Politiche redistributive e contrattuali

 

UE e politica dei redditi

 

Con la realizzazione dell’Europa e con il suo allargamento si apre per il sindacato un nuovo fronte di discussione che abbraccia il tema dei diritti del lavoro, dello stato sociale e delle politiche economiche che a vario titolo condizionano i comportamenti delle forze sociali e politiche nazionali. Inoltre, con l’avvio del dibattito sul “trattato di Costituzione europea”, così come delle riforme economiche e sociali che la Commissione sta portando avanti,   si pone all’attenzione dei cittadini europei, e dei lavoratori, la questione dei diritti individuali e collettivi. Occorre recuperare lo spirito dei “Paesi fondatori” della Comunità Europea che trova la sua più alta espressione nella idea che l’UE si fonda su uno stato sociale elevato;  un modello che oggettivamente pone in antitesi il modello anglosassone dello stato sociale delle opportunità o minimo al modello universalistico europeo. Se con l’UE si sono aperte le frontiere, occorre trovare un equilibrio tra i redditi da lavoro in tutto il continente europeo.

Per una efficace politica economica europea occorre non solo realizzare un effettivo coordinamento delle politiche economiche e finanziarie degli Stati membri, ma le linee guida delle politiche europee devono trovare modalità stabili di confronto con il sindacato europeo (CES). Ciò favorirebbe il coinvolgimento del mondo del lavoro alla formazione delle politiche europee e per questa via offrire un orizzonte omogeneo per quanto attiene ai diritti individuali e collettivi.

Se la politica economica europea è fondamentale per la salvaguardia dell’euro, è del tutto conseguente che la tenuta della moneta unica dipenda anche dalla armonizzazione delle politiche fiscali, dalla qualità dello stato sociale e dalla capacità di realizzare e costruire un orizzonte di sviluppo che sappia coinvolgere non solo i cittadini europei, ma anche il mondo del lavoro che più di altri concorre a formare la ricchezza dell’UE.

Pur sapendo che un processo di armonizzazione contrattuale europeo è un obiettivo da perseguire che può inizialmente misurarsi con la quota di pil da destinare al reddito da lavoro e con i nuovi temi che sono determinati dall’allargamento a 25.

 

La crisi economica dell’Italia

 

CGIL-CISL-UIL hanno recentemente avanzato una piattaforma unitaria che rovescia l’ordine delle priorità che il Governo del Paese continua a proporre alle forze sociali. È una piattaforma che con scrupolo rimette al centro del dibattito nazionale il tema dello sviluppo, con delle evidenti ripercussioni su quale debba essere il ruolo pubblico per stimolare l’economia.

Su questo punto non esiste solo un accordo tra le forze sindacali del Paese, ma anche di Confindustria. Infatti, le organizzazioni sindacali e Confindustria durante il 2003 hanno sottoscritto una “piattaforma” sullo sviluppo adeguata per affrontare la crisi (profonda) del Paese.

a tale piattaforma deve rispondere il governo perché il solo appellarsi alla volontà degli imprenditori, oppure chiedere di aumentare le risorse per la ricerca e sviluppo delle imprese, è un esercizio utile ma non risolutivo della crisi del sistema produttivo nazionale che ha scelto, evidentemente, di affrancarsi dalla qualità della competitività con i paesi industrializzati. La stessa dimensione e struttura delle imprese lo confermano ed insieme impediscono il processo di trasformazione strutturale

La ricerca di un adeguato intervento pubblico deve fondarsi su una corretta analisi della crisi del tessuto produttivo europeo, ma con maggior puntualità sulle caratteristiche della crisi del sistema produttivo nazionale. Solo recentemente sull’onda del caso drammatico della crisi Fiat si incomincia a porre degli interrogativi più puntuali. Le implicazioni sociali connesse con il divario economico del Paese rispetto ai Partner europei evidentemente non sono ininfluenti per delineare interventi adeguati.

I "principi", i “valori" e gli "orizzonti", che dovrebbero orientare l'azione pubblica e il dibattito politico-economico sono condizionati dall’attuale situazione economica internazionale e i problemi legati alla formazione del reddito e allo sviluppo (concetto molto più articolato della crescita economica) potrebbero “essere compressi” dalla stagnazione e dai rischi recessivi dell’economia internazionale. Ma per l’Italia si aggiunge la situazione per cui da paese fondatore della Unione Europea sta progressivamente riducendo il proprio ruolo; rinunciando al modello sociale ed economico che storicamente hanno attraversato l'Europa fin dalla sua fondazione.

Inoltre, l’apertura di un confronto sui temi della contrattazione non può prescindere dall’analisi della situazione attuale del paese, caratterizzata dalle difficoltà della situazione economica, e industriale e dal progressivo impoverimento di fasce sempre più ampie di cittadini. I dati sulla produzione industriale evidenziano una situazione di stagnazione e le stime sul PIL per il 2004 non vanno oltre l’1%. Tra il 1996 e il 2000 il PIL è cresciuto mediamente dell’1,94% e tra il 2001 e il 2003 dello 0,75%, contro un dato europeo rispettivamente di 2,69% e 1,11%. La crisi di settori industriali fondamentali, come il tessile-abbigliamento, le gravi difficoltà in settori come l’auto e i ritardi nei settori a maggiore contenuto di tecnologia, stanno determinando una situazione di rischio di declino del paese. I dati sull’andamento dei salari evidenziano la costante perdita di potere di acquisto delle retribuzioni che colpisce in modo più pesante i pensionati e gli operai, ma con forti ripercussioni anche sugli impiegati, portando fasce anche di lavoro dipendente alla soglia di povertà. I dati sull’andamento delle vendite al dettaglio mettono in rilievo una crisi dei consumi che coinvolge anche il settore alimentare e generi di prima necessità, e che si ripercuote negativamente sulla produzione industriale e sull’occupazione. Il problema della crescita delle retribuzioni viene ad assumere un ruolo centrale per il rilancio dei consumi e dello sviluppo e, insieme ad interventi sulla leva fiscale, i prezzi e le tariffe, deve diventare la priorità delle politiche sindacali e contrattuali.

Sempre in tema di sviluppo, occorre sottolineare il contributo che può offrire il pubblico, non solo dal lato della erogazione di importanti servizi sociali e in generale dello stato sociale, ma anche in termini di equilibrio generale dell’economia.

Sottolineando come un efficace modello di welfare sia di per sé un volano di crescita e sviluppo.

 

Il ruolo pubblico in economia, stato sociale e distribuzione delle risorse

 

Innanzitutto occorre garantire l’art. 53 della Costituzione e rendere coerente la tassazione di tutti i redditi: oggi la rendita ha una tassazione pari alla metà del profitto e del reddito da lavoro. Solo in questo modo è possibile disincentivare e sanzionare la speculazione e per questa via controllare anche le politiche dei prezzi e delle tariffe che concorrono, in misura contenuta, alla distribuzione del reddito.

Infatti, solo in questo modo è possibile garantire le risorse necessarie allo Stato (anche dopo la riforma del titolo V della Costituzione) per assolvere ai suoi compiti istituzionali e sociali così efficacemente descritti nell’art. 3 della stessa Costituzione. Lo stato sociale è una componente fondamentale del reddito differito dei lavoratori che rischia di essere compromesso qualora le politiche fiscali del governo trovassero una concreta applicazione. Già oggi, i tagli agli Enti locali e Regionali hanno compromesso la piena realizzazione dello stato sociale, almeno per quella parte che è strettamente legata ai Comuni e alle regioni.

Inoltre, è bene ricordare che l’intervento pubblico non è da attribuire alla “ingerenza” dei politici o delle forze sociali, ma dagli oggettivi “fallimenti del mercato”. Infatti, ci sono beni e servizi di “merito” (sanità, scuola, assistenza sociosanitaria, altri) che per ragioni storiche sono state attribuite e diffuse dallo Stato. Inoltre, servizi di pubblica utilità come l’acqua e tutti i servizi a rete, cioè quelli con alti costi fissi, per definizione possono essere erogati solo dal pubblico per ragioni di economia di scala e di sviluppo. Infatti, per quanto possa essere alto il beneficio individuale, tanto da giustificare per alcuni la privatizzazione del servizi sociali,  la società nel suo insieme ne trarrà sempre un  beneficio collettivo maggiore. La salute è uno degli esempi più tipici, così come la scuola.

In questo senso occorre rivedere tutte le politiche di riduzione del prelievo fiscale e avanzare sul terreno di una pressione fiscale funzionale per supportare tutte le attività pubbliche, che oggi si deve arricchire di nuove finalità, cioè quella di generare innovazione tecnologica e creare le condizioni per uno sviluppo (ecocompatibile) del Paese. 

Inoltre, serve una nuova programmazione economica capace di coniugare sviluppo, stato sociale e diritti, ma allo stesso tempo agire nella distribuzione del reddito che oggi in Italia è sicuramente più compromessa di quella europea.

E’ necessario puntare su   una politica fiscale completamente diversa da quella attuale e che passi innanzitutto dall’opposizione alla delega fiscale del governo e alla linea della riduzione del prelievo, ribadendo la nostra contrarietà alle politiche dei condoni e rilanciare le nostre iniziative contro l’evasione e l’elusione fiscale.

 

Distribuzione del reddito

 

La realizzazione di una politica di programmazione economica riferita ai redditi (avendo al centro il reddito da lavoro) deve affrontare il tema della formazione del reddito, attraverso il ruolo della spesa pubblica, dei consumi e degli investimenti, così come della sua distribuzione, ovvero come sono remunerati i fattori (salario, profitto e rendita).

Contrariamente a quanto avvenuto negli altri principali Paesi europei, l’Italia ha manifestato dal 1972 al 2000 una progressiva diminuzione del peso dei redditi da lavoro dipendente sul PIL. In Italia la quota dei redditi da lavoro dipendente sul PIL passa da 50,6% dal 1972 al 40,6% del 2000, mentre negli altri Paesi il loro peso si è pressoché mantenuto costante. Per esempio in Francia la quota passa dal 50,7% al 52,4% del 2000; in Germania dal 54,6% al 53,4%; in Spagna dal 50,3% al 50,6%; in Inghilterra, dove si è sviluppato il più forte attacco al mondo del lavoro, passa dal 58,8% al 55,8% del 2000. Inoltre, le retribuzioni reali unitarie hanno manifestato trend diversi per i Paesi europei. Dai dati del CNEL si osserva come il potere di acquisto degli italiani è cresciuto in misura piuttosto contenuta e addirittura diminuito dal 1995 in poi di oltre un punto percentuale. Complessivamente dal 1993 al 2000 le retribuzioni lorde unitarie reali sono cresciute dell’1,5% in Italia, contro una media dell’area euro del 4,4%. Alcuni Paesi sono molto al di sopra della media europea e più precisamente in Francia (7,5%) e Gran Bretagna (8,9%).

Questi dati sono, anche, il frutto di politiche economiche che hanno visto “il lavoro” come l’unico soggetto che doveva farsi carico dei problemi del Paese, mentre allo stesso tempo lo Stato e gli imprenditori hanno progressivamente fatto venire meno il loro contributo. Lo Stato attraverso una ingiustificata riduzione del prelievo fiscale (in particolare attraverso i condoni) e dello stato sociale, gli imprenditori perché non hanno mutato le loro politiche incentrate sulla riduzione dei costi e sullo scaricare sui lavoratori le loro inefficienze. Lo Stato e il Pubblico in generale si è privato di risorse finanziarie importanti che hanno nei fatti compromesso il reddito differito dei lavoratori.  Le spese totali dei bilanci europei sono passati dal 51,6% del PIL del 1995 al 47,4% del 2003. Sostanzialmente il “pubblico” si è privato di risorse finanziarie importanti per assolvere al suo ruolo storico di mediatore economico e garante della ridistribuzione della ricchezza, che per l’Italia equivale a quasi 8 punti percentuali di PIL dal 1993 al 2001.

La distribuzione del reddito non è, quindi, solo uno scontro tra i diversi soggetti sociali, ma un modo per condizionare lo sviluppo del Paese. Se il risparmio si indirizza verso la rendita è probabile che la qualità degli investimenti risulti in qualche modo condizionata. In questo senso la fiscalità generale deve almeno concorrere alla corretta allocazione delle risorse tra i fattori evitando di avvantaggiare alcuni fattori su altri dal lato delle aliquote fiscali. Infatti, oggi, per quanto possa risultare assurdo, la rendita ha una tassazione pari alla metà del profitto e del reddito da lavoro.

La politica dei redditi può essere uno strumento utile di politica economica e di programmazione, a condizione che siano utilizzati gli strumenti più idonei e appropriati a favore del reddito da lavoro.

Siamo di fronte al fallimento del modello di sviluppo basato sull’idea  “bassa” di competitività, che fa perno sul contenimento dei costi e sulla precarietà e non investe su qualità, innovazione e ricerca.

I dati evidenziano come il nostro paese è agli ultimi posti come costo del lavoro, ma non riesce a frenare la deindustrializzazione e la delocalizzazione, e presenta una situazione di stagnazione della crescita e dei consumi e per questa via si è ridotto il potere di acquisto delle fasce di reddito più povere della popolazione, fino a coinvolgere pesantemente le fasce medie.

L’impoverimento generale ha ulteriormente allargato il divario tra il nord e il sud del paese,  anche per quanto riguarda le retribuzioni.

Si tratta di avviare una nuova politica redistributiva capace di aumentare il reddito da lavoro dipendente e delle pensioni, finalizzata alla crescita, allo sviluppo, al lavoro e alla realizzazione di una politica fiscale capace di prelevare le risorse finanziarie adeguate per sostenere i redditi più bassi attraverso il ripristino della capacità contributiva fondata sulla   progressività.

Nonché una “contrattazione” all’altezza dei bisogni del mondo del lavoro, così come è stato indicato nel direttivo nazionale dell’ottobre 2002 sulla stagione contrattuale. Occorre sostanzialmente invertire la tendenza all’impoverimento dei redditi da lavoro e da pensione recuperando con forza il ruolo pubblico in tutte le sue articolazioni (comunale, metropolitano, provinciale, regionale e nazionale), con una adeguata e progressiva pressione fiscale, che contrariamente a quanto previsto dalla delega fiscale, non può più essere contratta, oltre a recuperare l’elusione e l’evasione fiscale pari a 200 mld di euro all’anno.

 

PER FAR CRESCERE IL REDDITO DEL LAVORO DIPENDENTE

 

Sostanzialmente si tratta di determinare le condizioni minime per realizzare un riallineamento di tutti i redditi; fare assumere al reddito da lavoro dipendente un ruolo equivalente a quello di molti paesi europei. Il nostro obiettivo è quello di portare il reddito da lavoro e da pensione, nell’arco di un tempo ragionevole, al di sopra del 50% del Pil.

Gli strumenti di questa politica redistributiva sono:

1.      una politica fiscale fondata sulla progressività e la restituzione del fiscal drag

2.      un’efficace rilancio di politiche di welfare attraverso una crescita della spesa in rapporto al pil

3.      una nuova politica dei redditi

4.      la contrattazione collettiva

 

 

La definizione delle politiche contrattuali deve partire da premesse e obiettivi: far crescere le retribuzioni, rafforzare la contrattazione collettiva e, con essa, rendere efficace l’azione del sindacato in quanto soggetto sociale.

 

L’inflazione e le politiche di adeguamento

 

Il controllo dei prezzi e dell’inflazione deve partire dalla constatazione che una qualsiasi variazione dei primi  (prezzi) determina degli effetti sul debito, sui consumi e un implicito aumento della pressione fiscale (fiscal drag), con dei possibili effetti anche nella distribuzione del reddito. L’incidenza dell’inflazione è inversamente proporzionale al reddito disponibile e consumato. Se è vero che  i provvedimenti legati al controllo dei prezzi sono idonei a condizionare i “prezzi di mercato” dei beni e servizi vendibili, ossia la realizzazione di una politica economica e industriale, è altrettanto vero che la politiche dei prezzi o delle tariffe può determinare una diversa distribuzione della ricchezza. Il fiscal drag è uno degli effetti più visibili, anche se oggi appare meno “accentuato” in ragione della contenuta dinamica dell’inflazione rispetto a soli 5-6 anni addietro.

Per attutire l’impatto del fiscal drag è possibile aggiustare automaticamente gli scaglioni di imposta per tenere conto dell’inflazione. Una soluzione credibile potrebbe essere quella di trasformare “l’imposta dovuta” sull’imponibile in una “imposta dovuta” depurata dall’inflazione. Sostanzialmente si pagherebbero le tasse su base reale, invece che nominale.

Per intervenire coerentemente sull’inflazione occorre non solo rilevare l’inflazione, ma anche gli effetti reali sulle famiglie. Si potrebbe introdurre un paniere stagionale capace di ridurre la distanza tra inflazione percepita e quella reale attraverso un sistema di pesi trimestrali, cioè un paniere calcolato con pesi e prodotti effettivamente consumati in quella stagione. Allo stesso tempo sarebbe utile rilevare l’inflazione sulla base dei redditi effettivi delle famiglie. Infatti, l’incidenza dell’aumento dei prezzi, soprattutto per i cosiddetti beni primari e beni indispensabili come la casa, incide in misura inversamente proporzionale al reddito. Si potrebbe utilizzare un indicatore capace di valutare l’incidenza dell’aumento dei prezzi sulla base di scaglioni di reddito e per questa via valutare con efficacia quanto e come agisce l’inflazione sui redditi da lavoro.

 

CONTRATTAZIONE E MODELLO CONTRATTUALE

 

La crisi che sta attraversando il nostro modello contrattuale è riconducibile almeno i seguenti aspetti:

-          la perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni che non sono cresciute  in relazione alla ricchezza prodotta

-          l’assenza di un riferimento per la tutela del potere d’acquisto

-          il venir meno della tempistica di rinnovo dei contratti nazionali

-          l’insufficiente estensione della contrattazione di secondo livello

-           

La conferma della funzione della contrattazione collettiva, basata su due livelli, il  Contratto Nazionale e la contrattazione aziendale o territoriale. Gli assetti contrattuali devono prevedere un contratto collettivo nazionle e un secondo livello di contrattazione aziendale, che può diventare territoriale, ma non sostitutiva del livello aziendale, solo per quelle categorie che storicamente o per cultura hanno realizzato una contrattazione territoriale e in misura più contenuta quando è impossibilitata una contrattazione aziendale.

La conferma di un modello contrattuale fondato da due livelli contrattuali, da confermare e consolidare porta innanzittutto a definire quale funzione va attribuita al contratto nazionale in termina di tutela e crescita del salario

Se la crescita può essere attribuita alla distribuzione nazionale di quote di produttività dei settori

 La quota di produttività andata al lavoro è stata assai scarsa. Si è evidenziato, inoltre, un problema con gli altri paesi europei nei quali, a parità di produttività, vi è stata una maggiore ridistribuzione al lavoro (a parità di produttività, 21,1 per cento, al lavoro in Italia è andato il 3,3 per cento, in Germania il 9,1); con alcuni di essi vi è anche un problema di differenziale di produttività e quindi  di competitività da recuperare.

Si tratta di definire un sistema di misurazione e monitoraggio condiviso che permetta di dare un carattere di trasparenza e univocità all’andamento della produttività.

Il Contratto Nazionale dovrebbe   destinare parte della produttività  a salario fresco o per costruire strumenti e spazi per la contrattazione aziendale su materie come inquadramento professionale, formazione, riduzioni d’orario, ecc.

 

L’inflazione programmata così come l’abbiamo conosciuta è diventata uno strumento inadeguato sia per l’inattendibilità rispetto all’inflazione reale sia per le differenze sopraindicate di misurazione dell’inflazione

Lo stesso riferimento dell’inflazione attesa si presta a delle problematiche

Ancor diverso si è dimostrato in questi anni il riferimento alle previsioni europee

In questo contesto quale indicatore si assume rende collegato il meccanismo delle tempistiche contrattuali affinché vi sia un reale mantenimento del potere d’acquisto:

 

- si può ipotizzare la durata di tre anni, sia per i CCNL sia   per la contrattazione di secondo livello, o con un adeguamento automatico annuale all’inflazione reale, oppure un sistema negoziale-contrattuale, a metà della vigenza contrattuale, che definisca ed eroghi l’eventuale differenziale di inflazione che viene a maturare nel periodo di riferimento, oppure si può individuare un meccanismo di adeguamento attraverso il concordare il valore punto e quando erogare la differenza.

 

L’obiettivo di individuare una certezza di tutela del potere d’acquisto deve anche affrontare come disincentivare e penalizzare quelle controparti che allungando i tempi di rinnovo contrattuale nei fatti comprimono i salari.

L’attuale meccanismo di  indennità di vacanza contrattuale non ha un’efficace funzione di deterrente si potrebbe quindi:

Nella fase di rinnovo contrattuale, dopo un periodo di vacanza contrattuale pari  3 mesi del CCNL, ai lavoratori dipendenti sarà corrisposto a partire dal mese successivo, ovvero dalla data di presentazione della piattaforma, ove successivo, un elemento provvisorio della retribuzione. L’importo percentuale, da definire tenendo conto dell’inflazione reale, deve essere tale da rappresentare un reale deterrente contro ogni dilazione o allungamento dei tempi della contrattazione e capace di incentivare la corretta pratica contrattuale.

 

Una politica di rafforzamento del contratto nazionale deve poi misurarsi con altri due temi

1. Accorpare i contratti

Occorre sviluppare una riflessione che porti ad accorpare una parte dei circa 450 contratti attuali, per renderli coerenti con l’organizzazione dei settori produttivi, ma anche di strutturarla in modo tale che possa concorrere al salto qualiquantitativo del tessuto produttivo nazionale. Senza questa “coerenza” il rischio è quello di un complessivo indebolimento del Paese dovuto alle attività produttive a basso contenuto tecnologico, ma anche per motivi legati a politiche fiscali e salariali del tutto inefficaci. Occorre immaginare progressivi accorpamenti nelle categorie e tra le categorie, assumendo un’ottica inclusiva rispetto alla forzosa diversificazione che renderebbe la contrattazione più debole. Questo processo rafforzerebbe il ruolo della rappresentanza sociale delle nuove strutture organizzative dei lavoratori.

 

2. RESPINGERE I TENTATIVI DI CONTRATTI REGIONALI E/O TERRITORIALI

           Contrastando le due filosofie che più fortemente sostengono questa tesi “le gabbie salariali”, il rapporto tra decentramento/ federalismo istituzionale e regionalizzazione dei contratti pubblici

Ancor meno credibile è poi la teoria che collega la frantumazione o difficoltà della rappresentanza sindacale con la territorialità risolutrice di tutti i mali.

Come già si diceva l’inflazione crescente e il depotenziamento del welfare hanno ulteriormente accresciuto le distanze nord/sud del nostro paese, un semplice principio di eguaglianza porta a rilevare che di gabbie salariali non vi è alcuna necessità, anzi che una politica in questo senso è destinata solo ad aggravare le condizioni dei lavoratori.

Le politiche di decentramento nel nostro ordinamento si basano sul principio dell’universalità dei trattamenti e sui trasferimenti di risorse connessi, (l’oggettiva inadempienza del centralista Tremonti non può far venir meno i principi dell’ordinamento) , il principio di universalità va quindi mantenuto per le retribuzioni contrattuali ed in particolare nel pubblico il principio che la qualità del lavoro e  il suo riconoscimento sono  parte del welfare.

In un nuovo modello contrattuale, che deve ridurre il divario tra il nord e il sud del Paese, che fa il paio con la divergenza tra l’Italia e l’Europa,  il contratto nazionale rappresenta lo strumento che meglio di altri può assolvere all’obbiettivo della crescita delle retribuzioni e di garantire al contempo la coerenza con i  principi di equità e solidarietà, assieme a un secondo livello esteso e qualificato, al fine di dare autorevolezza salariale alla contrattazione..

Inoltre, il contratto nazionale deve assolvere alla funzione di difesa universale del potere d’acquisto, della sua crescita, della solidarietà e, soprattutto, definire un quadro di riferimento per i diritti nei luoghi di lavoro per la ricomposizione del lavoro più precario e frammentato. Occorre ridefinire un nuovo sistema di classificazione professionale nel contratto nazionale di lavoro per dare all’inquadramento professionale elementi di aderenza con gli attuali processi produttivi

 

MERCATO DEL LAVORO LEGGE 30, /276

 

Rispetto ai fenomeni legati alla delocalizzazione e alla esternalizzazione, deve essere “realizzata” una definizione dei diritti di informazione e dei relativi vincoli, capaci anche di affrontare i temi degli appalti, dei rapporti di lavoro e capace di ridurre la precarietà e la flessibilità indotte dai processi di scomposizione delle imprese, soprattutto dopo l’introduzione della legge 30 che con “la cessione di ramo d’azienda” rischia di indebolire i diritti dei lavoratori, ma anche la realizzazione di un nanismo produttivo che mal si concilia con la crisi economica del Paese. Si pone il problema di una maggiore efficacia dell’azione sindacale nel conoscere le politiche industriali e aziendali, prefigurare e interpretare i processi di ristrutturazione, delocalizzazione, frammentazione, per aumentare la nostra capacità di esprimere un nostro punto di vista e mettere in campo azioni conseguenti.

A questo proposito bisogna approfondire la questione dei Comitati di sorveglianza, anche in rapporto alle direttive europee.

 La riflessione sui contenuti della contrattazione, sia nei CCNL che al secondo livello, deve partire dai profondi cambiamenti che sono intervenuti nell’ultimo anno per effetto della Legge 30, del Decreto attuativo 276 e del Decreto 66-2003 sull’orario di lavoro.

Queste norme hanno modificato aspetti fondamentali del rapporto di lavoro, puntando a indebolire la stessa base culturale della contrattazione collettiva e a far prevalere gli ambiti di contrattazione individuale tra impresa e lavoratore, determinando inoltre un allentamento del rapporto tra datore di lavoro committente e prestazione lavorativa. Tutto ciò, oltre ai problemi legati alla messa in discussione di una corretta ed equilibrata gerarchia contrattuale, richiede una maggiore attenzione del passato nella definizione della funzione e dei contenuti della  contrattazione collettiva.  

 

 

Sicurezza nei luoghi di lavoro

 

La stessa sicurezza nei luoghi di lavoro deve essere messa la centro della contrattazione. Infatti, l’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di morti e infortuni nei luoghi di lavoro. Non si tratta solo di rivitalizzare la 626, soprattutto di farla diventare patrimonio e consuetudine nella contrattazione collettiva nazionale di primo e secondo livello. Il fenomeno degli infortuni sul lavoro in Italia e in Lombardia in particolare continua a registrare dimensioni inaccettabili, anche per effetto dei processi di frammentazione produttiva e di precarizzazione del lavoro. Spesso si è delegato il problema della prevenzione e della salute alla pura applicazione delle norme di legge e al ruolo del RLS. E’ necessario intervenire anche attraverso la contrattazione, in particolare a livello aziendale per garantire tutele e adeguata informazione a tutti i lavoratori coinvolti nel ciclo produttivo, comprese le nuove tipologie contrattuali introdotte dalla Legge 30, che in conseguenza della particolare precarietà del rapporto, sono quelle più esposte. Si possono inoltre realizzare interventi di prevenzione e protezione rispetto a nuovi e vecchi rischi,  individuare budget annuali da destinare alla prevenzione e al miglioramento ambientale, intervenire sull’organizzazione del lavoro per migliorare le condizioni di sicurezza, anche attraverso un rapporto più stretto tra la RSU e il RLS.

 

LA CONTRATTAZIONE DI SECONDO LIVELLO

 

Partendo dal dato di fatto che la contrattazione aziendale, anche in settori a forte presenza sindacale, copre attualmente il 25% delle aziende,  bisogna porsi l’obiettivo della sua espansione, anche attraverso un’azione di riqualificazione dei contenuti per renderli più aderenti ai bisogni dei lavoratori.

La contrattazione aziendale resta la scelta di fondo perché la contrattazione di secondo livello sia effettivamente aderente alle condizioni di lavoro, alle esigenze dei lavoratori e rappresentativa di tutti i lavoratori presenti in un impresa

A questo fine è necessario:

 

Che la non ripetibilità delle materie tra i due livelli non diventi un criterio di limite della contrattazione di secondo livello, in particolare su materie come i  diritti di informazione, gli orari e l’odl, la professionalità e la formazione .

Approfondire il problema delle forme di rappresentanza e dell’ambito  di validità della contrattazione aziendale, in riferimento alla filiera, al sito, al distretto e al meta distretto.

              Affrontare il tema della contrattazione nei grandi gruppi che sempre più hanno accentrato in una sorta di contratto nazionale bis la contrattazione articolata ridando ruolo e funzione ai singoli stabilimenti ed alle RSU.

                In questo ambito devono essere contrastate con forza le situazioni di differenza di trattamento e di doppio regime tra lavoratori all’interno della stessa realtà aziendale, ponendo come obiettivo prioritario quello della parità di diritti e tutele.

             Si deve prevedere nella contrattazione aziendale e/o territoriale il coinvolgimento diretto dei lavoratori non standard, includendo strutturalmente nell’azione sindacale di tutela i lavoratori atipici (interinali, collaboratori, ex parasubordinati) presenti nelle unità produttive, recuperando l’obiettivo di una gestione unitaria ed equa della forza lavoro nell’azienda.

               Lo sviluppo dell’azione contrattuale implica, anche, un ampio ventaglio di atteggiamenti tesi a tradurre in “regolamentazione”, quindi a contenere,  gli inquadramenti atipici, il loro monitoraggio, l’individuazione delle causali, la valorizzazione della loro funzionalità e professionalità, fino alla “emancipazione” delle loro condizioni retributive e di stato sociale; mantenendo ben chiari e delimitati i presupposti che differenziano la condizione di dipendenza da quella di autonomia.

 

 

 

Salario

 

E’ necessaria una riflessione complessiva su tutta la materia salariale a livello aziendale.

      Il problema principale è che oggi si sta gradualmente accentuando la quota di salario gestito in modo unilaterale dalle aziende; anche introducendo un diritto di informazione e trasparenza sulle politiche salariali aziendali, anche perché hanno un’incidenza nei costi aziendali e le medie non sono accettabili.

 

Bisogna riflettere se tutto il salario aziendale deve mantenere caratteristiche di variabilità connesse ad obiettivi, se si va verso la strada dei consolidamenti anche legando il salario aziendale alla professionalità o ad altre normative

Sono aperte varie ipotesi su:

 

-va posta la nostra attenzione sul fenomeno delle griglie di valutazione  dell’attività individuale dei lavoratori, che sempre più spesso avvengono sulla base di criteri e parametri soggettivi e unilaterali, che sfuggono a qualunque controllo sindacale.  

-          Riportare la validità del salario aziendale non variabile sugli istituti.

-          Ridefinizione del concetto di variabilità del salario, prevedendo meccanismi e periodi di misurazione degli obiettivi maggiormente controllabili e condizionabili dall’intervento sindacale.

-          Ridefinizione del concetto di variabilità, anche superando i meccanismi di incremento annuo, prevedere periodi di maggiore respiro.

-          Maggiore rapporto tra interventi sulla condizione di lavoro, sull’organizzazione del lavoro, sugli orari e il salario aziendale.

-          Definire politiche contrattate che tengano insieme la dinamica professionale, la dinamica della formazione e la dinamica salariale.

 

Precarietà (legge 30 e decreto legislativo 276)

 

La Legge 30 e il decreto 276 hanno introdotto una serie di norme che accentuano la frammentazione della struttura d’impresa e la diversificazione all’interno della struttura occupazionale dell’impresa, con effetti di forte precarizzazione e individualizzazione  del rapporto di lavoro.

La definizione di politiche contrattuali in grado di contrastare gli aspetti più negativi e pericolosi delle nuove norme deve avvenire sia all’interno dei CCNL che nella contrattazione di secondo livello, in particolare del lavoro a chiamata e alle tipologie di lavoro che più di altre ledono la soggettività del lavoratore e della lavoratrice in particolare.

Diventa fondamentale il supporto alle RSU in termini di strumenti sindacali, diritti di informazione, attività formativa, per dare efficacia  alle azioni di contrasto delle parti più negative.

Bisogna prevedere percorsi di stabilizzazione e di riduzione del disagio e della condizione di precarietà, attraverso la definizione di parametri oggettivi e  trasparenti, che riducano gli spazi di discrezionalità delle imprese.

In particolare, per quanto riguarda le nuove tipologie contrattuali e le modifiche a tipologie già esistenti, come il tempo parziale e il lavoro a termine, è necessario individuare gli aspetti più urgenti su cui intervenire attraverso la contrattazione.

Rispetto al tempo parziale si propongono i seguenti punti:

-          problemi legati alla soppressione della definizione di “orario giornaliero” dopo il varo del Dlg 66 sull’orario di lavoro;

-          determinazione di part-time orizzontale, calcolo dello straordinario per il part-time verticale;

-          regolamentazione lavoro supplementare – secondo la circolare n.9-18 marzo 2004, l’azienda potrà mutuare le normative di un diverso CCNL se quello applicato in azienda non la prevede, o potrà, comunque, concordarle per via individuale con il lavoratore.

-          Si pone poi il problema del ripristino del carattere volontario del lavoro supplementare (vedi sentenza della Corte Costituzionale del 1992) e del diritto al ripensamento per le clausole elastiche e flessibili;

-          Sempre per quanto riguarda il lavoro supplementare, vanno poi posti i problemi relativi al consolidamento, maggiorazioni e superamento dei tetti massimi.

 

Orari e organizzazione del lavoro

 

L’organizzazione del lavoro e i tempi di lavoro sono sottoposti a continui attacchi, fino a prefigurare un aumento delle ore lavorate, a parità di salario, che in qualche modo “incrinano” le conquiste del mondo del lavoro che hanno saputo regolare i tempi di vita, i tempi produttivi e riproduttivi. Si tratta non solo di arrestare la crescita degli orari di fatto, ma anche di invertire la recente tendenza all’aumento delle ore lavorate. Mai come oggi è urgente riaprire il tema degli orari, capace di trovare un equilibrio superiore tra i tempi produttivi e riproduttivi. In questo senso la CIG o CIGS devono essere riposizionate. Infatti, per affrontare una crisi di produzione è possibile utilizzare anche la leva degli orari, fino a immaginare soluzioni che, in altri Paesi (vedi Germania), hanno saputo coniugare sviluppo, tempi di lavoro e tempi riproduttivi. Occorre ridistribuire il lavoro allargando il tasso di occupazione.

 

ESTENSIONE CONTRATTAZIONE DI SECONDO LIVELLO

 

L’obiettivo di estendere la contrattazione di secondo livello induce ad affrontare il tema della contrattazione territoriale senza che questa diventi un limite a quella aziendale.

Vi sono categorie (edili, agricoli…) che già praticano la contrattazione territoriali e che riconfermano la loro esperienza.

Vi è l’esperienza di alcuni contratti (alimentari) di quote di salario previste nel CCNL per  i lavoratori delle aziende che non fanno contrattazione di secondo livello

              Il limite più evidente della contrattazione territoriale è quello che definisce quote di salario, ma difficilmente affronta i temi della condizione di lavoro.

In questo senso l’idea di praticare contrattazione di secondo livello di azienda considerando il suo ciclo (ovvero ricomprendendo le esternalizzazioni , decentramenti, cooperative ecc.), oppure la filiera, il distretto ecc. sicuramente possono portare ad un’ampliamento della contrattazione.

Resta comunque ancora aperta la ricerca di soluzioni, infatti la pura soglia dimensionale può rispondere ai luoghi di lavoro dove non vi è rappresentanza sindacale, ma la soglia dimensionale ricomprende imprese tra loro molto diverse per produzioni, fatturato, condizioni…

 

 

La democrazia nei luoghi di lavoro e le regole

 

La democrazia nei luoghi di lavoro diventa essenziale, così come diventano essenziali le norme riguardanti la regolamentazione del diritto di  sciopero che non prevedono delle penalizzazioni per le controparti.  Si tratta di stabilire o ristabilire delle regole certe nell’esercizio dello sciopero. Infatti, troppo spesso la controparte datoriale è venuta meno alle “regole” che in qualche modo hanno regolato il conflitto. Si tratta di configurare una sorta di “penale” qualora uno dei contraenti venisse meno agli impegni concordati tra le parti o con terzi.

Per quanto riguarda la democrazia, occorre ricordare che il contratto collettivo di lavoro è nominato (reiteratamente) nell’ordinamento legislativo italiano, ma non è specificamente “regolato” dalla legge come in Francia. In assenza di una norma legislativa di riferimento si è determinata una “area grigia” dove tutti possono “interpretare” e “piegare” l’implementazione dei contratti. In particolare per quanto attiene ai rapporti con il contratto individuale. È passata questa concezione: il contratto collettivo è diventato  “fonte regolatore” dall’esterno dei rapporti individuali.

Da questa concezione né deriva che i contratti successivi possono modificare il precedente contratto anche a danno dei lavoratori. Il contratto collettivo in questa fase di crisi ha segnato dei peggioramenti; le pratiche negoziali ne hanno a volte determinato una funzione “ablativa”, con la cancellazione di dritti precedentemente riconosciuti e in assenza di un coinvolgimento democratico delle lavoratrici e dei lavoratori.

Occorre pertanto ripristinare in tutta la sua ampiezza, il principio che il contratto individuale non può derogare in peius quello collettivo; è necessario riaffermare pratiche negoziali capaci di garantire che il contratto collettivo successivo sia migliorativo del contratto collettivo precedente. In questa situazione è evidente che ogni deroga di singole norme che incide sui diritti individuali deve essere obbligatoriamente approvata dalle lavoratrici e dai lavoratori.

La legge sulla rappresentanza del pubblico impiego può diventare un modello di riferimento per affermare la democrazia sindacale, dando piena attuazione all’art. 39 della Costituzione, evitando così strappi e fratture come è avvenuto con l’accordo separato dei metalmeccanici.

Inoltre, si tratta di definire forme di rappresentanza di tutte le tipologie contrattuali presenti in organico ed esterne all’organico. Quindi, la democrazia nei luoghi di lavoro diventa essenziale, a partire dalla partecipazione dei lavoratori  alla costruzione delle piattaforme e a tutti i momenti significativi della vertenza contrattuale, alla definizione del mandato e al pronunciamento democratico sull’ipotesi di accordo, anche con l’utilizzo dello strumento del referendum.

Le forme della rappresentanza e della democrazia devono essere in grado di rispondere alle trasformazioni avvenute nel mercato del lavoro, che determinano problemi nuovi sulla composizione dell’organico aziendale. Molte nuove tipologie contrattuali e alcune modifiche al contratto a termine e al part time, non incidono, o incidono solo parzialmente, sul computo dell’organico in relazione ai diritti sindacali. Si presenta il problema di adeguare gli strumenti tipici dell’attività sindacale alle modalità di svolgimento del rapporto delle nuove tipologie di lavoro, favorendo la loro partecipazione alla vita democratica nei luoghi di lavoro( Rsu e assemblee)