso lo Stato. Un paese che ha il livello di debito come quello in cui viviamo,che presenta una trimestrale di cassa scritta con molte difficoltà e incertezze che è sotto controllo e rischio di sanzioni da parte della Commissione Europea, è anche un Paese che non può permettersi una riduzione generalizzata del prelievo fiscale delle dimensioni di quelle annunciate dal Governo, come non a caso ha deciso in questi giorni di fare il Governo francese. Delle due l’una, infatti: o il Governo, il nostro, fa annunci e promesse che poi non manterrà,così come è avvenuto in quasi tutte le scelte di questi ultimi tre anni, e quindi siamo in presenza di un annuncio dai caratteri elettoralistici che poi si tradurrà in effetti molto ridotti anche se con danni rilevanti, oppure se il Governo intende essere conseguente a quello che afferma, va da sé che l’operazione per quanto riguarda i tagli della spesa dei trasferimenti non potrà che essere di dimensioni gigantesche. E più si affanna il Governo a dire che non vuole toccare le spese sociali e lo stato sociale e in modo particolare la sanità, la scuola e la sicurezza, più tutte queste argomentazioni dimostrano che questo pericolo in realtà è dentro la stessa dimensione dell’operazione che viene annunciata. 

Una riduzione generalizzata delle tasse modellata sulla struttura della delega fiscale contiene infatti in sé tre negatività complementari. E’ una manovra iniqua, due volte iniqua, perché sostiene i redditi più alti e dà poco ai redditi più bassi, proprio mentre la distribuzione del reddito in Italia come si è visto richiede l’esatto contrario. 

In secondo luogo costringe a scelte di taglio sulle spese pubbliche che finiscono inevitabilmente per concentrarsi sulle spese sociali e sui trasferimenti agli Enti Locali, determinando direttamente e indirettamente un freno agli investimenti pubblici e alla crescita e un aggravio di costi per i cittadini. 

In terzo luogo non può che essere punitiva anche nei confronti di una serie di misure di agevolazione fiscale verso l’impresa, delle quali l’impresa oggi non solo ha bisogno ma che andrebbero assolutamente rafforzate sia dal punto di vista qualitativo che delle disponibilità finanziarie. Soprattutto nel Mezzogiorno questa scelta porterebbe ad una ulteriore penalizzazione dell’impresa e degli investimenti, cancellerebbe la programmazione negoziata, o quello che resta di essa, rimetterebbe in discussione certezze e affidamenti. 

Per questo quella del Governo è una proposta che va respinta ed è una proposta alla quale va contrapposto un altro ordine di ragionamento e di intervento. 

Ogni misura di riduzione del prelievo fiscale, infatti, non può che partire per noi dalla restituzione del drenaggio fiscale per i lavoratori dipendenti e da una misura fiscale conseguente per sostenere i redditi e il valore delle pensioni e in particolar modo di quelle più basse. E non può avere quella dimensione quantitativa pari da qui al 2006 a quasi due punti di valore del nostro Pil. 

Se si vuole – e questo nostro ragionamento vale per l’oggi e per il futuro, per questo Governo e per quelli che speriamo verranno più in là – davvero trovare le risorse necessarie per rilanciare investimenti, consumi e sostenere la parte più debole della società, queste vanno ricercate dove sono andati in questi anni i trasferimenti di reddito: nelle ricchezze finanziarie, e nei guadagni degli investimenti finanziari. Abbiamo calcolato che solo negli ultimi anni, per ogni euro investito in attività produttive ve ne sono almeno 100 investiti nelle attività di altro segno, determinando il paradosso di un Paese che si impoverisce come lavoro dipendente e come reddito da pensione e anche parzialmente come impresa, e diventa ricchissimo come tutto altro da questo, con gli imprenditori a volte molto più ricchi delle loro aziende, e con manager più pagati e remunerati dei loro azionisti. 
Se non si imbocca questa strada, le modalità per trovare le risorse necessarie per rendere più “europea” la media della nostra spesa sociale soprattutto per scuola, sanità, sostegno al reddito, non possono avere risposta. E inevitabilmente si finirebbe per determinare una situazione uguale a quella che ha ispirato la delega previdenziale, dove non c’è un solo contenuto riformatore, dove non c’è nessuna logica plausibile – anche alla luce del peggioramento parlamentare del testo per il calcolo pensionistico dei dipendenti pubblici e per lo svuotamento della previdenza integrativa su basi contrattuali - che non sia quella riconducibile ai vincoli di bilancio e all’esigenza di ridurre la spesa e di rassicurare su questo Bruxelles. 

La decisione di mettere la fiducia sulla delega senza e prima che il Parlamento abbia potuto discuterla e presentare emendamenti è una scelta gravissima, alla quale risponderemo, che chiude il dialogo con noi e impedisce le prerogative parlamentari. Un atto insieme di estrema arroganza e di estrema debolezza. 

Un cammino comune 
12. Guardando a questa possibilità, alle contraddizioni che un’eventuale scelta del Governo in questa direzione produrrebbe, assume sempre più importanza e sempre più rilievo il valore della proposta unitaria che Cgil, Cisl e Uil approvata dall’Assemblea dei delegati dell’Eur. 

Un valore per il merito che assume e per il suo carattere unitario, che le dà la forza di parlare e rappresentare proposte per conto della grande maggioranza del lavoro dipendente e dei pensionati del nostro Paese. 
Una proposta che rovescia le priorità e l’agenda del Governo, partendo dal bisogno di una diversa politica dello sviluppo e degli investimenti, del Mezzogiorno, e di una nuova politica dei redditi tesa ad aumentare i redditi da lavoro dipendente e da pensione. 

Una piattaforma che ha avuto il valore di mobilitare con lo sciopero, con le iniziative, con le mobilitazioni milioni di lavoratrici e milioni di lavoratori e che ha fatto da cornice ad una importante iniziativa nei territori e nelle regioni che hanno portato a due innovativi accordi di concertazione in Emilia-Romagna e in Toscana, e a grandi scioperi unitari, per ultimo in Calabria. 

Come sapete, all’invio da noi formulato al Governo di discutere con noi i contenuti della nostra proposta unitaria, il Governo fino ad oggi non ha avanzato nessuna risposta. Potrei dire che questo silenzio in realtà rappresenta una risposta. Abbiamo già avuto modo di commentare, unitariamente e ognuno per sé, il significato grave di questa scelta e non abbiamo evitato di dare a questa situazione la giusta valutazione negativa che merita. 

Dobbiamo adesso decidere il da farsi. Come sostenere ancora di più questa nostra posizione, come contrastare, se queste saranno, le scelte del Governo a partire dai contenuti del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria. E dobbiamo riprendere quell’iniziativa che avevamo annunciato di un passaggio istituzionale per segnalare la gravità della situazione che su questo nostro invito, non raccolto, si determina nella vita sociale, politica e istituzionale del Paese. 
Io penso che questa spinta di iniziativa, di lotta, di mobilitazione non possa fermarsi, dopo lo sciopero generale del 26 marzo e il suo risultato, dopo la grande manifestazione dei pensionati e quella dei medici e dell’Università, e dopo lo sciopero generale del Pubblico Impiego, dell’Università e della Scuola del prossimo 21 maggio. Non tocca a noi indicare oggi le modalità e le forme di questo proseguo di mobilitazione. Le dobbiamo discutere e decidere insieme, e dobbiamo farlo con l’attenzione unitaria di cui c’è bisogno. Ma è altrettanto evidente che noi di fronte a risposte che non arrivano e non arriveranno, non potremo unitariamente stare fermi. 

Anche perché l’ampiezza della mobilitazione e della lotta è una delle condizioni, come si è visto nelle ultime vertenze, per conseguire risultati. 

13. La piattaforma unitaria è anche un passo in avanti nel tentativo di ricostruzione di un rapporto unitario più saldo e più esteso. Abbiamo ritenuto importante determinare le condizioni di questa ritrovata unità d’azione, soprattutto perché questa si è fondata sulla condivisione di valutazioni, di giudizi, di iniziative e di proposta unitaria. 

E questo non ha riguardato soltanto il centro, le categorie nazionali, ma anche moltissimi territori e molte regioni. Sia dove si sono fatti importanti accordi con le controparti istituzionali e le controparti sociali, sia dove si sono avute importanti e ripetute iniziative di lotta. 

Tutto questo rafforza la direzione unitaria del lavoro confederale. 
Dobbiamo allora porci, e questa è la sede, l’interrogativo di come proseguire, come sviluppare, come dare a questo rinnovato rapporto unitario, una prospettiva di consolidamento e un avanzamento ulteriore. 
Io penso – e non credo di sbagliare - che ci sono queste condizioni, e che proprio la situazione del Paese, la crisi produttiva, il moltiplicarsi di situazione di crisi aziendali, la gestione di vertenze difficili che abbiamo avuto, attraversato, risolto o che possiamo risolvere, richiede questo sforzo e questo avanzamento. Al tempo stesso ci vuole il realismo e l’esperienza di quello che abbiamo alle nostre spalle ci dice che dobbiamo muoverci insieme con prudenza e con determinazione. Perché così come grandi elementi di novità si sono prodotti positivamente in questi mesi, ancora restano molte materie, questioni e situazioni nelle quali i punti di vista divergenti e le divisioni non sono ancora superati. 

Penso in modo particolare a quegli aspetti che ci hanno diviso con maggior forza negli ultimi due anni, a quelli che discendono dagli schemi attuativi della legge 30 e alla situazione del settore metalmeccanico dove due contratti separati e la inevitabile e giusta iniziativa della Fiom di riconquistare un potere contrattuale hanno determinato una divisione che ha coinvolto i delegati e i lavoratori e che in buona misura permane. 

Le strade che si possono percorrere per muoverci in questa direzione, di un consolidamento prudente ma determinato di questa prospettiva sono sostanzialmente due. La prima: continuare fra di noi il lavoro di approfondimento, di discussione, di sviluppo delle politiche che ci vedono su posizioni ancora diverse. Trovare sui punti aperti qualche punto di avvicinamento possibile, ragionare onestamente e lealmente su quello che viceversa resta di non comprimibile nella mediazione unitaria. E in secondo luogo riprendere un lavoro e una ricerca comune intorno ai temi della democrazia, della rappresentatività e della rappresentanza. Anche questo non è un terreno nuovo discussione, di ricerca o di divisione; e ognuno di noi sa con certezza e con precisione quali sono le obiezioni che ognuno muove agli altri e le posizioni che ognuno ritiene valide per sé e per gli altri. 

Ci ha diviso e ci divide una diversa valutazione, soprattutto con la Cisl, circa l’esigenza di avere una proposta legislativa in grado di rendere esigibile e universale il sistema di misurazione della rappresentatività e di validazione democratica dell’azione del sindacato.
Una differenza questa non di poco conto, ma è anche una differenza che oggi, nelle condizioni di questo governo, di questa maggioranza parlamentare, in realtà per gli effetti è rimandata nel tempo. Questo può e dovrebbe consentire la possibilità della ricerca di un lavoro unitario per valutare intanto se vi possano essere le condizioni per una intesa fra di noi. 

Avevamo già deciso, insieme in realtà, di costituire una commissione di lavoro incaricata di portare avanti questa verifica e questa possibilità di convergenza. Io credo che si possa rilanciare questa proposta, se i segretari di Cisl e Uil fossero d’accordo e decidere da subito di mettere al lavoro questa commissione in modo tale da definire con maggior precisione fin dove possiamo raggiungere un compromesso e fin dove, invece, restano aperti i problemi. 

Va da sé che se fossimo in condizione di arrivare ad un’intesa possibile tra di noi su questo tema, questa potrebbe diventare oggetto di confronto con la Confindustria e con le altre associazioni imprenditoriali, recuperando anche una iniziativa autonoma delle forze sociali su questo tema. 

Voglio solo aggiungere che se si riflette sulla realtà concreta di quello che avviene giorno dopo giorno nei luoghi di lavoro, nelle categorie quando rinnovano i loro contratti, o nella gestione di vertenze – penso per ultima alla straordinaria modalità democratica che si è espressa nella gestione e nella conclusione della vertenza dello stabilimento Fiat di Melfi – forse è possibile immaginare qualche passo di avanzamento della nostra ricerca. 

D’altra parte non ha senso limitare soltanto al settore pubblico una verifica democratica della rappresentatività che abbia un valore generale. Volgendo il nostro pensiero commosso a Massimo D’Antona a cinque anni dalla sua morte,vogliamo ricordare a noi stessi che fra gli ultimi atti del suo lavoro c’era proprio quello teso ad estendere al comparto del trasporto le norme contenute nella legislazione per il pubblico impiego. Si può immaginare un mondo del lavoro dove esistano su questa questione,che è una questione generale, una presenza di regole che ha dimostrato di funzionare per una parte e un’assenza totale di regole per l’altra? E anche sulla democrazia di mandato, sui percorsi per validare da parte dei lavoratori piattaforme e accordi, in realtà, al di là delle distinzioni molti passi in avanti si sono fatti. 

Nella stessa categoria del metalmeccanici è aperta una discussione che potrebbe essere particolarmente importante nella gestione degli accordi di secondo livello e nella possibilità di definire, anche attraverso questa strada, una piattaforma unitaria per il rinnovo del biennio economico del contratto. 

Il valore – tra i tanti che si possono leggere – della vertenza di Melfi risiede anche nell’esercizio delle regole democratiche, per validare piattaforme e accordi, e dare forza per questa via al rapporto fra sindacato, Rsu e lavoratori. 

Le regole della democrazia sindacale 
Quello che voglio ripetere ancora una volta è che per noi, per la Cgil, risolvere questo problema non vuol dire – come talvolta ci viene detto polemicamente – affermare il diritto del più forte, far prevalere con la democrazia le opinioni di una parte. No. Vuol dire principalmente un’altra cosa: mettere su gambe più sicure il percorso di costruzione di un soggetto unitario fatto di differenze, di diversità e di rispetto reciproco. Decidere esattamente i percorsi e le regole attorno alle quali l’unità non solo è possibile ma diventa assolutamente necessaria. 

A chi, come il Ministro del welfare, e ai suoi sottosegretari, e a tanti che la pensano come lui, vogliono mettere in discussione e attaccare il ruolo, la funzione, la rappresentatività del sindacato per colpirne rappresentanza e valore democratico e rendere più deboli i lavoratori e i loro diritti, va contrapposta la pratica di un sindacato autonomo nei suoi programmi, unito nei valori di riferimento e pienamente democratico. 

14. D’altra parte oggi – ed è questa una riflessione che vorrei fare soprattutto insieme con gli amici e ai compagni della Cisl e della Uil – siamo in presenza di un disagio sociale crescente, di politiche soprattutto messe in campo dal Governo, che tendono ad accentuare risposte e forme di conflitto rilevante. 

Se prendiamo in esame i casi più recenti in cui si è esercitata una forte conflittualità, che in molti casi è andata oltre le regole della legge, o delle consuetudini delle forme di lotta del sindacato, come la vertenza del rinnovo contrattuale dei lavoratori del trasporto pubblico locale, la questione dell’Alitalia, la vicenda di Melfi, su un altro versante la lotta di Scanzano, si avverte il bisogno di leggere bene i segni, i tratti, e i paradossi di questi fenomeni. Da un lato questi processi conflittuali esprimono e mantengono un forte segno identitario, di aziende, di professioni, di territori, e in quest’ultimo caso con accenti comunitari, in parte inediti. 

Più si nasconde il lavoro, il suo valore, la sua dimensione concreta e quotidiana, fino a negarla o a trasfigurarla in una rappresentazione puramente virtuale e immaginifica, più la sua identità reale è costretta ad esprimersi col conflitto dimostrativo. 

Da un altro lato queste lotte contengono una forte domanda di partecipazione e democrazia. Si lotta per affermare il diritto a decidere, a contare nelle scelte. In questo esprimono una carica che si contrappone alla riduzione del processo della mediazione democratica e del ruolo dei soggetti di rappresentanza sociale. 

Per sentirsi meno oggetti e più persone, lavoratori nella pienezza dei diritti, il conflitto viene scelto come via risolutiva. 

Infine, il paradosso più evidente. 
Quello per cui si lotta anche in maniera estrema ha un contenuto tradizionale e tipicamente sindacale(vorrei dire se non fossi frainteso, tipicamente riformista): parità di salario a parità di lavoro, turni meno massacranti, la richiesta di rispetto e dignità, l’attuazione delle regole contrattuali, la possibilità di decidere come istituzione locale, il rifiuto di pagare sempre per responsabilità dei Governi e della responsabilità delle imprese, la difesa dell’occupazione. 

Richieste “normali” che richiedono scelte di lotta “radicali”, e che sono il fattore del consenso sociale che questi episodi hanno avuto, al di là delle persone interessate. 

Se questo è il paradosso a cui si arriva per responsabilità delle intenzioni e delle scelte del Governo, con noi dovrebbero interrogarsi le imprese, che dovrebbero essere interessate, nelle aree non dipendenti da scelte di terzi, e soprattutto del Governo, di intervenire prima che i fatti esplodano e di scegliere una modalità di soluzione dei problemi più utile ed intelligente anche per loro. 

Spero che la nuova Confindustria abbia l’attenzione giusta a questo aspetto e la forza di segnare anche qui il cambiamento necessario. 
Voglio solo aggiungere che se oggi possiamo avanzare questo ragionamento è perché le importanti vertenze che erano aperte le abbiamo sapute indirizzare e risolvere con risultati positivi.

La vertenza di Melfi può essere davvero considerata come svolta dal grande valore simbolico e paradigmatico.

Un settore in crisi, un’organizzazione del lavoro penalizzante per i lavoratori, una condizione del lavoro insostenibile, un paternalismo unilaterale fatto di sanzioni e richiami disciplinari, una classe di lavoratori mediamente giovani che si riappropria di una richiesta di cambiamento, una lotta dura e lunga per rimuovere il rifiuto a trattare, la modifica delle forme di lotta, la trattativa e infine l’accordo gestito unitariamente dalle Rsu e validato nei prossimi giorni dal voto di tutti i lavoratori. Un percorso gestito con coraggio dalla Fiom e dalle nostre strutture locali e concluso unitariamente da tutto il sindacato. Se siamo oggi tutti più forti lo dobbiamo a questi lavoratori, e dobbiamo sapere che gli effetti di questo risultato peseranno anche al di là di quanto oggi ognuno di noi è in grado di prevedere. 

Le scelte contrattuali 
15. In questo contesto, la nostra storia contrattuale ha sempre dovuto fare i conti, come è ovvio, con le condizioni economiche e produttive del sistema-paese e con le aspettative dei lavoratori e delle lavoratrici. Aspettative strettamente legate al lavoro, alle condizioni di vita, al welfare e ad una politica economica per la tutela di tutti i redditi, a partire dalle politiche fiscali. Temi che, se non affrontati con equità da parte dei governi, tendono a ricadere sulle politiche contrattuali che sono uno strumento importante per la difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori e come tale non può prescindere da quanto si determina nelle dinamiche generali di reddito. 

Allo stesso tempo non può non pesare la dimensione nuova della precarietà del lavoro che da un lato condanna i lavoratori precari a condizioni di sottosalario e di diritti più ridotti, dall’altro sicuramente indebolisce anche l’azione rivendicativa delle aree dei lavoratori con rapporto a tempo pieno e indeterminato.

In questi ultimi quattro anni sono avvenuti e si sono accentuati nell’impresa e nel lavoro pubblico forti cambiamenti che hanno riguardato il decentramento produttivo, le esternalizzazioni, l’aumento della flessibilità.

La contrattazione è quindi lo strumento più importante che ha a disposizione un’organizzazione sindacale, perché da essa discendono le conquiste e le mediazioni e talvolta le sconfitte che costituiscono parte essenziale della storia del movimento dei lavoratori.

Dobbiamo per questo avere la massima attenzione verso quelle scelte che ci consentono di sostenere la sfida che abbiamo di fronte: rilanciare ed estendere la contrattazione e la sua qualità, dovendo fare i conti con un Governo che ha scelto di non rispettare lo strumento della concertazione che stava alla base delle regole contrattuali che ci siamo dati con il Protocollo del luglio ’93, e un sistema di impresa che anche su questo ha operato una scelta di resistenza alle nostre rivendicazioni.
Malgrado questo, tranne il grave atto di divisione, avvenuto con il secondo accordo separato per il contratto dei metalmeccanici, che si poteva evitare o governare diversamente ricorrendo alla consultazione dei lavoratori ed al Referendum, come la Fiom aveva chiesto, sono stati rinnovati fino ad oggi unitariamente oggi – dopo la conclusione per il settore tessile - quasi tutti i contratti dell’industria, tranne il Legno, i Lapidei, la Gomma Plastica e gli Edili, mentre è purtroppo fermo da venti mesi il contratto del commercio.

Anche nel comparto artigiani, siamo riusciti con un compromesso a superaree uno stallo lungo dai tre ai quattro anni con l’intesa raggiunta il 17 marzo scorso, che deve consentire a tutte le categorie di concludere la parte economica di quei contratti aperti, nei modi e nei termini indicati dalla prima parte dell’intesa confederale, per proseguire successivamente al confronto sulla seconda parte riguardante le linee guida per il nuovo modello contrattuale, che – lo dico con chiarezza - non può avere forzature rispetto al testo dell’intesa. 

Sono fermi, invece, i rinnovi biennali di tutto il settore pubblico, e non ancora chiusi i contratti scaduti per la dirigenza, i medici, l’Università e la Ricerca. 

Lo sciopero del 21 maggio acquisterà perciò un particolare significato: quello di difendere un diritto, un sistema di qualità nei servizi pubblici con particolare riferimento alla scuola e alla sanità, un modello di riforma, di contrattualizzazione del rapporto di lavoro e di rappresentanza, di valorizzazione del lavoro pubblico. Invito per questo tutte le nostre strutture territoriali a sostenere questo sciopero e a contribuire alla partecipazione alla manifestazione unitaria che venerdì prossimo riempirà Piazza San Giovanni. 

Non usi il Governo risposte strumentali o inesistenti come ha fatto fino ad oggi e soprattutto non trovi la scusa di usare le risorse necessarie per i rinnovi pubblici per finanziare la riduzione delle tasse. Non consentiremo, infatti, di aprire strumentalmente una divisione sociale, giocata interamente contro il lavoro e i suoi diritti. Come su un altro versante avvertiamo il Governo che non si può giocare ancora una seconda volta con il rinnovo contrattuale dei lavoratori del Trasporto Pubblico Locale. Non ci può essere una seconda volta uguale alla prima, perché questa volta noi non ci staremo. 

16.Per quello che ci riguarda avendo più volte chiarito che non bisogna confondere le strategie e gli obiettivi della contrattazione con la struttura che la sorregge e l’accompagna, vogliamo qui riepilogare quelle che sono le nostre scelte e i nostri obiettivi. 
a) I contenuti normativi
·la valorizzazione della parte normativa è per noi un atto politico importante per intervenire sulle politiche industriali, per evitare che nuovi assetti societari e la frantumazione del ciclo delle imprese cancellino i diritti conquistati con la contrattazione interconfederale e di categoria, nonché con lo Statuto del Lavoratori che abbiamo difeso con la lotta in difesa dell’articolo 18 e con le nostre proposte di legge;
·l’informazione e il controllo, come insieme normativo per il rafforzamento del ruolo e del potere contrattuale delle Rsu e del sindacato, sono oggi assolutamente indispensabili per intervenire sulle riorganizzazioni e ristrutturazioni dei processi produttivi, prima che questi avvengano;
·vanno difesi e ampliati i diritti individuali e collettivi, su tutto ciò che attiene il lavoro e i rapporti di lavoro; la formazione e la riqualificazione, la valorizzazione dei saperi, delle professionalità con la rivisitazione degli inquadramenti professionali, il controllo della organizzazione del lavoro e degli orari, e reso più forte l’impegno su ambiente, salute e sicurezza;
·vanno garantiti diritti e pari opportunità per uomini e donne che lavorano in questo paese, e per i giovani dei nuovi lavori, sempre più flessibili e precari; 
·vanno contrastati gli effetti del decreto 276, sia rispetto alle nuove tipologie dei rapporti di lavoro che producono precarietà e doppi regimi, sia rispetto al ruolo improprio del sindacato e degli Enti Bilaterali.
b)I contenuti economici
Per quanto riguarda la politica salariale, il nostro obiettivo primario resta l’incremento sostanziale delle retribuzioni, attraverso la rivalutazione del salario contrattuale e professionale, coinvolgendo rispettivamente i due livelli di contrattazione nei modi e nei termini contenuti nel documento conclusivo del Congresso di Rimini.
Anche per questo non possiamo accettare l’inflazione indicata dal Governo perché volutamente lontana da quella reale e perché finalizzata a quella politica economica ritenuta da noi, da Cisl e Uil nel documento dell’Eur fallimentare e iniqua.
c)Il modello contrattuale
Il ruolo del contratto nazionale per la Cgil non va depotenziato, nel suo ruolo di riferimento e autorità salariale e normativa. Per questo va riconfermato e valorizzato come elemento di pari opportunità, dignità, tutela e solidarietà fra tutti i lavoratori del settore.
Per questo siamo contrari ad un federalismo contrattuale finalizzato alla diversificazione di diritti e salari fra i territori del nostro paese. Pretesa incomprensibile e incoerente, avanzata con scopi ed obiettivi che nulla hanno a che vedere con la funzione della contrattazione territoriale confederale e categoriale.
Nel territorio si deve incentivare la contrattazione sullo sviluppo, sui sistemi locali, sul ruolo dei distretti, sulle politiche dei servizi sui bisogni sociali fondamentali, e su tutto ciò che investe la politica economica e sociale di un territorio o di una regione, qualificando confederalmente la contrattazione sociale territoriale.
La contrattazione territoriale di categoria o di distretto può sostituire per alcune categorie e per gli artigiani la contrattazione aziendale, sui contenuti e sulle materie che i contratti nazionali di categoria intendono demandare a quel livello.
Dobbiamo, infine, riqualificare ed estendere la contrattazione aziendale e allo stesso tempo individuare forme, percorsi, strumenti utili a riunificare o coordinare le rivendicazioni dei lavoratori dei siti produttivi ove convive l’impresa madre con l’insieme del decentramento produttivo effettuato dalla stessa impresa. E dobbiamo articolare la contrattazione dei grandi gruppi al fine di mantenere unite le informazioni e i controlli sulle strategie industriali, portando la contrattazione nel singolo luogo di lavoro, sulle condizioni della prestazione lavorativa e sull’insieme dell’organizzazione del lavoro. 
La contrattazione aziendale o di ente, o di qualsiasi posto di lavoro, è per noi la sfida più importante per intervenire nel cuore del lavoro e delle condizioni di chi lavora.
E’ il luogo più vicino alle persone che rappresentiamo, ove delegati, Rsu e Rls si misurano con l’impresa e con la pubblica amministrazione intervenendo su rivendicazioni immediate e diritti legati alla condizione ed alla organizzazione del lavoro.
E’ il luogo ove si esercita in diretta e quotidianamente il ruolo della rappresentanza sindacale e che ci consenti di rafforzare la nostra rappresentatività per poter difendere gli obiettivi e le politiche generali e categoriali delle organizzazioni sindacali.
Per questo non ha senso una divisione fra chi vuole puntare tutto sul contratto nazionale e chi pensa di spostare il baricentro verso il secondo livello di contrattazione. I due livelli sono per noi complementari e insostituibili, vanno difesi e vanno riproposti valorizzando la specificità dei loro compiti e dei loro ruoli.
Dobbiamo – invece - procedere ad un lavoro di aggregazione e di razionalizzazione del numero dei contratti, guardando sia alle trasformazioni avvenute, sia ad una semplificazione che possa rafforzare il nostro potere contrattuale.
I contenuti, i tempi e le regole saranno l’architrave di un modello contrattuale in grado di rispondere alle nostre scelte nel nuovo contesto politico generale.
d)La contrattazione nel contesto europeo
Il nostro modello di relazioni sindacali e contrattuali, e i suoi livelli di confronto e di rivendicazione, viene spesso trattato nello scenario europeo come un’anomalia.
Noi riconosciamo la necessità di individuare per i lavoratori europei un apolitica contrattuale sopranazionale che, partendo dalle regole sull’informazione e sulla partecipazione, definisca il valore e l’importanza del confronto tra le parti. Si tratta, in sostanza, di andare oltre la pratica del dialogo sociale e delle direttive in materia di lavoro e diritti, della funzione pur utile dei Comitati Aziendali Europei (CAE).
Per armonizzare su scala europea la strategia sindacale e rivendicativa occorrono sedi e forme riconosciute di rappresentanza, regole democratiche, il varo del trattato costituzionale per favorire coesione sociale anche a fronte dell’allargamento, un forte coordinamento della Ces.
Attività contrattuale che deve vedere ovviamente impegnate le federazioni di categoria europee sulla base del principio di non regressività, respingendo i tentativi di attacco ai diritti e alla struttura contrattuale che i governi di destra raccomandano ai propri paesi anche attraverso i gruppi di lavoro europei sull’argomento.
17. Sull’insieme delle politiche contrattuali, abbiamo avviato da alcuni mesi, come Cgil, un confronto al nostro interno per ricercare, approfondire e costruire una nostra posizione su obiettivi, regole e contenuti della futura contrattazione.
Abbiamo ritenuto utile aprire un dibattito per coinvolgere tutte le nostre strutture in questa ricerca. Il lavoro è quindi avviato, le strutture confederali e di categoria si stanno misurando sul merito rispetto al percorso indicato nella riunione con i segretari generali delle strutture del 3 marzo ultimo scorso.
La Cgil Nazionale considera utili e di pari importanza le indicazioni e le proposte che verranno avanzate, e dovrà, nei prossimi mesi fare sintesi politica e proporre al Direttivo Nazionale, le scelte confederali in grado di rappresentare la linea contrattuale necessaria ai bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici e rispettosa delle scelte congressuali che insieme abbiamo compiuto.
Dovremo poi misurarci con Cisl e Uil, e costruire una posizione unitaria quale condizione indispensabile per ogni eventuale confronto con le Associazioni Imprenditoriali e con tutte le nostre controparti.
In assenza di nuove regole di politica e assetti contrattuali, sarà la coerenza ai nostri obiettivi strategici che dovrà accompagnare l’attività rivendicativa ad ogni livello, utilizzando a questo fine l’impianto contrattuale esistente. 
Le regole come opportunità e valore della solidarietà 
18. La democrazia sociale e la contrattazione si fondano sulle regole che ne determinano efficacia universale e garanzia formale. Nella nostra cultura, quindi, le regole non possono essere avvertite mai come un limite ma come una opportunità e un valore di solidarietà. Anche quando da quelle in essere bisogna muoversi per conquistarne altre di più avanzate. 
E’importante questa cultura delle regole – patrimonio di tutta la storia della Cgil - perché sulle regole oggi in Italia si gioca una grande e delicata partita democratica, iniziata con la legge sul falso in bilancio fino all’approvazione della legge Gasparri, in questi giorni, e alla discussione parlamentare in corso sulla pseudoriforma federale e di modifica di parti sostanziali della nostra Costituzione.
L'iniziativa legislativa del centrodestra, oltre e accanto a questi provvedimenti, è già pesantemente intervenuta sui diritti individuali e ha intaccato significativamente il principio della laicità dello Stato. Questo, infatti, rappresentano gli interventi sul mercato del lavoro, la Bossi-Fini, la legge sulla procreazione assistita, gli interventi sulla scuola privata, i provvedimenti sulle droghe leggere, l'affermazione costante di un’idea esclusiva (prima ancora che espressione di una cultura lesiva dei diritti delle persone, della libertà e del principio di laicità) della nozione di famiglia, che porta a negare diritti alle coppie di fatto.
Siamo in presenza di una idea di libertà fondata sull’individualismo (nel lavoro, nella sanità, nella previdenza, nella scuola) che si contrappone alla libertà positiva dove diritti e libertà individuali prendono forza e ragione di eguaglianza dalle libertà e diritti comuni.
Tutto ciò avviene, non a caso, in un quadro di messa in discussione, quando non di aperto conflitto, con le politiche e la legislazione europea: in un rifiuto costante delle regole sovraesposte e con un ruolo marginale nei lavori conclusivi della Convenzione Europea. 
19. La riduzione dei diritti fondamentali di cittadinanza, conseguenza del progetto di devoluzione del Governo, si lega in modo altrettanto inscindibile al cuore della proposta istituzionale del centrodestra – i poteri del premier – che giustamente Giuliano Amato definisce come progetto di una “dittatura della maggioranza”. 
Come, infatti, avvertirono per primi in tutta chiarezza i costituenti americani, quando proposero una serie di “contrappesi” ai poteri del presidente eletto direttamente, la teoria democratica richiede il principio che l'applicazione di qualsivoglia modello maggioritario abbia regole atte a garantire i diritti delle minoranze.
Al contrario, la proposta che il governo Berlusconi ha votato rappresenta, né più né meno, lo smantellamento di ogni forma di bilanciamento dei poteri e l’affermazione di regole di comando che riducono il ruolo dell'opposizione.
La figura del capo del Governo esce, infatti, con due prerogative che la trasformano profondamente e che sviliscono profondamente il ruolo del presidente della Repubblica.
L'elezione diretta del Premier – in qualsiasi forma avvenga, più o meno evidente – priva, infatti, il Presidente della Repubblica del potere di designarlo, su indicazione della maggioranza.
Se a questo si aggiunge, come prevede il testo votato, che il potere di sciogliere le Camere passi al Premier, appare chiaro come il potere del Presidente sia svuotato, più che indebolito. 
Siamo in presenza, quindi, di un chiaro disegno di “democrazia plebiscitaria”, come l’ha definito il professor Sartori, disegno che per noi va cancellato. Tale disegno si è manifestato e ha cercato alimento in una serie di iniziative diverse, ma con la stessa caratteristica di fondo: il tentativo di svuotamento nei confronti dei “corpi intermedi” della società.
L’attacco al sindacato attraverso la fine di ogni procedura e prassi di confronto, la rottura di ogni rapporto con le associazioni della società civile, sia laiche sia religiose, l'attacco sistematico al sistema delle Autonomie locali (Regioni, Comuni, Province), la volontà di non fare funzionare organismi quali la Conferenza Stato-Regioni, la Conferenza Stato-Regioni-Città: tutte queste iniziative, apparentemente scollegate tra loro, sono accomunate proprio dall’intento di vanificare in modo definitivo sia i “corpi intermedi” che i rapporti interistituzionali.
L'idea è di lasciare il cittadino, con le proprie insicurezze, con i propri bisogni, solo nel rapporto diretto con chi guida il Governo. Esecutivo, peraltro, rafforzato da un formidabile potere mediatico.
Ecco allora come l'elezione diretta del premier è strettamente legata e coerente con un’idea di società che richiede una radicale diminuzione dei diritti individuali e collettivi. 
Un sistema maggioritario, privo di forti contrappesi tra i diversi poteri e di garanzie precise per salvaguardare l'autonomia della rappresentanza sociale e della società civile, porta inevitabilmente a una restrizione delle libertà.
E' un sintomo chiaro di questo la fine di ogni regola di rapporto con le parti sociali, che ha colpito l’insieme del movimento sindacale, anche nei momenti in cui esso era portatore di posizioni tra loro molto diverse, e che ha riguardato anche le parti imprenditoriali: come dimostra l’insoddisfazione manifestata da Confindustria e da altre associazioni quali la Confcommercio.
D’altra parte i tavoli con oltre quaranta associazioni, e che non durano più di due ore, sono visibilmente la rappresentazione immediata e visiva della fine di un vero rapporto non solo di concertazione, ma più semplicemente di confronto e di dialogo.
20. Accanto ad una critica fondata e radicale sulla proposta e la cultura che la sostiene, dobbiamo insieme ragionare e indicare qualche terreno di azione e di iniziativa nostra.
Per questo è necessaria una nostra riflessione generale sul sistema di regole e di equilibrio dei poteri. 
Occorre riflettere,ad esempio, alla luce della situazione e degli obiettivi attuali, anche su leggi e istituti da molti considerati positivi, quale l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle Regioni, per vedere come rafforzare il ruolo dei Consigli e delle assemblee elettive, come organi di rappresentanza dei cittadini di quel territorio. 
Ci si deve interrogare su come ottenere un metodo esigibile di confronto (e di concertazione) tra esecutivi e parti sociali, sia a livello nazionale che nelle Regioni.
E’ necessario con un completamento, rivisitare l'attuale stesura del titolo V della Costituzione, per quanto attiene alle ambiguità relative alla garanzia dei diritti fondamentali (lavoro, scuola, previdenza), come, peraltro inascoltati, rilevammo in occasione della stesura e dell'approvazione di quella prima modifica e ridurre il contenzioso giurisdizionale.
Per quello che ci riguarda abbiamo il dovere di continuare la battaglia per i diritti; sostenere le ragioni democratiche che riguardano l’informazione, la giustizia, la scuola e la sanità pubbliche; difendere la Costituzione e i suoi valori fondanti; dire no alla riforma in discussione, anche attraverso un nostro ruolo attivo ed esplicito nel referendum, se essa non sarà fermata prima in Parlamento. 
21. Ma nostro compito è anche riflettere sul rilancio della democrazia e della partecipazione, sulla definizione del sociale come spazio pubblico aperto, così come sui diritti di auto-organizzazione dei cittadini nel territorio.
Le esperienze di contrattazione territoriale confederale, oltre a porre in modo concreto forme di tutela dei diritti delle persone, di salvaguardia dei redditi medio-bassi e delle pensioni, con interventi sui prezzi e sui servizi, possono fornire “reti”, forme, legami, in cui le risposte ai bisogni e la difesa dei diritti si organizzano, si arricchiscono di contenuti, si rafforzano.
Alcuni temi importanti, come la casa, la scuola (pensiamo alle lotte per il tempo pieno presenti in numerose realtà), la salvaguardia dell’ambiente, i servizi in grado di rispondere al diritto di autodeterminazione delle donne, l’organizzazione dei tempi di vita e le forme di socializzazione dei ragazzi e delle ragazze nelle realtà urbane, la legalità e la lotta al degrado, possono e debbono diventare questioni su cui trovare momenti di aggregazione, di scambio di esperienze, di costruzione di obiettivi comuni, che facciano della partecipazione uno strumento e un contropotere vero. Di questo obiettivo sono fondamentali i presidi, le iniziative e le reti sociali delle leghe dei pensionati.
La risposta, infatti, alla restrizione dei livelli di democrazia sta nel rivitalizzare la partecipazione a partire dai luoghi di lavoro e nel territorio, attraverso un sistema di relazioni tra le persone, che contrasti nei fatti l’isolamento in cui si vuole che rimangano, nella ripresa di ruolo delle istituzioni locali, quali interlocutori democratici e che hanno sempre poteri e responsabilità effettivi.
Dalle comunità locali emerge, non a caso, una forte domanda di partecipazione che si esprime in termini propositivi nell’adesione alle mille e diverse iniziative che si formano e si sostanziano dai bilanci ambientali e sociali ai contratti di quartiere. Così come si esprime in termini critici di fronte a scelte non discusse e non condivise, di segno centralistico, in merito alla localizzazione di attività, servizi e infrastrutture, come abbiamo potuto verificare in modo emblematico nel caso di Scanzano. 
Acquista allora un senso profondo la battaglia per le risorse da destinare al sistema delle Autonomie locali, per un equo e solidale federalismo fiscale, per un potere effettivo e, quindi diverso dall’attuale, di Regioni, Province e Comuni, rispetto alle scelte delle politiche economiche e sociali dello Stato.
Rilanciare la partecipazione come affermazione di democrazia significa anche rilanciare le battaglie per i diritti individuali, per la difesa della laicità dello Stato, per i diritti delle persone e delle donne.
Lo scontro sui destini dello Stato unitario e sull’idea di Europa è strettamente connesso alla difesa dei diritti delle persone: i due obiettivi non possono essere messi in contrapposizione, pena il rischio di vanificarli entrambi.
Due esempi emblematici: il legame tra democrazia e battaglia per il diritto di voto agli immigrati; tra democrazia, affermazione e difesa delle diversità in quanto ricchezza culturale e sociale.
Questo dà forza alla difesa della Costituzione, che è il nostro programma istituzionale, con la difesa di tutti i suoi capitoli.
La pace preventiva, la democrazia globale e il ruolo dell’Europa 
22. Il 26 marzo il sindacato italiano ha chiamato allo sciopero le lavoratrici e i lavoratori italiani, con uno slogan impegnativo “costruire il futuro” e una proposta per lo sviluppo del paese diversa e alternativa a quella che ha ispirato la politica economica e sociale del governo.
Quella proposta non avrebbe fiato se non dovesse prevalere a livello europeo e globale un’idea di sviluppo che assuma come profilo la qualità e come limite invalicabile i diritti umani, i diritti del lavoro, la sostenibilità ambientale.
Abbiamo la percezione che quell’idea oggi non sia in campo con la nettezza che sarebbe necessaria, perché indebolita ed erosa dai totem della crescita senza limiti, peraltro smentiti dalla realtà; pensiamo che solo un’alleanza tra forze politiche progressiste, sindacato e società civile possa sostenerla.
Siamo altrettanto consapevoli che bisogna legare la costruzione della pace, il ripudio del terrorismo e della guerra preventiva alla ricerca delle strade e delle politiche per costruire un nuovo ordine mondiale, una nuova democrazia globale in cui il valore del lavoro sia al centro dei valori condivisi e costitutivi. Dalla capacità di sostenere questa sfida passa la possibilità di arginare un senso comune pervasivo che, di fronte alle tante insicurezze determinate dalla globalizzazione senza regole, sceglie la rassicurante e peraltro illusoria certezza delle identità giocate contro altre identità, delle chiusure, dei nuovi nazionalismi sostenuti dai conflitti tra le culture, degli antichi e nuovi protezionismi. Non a caso abbiamo scelto unitariamente Gorizia per la celebrazione del 1 maggio. 
23. Mai come oggi il panorama internazionale è stato segnato da eventi traumatici che, letti tutti insieme, compongono il quadro degli interrogativi aperti per la comunità internazionale, la sensazione di rischio per le persone e insieme interrogano sull’efficacia, la volontà e la possibilità delle istituzioni sopranazionali esistenti nel fronteggiarli. Dai più eclatanti, il terrorismo, la guerra in Iraq, il conflitto israelo-palestinese, il Kosovo, la Cecenia; ai più invisibili, le tante facce delle disparità tra Nord ricco e Sud povero del mondo; dai conflitti poco conosciuti per l’accesso all’acqua in molte parti del Sud del mondo, a quelli più noti per il controllo delle risorse energetiche, fino alla tragedia dell’Aids del continente dimenticato, l’Africa, alla quale abbiamo dedicato una memorabile giornata che non può restare isolata. Moltissimi di quegli eventi hanno come epicentro il Mediterraneo, mare di pace e prosperità secondo il progetto europeo di Barcellona, oggi banco di prova della capacità dell’Europa e dell’Italia di progettare il proprio futuro, per ragioni generali e per la stessa contiguità geografica.
L’elemento più pericoloso, e per alcuni versi antistorico, della politica estera degli Stati Uniti, ispirata dai neo-conservatori, sta nella riproposizione della propria sovranità, come luogo assoluto e indipendente di tutte le scelte politiche che investono altri soggetti; scelte che, in virtù della forza militare ed economica di quel paese, diventano nuovo criterio ordinatore con cui il resto della comunità internazionale deve misurarsi, anche quando hanno il volto dell’esportazione della democrazia. Questa affermazione ha peraltro in sé la convinzione implicita dell’impossibilità di una democrazia mondiale come processo condiviso e rende evidente il fondamentalismo con cui l’amministrazione Bush propone come assoluti i propri valori morali – descritti in modo estremo: il bene –, i propri modelli di sviluppo – il capitalismo compassionevole – e l’ostilità conseguente verso ipotesi diverse, comprese quelle europee. 
La condizione di premessa per una nuova democrazia mondiale sta nella definizione della sua necessità come scelta tra quelle possibili e in campo, alternativa all’unilateralismo americano, ma che non può fare a meno anche e soprattutto degli Stati Uniti.
L’insistenza con la quale, prima e durante tutti gli sviluppi della guerra irachena abbiamo sempre sottolineato la necessità di tenere fede alla Carta dell’Onu, che la guerra preventiva non prevede, e che l’Onu entrasse in campo, anche ora in luogo delle truppe italiane e straniere per sostenere l’autodeterminazione del popolo iracheno, non muoveva e non muove dall’invocare solo il ripristino di una condizione importante, quella della legalità internazionale, ma dalla convinzione che occorre battere ciò che è più che un rischio: il ritorno indietro, dopo la fine della guerra fredda, dal sistema stesso delle Nazioni Unite, cioè dalla scelta fragilissima, contraddittoria, spesso inefficace, ma così decisiva della comunità internazionale. Quindi della politica, come strumento di governo. E’ una scelta decisiva e non scontata.
Il sistema di ordine mondiale mostra la sua fragilità, anche se letto alla luce degli effetti della globalizzazione sulle condizioni materiali delle persone.
Nessuno nega gli effetti potenzialmente straordinari che innovazione e conoscenza potrebbero determinare e hanno determinato, in virtù della stessa globalizzazione. Ma di sicuro non nella gerarchia della distribuzione attuale dei poteri e della ricchezza sul piano globale.
Il recente rapporto Oil dà il quadro degli effetti sociali del modello di sviluppo neo-liberista e, attraverso le cifre delle disparità sociali crescenti nel Nord del mondo e tra Nord e Sud del mondo, ne decreta il fallimento: sono cifre che descrivono l’aumento della disoccupazione nel 2003; la crescita dei “lavoratori” poveri anche nel mondo più ricco, e con essi dell’erosione dello stesso valore del lavoro nella gerarchia dei valori sociali; l’aumento nel divario dei redditi tra i paesi ricchi e i paesi poveri.
In realtà esistevano e esistono contraddizioni forti all’interno della stessa struttura del sistema attuale.
Pensiamo alla gerarchia dei poteri all’interno del Consiglio di sicurezza, coniato sulla base dei rapporti di forza delle potenze che avevano vinto la seconda guerra mondiale. E anche all’asimmetria tra i poteri reali e sanzionatori delle istituzioni finanziarie – Fondo monetario e Banca mondiale e successivamente l’Omc – e quelli non vincolanti dell’Onu e di tutte le agenzie per lo sviluppo, l’ambiente, l’alimentazione, la salute, l’educazione, i diritti sociali e del lavoro, tenute a latere del sistema finanziario e ininfluenti su di esso.
Un’asimmetria che nel corso del tempo ha consentito che la globalizzazione economica avvenisse, direttamente attraverso le ricette delle istituzioni finanziarie (vedi Argentina) e indirettamente attraverso le multinazionali, senza nessun riferimento-collegamento alla difesa e alla promozione di beni pubblici universali, secondo una logica esclusiva di mercato senza limiti: l’economia senza la politica, non finalizzata dunque a logiche di interesse generale.
24. L’interrogativo di oggi è se esistono le culture, le forze, le volontà, le possibilità per riproporre il livello globale come quello proprio per ridefinire la democrazia, quella che la nostra cultura conosce come forma politica storicamente determinata e territorialmente definita all’interno dei confini di uno stato-nazione. Da questo punto di vista il laboratorio della Unione europea, ancorché imperfetto, è un ancoraggio forte.
D’altra parte nel momento in cui la globalizzazione stessa modifica il peso dei poteri nazionali, spostando decisioni effettive fuori dai suoi confini e dalle sue titolarità, la ricerca di una nuova democrazia globale inclusiva è obbligata per ricostruire a livello più alto valori e regole di uno spazio pubblico e profilo della cittadinanza globale. Poiché non esistono vuoti, l’alternativa è la regola di chi ha la forza militare ed economica per imporla.
Alla domanda con quali strumenti, molte risposte sono già state avanzate e vanno nel senso della riforma in senso democratico delle istituzioni sopranazionali esistenti. 
Molto importante è per noi l’ipotesi di affiancare al Consiglio di Sicurezza, e con analoghi poteri, il Consiglio di sicurezza economico e sociale. Il punto fondamentale è quello di costruire consenso a una nuova gerarchia tra istituzioni politiche e istituzioni finanziarie. 
D’altra parte quello che è avvenuto a Cancun, e cioè il rifiuto di 22 paesi, tra cui Brasile, Sudafrica, India, Cina, di sottostare alle regole capestro del commercio internazionale in agricoltura, difese non solo dagli Stati Uniti, ma anche, in quella sede, dall’Europa, vale come e più di un segnale dell’insostenibilità politica del sistema, ma di per sé non determina nuove regole, senza le quali saranno i rapporti bilaterali a prevalere, sicuramente segnati dai rapporti di forza.
Peraltro il rifiuto di logiche unilaterali, per essere efficace, non può prescindere dall’esistenza nel panorama internazionale di più soggetti forti e stabili, del progredire cioè dei processi di integrazione regionali: l’Europa è tra essi, per noi il più vicino e di certo tra i più importanti, unico portatore di un modello sperimentato di sviluppo e coesione sociale.
Altrettanto decisivo però è il tentativo in America Latina di consolidare ed estendere il progresso di integrazione del Mercosur sotto la forte spinta politica del nuovo governo Lula.
25. L’enormità delle differenze tra Nord e Sud del mondo si avvia alla sua insostenibilità politica, mentre la sostenibilità ambientale è già al limite e di per sé richiederebbe di rivisitare il senso di uno sviluppo che espone l’umanità a crescenti rischi e problemi.
Al contrario, come dimostra l’esperienza dei paesi scandinavi e del modello sociale europeo, equità, giustizia sociale, protezione sociale, diritti, rispetto dell’ambiente possono essere volano di sviluppo e al contempo suoi limiti positivi, se sono praticati con le politiche pubbliche e gli strumenti necessari per realizzarli. Perché se la libertà di mercato senza regole può essere efficace nel valorizzare beni individuali, è del tutto inefficace a valorizzare beni pubblici come l’ambiente, la salute, l’istruzione, la formazione e ciò dovrebbe far riflettere anche sui limiti e i criteri delle aperture al mercato di questi settori. 
A loro volta le politiche pubbliche per realizzarsi hanno bisogno – come abbiamo detto prima - di risorse, garantite da un livello di tassazione equo, ma non minimo, perché il giudizio sulla loro adeguatezza sta negli obiettivi che la responsabilità pubblica assume. Tutto ciò vale e a maggior ragione se si volesse affrontare, come bisogna fare urgentemente, il capitolo dell’entità delle risorse a disposizione per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, quello 0,7% del Pil mai attuato neppure da lontano, l’estinzione del debito dei paesi poveri, a partire dall’Africa, le risorse per la cooperazione, la Tobin Tax.
Non c’è dubbio che il profilo descritto delle tendenze generali e delle loro conseguenze sociali, si colloca in un quadro di assenza o di erosione anche in Europa di una cultura, quella che ha sostenuto storicamente l’idea del Welfare State.
Quella cultura ha delle solide basi di partenza nella stessa Carta dell’Onu e nella Dichiarazione dei diritti universali:entrambe descrivono in partenza il profilo di una possibile cittadinanza globale mettendo a fondamento della comunità internazionale i diritti umani e rifiutando la guerra come strumento di regolazione del conflitto; trova radici nelle esperienza storica del patto fondativo delle Costituzioni europee, che affermano il diritto del lavoro, la dignità e il valore del lavoro come fondamento della stessa coesione sociale. Dunque non si parte da zero, ma c’è bisogno di una cultura politica che sostenga e sviluppi l’insieme di quelle acquisizioni storiche in obiettivi e dunque in politiche per realizzarle.
26. L’Europa può fare molto, in tutti i terreni fin qui citati, decisivi per il futuro della comunità internazionale. Moltissimo peserà la Costituzione Europea.
Oggi, il modello sociale europeo è sotto attacco in tutta Europa e l’economia risente degli effetti della congiuntura internazionale. 
In un contesto economico e politico differente, l’Europa si era dotata di una strategia ambiziosa e per noi assolutamente condivisibile, quella di Lisbona, con l’obiettivo di puntare a rendere l’Europa stessa competitiva e protagonista nella scena mondiale attraverso la scommessa sulla innovazione, il sapere, la qualità del lavoro, la formazione come strumento di contrasto all’esclusione sociale.
Quella strategia non ha avuto fin qui gli strumenti comunitari per decollare, né, nel quadro politico mutato, le convinzioni e le condizioni né la ricerca di come finanziare quella politica.
La rilettura intelligente del patto di stabilità, finalizzato al finanziamento degli investimenti indicati a Lisbona, è problema che la Commissione ha il dovere di affrontare, definendo i binari di quella ricerca e le priorità: perché lo scorporo dagli indicatori del debito di quegli investimenti, monitorato e coordinato dalla Commissione, avrebbe anche il senso concreto di creare in embrione una politica industriale europea, attraverso l’orientamento di quelle nazionali.
La soluzione trovata da Francia e Germania, e favorita dall’Italia, va nella direzione esattamente contraria. Affossa la possibilità che la via maestra per lo sviluppo di qualità dell’Europa sia l’Europa, è figlia dello scetticismo europeo o anti-europeo, propone la rottura delle regole per i forti, è un pesante macigno sull’idea stessa dell’Europa.
L’Italia peraltro ha scelto in questi mesi un profilo troppo subordinato. Ha assecondato nei fatti il senso della guerra preventiva, sposandone motivazioni, implicazioni geo-politiche e di modelli di sviluppo. Ha smarrito perfino il profilo della sua tradizionale politica estera, attenta, per la sua stessa configurazione geografica, a tutti i paesi del Mediterraneo. Per questo ha rinunciato a svolgere quel ruolo di mediazione tra Israele e Palestina, anch’esso tradizionale.
27. Abbiamo detto in vari modi le ragioni per cui riteniamo essenziale che si compia il processo di integrazione europeo e che esso sia qualificato da una Costituzione che ne sottolinei il carattere unitario, l’impronta sociale della nuova cittadinanza, il modello di sviluppo peculiare.
Il giudizio che abbiamo dato sull’ipotesi di Trattato costituzionale ha utilizzato una chiave di lettura netta, positiva ma non semplicistica. La valutazione finale sarà conseguente. Si tratterà di valorizzare l’aspetto più positivo, la Carta di Nizza, e di misurare quanto l’intero trattato favorisca la prospettiva dell’Europa e dell’Europa sociale e per questo di un nuovo ordine mondiale. Si tratterà di valutarlo alla luce dell’attacco al modello sociale europeo aperto in molti paesi d’Europa e di come quel Trattato, per i suoi contenuti, lo contrasti, pur essendo figlio delle diplomazie degli stessi paesi. Si tratterà anche di non tacerne le contraddizioni già presenti nel testo consegnato dalla Convenzione alla Conferenza intergovernativa: l’assenza del ripudio della guerra, della cittadinanza di residenza per gli immigrati così importante per favorire quei processi di integrazione la cui centralità è tragicamente riemersa, quella terza parte che rischia di negare le affermazioni della Carta di Nizza, la non nettezza dell’applicazione del voto a maggioranza. D’altra parte non tacere le contraddizioni ha il senso di tenere aperta una prospettiva, delineando i binari del percorso futuro, costruendo alleanze nella società per recuperare quel calo di consenso tra i cittadini, quell’assenza di partecipazione democratica, di senso comune e quindi di pressione sociale per orientare il profilo della nuova Europa.
La vittoria della sinistra in Spagna può favorire la ripresa del processo costituente. 
Consideriamo per noi importante raggiungere questo traguardo e rimuovere gli ostacoli che vi si frappongono e che ripropongono l’idea – allo stato non accettabile- del ritorno alle sovranità nazionali. Senza negarne le contraddizioni e anzi impegnandosi a lavorare per superarle nel tempo, per questo ci basterebbe oggi che i meccanismi di revisione del Trattato costituzionale siano aperti e credibili e che il testo della nuova Costituzione contenga – da subito – almeno l’affermazione forte che l’Europa ripudia la guerra. 
28. La dimensione globale è il banco di prova dell’efficacia della rappresentanza sociale, oltrechè di quella politica, e dunque si pone con urgenza per il sindacato l’interrogativo su quali forme e quali contenuti scegliere per tutelare e promuovere diritti e dignità del lavoro a livello europeo, a livello globale e per questo a livello nazionale.
Il tema della cessione di sovranità dei sindacati nazionali alla Ces è da tempo all’ordine del giorno, senza trovare soluzione. Altrettanto quella della strategia della Ces di fronte all’espandersi in Europa di un vento contrario all’idea di fondo della strategia di Lisbona. 
Nel 2002 e nel 2003, in tutti i paesi d’Europa, sono stati promossi scioperi, tutti sugli stessi temi. La trasformazione in proposta generale per lo sviluppo e la coesione sociale, quella che viene con forza da quegli scioperi, è un interrogativo aperto; l’allargamento, le delocalizzazioni produttive, la necessità di contrattare là dove i processi avvengono ne propongono di ulteriori anche sul piano organizzativo, in un panorama economico e politico europeo quanto mai incerto.
Ancora più forti gli interrogativi e le distanze tra entità dei problemi e capacità di rappresentanza della Cisl Internazionale. Più difficile per la sua stessa dimensione ridefinire il profilo di un sindacato a livello mondiale, che si pensa in quanto tale, scegliendo tra una funzione di lobby e una di rappresentanza, la seconda strada. Il congresso prossimo di dicembre 2004 è un’occasione che non può essere elusa, se non si vuole correre il rischio molto reale dell’irrilevanza del sindacato nei processi aperti a livello mondiale.
La scelta decisiva della Cisl internazionale di rivendicare le clausole sociali, gli standard Oil nelle regole del commercio internazionale, decisiva per orientare quelle regole, non solo non può essere brandita come una clava nei confronti dei sindacati dei Paesi in Via di Sviluppo, che facilmente li vivono come misure protezioniste, ma va ancorata a un’idea generale di prospettiva, che riguardi un nuovo ordine mondiale, le vie per realizzarlo, il ruolo del sindacato in quella costruzione e inevitabilmente i giudizi sulle dinamiche oggi aperte, giudizi che in nome della rappresentanza non possono essere elusi.
La stessa ipotesi importante di dare vita ad un nuovo soggetto sindacale mondiale, non semplicemente somma di Cisl e Cmt, ha senso se è chiaro non solo il perché, oltre che il come.
La lotta al terrorismo e la guerra 
29. Il 10 dicembre, in coincidenza con la giornata mondiale dei diritti umani, la Cgil scelse di discutere di diritto alla pace, di rifiuto della guerra e del terrorismo, e dunque di discutere del conflitto tra culture e religioni di cui il terrorismo si alimenta. A maggior ragione siamo convinti oggi che le nuove interdipendenze e le nuove incertezze e precarietà si trasformano in conflitti esasperati, se non in acqua di coltura del terrorismo e guerra, se non vengono composte sulla base del riconoscimento reciproco, principio di laicità democratica.
I flussi migratori, verso l’Europa e non solo, sono in aumento, sospinti strutturalmente dal divario che tende ad aumentare di cui si è detto tra Nord e Sud del mondo.
L’ Italia e l’ Europa, con i suoi 56 milioni di persone che vivono in un Paese diverso da quello della nascita, sono terra di miraggio di quei flussi migratori: il passaggio dalla convivenza forzata all’integrazione è parte di quella qualità della democrazia da consolidare e preservare.
Quando Khaled Fouad Allam ci ricorda che spesso i terroristi islamici sono allevati in seno a paesi occidentali, mette il dito su uno dei problemi più grandi e più inesplorati delle società moderne.
Il terrorismo islamico – e questo è ancora più evidente dopo la tragedia di Madrid – trae alimento proprio dal conflitto tra culture, in una spirale micidiale che nessuna guerra può spezzare, può solo a sua volta alimentare. Il patto di Ginevra, firmato da esponenti della società civile e intellettuali palestinesi e israeliani, ha anche da questo punto di vista un grande significato e grande è la responsabilità della comunità internazionale, finora incapace di far rispettare le sue stesse risoluzioni, nel non saperlo sostenere.
Il suo valore non sta solo nel descrivere una prospettiva concreta per realizzare l’obiettivo della convivenza in sicurezza di due popoli e due Stati, ma nel rimettere al centro, dopo 50 anni di conflitti, sangue e distruzione, la volontà di pace che non può essere morta nelle due società: quella volontà è il terreno su cui costruire.
Pensare di poter battere il terrorismo islamico senza avviare una soluzione credibile del conflitto israelo-palestinese è una autentico errore; pensare poi che la guerra in Iraq non avrebbe contribuito ad alimentarlo e non avrebbe acceso il detonatore di una miscela esplosiva in un’area geografica decisiva, è altrettanto se non più colpevole. Non si tratta di sottovalutare tutte le misure preventive di sicurezza e di rafforzamento dell’intelligence, e anche dell’uso mirato della forza, che sono decisive per combattere ed estirpare il terrorismo, ma di sottolineare come ignorare le ragioni fondamentali attraverso cui si alimenta consenso al terrorismo sia sempre più irresponsabile e sbagliato. 
30. La Cgil ha assunto in questi mesi una posizione netta e assoluta contro il terrorismo, e ha giudicato sbagliato l’uso della guerra per combatterlo. E sulla base di questo ha partecipato, con tanti altri, e contribuito a far crescere le iniziative del “popolo della pace”. 
Abbiamo nel tempo discusso con quei movimenti che sono stati protagonisti di una critica radicale, ma non violenta, al modello di sviluppo liberista e hanno avuto il grande merito di materializzare sulla scena della politica il tema degli effetti iniqui della globalizzazione, per alcuni versi svelandoli. Con parti di esso abbiamo un legame antico, con altri più recente. Siamo da tempo parte costitutiva della Tavola della pace.
Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo sulla base dei nostri convincimenti e delle nostre analisi, soprattutto sulla base della nostra rappresentanza: questo è il senso della partecipazione della Cgil ai lavori del Social Forum a Firenze, e a Porto Alegre, al Fse di Parigi, al Forum Sociale Mondiale di Mumbai, convinti della necessità di una forte relazione tra forze politiche progressiste, sindacato e movimento, soggetti tutti e tre essenziali per pensare di progettare, prima ancora che costruire, un nuovo ordine mondiale.
Rifiutiamo per questo l’impoverimento dell’idea stessa di politica, intesa come appannaggio autoreferenziale della rappresentanza politica o, al meglio, come coincidente con la rappresentanza politica. 
Ciò che viene negato spesso alla Cgil, ma anche a Cisl e Uil, è la politicità del sindacato confederale come soggetto che compone la dialettica democratica, ciò che viene oscurato, in via generale, è la rilevanza politica della partecipazione civile: ma questa è la via maestra per progettare la qualità della democrazia mondiale a cui aspiriamo. 
31. Proprio in questi giorni, le società occidentali si interrogano sulle immagini spaventose dell’uso della tortura in Iraq. E crescono indignazione e rifiuto anche dove fino ad oggi non si era messa in discussione la scelta w la modalità della guerra. E diventa più forte – giorno dopo giorno – la richiesta di ritiro dei nostri soldati. 
Ai tanti commentatori che esprimono oggi parole condivisibili su questa barbarie che appartiene purtroppo a quella parte del nostro mondo che ha scelto la guerra come mezzo per estirpare il terrorismo, vorrei ricordare quello che dicemmo – quasi un anno fa - in una giornata dedicata alle “Lezioni di pace”: di fronte alla guerra bisogna avere la forza morale di usare per tutti lo stesso criterio di giudizio e di valore. Questo vale per i morti di un campo e dell’altro, o quando invochiamo il rispetto della Convenzione di Ginevra per i prigionieri. 
Molti ci accusarono di essere equidistanti tra democrazia e dittatura, non capendo quello che si era detto e il suo significato: il rifiuto di una doppia morale e di una doppia verità. Quella che ci porta a condannare con la stessa forza le torture ed i tragici atti di ritorsione a queste. 
Ci assumemmo allora insieme, tutti noi, e gli altri tanti che condivisero quella scelta, una scelta ispirata all’etica della responsabilità. La stessa che dovrebbero avere oggi quanti possono decidere per tutti: riconoscere l’errore e voltare pagina. 
Un atto di saggezza e di responsabilità, per evitare altri lutti, altri drammi, altri muri, e davvero per costruire un futuro migliore. Più accettabile, giusto e sicuro per tutti. 
Il ritiro delle truppe dalla palude irachena, che se non viene assunto dal nostro Governo, può essere almeno scelto da tutte le opposizioni non è quindi – come si vuol far credere – una fuga dalle responsabilità. Ma esattamente il suo rovescio: l’assunzione di un’altra diversa e più giusta responsabilità: fermare la guerra, restituire l’Iraq all’autodeterminazione di quel popolo con la guida dell’Onu e della Comunità internazionale, con un ruolo fondamentale attivo dell’Europa. Non può essere la conseguenza prevista di una scelta sbagliata a condizionare la persistenza nell’errore. Se si vuole – come si deve e come noi vogliamo – colpire, isolare e battere questo terrorismo, e dare a questo impegno un fondamento etico e morale indiscusso bisogna ripartire da questa scelta. E prima la si fa, prima si indebolisce il terrorismo; e si rafforza il rispetto della vita, di ogni vita umana, e il suo valore universale. 

Bozza non corretta 

(13 maggio 2004)