| Nessuno parla più della vertenza degli autoferrotranvieri eppure la sua
ombra si proietta silenziosa e pervasiva sull'attuale scenario politico e sindacale. In
quella vicenda, nonostante la generosa e maggioritaria lotta della categoria, un contratto
nazionale che sancisce il non recupero del salario eroso dal carovita è stato la base per
ricostruire l'unità dei sindacati confederali. I fatti materiali valgono più di mille
dichiarazioni e oggi ci troviamo di fronte al moltiplicarsi di segnali preoccupanti che
alludono ad una inversione di tendenza, ad una sorta di ritorno al passato dell'unità a
prescindere. Sarà un caso che dopo la conclusione della vertenza dei tranvieri la Cgil
riscopre la politica dei redditi e che firma insieme a Cisl e Uil prima l'accordo sui
"contratti d'inserimento" previsti dalla legge 30 e poi quello per le imprese
artigiane che introduce la regionalizzazione della contrattazione? E sarà un caso che la
piattaforma confederale dello sciopero generale del 26 marzo avesse un carattere moderato
e neoconcertativo?
Nel corso degli ultimi due anni molte voci, non soltanto quella del SinCobas e degli
altri sindacati di base, avevano sottolineato la contraddittorietà del riposizionamento
della Cgil in seguito alla non firma del Patto per l'Italia, visto il prevalere della
continuità nella politica contrattuale di quasi tutti i comparti. Tuttavia, era
innegabile che questa dialettica in campo confederale apriva spazi nuovi e salutari, come
testimoniavano il rapporto diverso della Cgil nei e con i movimenti oppure la vitalità
della lotta della Fiom.
Ci pare altrettanto innegabile che la chiusura di questa dialettica renderebbe ancora
più difficile una situazione già di per sé difficile. Ebbene sì, perché il governo
Berlusconi è in difficoltà su diversi fronti, ma per quanto riguarda la sua politica in
materia sociale incontra spesso punti di contatto bipartisan non indifferenti con la parte
riformista dell'opposizione. Ne sono stati dimostrazione la mano tesa di Margherita e Ds
sul taglio delle pensioni oppure le "disponibilità" di Rutelli sui contratti
locali. La stessa correzione di linea in salsa Montezemolo che si preannuncia in casa
Confindustria non mette affatto in discussione il merito, ma unicamente il metodo.
Auspicare il tanto peggio tanto meglio è una sciocchezza, ma lo è altrettanto
affidarsi al meno peggio. Infatti, dobbiamo a quest'ultimo buona parte dei problemi di
oggi. Non è stato l'euro a provocare l'impoverimento di milioni di lavoratori, semmai
l'ha semplicemente accelerato, bensì la cosiddetta politica dei redditi concertata nel
1993 che stabilisce lo stupefacente principio che prezzi e tariffe fanno quello che
vogliono, mentre salari, stipendi e pensioni si dovranno attenere alla truffaldina
"inflazione programmata". E lo smantellamento della centralità del contratto
nazionale a favore delle moderne gabbie salariali, non risolverebbe certamente la
questione salariale, anzi dissolverebbe la solidarietà tra i lavoratori in un gigantesco
spezzatino vertenziale.
Voler resuscitare oggi la concertazione, peraltro su un terreno più arretrato, è un
tragico errore. Allo stesso modo la subordinazione delle strategie sindacali al quadro
politico, sacrificando il merito ai giochi di palazzo, conduce diritto in un vicolo cieco.
Di fronte al dilagare della condizione precaria e all'impoverimento crescente di
significativi settori sociali ci vuole invece il coraggio e la lucidità di seppellire la
politica dei redditi, ponendo seriamente il problema di un nuovo meccanismo di adeguamento
di salari e pensioni all'inflazione, di non accettare il taglio delle pensioni, di
riqualificare l'istituto del contratto nazionale e di boicottare l'applicazione della
legge 30.
Quattro punti semplici, ai quali va aggiunto il tema della democrazia sindacale, che
oggi dovrebbero e potrebbero essere gli elementi essenziali per una piattaforma sindacale
realisticamente radicale. Una "piattaforma" che deve incrociare ed attraversare
l'impellente necessità di una strategia sindacale contro la guerra, per il ritiro
immediato delle truppe d'occupazione dall'Iraq e dall'Afghanistan, ma anche per la
riduzione netta delle spese militari e per la riconversione delle produzioni di morte.
Non è questione di sigle, ma di contenuti e di volontà di costruire azione
convergente. E la MayDayParade 2004 di Milano, ovvero il Primo Maggio contro la
precarietà, potrebbe essere una prima occasione dove rendere visibile questi contenuti e
sperimentare convergenze.
Luciano Muhlbauer
segreteria nazionale SinCobas
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