| Lavoro
di guerra
La Costituzione
della Repubblica non è stata solo lacerata nel suo articolo 11, ma anche in tutti quelli
che, a partire dal primo, impegnano a garantire un lavoro dignitoso. Ce lo ha ricordato
uno degli amici o colleghi dell'ostaggio ucciso in Iraq. Quelle parole ci avvicinano
Quattrocchi e la sua tragica sorte molto di più della vuota retorica di quel bellimbusto
televisivo che fa il ministro degli Esteri.
Sono simili le
storie di questi ostaggi italiani. Qualche affare andato a male. Uno di essi ha subito i
danni del crack della Banca 121, uno dei regali, assieme a Parmalat e Cirio, che il
liberismo ha fatto ai risparmatori italiani. Vita di palestra e di buttafuori e poi il
reclutamento con il miraggio di un guadagno consistente anche se a compenso del rischio.
Del resto anche i militari pubblici italiani, ce lo ha ricordato il Presidente del
Consiglio, sono professionisti ben pagato, che sanno quello che rischiano. I militari
privati allora di che si lamentano? Essi fanno parte del moderno concetto di impresa, di
quell'impresa che terziarizza e appalta gran parte delle proprie funzioni.
Se anche una guerra e un'occupazione militare vengono privatizzate e generano così
l'affare della outsourcing della "sicurezza", di che stupirsi? E l'affare è
davvero grosso. Se in Iraq ci sono trentamila di questi lavoratori mercenari, essi sono
alla base di un giro di affari di decine di miliardi di dollari all'anno. Miliardi di
dollari, naturalmente sottratti alle risorse del popolo iracheno. Ma come si fa a
diventare lavoratori mercenari? I racconti sembrano quelli di normali storie di moderno
caporalato. Si viene contattati dal reclutatore e assunti senza contratto, senza
assicurazione, senza marche. Lavoro nero internazionale. Così si viene spediti in Iraq. A
morire. Certo, si è ben più pagati di un migrante reclutato per qualche lavoro
d'appalto, che si sfracella cadendo da un'impalcatura dopo 12 ore di lavoro. Ma il
meccanismo è lo stesso. Ti pagano di più, ma sei sempre una merce. Una merce che serve a
una guerra. Una merce usa e getta come si vuol far diventare tutto il lavoro.
Per questo ci sentiamo vicini a questi ostaggi, anche se non avrebbero dovuto essere lì.
Perché anch'essi sono vittime della guerra e del liberismo, della violazione del diritto
internazionale e dei popoli e di quello del lavoro. E non è un caso che il nostro
governo, sempre a ruota di quello degli Usa, mostri il peggio di sé su tutti questi
fronti. Tutto si tiene, anche lo schifo.
Per questo
riportiamoli a casa tutti, senza distinzione fra truppe e appalti. Ora.
Giorgio Cremaschi
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