La Cgil e il contesto intorno a
noi
1.Due sono i compiti della nostra Conferenza: sistemare, aggiornare, ridefinire la
proposta programmatica della Cgil, a due anni dal Congresso, alla luce dei problemi e dei
processi che stiamo vivendo; mettere a disposizione queste nostre idee, per un disegno di
superamento della crisi del Paese, dei nostri amici di Cisl e Uil, con i quali
condividiamo buona parte di questo lavoro, delle forze politiche, delle istituzioni, delle
nostre controparti, dei tanti soggetti e movimenti di rappresentanza sociale con i quali
lavoriamo.
Le nostre proposte sono naturalmente il portato delle modalità e dei contenuti con cui la
Cgil è stata in campo in questi anni, in maniera forte per quanto riguarda il governo
delle iniziative e delle lotte e in modo rigoroso per lo spirito di ricerca, di
approfondimento, di autonomia critica per quello che concerne il profilo programmatico e lelaborazione
rivendicativa. In questo cè davvero lelaborazione collettiva di questa
stagione, il contributo di tante compagne e compagni, una grande passione che vive in una
sostanziale unità della nostra organizzazione che non comprime pluralismi, spazi e
contributi di ricerca, nelle sedi di libera discussione e di confronto.
2. Ci muove la consapevolezza della gravità della situazione, che pochi hanno avuto ed
hanno compreso quanto noi, e anche la fiducia ragionevole che per quanto difficile una
prospettiva di cambiamento esiste, a condizione che si assumano i giusti obiettivi, le
analisi di scenario corrette, che si esprimano le politiche economiche e sociali
necessarie.
3. Quando tre anni fa nella Conferenza di programma di Roma indicammo i rischi di declino
industriale del paese, sapevamo già allora di dire una considerazione giusta e purtroppo
presente già allora. Quando nellaprile del 2002 dedicammo il nostro convegno alla
congiuntura internazionale e alla prospettiva italiana esprimemmo considerazioni che
rilette oggi si sono rivelate fondate e che potremmo ripetere senza modificare nulla di
quei giudizi e, semmai aggiungendo altri esempi e riscontri a quelle analisi.
Cè in particolare un passaggio delle conclusioni di quel convegno che meritano di
essere riproposte. Dicevamo allora Si fa davvero fatica ad immaginare come quel
modello non possa prima o poi aprire contraddizioni sul versante dellimpresa. La
maggioranza delle imprese italiane non può non cogliere come il disegno del Governo
manchi di una autonoma visione della capacità di innovazione, mentre risponde ad una
logica per la quale limpresa manifatturiera o dei servizi viene ad avere un ruolo di
dipendenza dalle scelte del governo o un ruolo di dipendenza dalla scelta di scaricare su
altri i costi di una competizione senza qualità.
Mi sembra di poter dire che quel prima o poi stia in realtà arrivando, e che il cambio di
Presidenza di Confindustria, al di là di quelli che saranno programmi e idee della
Confederazione degli Industriali che dovremo verificare, sia uno dei tanti segnali di
questa tendenza di cambiamento.
Le imprese italiane, nella loro maggioranza, hanno maturato rispetto a Parma un disincanto
profondo, riflettono sul profilo autonomo che deve avere unassociazione dei loro
interessi, si interrogano in termini nuovi sul rapporto da tenere con tutto il sindacato e
sul valore che un rapporto fondato sul rispetto reciproco rappresenta per le parti, quali
che siano gli orientamenti o le scelte di ognuno.
A questa riflessione aperta fra gli industriali noi intendiamo offrire, come sempre, un
atteggiamento serio, geloso dei nostri punti di vista, non pregiudiziale e inteso a
operare, intanto, un metodo di confronto rigoroso e leale, che non rimuova ma anzi
affronti quello che in questo tre anni è avvenuto nella redistribuzione del reddito,
nella caduta dei veri fattori di competitività del sistema produttivo italiano, nel
determinare richieste di cambiamento nella politica economica e industriale del
Governo.
Non vorremmo in sostanza più ripetere quello che è avvenuto con il documento firmato da
Cgil, Cisl e Uil e Confindustria. Dove la prima a non credere e sostenere quello che
avevamo firmato è stata proprio la Confindustria di Antonio DAmato.
4. Le cause del declino, della vera e propria crisi oggi del sistema Paese, le abbiamo
ripetute tante e troppe volte per continuare a riproporle. Sono quelle note
(specializzazione produttiva, assenza di investimenti in ricerca, dimensione aziendale,
struttura proprietaria, carenza di infrastrutture materiali e immateriali, ristrettezza
dei mercati finanziari): voglio solo aggiungere che esse riguardano lindustria, come
i servizi, lagroalimentare come il commercio e il turismo. Cè un grafico che
più di ogni altra affermazione dimostra questa crisi e il peso diminuito della nostra
presenza nel commercio mondiale. Posta uguale a 100 nel 1998 la quota italiana, la
svalutazione della lira laveva portata nel 1995 a 105, e nel 2002 si è ridotta a
80. Nello stesso periodo le quote francesi e tedesche sono praticamente rimaste
invariate.
Produttività più bassa, e valore relativo delle nostre specializzazioni ne sono la
causa. Correttamente il Presidente Ciampi nel suo discorso del 1 maggio ha riconosciuto,
per la prima volta in modo inequivocabile, come il problema riguardi essenzialmente il
nostro Paese.
Uscire dalla crisi
5. Cè dunque un problema che riguarda noi più forte e peculiare rispetto agli
altri Paesi europei. Ce lo confermano tutti i giorni il numero delle crisi aziendali che
cresce nel settore tessile, in quello chimico, nelle telecomunicazioni e nellelettronica,
nei cantieri navali, nelle tante aziende dellindotto e ovviamente in quelle della
Parmalat e della Cirio. Ce lo dice lestensione di cassa integrazione, della
richiesta di mobilità dei lavoratori, la precarietà del lavoro che aumenta, lemarginazione
da alleanze internazionali senza le quali non cè futuro per molte imprese.
Per questo lobiettivo di fermare la crisi, indicare le politiche che possono
rovesciare la tendenza al declino e riorientare attività e specializzazioni è la sfida
decisiva per il Paese, per i lavoratori e per il sindacato.
E se è vero, come è vero, che questo Governo non è in condizione di avere una politica
economica e industriale capace di affrontare i problemi - e semmai è vero il contrario
ci compete una maggiore responsabilità. Salvare il patrimonio produttivo che
lasciato a se stesso finisce per perdersi, tenere alta per il futuro - costruendola già
oggi la cultura di una nuova stagione della programmazione, in grado attraverso un
ruolo centrale della responsabilità pubblica di operare e orientare la svolta necessaria,
rafforzando e stimolando investimenti sia pubblici che privati.
Terni prima, la difesa delle nostre filiere del tabacco, lAlitalia oggi sono lì a
dirci che possiamo affrontare con possibilità di successo sfide che fino al momento
precedente sembravano perse. E che, anche in questo, il ruolo dei lavoratori e del
sindacato è stato è e sarà decisivo.
6. Fare politica industriale a livello di sistema nazionale significa per noi scegliere
quali settori produttivi sviluppare e quali rafforzare con strumenti e interventi mirati,
dallincentivazione fiscale, al sostegno alla ricerca, dalla domanda pubblica alla
promozione commerciale. Nella nostra situazione questa scelta richiede alcune esplicite
valutazioni di fondo.
La prima: mantengono una grande importanza come fattori di crescita e di sviluppo legato
anche alla innovazione settori industriali considerati a torto maturi: lauto, i
mezzi di trasporto, tutto il comparto del made in Italy, dalla moda al legno.
La seconda: scegliere la qualità oggi vuol dire sempre più orientarsi verso consumi e
produzioni sostenibili, facendo di questi la leva di nuova ricerca e di nuovi
investimenti.
La terza: il Paese è in grandissimo ritardo sui tre terreni più innovativi della ricerca
mondiale, le tecnologie ottiche, le nanotecnologie, le biotecnologie.
La quarta: i mercati liberalizzati nel trasporto, energia, telecomunicazioni, richiedono
nella fase di transizione un ruolo pubblico che in molti casi è mancato, soprattutto nel
definire una politica di sistema. La stessa cosa vale per il settore del credito e dei
mercati finanziari dove la trasparenza è funzione di un utilizzo corretto delle scelte
finalizzate a sostenere investimenti e sviluppo.
La quinta: la formazione, la scuola, luniversità, la ricerca e tutto il welfare
sono condizioni e fattori di sviluppo, di investimento, di crescita. Sono la cerniera
e il metro di misura che separa la nostra situazione dagli obiettivi dellagenda
di Lisbona. Sono il confine, la soglia che ci può portare avanti o riportare indietro,
nella condizione di un Paese modesto, ai margini dei processi di trasformazione che
segneranno il futuro.
La sesta: ogni trasferimento in meno agli enti locali, corrisponde ad una riduzione degli
investimenti, ogni tentazione localistica delle autonomie nei campi delle grandi reti
rende debole ogni politica nazionale di sistema.
Una nuova programmazione
7. Per questo cè bisogno di una svolta, di una nuova ricostruzione, di una nuova
programmazione. Nuova perché si deve esprimere in un mercato diverso, più esteso e
difficile, perché non può non tenere conto della perdita di sovranità nazionale su
quelle materie e su quei poteri una volta disponibili, perché deve riguardare le
politiche europee, nazionali e quelle locali, perché deve darsi strumenti nuovi. E in
particolare, tra questi strumenti, tre su tutti: una diversa articolazione delle strutture
istituzionali del Governo, secondo uno dei modelli si può scegliere - che ci
propongono la Francia, la Germania, il Regno Unito; la costituzione di una o più società
di capitale pubblico in grado di intervenire nelle aree di crisi di carattere finanziario
e sostenere processi di innovazione; una politica di qualificazione dellofferta di
lavoro che abbia lobiettivo da un lato di aumentare di almeno tre anni la formazione
professionale di occupati e disoccupati nella fascia detà fra i 15 e i 34 anni, 4
milioni di persone a rischio di emarginazione e precarizzazione nel futuro lavorativo,
attraverso programmi massicci di formazione continua sul lavoro e nel lavoro, e dallaltro,
di incentivare la formazione e la occupazione di laureati in materie scientifiche agendo
verso le università e le imprese, secondo un finanziamento sul modello tedesco dei
progetti finalizzati alla ricerca e allo sviluppo.
8. Come è evidente, anche sulla base di un esame compiuto delle scelte fatte in questi
anni, una politica industriale in senso lato deve porsi limpegno di estendere e
allargare i rapporti fra la grande impresa italiana e quella europea, secondo il modello
dellalleanza piuttosto che quello fondato su fusioni e acquisizioni, che peraltro,
nella nostra situazione, ci vedrebbe oggetti e non soggetti di decisioni e scelte.
Una diversa redistribuzione del reddito
9. Gli anni che definiscono il punto a cui è arrivato il nostro sistema economico, sono
anche gli anni di una distribuzione del reddito che non ha favorito i redditi da lavoro
dipendente e da pensioni. Molto spesso nella nostra discussione siamo portati a
concentraci sugli ultimi dieci anni e sullesito dellaccordo del 23 luglio. Se
si guarda al periodo più esteso, la quota dei redditi da lavoro dipendente sul Pil in
Italia è diminuito sensibilmente negli ultimi 30 anni del novecento, passando dal 50,6
del 1972 al 40,6 del 2000. Mentre e qui sta il punto - per Paesi come la Francia,
la Germania e la Spagna, la quota si è mantenuta costante nel tempo e nella stessa Gran
Bretagna è sì scesa, ma solo di pochi punti e partendo da una percentuale più
alta.
Tutto questo vuol dire che in Italia gli incrementi di produttività sono andati nel
periodo considerato a profitti, rendite, prelievi obbligatori (fisco e contributi), e che
la diffusione dei lavori discontinui, precari, poveri ha contribuito, sia come causa che
come effetto, a determinare questa situazione.
Non solo, anche gli indici di disuguaglianza contengono dati su cui riflettere.
Diminuiscono fra il 1972 e il 1975, crescono fra il 1975 e il 1991; si mantengono costanti
fino al 2000, per ricrescere con le politiche del Governo di centrodestra.
La divisione dei redditi delle famiglie in Italia appare così dati Banca dItalia
ovviamente come una piramide, la cui base è costituita dal 58,4 delle famiglie (i
primi tre decili) cui va una quota di reddito del Paese pari al 10,8% e il cui vertice è
fatto dallultimo decile, dove il 7,1 delle famiglie ha quasi un terzo del reddito
totale del Pil, oltre il 27%.
10. Ho voluto dare questi dati per dire che declino e ineguaglianza sono andati avanti di
pari passo; che sono processi di fase lunga; che per questo richiedono una svolta generale
di politica economica e sociale.
Il Governo Berlusconi anche sul terremo dei redditi ha prodotto risultati che hanno
aggravato la situazione. Secondo i dati elaborati dallIres, le famiglie degli operai
hanno subito una riduzione dei loro redditi pari al 2,6% e una riduzione dei consumi del
4,1%, mentre imprenditori e lavoratori autonomi hanno visto un aumento dei redditi del
4,5% e dei consumi del 6%.
Per questo ci vuole, accanto ad una diversa politica di sviluppo, una diversa politica di
distribuzione dei redditi, quella che abbiamo chiamato una nuova politica dei redditi,
finalizzata ad accrescerne il peso e a favorire un lavoro e uno sviluppo di
qualità.
Fisco, politiche contributive, controllo dei prezzi, disponibilità, costo e qualità dei
beni sociali, a partire dalla casa e da tutti i settori del welfare, politiche
contrattuali e scelte in favore dei giovani e degli anziani, ne sono gli strumenti
fondamentali e di sistema.
Il fisco che serve
11. Non è un caso che su ognuna di queste politiche, le scelte del governo Berlsuconi
sono andate nella direzione esattamente opposta a quella necessaria per operare una scelta
di equità, coesione e giustizia sociale. Un Governo che non ha tenuto conto in alcun modo
delle raccomandazioni del sindacato, a mettere sotto controllo prezzi e tariffe. Un
Governo che non ha nessuna politica nei confronti della casa. Un Governo che ha operato
scelte nel welfare, nel campo della sanità, della scuola, della formazione, dellassistenza
che hanno aumentato i costi per i cittadini e ridotto la qualità dei servizi offerti. Un
Governo che ha puntato scientificamente a tenere basso il tasso di inflazione programmata
per determinare un sistema di convenienza verso le imprese e di danno per i lavoratori. Un
Governo che non ha stanziato in Finanziaria le risorse necessarie per il rinnovo del
secondo biennio del contratto di tutti i lavoratori pubblici. Un Governo, infine, che si
appresta ad una operazione fiscale che da parte nostra non può essere accettata e
condivisa.
Su questo punto, vista anche la delicatezza del tema e gli effetti che può avere su una
parte dei cittadini del Paese, è bene essere chiari. Per il sindacato, per la Cgil il
fisco rappresenta lo strumento con il quale si costruiscono i doveri dello Stato, si può
alimentare una politica di difesa delle tutele e dei diritti e si stabilisce un patto,
fatto di principi e regole, fondamentale che lega i cittadini fra di loro e ogni cittadino
verso lo Stato. Un paese che ha il livello di debito come quello in cui viviamo,che
presenta una trimestrale di cassa scritta con molte difficoltà e incertezze che è sotto
controllo e rischio di sanzioni da parte della Commissione Europea, è anche un Paese che
non può permettersi una riduzione generalizzata del prelievo fiscale delle dimensioni di
quelle annunciate dal Governo, come non a caso ha deciso in questi giorni di fare il
Governo francese. Delle due luna, infatti: o il Governo, il nostro, fa annunci e
promesse che poi non manterrà,così come è avvenuto in quasi tutte le scelte di questi
ultimi tre anni, e quindi siamo in presenza di un annuncio dai caratteri elettoralistici
che poi si tradurrà in effetti molto ridotti anche se con danni rilevanti, oppure se il
Governo intende essere conseguente a quello che afferma, va da sé che loperazione
per quanto riguarda i tagli della spesa dei trasferimenti non potrà che essere di
dimensioni gigantesche. E più si affanna il Governo a dire che non vuole toccare le spese
sociali e lo stato sociale e in modo particolare la sanità, la scuola e la sicurezza,
più tutte queste argomentazioni dimostrano che questo pericolo in realtà è dentro la
stessa dimensione delloperazione che viene annunciata.
Una riduzione generalizzata delle tasse modellata sulla struttura della delega fiscale
contiene infatti in sé tre negatività complementari. E una manovra iniqua, due
volte iniqua, perché sostiene i redditi più alti e dà poco ai redditi più bassi,
proprio mentre la distribuzione del reddito in Italia come si è visto richiede lesatto
contrario.
In secondo luogo costringe a scelte di taglio sulle spese pubbliche che finiscono
inevitabilmente per concentrarsi sulle spese sociali e sui trasferimenti agli Enti Locali,
determinando direttamente e indirettamente un freno agli investimenti pubblici e alla
crescita e un aggravio di costi per i cittadini.
In terzo luogo non può che essere punitiva anche nei confronti di una serie di misure di
agevolazione fiscale verso limpresa, delle quali limpresa oggi non solo ha
bisogno ma che andrebbero assolutamente rafforzate sia dal punto di vista qualitativo che
delle disponibilità finanziarie. Soprattutto nel Mezzogiorno questa scelta porterebbe ad
una ulteriore penalizzazione dellimpresa e degli investimenti, cancellerebbe la
programmazione negoziata, o quello che resta di essa, rimetterebbe in discussione certezze
e affidamenti.
Per questo quella del Governo è una proposta che va respinta ed è una proposta alla
quale va contrapposto un altro ordine di ragionamento e di intervento.
Ogni misura di riduzione del prelievo fiscale, infatti, non può che partire per noi dalla
restituzione del drenaggio fiscale per i lavoratori dipendenti e da una misura fiscale
conseguente per sostenere i redditi e il valore delle pensioni e in particolar modo di
quelle più basse. E non può avere quella dimensione quantitativa pari da qui al 2006 a
quasi due punti di valore del nostro Pil.
Se si vuole e questo nostro ragionamento vale per loggi e per il futuro, per
questo Governo e per quelli che speriamo verranno più in là davvero trovare le
risorse necessarie per rilanciare investimenti, consumi e sostenere la parte più debole
della società, queste vanno ricercate dove sono andati in questi anni i trasferimenti di
reddito: nelle ricchezze finanziarie, e nei guadagni degli investimenti finanziari.
Abbiamo calcolato che solo negli ultimi anni, per ogni euro investito in attività
produttive ve ne sono almeno 100 investiti nelle attività di altro segno, determinando il
paradosso di un Paese che si impoverisce come lavoro dipendente e come reddito da pensione
e anche parzialmente come impresa, e diventa ricchissimo come tutto altro da questo, con
gli imprenditori a volte molto più ricchi delle loro aziende, e con manager più pagati e
remunerati dei loro azionisti.
Se non si imbocca questa strada, le modalità per trovare le risorse necessarie per
rendere più europea la media della nostra spesa sociale soprattutto per
scuola, sanità, sostegno al reddito, non possono avere risposta. E inevitabilmente si
finirebbe per determinare una situazione uguale a quella che ha ispirato la delega
previdenziale, dove non cè un solo contenuto riformatore, dove non cè
nessuna logica plausibile anche alla luce del peggioramento parlamentare del testo
per il calcolo pensionistico dei dipendenti pubblici e per lo svuotamento della previdenza
integrativa su basi contrattuali - che non sia quella riconducibile ai vincoli di bilancio
e allesigenza di ridurre la spesa e di rassicurare su questo Bruxelles.
La decisione di mettere la fiducia sulla delega senza e prima che il Parlamento abbia
potuto discuterla e presentare emendamenti è una scelta gravissima, alla quale
risponderemo, che chiude il dialogo con noi e impedisce le prerogative parlamentari. Un
atto insieme di estrema arroganza e di estrema debolezza.
Un cammino comune
12. Guardando a questa possibilità, alle contraddizioni che uneventuale scelta del
Governo in questa direzione produrrebbe, assume sempre più importanza e sempre più
rilievo il valore della proposta unitaria che Cgil, Cisl e Uil approvata dallAssemblea
dei delegati dellEur.
Un valore per il merito che assume e per il suo carattere unitario, che le dà la forza di
parlare e rappresentare proposte per conto della grande maggioranza del lavoro dipendente
e dei pensionati del nostro Paese.
Una proposta che rovescia le priorità e lagenda del Governo, partendo dal bisogno
di una diversa politica dello sviluppo e degli investimenti, del Mezzogiorno, e di una
nuova politica dei redditi tesa ad aumentare i redditi da lavoro dipendente e da
pensione.
Una piattaforma che ha avuto il valore di mobilitare con lo sciopero, con le iniziative,
con le mobilitazioni milioni di lavoratrici e milioni di lavoratori e che ha fatto da
cornice ad una importante iniziativa nei territori e nelle regioni che hanno portato a due
innovativi accordi di concertazione in Emilia-Romagna e in Toscana, e a grandi scioperi
unitari, per ultimo in Calabria.
Come sapete, allinvio da noi formulato al Governo di discutere con noi i contenuti
della nostra proposta unitaria, il Governo fino ad oggi non ha avanzato nessuna risposta.
Potrei dire che questo silenzio in realtà rappresenta una risposta. Abbiamo già avuto
modo di commentare, unitariamente e ognuno per sé, il significato grave di questa scelta
e non abbiamo evitato di dare a questa situazione la giusta valutazione negativa che
merita.
Dobbiamo adesso decidere il da farsi. Come sostenere ancora di più questa nostra
posizione, come contrastare, se queste saranno, le scelte del Governo a partire dai
contenuti del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria. E dobbiamo riprendere
quelliniziativa che avevamo annunciato di un passaggio istituzionale per segnalare
la gravità della situazione che su questo nostro invito, non raccolto, si determina nella
vita sociale, politica e istituzionale del Paese.
Io penso che questa spinta di iniziativa, di lotta, di mobilitazione non possa fermarsi,
dopo lo sciopero generale del 26 marzo e il suo risultato, dopo la grande manifestazione
dei pensionati e quella dei medici e dellUniversità, e dopo lo sciopero generale
del Pubblico Impiego, dellUniversità e della Scuola del prossimo 21 maggio. Non
tocca a noi indicare oggi le modalità e le forme di questo proseguo di mobilitazione. Le
dobbiamo discutere e decidere insieme, e dobbiamo farlo con lattenzione unitaria di
cui cè bisogno. Ma è altrettanto evidente che noi di fronte a risposte che non
arrivano e non arriveranno, non potremo unitariamente stare fermi.
Anche perché lampiezza della mobilitazione e della lotta è una delle condizioni,
come si è visto nelle ultime vertenze, per conseguire risultati.
13. La piattaforma unitaria è anche un passo in avanti nel tentativo di ricostruzione di
un rapporto unitario più saldo e più esteso. Abbiamo ritenuto importante determinare le
condizioni di questa ritrovata unità dazione, soprattutto perché questa si è
fondata sulla condivisione di valutazioni, di giudizi, di iniziative e di proposta
unitaria.
E questo non ha riguardato soltanto il centro, le categorie nazionali, ma anche moltissimi
territori e molte regioni. Sia dove si sono fatti importanti accordi con le controparti
istituzionali e le controparti sociali, sia dove si sono avute importanti e ripetute
iniziative di lotta.
Tutto questo rafforza la direzione unitaria del lavoro confederale.
Dobbiamo allora porci, e questa è la sede, linterrogativo di come proseguire, come
sviluppare, come dare a questo rinnovato rapporto unitario, una prospettiva di
consolidamento e un avanzamento ulteriore.
Io penso e non credo di sbagliare - che ci sono queste condizioni, e che proprio la
situazione del Paese, la crisi produttiva, il moltiplicarsi di situazione di crisi
aziendali, la gestione di vertenze difficili che abbiamo avuto, attraversato, risolto o
che possiamo risolvere, richiede questo sforzo e questo avanzamento. Al tempo stesso ci
vuole il realismo e lesperienza di quello che abbiamo alle nostre spalle ci dice che
dobbiamo muoverci insieme con prudenza e con determinazione. Perché così come grandi
elementi di novità si sono prodotti positivamente in questi mesi, ancora restano molte
materie, questioni e situazioni nelle quali i punti di vista divergenti e le divisioni non
sono ancora superati.
Penso in modo particolare a quegli aspetti che ci hanno diviso con maggior forza negli
ultimi due anni, a quelli che discendono dagli schemi attuativi della legge 30 e alla
situazione del settore metalmeccanico dove due contratti separati e la inevitabile e
giusta iniziativa della Fiom di riconquistare un potere contrattuale hanno determinato una
divisione che ha coinvolto i delegati e i lavoratori e che in buona misura permane.
Le strade che si possono percorrere per muoverci in questa direzione, di un consolidamento
prudente ma determinato di questa prospettiva sono sostanzialmente due. La prima:
continuare fra di noi il lavoro di approfondimento, di discussione, di sviluppo delle
politiche che ci vedono su posizioni ancora diverse. Trovare sui punti aperti qualche
punto di avvicinamento possibile, ragionare onestamente e lealmente su quello che
viceversa resta di non comprimibile nella mediazione unitaria. E in secondo luogo
riprendere un lavoro e una ricerca comune intorno ai temi della democrazia, della
rappresentatività e della rappresentanza. Anche questo non è un terreno nuovo
discussione, di ricerca o di divisione; e ognuno di noi sa con certezza e con precisione
quali sono le obiezioni che ognuno muove agli altri e le posizioni che ognuno ritiene
valide per sé e per gli altri.
Ci ha diviso e ci divide una diversa valutazione, soprattutto con la Cisl, circa lesigenza
di avere una proposta legislativa in grado di rendere esigibile e universale il sistema di
misurazione della rappresentatività e di validazione democratica dellazione del
sindacato.
Una differenza questa non di poco conto, ma è anche una differenza che oggi, nelle
condizioni di questo governo, di questa maggioranza parlamentare, in realtà per gli
effetti è rimandata nel tempo. Questo può e dovrebbe consentire la possibilità della
ricerca di un lavoro unitario per valutare intanto se vi possano essere le condizioni per
una intesa fra di noi.
Avevamo già deciso, insieme in realtà, di costituire una commissione di lavoro
incaricata di portare avanti questa verifica e questa possibilità di convergenza. Io
credo che si possa rilanciare questa proposta, se i segretari di Cisl e Uil fossero daccordo
e decidere da subito di mettere al lavoro questa commissione in modo tale da definire con
maggior precisione fin dove possiamo raggiungere un compromesso e fin dove, invece,
restano aperti i problemi.
Va da sé che se fossimo in condizione di arrivare ad unintesa possibile tra di noi
su questo tema, questa potrebbe diventare oggetto di confronto con la Confindustria e con
le altre associazioni imprenditoriali, recuperando anche una iniziativa autonoma delle
forze sociali su questo tema.
Voglio solo aggiungere che se si riflette sulla realtà concreta di quello che avviene
giorno dopo giorno nei luoghi di lavoro, nelle categorie quando rinnovano i loro
contratti, o nella gestione di vertenze penso per ultima alla straordinaria
modalità democratica che si è espressa nella gestione e nella conclusione della vertenza
dello stabilimento Fiat di Melfi forse è possibile immaginare qualche passo di
avanzamento della nostra ricerca.
Daltra parte non ha senso limitare soltanto al settore pubblico una verifica
democratica della rappresentatività che abbia un valore generale. Volgendo il nostro
pensiero commosso a Massimo DAntona a cinque anni dalla sua morte,vogliamo ricordare
a noi stessi che fra gli ultimi atti del suo lavoro cera proprio quello teso ad
estendere al comparto del trasporto le norme contenute nella legislazione per il pubblico
impiego. Si può immaginare un mondo del lavoro dove esistano su questa questione,che è
una questione generale, una presenza di regole che ha dimostrato di funzionare per una
parte e unassenza totale di regole per laltra? E anche sulla democrazia di
mandato, sui percorsi per validare da parte dei lavoratori piattaforme e accordi, in
realtà, al di là delle distinzioni molti passi in avanti si sono fatti.
Nella stessa categoria del metalmeccanici è aperta una discussione che potrebbe essere
particolarmente importante nella gestione degli accordi di secondo livello e nella
possibilità di definire, anche attraverso questa strada, una piattaforma unitaria per il
rinnovo del biennio economico del contratto.
Il valore tra i tanti che si possono leggere della vertenza di Melfi risiede
anche nellesercizio delle regole democratiche, per validare piattaforme e accordi, e
dare forza per questa via al rapporto fra sindacato, Rsu e lavoratori.
Le regole della democrazia sindacale
Quello che voglio ripetere ancora una volta è che per noi, per la Cgil, risolvere questo
problema non vuol dire come talvolta ci viene detto polemicamente affermare
il diritto del più forte, far prevalere con la democrazia le opinioni di una parte. No.
Vuol dire principalmente unaltra cosa: mettere su gambe più sicure il percorso di
costruzione di un soggetto unitario fatto di differenze, di diversità e di rispetto
reciproco. Decidere esattamente i percorsi e le regole attorno alle quali lunità
non solo è possibile ma diventa assolutamente necessaria.
A chi, come il Ministro del welfare, e ai suoi sottosegretari, e a tanti che la pensano
come lui, vogliono mettere in discussione e attaccare il ruolo, la funzione, la
rappresentatività del sindacato per colpirne rappresentanza e valore democratico e
rendere più deboli i lavoratori e i loro diritti, va contrapposta la pratica di un
sindacato autonomo nei suoi programmi, unito nei valori di riferimento e pienamente
democratico.
14. Daltra parte oggi ed è questa una riflessione che vorrei fare
soprattutto insieme con gli amici e ai compagni della Cisl e della Uil siamo in
presenza di un disagio sociale crescente, di politiche soprattutto messe in campo dal
Governo, che tendono ad accentuare risposte e forme di conflitto rilevante.
Se prendiamo in esame i casi più recenti in cui si è esercitata una forte
conflittualità, che in molti casi è andata oltre le regole della legge, o delle
consuetudini delle forme di lotta del sindacato, come la vertenza del rinnovo contrattuale
dei lavoratori del trasporto pubblico locale, la questione dellAlitalia, la vicenda
di Melfi, su un altro versante la lotta di Scanzano, si avverte il bisogno di leggere bene
i segni, i tratti, e i paradossi di questi fenomeni. Da un lato questi processi
conflittuali esprimono e mantengono un forte segno identitario, di aziende, di
professioni, di territori, e in questultimo caso con accenti comunitari, in parte
inediti.
Più si nasconde il lavoro, il suo valore, la sua dimensione concreta e quotidiana, fino a
negarla o a trasfigurarla in una rappresentazione puramente virtuale e immaginifica, più
la sua identità reale è costretta ad esprimersi col conflitto dimostrativo.
Da un altro lato queste lotte contengono una forte domanda di partecipazione e democrazia.
Si lotta per affermare il diritto a decidere, a contare nelle scelte. In questo esprimono
una carica che si contrappone alla riduzione del processo della mediazione democratica e
del ruolo dei soggetti di rappresentanza sociale.
Per sentirsi meno oggetti e più persone, lavoratori nella pienezza dei diritti, il
conflitto viene scelto come via risolutiva.
Infine, il paradosso più evidente.
Quello per cui si lotta anche in maniera estrema ha un contenuto tradizionale e
tipicamente sindacale(vorrei dire se non fossi frainteso, tipicamente riformista): parità
di salario a parità di lavoro, turni meno massacranti, la richiesta di rispetto e
dignità, lattuazione delle regole contrattuali, la possibilità di decidere come
istituzione locale, il rifiuto di pagare sempre per responsabilità dei Governi e della
responsabilità delle imprese, la difesa delloccupazione.
Richieste normali che richiedono scelte di lotta radicali, e che
sono il fattore del consenso sociale che questi episodi hanno avuto, al di là delle
persone interessate.
Se questo è il paradosso a cui si arriva per responsabilità delle intenzioni e delle
scelte del Governo, con noi dovrebbero interrogarsi le imprese, che dovrebbero essere
interessate, nelle aree non dipendenti da scelte di terzi, e soprattutto del Governo, di
intervenire prima che i fatti esplodano e di scegliere una modalità di soluzione dei
problemi più utile ed intelligente anche per loro.
Spero che la nuova Confindustria abbia lattenzione giusta a questo aspetto e la
forza di segnare anche qui il cambiamento necessario.
Voglio solo aggiungere che se oggi possiamo avanzare questo ragionamento è perché le
importanti vertenze che erano aperte le abbiamo sapute indirizzare e risolvere con
risultati positivi.
La vertenza di Melfi può essere davvero considerata come svolta dal grande valore
simbolico e paradigmatico.
Un settore in crisi, unorganizzazione del lavoro penalizzante per i lavoratori, una
condizione del lavoro insostenibile, un paternalismo unilaterale fatto di sanzioni e
richiami disciplinari, una classe di lavoratori mediamente giovani che si riappropria di
una richiesta di cambiamento, una lotta dura e lunga per rimuovere il rifiuto a trattare,
la modifica delle forme di lotta, la trattativa e infine laccordo gestito
unitariamente dalle Rsu e validato nei prossimi giorni dal voto di tutti i lavoratori. Un
percorso gestito con coraggio dalla Fiom e dalle nostre strutture locali e concluso
unitariamente da tutto il sindacato. Se siamo oggi tutti più forti lo dobbiamo a questi
lavoratori, e dobbiamo sapere che gli effetti di questo risultato peseranno anche al di
là di quanto oggi ognuno di noi è in grado di prevedere.
Le scelte contrattuali
15. In questo contesto, la nostra storia contrattuale ha sempre dovuto fare i conti, come
è ovvio, con le condizioni economiche e produttive del sistema-paese e con le aspettative
dei lavoratori e delle lavoratrici. Aspettative strettamente legate al lavoro, alle
condizioni di vita, al welfare e ad una politica economica per la tutela di tutti i
redditi, a partire dalle politiche fiscali. Temi che, se non affrontati con equità da
parte dei governi, tendono a ricadere sulle politiche contrattuali che sono uno strumento
importante per la difesa del potere dacquisto delle retribuzioni dei lavoratori e
come tale non può prescindere da quanto si determina nelle dinamiche generali di
reddito.
Allo stesso tempo non può non pesare la dimensione nuova della precarietà del lavoro che
da un lato condanna i lavoratori precari a condizioni di sottosalario e di diritti più
ridotti, dallaltro sicuramente indebolisce anche lazione rivendicativa delle
aree dei lavoratori con rapporto a tempo pieno e indeterminato.
In questi ultimi quattro anni sono avvenuti e si sono accentuati nellimpresa e nel
lavoro pubblico forti cambiamenti che hanno riguardato il decentramento produttivo, le
esternalizzazioni, laumento della flessibilità.
La contrattazione è quindi lo strumento più importante che ha a disposizione unorganizzazione
sindacale, perché da essa discendono le conquiste e le mediazioni e talvolta le sconfitte
che costituiscono parte essenziale della storia del movimento dei lavoratori.
Dobbiamo per questo avere la massima attenzione verso quelle scelte che ci consentono di
sostenere la sfida che abbiamo di fronte: rilanciare ed estendere la contrattazione e la
sua qualità, dovendo fare i conti con un Governo che ha scelto di non rispettare lo
strumento della concertazione che stava alla base delle regole contrattuali che ci siamo
dati con il Protocollo del luglio 93, e un sistema di impresa che anche su questo ha
operato una scelta di resistenza alle nostre rivendicazioni.
Malgrado questo, tranne il grave atto di divisione, avvenuto con il secondo accordo
separato per il contratto dei metalmeccanici, che si poteva evitare o governare
diversamente ricorrendo alla consultazione dei lavoratori ed al Referendum, come la Fiom
aveva chiesto, sono stati rinnovati fino ad oggi unitariamente oggi dopo la
conclusione per il settore tessile - quasi tutti i contratti dellindustria, tranne
il Legno, i Lapidei, la Gomma Plastica e gli Edili, mentre è purtroppo fermo da venti
mesi il contratto del commercio.
Anche nel comparto artigiani, siamo riusciti con un compromesso a superaree uno stallo
lungo dai tre ai quattro anni con lintesa raggiunta il 17 marzo scorso, che deve
consentire a tutte le categorie di concludere la parte economica di quei contratti aperti,
nei modi e nei termini indicati dalla prima parte dellintesa confederale, per
proseguire successivamente al confronto sulla seconda parte riguardante le linee guida per
il nuovo modello contrattuale, che lo dico con chiarezza - non può avere forzature
rispetto al testo dellintesa.
Sono fermi, invece, i rinnovi biennali di tutto il settore pubblico, e non ancora chiusi i
contratti scaduti per la dirigenza, i medici, lUniversità e la Ricerca.
Lo sciopero del 21 maggio acquisterà perciò un particolare significato: quello di
difendere un diritto, un sistema di qualità nei servizi pubblici con particolare
riferimento alla scuola e alla sanità, un modello di riforma, di contrattualizzazione del
rapporto di lavoro e di rappresentanza, di valorizzazione del lavoro pubblico. Invito per
questo tutte le nostre strutture territoriali a sostenere questo sciopero e a contribuire
alla partecipazione alla manifestazione unitaria che venerdì prossimo riempirà Piazza
San Giovanni.
Non usi il Governo risposte strumentali o inesistenti come ha fatto fino ad oggi e
soprattutto non trovi la scusa di usare le risorse necessarie per i rinnovi pubblici per
finanziare la riduzione delle tasse. Non consentiremo, infatti, di aprire strumentalmente
una divisione sociale, giocata interamente contro il lavoro e i suoi diritti. Come su un
altro versante avvertiamo il Governo che non si può giocare ancora una seconda volta con
il rinnovo contrattuale dei lavoratori del Trasporto Pubblico Locale. Non ci può essere
una seconda volta uguale alla prima, perché questa volta noi non ci staremo.
16.Per quello che ci riguarda avendo più volte chiarito che non bisogna confondere le
strategie e gli obiettivi della contrattazione con la struttura che la sorregge e laccompagna,
vogliamo qui riepilogare quelle che sono le nostre scelte e i nostri obiettivi.
a) I contenuti normativi
·la valorizzazione della parte normativa è per noi un atto politico importante per
intervenire sulle politiche industriali, per evitare che nuovi assetti societari e la
frantumazione del ciclo delle imprese cancellino i diritti conquistati con la
contrattazione interconfederale e di categoria, nonché con lo Statuto del Lavoratori che
abbiamo difeso con la lotta in difesa dellarticolo 18 e con le nostre proposte di
legge;
·linformazione e il controllo, come insieme normativo per il rafforzamento del
ruolo e del potere contrattuale delle Rsu e del sindacato, sono oggi assolutamente
indispensabili per intervenire sulle riorganizzazioni e ristrutturazioni dei processi
produttivi, prima che questi avvengano;
·vanno difesi e ampliati i diritti individuali e collettivi, su tutto ciò che attiene il
lavoro e i rapporti di lavoro; la formazione e la riqualificazione, la valorizzazione dei
saperi, delle professionalità con la rivisitazione degli inquadramenti professionali, il
controllo della organizzazione del lavoro e degli orari, e reso più forte limpegno
su ambiente, salute e sicurezza;
·vanno garantiti diritti e pari opportunità per uomini e donne che lavorano in questo
paese, e per i giovani dei nuovi lavori, sempre più flessibili e precari;
·vanno contrastati gli effetti del decreto 276, sia rispetto alle nuove tipologie dei
rapporti di lavoro che producono precarietà e doppi regimi, sia rispetto al ruolo
improprio del sindacato e degli Enti Bilaterali.
b)I contenuti economici
Per quanto riguarda la politica salariale, il nostro obiettivo primario resta lincremento
sostanziale delle retribuzioni, attraverso la rivalutazione del salario contrattuale e
professionale, coinvolgendo rispettivamente i due livelli di contrattazione nei modi e nei
termini contenuti nel documento conclusivo del Congresso di Rimini.
Anche per questo non possiamo accettare linflazione indicata dal Governo perché
volutamente lontana da quella reale e perché finalizzata a quella politica economica
ritenuta da noi, da Cisl e Uil nel documento dellEur fallimentare e iniqua.
c)Il modello contrattuale
Il ruolo del contratto nazionale per la Cgil non va depotenziato, nel suo ruolo di
riferimento e autorità salariale e normativa. Per questo va riconfermato e valorizzato
come elemento di pari opportunità, dignità, tutela e solidarietà fra tutti i lavoratori
del settore.
Per questo siamo contrari ad un federalismo contrattuale finalizzato alla diversificazione
di diritti e salari fra i territori del nostro paese. Pretesa incomprensibile e
incoerente, avanzata con scopi ed obiettivi che nulla hanno a che vedere con la funzione
della contrattazione territoriale confederale e categoriale.
Nel territorio si deve incentivare la contrattazione sullo sviluppo, sui sistemi locali,
sul ruolo dei distretti, sulle politiche dei servizi sui bisogni sociali fondamentali, e
su tutto ciò che investe la politica economica e sociale di un territorio o di una
regione, qualificando confederalmente la contrattazione sociale territoriale.
La contrattazione territoriale di categoria o di distretto può sostituire per alcune
categorie e per gli artigiani la contrattazione aziendale, sui contenuti e sulle materie
che i contratti nazionali di categoria intendono demandare a quel livello.
Dobbiamo, infine, riqualificare ed estendere la contrattazione aziendale e allo stesso
tempo individuare forme, percorsi, strumenti utili a riunificare o coordinare le
rivendicazioni dei lavoratori dei siti produttivi ove convive limpresa madre con linsieme
del decentramento produttivo effettuato dalla stessa impresa. E dobbiamo articolare la
contrattazione dei grandi gruppi al fine di mantenere unite le informazioni e i controlli
sulle strategie industriali, portando la contrattazione nel singolo luogo di lavoro, sulle
condizioni della prestazione lavorativa e sullinsieme dellorganizzazione del
lavoro.
La contrattazione aziendale o di ente, o di qualsiasi posto di lavoro, è per noi la sfida
più importante per intervenire nel cuore del lavoro e delle condizioni di chi lavora.
E il luogo più vicino alle persone che rappresentiamo, ove delegati, Rsu e Rls si
misurano con limpresa e con la pubblica amministrazione intervenendo su
rivendicazioni immediate e diritti legati alla condizione ed alla organizzazione del
lavoro.
E il luogo ove si esercita in diretta e quotidianamente il ruolo della
rappresentanza sindacale e che ci consenti di rafforzare la nostra rappresentatività per
poter difendere gli obiettivi e le politiche generali e categoriali delle organizzazioni
sindacali.
Per questo non ha senso una divisione fra chi vuole puntare tutto sul contratto nazionale
e chi pensa di spostare il baricentro verso il secondo livello di contrattazione. I due
livelli sono per noi complementari e insostituibili, vanno difesi e vanno riproposti
valorizzando la specificità dei loro compiti e dei loro ruoli.
Dobbiamo invece - procedere ad un lavoro di aggregazione e di razionalizzazione del
numero dei contratti, guardando sia alle trasformazioni avvenute, sia ad una
semplificazione che possa rafforzare il nostro potere contrattuale.
I contenuti, i tempi e le regole saranno larchitrave di un modello contrattuale in
grado di rispondere alle nostre scelte nel nuovo contesto politico generale.
d)La contrattazione nel contesto europeo
Il nostro modello di relazioni sindacali e contrattuali, e i suoi livelli di confronto e
di rivendicazione, viene spesso trattato nello scenario europeo come unanomalia.
Noi riconosciamo la necessità di individuare per i lavoratori europei un apolitica
contrattuale sopranazionale che, partendo dalle regole sullinformazione e sulla
partecipazione, definisca il valore e limportanza del confronto tra le parti. Si
tratta, in sostanza, di andare oltre la pratica del dialogo sociale e delle direttive in
materia di lavoro e diritti, della funzione pur utile dei Comitati Aziendali Europei
(CAE).
Per armonizzare su scala europea la strategia sindacale e rivendicativa occorrono sedi e
forme riconosciute di rappresentanza, regole democratiche, il varo del trattato
costituzionale per favorire coesione sociale anche a fronte dellallargamento, un
forte coordinamento della Ces.
Attività contrattuale che deve vedere ovviamente impegnate le federazioni di categoria
europee sulla base del principio di non regressività, respingendo i tentativi di attacco
ai diritti e alla struttura contrattuale che i governi di destra raccomandano ai propri
paesi anche attraverso i gruppi di lavoro europei sullargomento.
17. Sullinsieme delle politiche contrattuali, abbiamo avviato da alcuni mesi, come
Cgil, un confronto al nostro interno per ricercare, approfondire e costruire una nostra
posizione su obiettivi, regole e contenuti della futura contrattazione.
Abbiamo ritenuto utile aprire un dibattito per coinvolgere tutte le nostre strutture in
questa ricerca. Il lavoro è quindi avviato, le strutture confederali e di categoria si
stanno misurando sul merito rispetto al percorso indicato nella riunione con i segretari
generali delle strutture del 3 marzo ultimo scorso.
La Cgil Nazionale considera utili e di pari importanza le indicazioni e le proposte che
verranno avanzate, e dovrà, nei prossimi mesi fare sintesi politica e proporre al
Direttivo Nazionale, le scelte confederali in grado di rappresentare la linea contrattuale
necessaria ai bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici e rispettosa delle scelte
congressuali che insieme abbiamo compiuto.
Dovremo poi misurarci con Cisl e Uil, e costruire una posizione unitaria quale condizione
indispensabile per ogni eventuale confronto con le Associazioni Imprenditoriali e con
tutte le nostre controparti.
In assenza di nuove regole di politica e assetti contrattuali, sarà la coerenza ai nostri
obiettivi strategici che dovrà accompagnare lattività rivendicativa ad ogni
livello, utilizzando a questo fine limpianto contrattuale esistente.
Le regole come opportunità e valore della solidarietà
18. La democrazia sociale e la contrattazione si fondano sulle regole che ne determinano
efficacia universale e garanzia formale. Nella nostra cultura, quindi, le regole non
possono essere avvertite mai come un limite ma come una opportunità e un valore di
solidarietà. Anche quando da quelle in essere bisogna muoversi per conquistarne altre di
più avanzate.
Eimportante questa cultura delle regole patrimonio di tutta la storia della
Cgil - perché sulle regole oggi in Italia si gioca una grande e delicata partita
democratica, iniziata con la legge sul falso in bilancio fino allapprovazione della
legge Gasparri, in questi giorni, e alla discussione parlamentare in corso sulla
pseudoriforma federale e di modifica di parti sostanziali della nostra Costituzione.
L'iniziativa legislativa del centrodestra, oltre e accanto a questi provvedimenti, è già
pesantemente intervenuta sui diritti individuali e ha intaccato significativamente il
principio della laicità dello Stato. Questo, infatti, rappresentano gli interventi sul
mercato del lavoro, la Bossi-Fini, la legge sulla procreazione assistita, gli interventi
sulla scuola privata, i provvedimenti sulle droghe leggere, l'affermazione costante di unidea
esclusiva (prima ancora che espressione di una cultura lesiva dei diritti delle persone,
della libertà e del principio di laicità) della nozione di famiglia, che porta a negare
diritti alle coppie di fatto.
Siamo in presenza di una idea di libertà fondata sullindividualismo (nel lavoro,
nella sanità, nella previdenza, nella scuola) che si contrappone alla libertà positiva
dove diritti e libertà individuali prendono forza e ragione di eguaglianza dalle libertà
e diritti comuni.
Tutto ciò avviene, non a caso, in un quadro di messa in discussione, quando non di aperto
conflitto, con le politiche e la legislazione europea: in un rifiuto costante delle regole
sovraesposte e con un ruolo marginale nei lavori conclusivi della Convenzione
Europea.
19. La riduzione dei diritti fondamentali di cittadinanza, conseguenza del progetto di
devoluzione del Governo, si lega in modo altrettanto inscindibile al cuore della proposta
istituzionale del centrodestra i poteri del premier che giustamente Giuliano
Amato definisce come progetto di una dittatura della maggioranza.
Come, infatti, avvertirono per primi in tutta chiarezza i costituenti americani, quando
proposero una serie di contrappesi ai poteri del presidente eletto
direttamente, la teoria democratica richiede il principio che l'applicazione di
qualsivoglia modello maggioritario abbia regole atte a garantire i diritti delle
minoranze.
Al contrario, la proposta che il governo Berlusconi ha votato rappresenta, né più né
meno, lo smantellamento di ogni forma di bilanciamento dei poteri e laffermazione di
regole di comando che riducono il ruolo dell'opposizione.
La figura del capo del Governo esce, infatti, con due prerogative che la trasformano
profondamente e che sviliscono profondamente il ruolo del presidente della Repubblica.
L'elezione diretta del Premier in qualsiasi forma avvenga, più o meno evidente
priva, infatti, il Presidente della Repubblica del potere di designarlo, su
indicazione della maggioranza.
Se a questo si aggiunge, come prevede il testo votato, che il potere di sciogliere le
Camere passi al Premier, appare chiaro come il potere del Presidente sia svuotato, più
che indebolito.
Siamo in presenza, quindi, di un chiaro disegno di democrazia plebiscitaria,
come lha definito il professor Sartori, disegno che per noi va cancellato. Tale
disegno si è manifestato e ha cercato alimento in una serie di iniziative diverse, ma con
la stessa caratteristica di fondo: il tentativo di svuotamento nei confronti dei corpi
intermedi della società.
Lattacco al sindacato attraverso la fine di ogni procedura e prassi di confronto, la
rottura di ogni rapporto con le associazioni della società civile, sia laiche sia
religiose, l'attacco sistematico al sistema delle Autonomie locali (Regioni, Comuni,
Province), la volontà di non fare funzionare organismi quali la Conferenza Stato-Regioni,
la Conferenza Stato-Regioni-Città: tutte queste iniziative, apparentemente scollegate tra
loro, sono accomunate proprio dallintento di vanificare in modo definitivo sia i
corpi intermedi che i rapporti interistituzionali.
L'idea è di lasciare il cittadino, con le proprie insicurezze, con i propri bisogni, solo
nel rapporto diretto con chi guida il Governo. Esecutivo, peraltro, rafforzato da un
formidabile potere mediatico.
Ecco allora come l'elezione diretta del premier è strettamente legata e coerente con unidea
di società che richiede una radicale diminuzione dei diritti individuali e
collettivi.
Un sistema maggioritario, privo di forti contrappesi tra i diversi poteri e di garanzie
precise per salvaguardare l'autonomia della rappresentanza sociale e della società
civile, porta inevitabilmente a una restrizione delle libertà.
E' un sintomo chiaro di questo la fine di ogni regola di rapporto con le parti sociali,
che ha colpito linsieme del movimento sindacale, anche nei momenti in cui esso era
portatore di posizioni tra loro molto diverse, e che ha riguardato anche le parti
imprenditoriali: come dimostra linsoddisfazione manifestata da Confindustria e da
altre associazioni quali la Confcommercio.
Daltra parte i tavoli con oltre quaranta associazioni, e che non durano più di due
ore, sono visibilmente la rappresentazione immediata e visiva della fine di un vero
rapporto non solo di concertazione, ma più semplicemente di confronto e di dialogo.
20. Accanto ad una critica fondata e radicale sulla proposta e la cultura che la sostiene,
dobbiamo insieme ragionare e indicare qualche terreno di azione e di iniziativa nostra.
Per questo è necessaria una nostra riflessione generale sul sistema di regole e di
equilibrio dei poteri.
Occorre riflettere,ad esempio, alla luce della situazione e degli obiettivi attuali, anche
su leggi e istituti da molti considerati positivi, quale lelezione diretta dei
sindaci e dei presidenti delle Regioni, per vedere come rafforzare il ruolo dei Consigli e
delle assemblee elettive, come organi di rappresentanza dei cittadini di quel
territorio.
Ci si deve interrogare su come ottenere un metodo esigibile di confronto (e di
concertazione) tra esecutivi e parti sociali, sia a livello nazionale che nelle Regioni.
E necessario con un completamento, rivisitare l'attuale stesura del titolo V della
Costituzione, per quanto attiene alle ambiguità relative alla garanzia dei diritti
fondamentali (lavoro, scuola, previdenza), come, peraltro inascoltati, rilevammo in
occasione della stesura e dell'approvazione di quella prima modifica e ridurre il
contenzioso giurisdizionale.
Per quello che ci riguarda abbiamo il dovere di continuare la battaglia per i diritti;
sostenere le ragioni democratiche che riguardano linformazione, la giustizia, la
scuola e la sanità pubbliche; difendere la Costituzione e i suoi valori fondanti; dire no
alla riforma in discussione, anche attraverso un nostro ruolo attivo ed esplicito nel
referendum, se essa non sarà fermata prima in Parlamento.
21. Ma nostro compito è anche riflettere sul rilancio della democrazia e della
partecipazione, sulla definizione del sociale come spazio pubblico aperto, così come sui
diritti di auto-organizzazione dei cittadini nel territorio.
Le esperienze di contrattazione territoriale confederale, oltre a porre in modo concreto
forme di tutela dei diritti delle persone, di salvaguardia dei redditi medio-bassi e delle
pensioni, con interventi sui prezzi e sui servizi, possono fornire reti,
forme, legami, in cui le risposte ai bisogni e la difesa dei diritti si organizzano, si
arricchiscono di contenuti, si rafforzano.
Alcuni temi importanti, come la casa, la scuola (pensiamo alle lotte per il tempo pieno
presenti in numerose realtà), la salvaguardia dellambiente, i servizi in grado di
rispondere al diritto di autodeterminazione delle donne, lorganizzazione dei tempi
di vita e le forme di socializzazione dei ragazzi e delle ragazze nelle realtà urbane, la
legalità e la lotta al degrado, possono e debbono diventare questioni su cui trovare
momenti di aggregazione, di scambio di esperienze, di costruzione di obiettivi comuni, che
facciano della partecipazione uno strumento e un contropotere vero. Di questo obiettivo
sono fondamentali i presidi, le iniziative e le reti sociali delle leghe dei pensionati.
La risposta, infatti, alla restrizione dei livelli di democrazia sta nel rivitalizzare la
partecipazione a partire dai luoghi di lavoro e nel territorio, attraverso un sistema di
relazioni tra le persone, che contrasti nei fatti lisolamento in cui si vuole che
rimangano, nella ripresa di ruolo delle istituzioni locali, quali interlocutori
democratici e che hanno sempre poteri e responsabilità effettivi.
Dalle comunità locali emerge, non a caso, una forte domanda di partecipazione che si
esprime in termini propositivi nelladesione alle mille e diverse iniziative che si
formano e si sostanziano dai bilanci ambientali e sociali ai contratti di quartiere. Così
come si esprime in termini critici di fronte a scelte non discusse e non condivise, di
segno centralistico, in merito alla localizzazione di attività, servizi e infrastrutture,
come abbiamo potuto verificare in modo emblematico nel caso di Scanzano.
Acquista allora un senso profondo la battaglia per le risorse da destinare al sistema
delle Autonomie locali, per un equo e solidale federalismo fiscale, per un potere
effettivo e, quindi diverso dallattuale, di Regioni, Province e Comuni, rispetto
alle scelte delle politiche economiche e sociali dello Stato.
Rilanciare la partecipazione come affermazione di democrazia significa anche rilanciare le
battaglie per i diritti individuali, per la difesa della laicità dello Stato, per i
diritti delle persone e delle donne.
Lo scontro sui destini dello Stato unitario e sullidea di Europa è strettamente
connesso alla difesa dei diritti delle persone: i due obiettivi non possono essere messi
in contrapposizione, pena il rischio di vanificarli entrambi.
Due esempi emblematici: il legame tra democrazia e battaglia per il diritto di voto agli
immigrati; tra democrazia, affermazione e difesa delle diversità in quanto ricchezza
culturale e sociale.
Questo dà forza alla difesa della Costituzione, che è il nostro programma istituzionale,
con la difesa di tutti i suoi capitoli.
La pace preventiva, la democrazia globale e il ruolo dellEuropa
22. Il 26 marzo il sindacato italiano ha chiamato allo sciopero le lavoratrici e i
lavoratori italiani, con uno slogan impegnativo costruire il futuro e una
proposta per lo sviluppo del paese diversa e alternativa a quella che ha ispirato la
politica economica e sociale del governo.
Quella proposta non avrebbe fiato se non dovesse prevalere a livello europeo e globale unidea
di sviluppo che assuma come profilo la qualità e come limite invalicabile i diritti
umani, i diritti del lavoro, la sostenibilità ambientale.
Abbiamo la percezione che quellidea oggi non sia in campo con la nettezza che
sarebbe necessaria, perché indebolita ed erosa dai totem della crescita senza limiti,
peraltro smentiti dalla realtà; pensiamo che solo unalleanza tra forze politiche
progressiste, sindacato e società civile possa sostenerla.
Siamo altrettanto consapevoli che bisogna legare la costruzione della pace, il ripudio del
terrorismo e della guerra preventiva alla ricerca delle strade e delle politiche per
costruire un nuovo ordine mondiale, una nuova democrazia globale in cui il valore del
lavoro sia al centro dei valori condivisi e costitutivi. Dalla capacità di sostenere
questa sfida passa la possibilità di arginare un senso comune pervasivo che, di fronte
alle tante insicurezze determinate dalla globalizzazione senza regole, sceglie la
rassicurante e peraltro illusoria certezza delle identità giocate contro altre identità,
delle chiusure, dei nuovi nazionalismi sostenuti dai conflitti tra le culture, degli
antichi e nuovi protezionismi. Non a caso abbiamo scelto unitariamente Gorizia per la
celebrazione del 1 maggio.
23. Mai come oggi il panorama internazionale è stato segnato da eventi traumatici che,
letti tutti insieme, compongono il quadro degli interrogativi aperti per la comunità
internazionale, la sensazione di rischio per le persone e insieme interrogano sullefficacia,
la volontà e la possibilità delle istituzioni sopranazionali esistenti nel
fronteggiarli. Dai più eclatanti, il terrorismo, la guerra in Iraq, il conflitto
israelo-palestinese, il Kosovo, la Cecenia; ai più invisibili, le tante facce delle
disparità tra Nord ricco e Sud povero del mondo; dai conflitti poco conosciuti per laccesso
allacqua in molte parti del Sud del mondo, a quelli più noti per il controllo delle
risorse energetiche, fino alla tragedia dellAids del continente dimenticato, lAfrica,
alla quale abbiamo dedicato una memorabile giornata che non può restare isolata.
Moltissimi di quegli eventi hanno come epicentro il Mediterraneo, mare di pace e
prosperità secondo il progetto europeo di Barcellona, oggi banco di prova della capacità
dellEuropa e dellItalia di progettare il proprio futuro, per ragioni generali
e per la stessa contiguità geografica.
Lelemento più pericoloso, e per alcuni versi antistorico, della politica estera
degli Stati Uniti, ispirata dai neo-conservatori, sta nella riproposizione della propria
sovranità, come luogo assoluto e indipendente di tutte le scelte politiche che investono
altri soggetti; scelte che, in virtù della forza militare ed economica di quel paese,
diventano nuovo criterio ordinatore con cui il resto della comunità internazionale deve
misurarsi, anche quando hanno il volto dellesportazione della democrazia. Questa
affermazione ha peraltro in sé la convinzione implicita dellimpossibilità di una
democrazia mondiale come processo condiviso e rende evidente il fondamentalismo con cui lamministrazione
Bush propone come assoluti i propri valori morali descritti in modo estremo: il
bene , i propri modelli di sviluppo il capitalismo compassionevole e lostilità
conseguente verso ipotesi diverse, comprese quelle europee.
La condizione di premessa per una nuova democrazia mondiale sta nella definizione della
sua necessità come scelta tra quelle possibili e in campo, alternativa allunilateralismo
americano, ma che non può fare a meno anche e soprattutto degli Stati Uniti.
Linsistenza con la quale, prima e durante tutti gli sviluppi della guerra irachena
abbiamo sempre sottolineato la necessità di tenere fede alla Carta dellOnu, che la
guerra preventiva non prevede, e che lOnu entrasse in campo, anche ora in luogo
delle truppe italiane e straniere per sostenere lautodeterminazione del popolo
iracheno, non muoveva e non muove dallinvocare solo il ripristino di una condizione
importante, quella della legalità internazionale, ma dalla convinzione che occorre
battere ciò che è più che un rischio: il ritorno indietro, dopo la fine della guerra
fredda, dal sistema stesso delle Nazioni Unite, cioè dalla scelta fragilissima,
contraddittoria, spesso inefficace, ma così decisiva della comunità internazionale.
Quindi della politica, come strumento di governo. E una scelta decisiva e non
scontata.
Il sistema di ordine mondiale mostra la sua fragilità, anche se letto alla luce degli
effetti della globalizzazione sulle condizioni materiali delle persone.
Nessuno nega gli effetti potenzialmente straordinari che innovazione e conoscenza
potrebbero determinare e hanno determinato, in virtù della stessa globalizzazione. Ma di
sicuro non nella gerarchia della distribuzione attuale dei poteri e della ricchezza sul
piano globale.
Il recente rapporto Oil dà il quadro degli effetti sociali del modello di sviluppo
neo-liberista e, attraverso le cifre delle disparità sociali crescenti nel Nord del mondo
e tra Nord e Sud del mondo, ne decreta il fallimento: sono cifre che descrivono laumento
della disoccupazione nel 2003; la crescita dei lavoratori poveri anche nel
mondo più ricco, e con essi dellerosione dello stesso valore del lavoro nella
gerarchia dei valori sociali; laumento nel divario dei redditi tra i paesi ricchi e
i paesi poveri.
In realtà esistevano e esistono contraddizioni forti allinterno della stessa
struttura del sistema attuale.
Pensiamo alla gerarchia dei poteri allinterno del Consiglio di sicurezza, coniato
sulla base dei rapporti di forza delle potenze che avevano vinto la seconda guerra
mondiale. E anche allasimmetria tra i poteri reali e sanzionatori delle istituzioni
finanziarie Fondo monetario e Banca mondiale e successivamente lOmc e
quelli non vincolanti dellOnu e di tutte le agenzie per lo sviluppo, lambiente,
lalimentazione, la salute, leducazione, i diritti sociali e del lavoro, tenute
a latere del sistema finanziario e ininfluenti su di esso.
Unasimmetria che nel corso del tempo ha consentito che la globalizzazione economica
avvenisse, direttamente attraverso le ricette delle istituzioni finanziarie (vedi
Argentina) e indirettamente attraverso le multinazionali, senza nessun
riferimento-collegamento alla difesa e alla promozione di beni pubblici universali,
secondo una logica esclusiva di mercato senza limiti: leconomia senza la politica,
non finalizzata dunque a logiche di interesse generale.
24. Linterrogativo di oggi è se esistono le culture, le forze, le volontà, le
possibilità per riproporre il livello globale come quello proprio per ridefinire la
democrazia, quella che la nostra cultura conosce come forma politica storicamente
determinata e territorialmente definita allinterno dei confini di uno stato-nazione.
Da questo punto di vista il laboratorio della Unione europea, ancorché imperfetto, è un
ancoraggio forte.
Daltra parte nel momento in cui la globalizzazione stessa modifica il peso dei
poteri nazionali, spostando decisioni effettive fuori dai suoi confini e dalle sue
titolarità, la ricerca di una nuova democrazia globale inclusiva è obbligata per
ricostruire a livello più alto valori e regole di uno spazio pubblico e profilo della
cittadinanza globale. Poiché non esistono vuoti, lalternativa è la regola di chi
ha la forza militare ed economica per imporla.
Alla domanda con quali strumenti, molte risposte sono già state avanzate e vanno nel
senso della riforma in senso democratico delle istituzioni sopranazionali esistenti.
Molto importante è per noi lipotesi di affiancare al Consiglio di Sicurezza, e con
analoghi poteri, il Consiglio di sicurezza economico e sociale. Il punto fondamentale è
quello di costruire consenso a una nuova gerarchia tra istituzioni politiche e istituzioni
finanziarie.
Daltra parte quello che è avvenuto a Cancun, e cioè il rifiuto di 22 paesi, tra
cui Brasile, Sudafrica, India, Cina, di sottostare alle regole capestro del commercio
internazionale in agricoltura, difese non solo dagli Stati Uniti, ma anche, in quella
sede, dallEuropa, vale come e più di un segnale dellinsostenibilità politica
del sistema, ma di per sé non determina nuove regole, senza le quali saranno i rapporti
bilaterali a prevalere, sicuramente segnati dai rapporti di forza.
Peraltro il rifiuto di logiche unilaterali, per essere efficace, non può prescindere dallesistenza
nel panorama internazionale di più soggetti forti e stabili, del progredire cioè dei
processi di integrazione regionali: lEuropa è tra essi, per noi il più vicino e di
certo tra i più importanti, unico portatore di un modello sperimentato di sviluppo e
coesione sociale.
Altrettanto decisivo però è il tentativo in America Latina di consolidare ed estendere
il progresso di integrazione del Mercosur sotto la forte spinta politica del nuovo governo
Lula.
25. Lenormità delle differenze tra Nord e Sud del mondo si avvia alla sua
insostenibilità politica, mentre la sostenibilità ambientale è già al limite e di per
sé richiederebbe di rivisitare il senso di uno sviluppo che espone lumanità a
crescenti rischi e problemi.
Al contrario, come dimostra lesperienza dei paesi scandinavi e del modello sociale
europeo, equità, giustizia sociale, protezione sociale, diritti, rispetto dellambiente
possono essere volano di sviluppo e al contempo suoi limiti positivi, se sono praticati
con le politiche pubbliche e gli strumenti necessari per realizzarli. Perché se la
libertà di mercato senza regole può essere efficace nel valorizzare beni individuali, è
del tutto inefficace a valorizzare beni pubblici come lambiente, la salute, listruzione,
la formazione e ciò dovrebbe far riflettere anche sui limiti e i criteri delle aperture
al mercato di questi settori.
A loro volta le politiche pubbliche per realizzarsi hanno bisogno come abbiamo
detto prima - di risorse, garantite da un livello di tassazione equo, ma non minimo,
perché il giudizio sulla loro adeguatezza sta negli obiettivi che la responsabilità
pubblica assume. Tutto ciò vale e a maggior ragione se si volesse affrontare, come
bisogna fare urgentemente, il capitolo dellentità delle risorse a disposizione per
gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, quello 0,7% del Pil mai attuato neppure da lontano,
lestinzione del debito dei paesi poveri, a partire dallAfrica, le risorse per
la cooperazione, la Tobin Tax.
Non cè dubbio che il profilo descritto delle tendenze generali e delle loro
conseguenze sociali, si colloca in un quadro di assenza o di erosione anche in Europa di
una cultura, quella che ha sostenuto storicamente lidea del Welfare State.
Quella cultura ha delle solide basi di partenza nella stessa Carta dellOnu e nella
Dichiarazione dei diritti universali:entrambe descrivono in partenza il profilo di una
possibile cittadinanza globale mettendo a fondamento della comunità internazionale i
diritti umani e rifiutando la guerra come strumento di regolazione del conflitto; trova
radici nelle esperienza storica del patto fondativo delle Costituzioni europee, che
affermano il diritto del lavoro, la dignità e il valore del lavoro come fondamento della
stessa coesione sociale. Dunque non si parte da zero, ma cè bisogno di una cultura
politica che sostenga e sviluppi linsieme di quelle acquisizioni storiche in
obiettivi e dunque in politiche per realizzarle.
26. LEuropa può fare molto, in tutti i terreni fin qui citati, decisivi per il
futuro della comunità internazionale. Moltissimo peserà la Costituzione Europea.
Oggi, il modello sociale europeo è sotto attacco in tutta Europa e leconomia
risente degli effetti della congiuntura internazionale.
In un contesto economico e politico differente, lEuropa si era dotata di una
strategia ambiziosa e per noi assolutamente condivisibile, quella di Lisbona, con lobiettivo
di puntare a rendere lEuropa stessa competitiva e protagonista nella scena mondiale
attraverso la scommessa sulla innovazione, il sapere, la qualità del lavoro, la
formazione come strumento di contrasto allesclusione sociale.
Quella strategia non ha avuto fin qui gli strumenti comunitari per decollare, né, nel
quadro politico mutato, le convinzioni e le condizioni né la ricerca di come finanziare
quella politica.
La rilettura intelligente del patto di stabilità, finalizzato al finanziamento degli
investimenti indicati a Lisbona, è problema che la Commissione ha il dovere di
affrontare, definendo i binari di quella ricerca e le priorità: perché lo scorporo dagli
indicatori del debito di quegli investimenti, monitorato e coordinato dalla Commissione,
avrebbe anche il senso concreto di creare in embrione una politica industriale europea,
attraverso lorientamento di quelle nazionali.
La soluzione trovata da Francia e Germania, e favorita dallItalia, va nella
direzione esattamente contraria. Affossa la possibilità che la via maestra per lo
sviluppo di qualità dellEuropa sia lEuropa, è figlia dello scetticismo
europeo o anti-europeo, propone la rottura delle regole per i forti, è un pesante macigno
sullidea stessa dellEuropa.
LItalia peraltro ha scelto in questi mesi un profilo troppo subordinato. Ha
assecondato nei fatti il senso della guerra preventiva, sposandone motivazioni,
implicazioni geo-politiche e di modelli di sviluppo. Ha smarrito perfino il profilo della
sua tradizionale politica estera, attenta, per la sua stessa configurazione geografica, a
tutti i paesi del Mediterraneo. Per questo ha rinunciato a svolgere quel ruolo di
mediazione tra Israele e Palestina, anchesso tradizionale.
27. Abbiamo detto in vari modi le ragioni per cui riteniamo essenziale che si compia il
processo di integrazione europeo e che esso sia qualificato da una Costituzione che ne
sottolinei il carattere unitario, limpronta sociale della nuova cittadinanza, il
modello di sviluppo peculiare.
Il giudizio che abbiamo dato sullipotesi di Trattato costituzionale ha utilizzato
una chiave di lettura netta, positiva ma non semplicistica. La valutazione finale sarà
conseguente. Si tratterà di valorizzare laspetto più positivo, la Carta di Nizza,
e di misurare quanto lintero trattato favorisca la prospettiva dellEuropa e
dellEuropa sociale e per questo di un nuovo ordine mondiale. Si tratterà di
valutarlo alla luce dellattacco al modello sociale europeo aperto in molti paesi dEuropa
e di come quel Trattato, per i suoi contenuti, lo contrasti, pur essendo figlio delle
diplomazie degli stessi paesi. Si tratterà anche di non tacerne le contraddizioni già
presenti nel testo consegnato dalla Convenzione alla Conferenza intergovernativa: lassenza
del ripudio della guerra, della cittadinanza di residenza per gli immigrati così
importante per favorire quei processi di integrazione la cui centralità è tragicamente
riemersa, quella terza parte che rischia di negare le affermazioni della Carta di Nizza,
la non nettezza dellapplicazione del voto a maggioranza. Daltra parte non
tacere le contraddizioni ha il senso di tenere aperta una prospettiva, delineando i binari
del percorso futuro, costruendo alleanze nella società per recuperare quel calo di
consenso tra i cittadini, quellassenza di partecipazione democratica, di senso
comune e quindi di pressione sociale per orientare il profilo della nuova Europa.
La vittoria della sinistra in Spagna può favorire la ripresa del processo
costituente.
Consideriamo per noi importante raggiungere questo traguardo e rimuovere gli ostacoli che
vi si frappongono e che ripropongono lidea allo stato non accettabile- del
ritorno alle sovranità nazionali. Senza negarne le contraddizioni e anzi impegnandosi a
lavorare per superarle nel tempo, per questo ci basterebbe oggi che i meccanismi di
revisione del Trattato costituzionale siano aperti e credibili e che il testo della nuova
Costituzione contenga da subito almeno laffermazione forte che lEuropa
ripudia la guerra.
28. La dimensione globale è il banco di prova dellefficacia della rappresentanza
sociale, oltrechè di quella politica, e dunque si pone con urgenza per il sindacato linterrogativo
su quali forme e quali contenuti scegliere per tutelare e promuovere diritti e dignità
del lavoro a livello europeo, a livello globale e per questo a livello nazionale.
Il tema della cessione di sovranità dei sindacati nazionali alla Ces è da tempo allordine
del giorno, senza trovare soluzione. Altrettanto quella della strategia della Ces di
fronte allespandersi in Europa di un vento contrario allidea di fondo della
strategia di Lisbona.
Nel 2002 e nel 2003, in tutti i paesi dEuropa, sono stati promossi scioperi, tutti
sugli stessi temi. La trasformazione in proposta generale per lo sviluppo e la coesione
sociale, quella che viene con forza da quegli scioperi, è un interrogativo aperto; lallargamento,
le delocalizzazioni produttive, la necessità di contrattare là dove i processi avvengono
ne propongono di ulteriori anche sul piano organizzativo, in un panorama economico e
politico europeo quanto mai incerto.
Ancora più forti gli interrogativi e le distanze tra entità dei problemi e capacità di
rappresentanza della Cisl Internazionale. Più difficile per la sua stessa dimensione
ridefinire il profilo di un sindacato a livello mondiale, che si pensa in quanto tale,
scegliendo tra una funzione di lobby e una di rappresentanza, la seconda strada. Il
congresso prossimo di dicembre 2004 è unoccasione che non può essere elusa, se non
si vuole correre il rischio molto reale dellirrilevanza del sindacato nei processi
aperti a livello mondiale.
La scelta decisiva della Cisl internazionale di rivendicare le clausole sociali, gli
standard Oil nelle regole del commercio internazionale, decisiva per orientare quelle
regole, non solo non può essere brandita come una clava nei confronti dei sindacati dei
Paesi in Via di Sviluppo, che facilmente li vivono come misure protezioniste, ma va
ancorata a unidea generale di prospettiva, che riguardi un nuovo ordine mondiale, le
vie per realizzarlo, il ruolo del sindacato in quella costruzione e inevitabilmente i
giudizi sulle dinamiche oggi aperte, giudizi che in nome della rappresentanza non possono
essere elusi.
La stessa ipotesi importante di dare vita ad un nuovo soggetto sindacale mondiale, non
semplicemente somma di Cisl e Cmt, ha senso se è chiaro non solo il perché, oltre che il
come.
La lotta al terrorismo e la guerra
29. Il 10 dicembre, in coincidenza con la giornata mondiale dei diritti umani, la Cgil
scelse di discutere di diritto alla pace, di rifiuto della guerra e del terrorismo, e
dunque di discutere del conflitto tra culture e religioni di cui il terrorismo si
alimenta. A maggior ragione siamo convinti oggi che le nuove interdipendenze e le nuove
incertezze e precarietà si trasformano in conflitti esasperati, se non in acqua di
coltura del terrorismo e guerra, se non vengono composte sulla base del riconoscimento
reciproco, principio di laicità democratica.
I flussi migratori, verso lEuropa e non solo, sono in aumento, sospinti
strutturalmente dal divario che tende ad aumentare di cui si è detto tra Nord e Sud del
mondo.
L Italia e l Europa, con i suoi 56 milioni di persone che vivono in un Paese
diverso da quello della nascita, sono terra di miraggio di quei flussi migratori: il
passaggio dalla convivenza forzata allintegrazione è parte di quella qualità della
democrazia da consolidare e preservare.
Quando Khaled Fouad Allam ci ricorda che spesso i terroristi islamici sono allevati in
seno a paesi occidentali, mette il dito su uno dei problemi più grandi e più inesplorati
delle società moderne.
Il terrorismo islamico e questo è ancora più evidente dopo la tragedia di Madrid
trae alimento proprio dal conflitto tra culture, in una spirale micidiale che
nessuna guerra può spezzare, può solo a sua volta alimentare. Il patto di Ginevra,
firmato da esponenti della società civile e intellettuali palestinesi e israeliani, ha
anche da questo punto di vista un grande significato e grande è la responsabilità della
comunità internazionale, finora incapace di far rispettare le sue stesse risoluzioni, nel
non saperlo sostenere.
Il suo valore non sta solo nel descrivere una prospettiva concreta per realizzare lobiettivo
della convivenza in sicurezza di due popoli e due Stati, ma nel rimettere al centro, dopo
50 anni di conflitti, sangue e distruzione, la volontà di pace che non può essere morta
nelle due società: quella volontà è il terreno su cui costruire.
Pensare di poter battere il terrorismo islamico senza avviare una soluzione credibile del
conflitto israelo-palestinese è una autentico errore; pensare poi che la guerra in Iraq
non avrebbe contribuito ad alimentarlo e non avrebbe acceso il detonatore di una miscela
esplosiva in unarea geografica decisiva, è altrettanto se non più colpevole. Non
si tratta di sottovalutare tutte le misure preventive di sicurezza e di rafforzamento dellintelligence,
e anche delluso mirato della forza, che sono decisive per combattere ed estirpare il
terrorismo, ma di sottolineare come ignorare le ragioni fondamentali attraverso cui si
alimenta consenso al terrorismo sia sempre più irresponsabile e sbagliato.
30. La Cgil ha assunto in questi mesi una posizione netta e assoluta contro il terrorismo,
e ha giudicato sbagliato luso della guerra per combatterlo. E sulla base di questo
ha partecipato, con tanti altri, e contribuito a far crescere le iniziative del popolo
della pace.
Abbiamo nel tempo discusso con quei movimenti che sono stati protagonisti di una critica
radicale, ma non violenta, al modello di sviluppo liberista e hanno avuto il grande merito
di materializzare sulla scena della politica il tema degli effetti iniqui della
globalizzazione, per alcuni versi svelandoli. Con parti di esso abbiamo un legame antico,
con altri più recente. Siamo da tempo parte costitutiva della Tavola della pace.
Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo sulla base dei nostri convincimenti e delle nostre
analisi, soprattutto sulla base della nostra rappresentanza: questo è il senso della
partecipazione della Cgil ai lavori del Social Forum a Firenze, e a Porto Alegre, al Fse
di Parigi, al Forum Sociale Mondiale di Mumbai, convinti della necessità di una forte
relazione tra forze politiche progressiste, sindacato e movimento, soggetti tutti e tre
essenziali per pensare di progettare, prima ancora che costruire, un nuovo ordine
mondiale.
Rifiutiamo per questo limpoverimento dellidea stessa di politica, intesa come
appannaggio autoreferenziale della rappresentanza politica o, al meglio, come coincidente
con la rappresentanza politica.
Ciò che viene negato spesso alla Cgil, ma anche a Cisl e Uil, è la politicità del
sindacato confederale come soggetto che compone la dialettica democratica, ciò che viene
oscurato, in via generale, è la rilevanza politica della partecipazione civile: ma questa
è la via maestra per progettare la qualità della democrazia mondiale a cui
aspiriamo.
31. Proprio in questi giorni, le società occidentali si interrogano sulle immagini
spaventose delluso della tortura in Iraq. E crescono indignazione e rifiuto anche
dove fino ad oggi non si era messa in discussione la scelta w la modalità della guerra. E
diventa più forte giorno dopo giorno la richiesta di ritiro dei nostri
soldati.
Ai tanti commentatori che esprimono oggi parole condivisibili su questa barbarie che
appartiene purtroppo a quella parte del nostro mondo che ha scelto la guerra come mezzo
per estirpare il terrorismo, vorrei ricordare quello che dicemmo quasi un anno fa -
in una giornata dedicata alle Lezioni di pace: di fronte alla guerra bisogna
avere la forza morale di usare per tutti lo stesso criterio di giudizio e di valore.
Questo vale per i morti di un campo e dellaltro, o quando invochiamo il rispetto
della Convenzione di Ginevra per i prigionieri.
Molti ci accusarono di essere equidistanti tra democrazia e dittatura, non capendo quello
che si era detto e il suo significato: il rifiuto di una doppia morale e di una doppia
verità. Quella che ci porta a condannare con la stessa forza le torture ed i tragici atti
di ritorsione a queste.
Ci assumemmo allora insieme, tutti noi, e gli altri tanti che condivisero quella scelta,
una scelta ispirata alletica della responsabilità. La stessa che dovrebbero avere
oggi quanti possono decidere per tutti: riconoscere lerrore e voltare pagina.
Un atto di saggezza e di responsabilità, per evitare altri lutti, altri drammi, altri
muri, e davvero per costruire un futuro migliore. Più accettabile, giusto e sicuro per
tutti.
Il ritiro delle truppe dalla palude irachena, che se non viene assunto dal nostro Governo,
può essere almeno scelto da tutte le opposizioni non è quindi come si vuol far
credere una fuga dalle responsabilità. Ma esattamente il suo rovescio: lassunzione
di unaltra diversa e più giusta responsabilità: fermare la guerra, restituire lIraq
allautodeterminazione di quel popolo con la guida dellOnu e della Comunità
internazionale, con un ruolo fondamentale attivo dellEuropa. Non può essere la
conseguenza prevista di una scelta sbagliata a condizionare la persistenza nellerrore.
Se si vuole come si deve e come noi vogliamo colpire, isolare e battere
questo terrorismo, e dare a questo impegno un fondamento etico e morale indiscusso bisogna
ripartire da questa scelta. E prima la si fa, prima si indebolisce il terrorismo; e si
rafforza il rispetto della vita, di ogni vita umana, e il suo valore universale.
Bozza non corretta |