| L'amministrazione Bush sprofonda sempre più nel pantano iracheno, con
la rivolta contro l'occupazione che si allarga a macchia d'olio: uno dei quattro
battaglioni del "nuovo" esercito dell'Iraq si è rifiutato di partecipare alla
battaglia di Falluja e gli studenti di Baghdad, in parte forse armati, hanno occupato
l'Università Al Mustansiriya che è stata circondata dai carri armati americani, mentre
dal primo aprile sono già 76 i soldati Usa uccisi. Di fronte a questo vero e proprio
disastro il comando americano sembra sul punto di perdere la testa: il comandante in capo
in Iraq gen. Sanchez ordina di «catturare o uccidere Muqtada al Sadr» e il capo del
Comando centrale Usa (Centcom) gen. Abizaid chiama in causa la Siria e l'Iran; due
dichiarazioni a dir poco avventuristiche, alla luce delle conseguenze devastanti che
potrebbero avere sia l'uccisione di Al Sadr che un allargamento del conflitto. Questa
seconda ipotesi è tutt'altro che azzardata: il gen. Abizaid, che è di origine libanese e
dunque dovrebbe capirne qualcosa di più di Bush e soci, ha detto che Siria e Iran «hanno
avuto un ruolo» nei recenti avvenimenti in Iraq «e questo non aiuta il compito della
coalizione»; parole che riecheggiano le accuse già lanciate ripetutamente fin dall'anno
scorso contro Teheran e Damasco da Bush e dai membri del suo entourage, interpretate come
l'indicazione dei prossimi obiettivi della "guerra infinita". Per la verità i
guai che la coalizione sta passando in Iraq, aggiunti alla situazione sempre difficile in
Afghanistan, dovrebbero dissuadere chi avesse un minimo di cervello dall'intraprendere
altre sciagurate avventure; ma un'amministrazione che si vedesse ridotta con l'acqua alla
gola, e per di più in vista delle elezioni di novembre, potrebbe anche essere tentata di
reagire rialzando ulteriormente la posta. Damasco e Teheran, fra l'altro, hanno già
mostrato nei mesi scorsi di prendere molto sul serio le minacce americane. E che la
partita sia molto delicata a livello regionale lo dimostra anche un'altra inattesa
sortita, quella venuta ieri dal primo ministro del Kuwait, sceicco Sabah al Ahmad al
Sabah, che si è detto contrario al cosiddetto passaggio dei poteri programmato da Bush e
Bremer per il 30 giugno (ma probabilmente già saltato): gli eventi di questi giorni - ha
detto lo sceicco - fanno temere «una frantumazione dell'Iraq perché il nuovo governo non
sarà in grado di gestire la situazione e Dio sa quale potrebbe essere l'impatto su noi
che ne siamo i vicini». Gli americani insomma stanno davvero giocando con il fuoco. In
questo senso l'ammutinamento del 2° Battaglione dell'esercito iracheno è per loro un
potente campanello d'allarme; avviati verso Falluja, i soldati hanno fatto marcia indietro
e sono tornati alla loro caserma a Baghdad dichiarando di «non essersi arruolati per
combattere altri iracheni». L'ufficiale Usa al comando, maggior generale Eaton, ha detto
chiaramente che non si tratta di un caso di vigliaccheria perché «sono uomini che hanno
combattuto con grande coraggio contro l'Iran» e la loro è dunque una chiara scelta
politica, potremmo dire di campo, la quale - ha aggiunto l'alto ufficiale - conferma che
«stiamo incontrando problemi in molte delle funzioni di sicurezza». Si tratta fra
l'altro di un'ulteriore messa in discussione della data del 30 giugno, perché nessun
governo può essere presentato come credibile (anche se in realtà finto) se non può
contare almeno formalmente su un minimo di apparato militare e di polizia.
L'altro punto cruciale della giornata di ieri - a parte la questione degli ostaggi
stranieri - si è rivelata la situazione dell'università. In una città come Baghdad, che
anche domenica e ieri è stata squassata da esplosioni e scontri, il cerchio di carri
armati e veicoli blindati d'assalto che ha circondato l'ateneo di Al Mustansiriya ha fato
fino a sera temere il peggio. Gli studenti - che secondo il comando Usa erano armati, il
che sarebbe stato però smentito - sostengono apertamente i guerriglieri di Falluja e
rilanciano le parole d'ordine della ribellione di Al Sadr, a conferma della saldatura in
corso tra sciiti e sunniti. Uniche pause momentanee quelle di Falluja e Najaf: nella prima
città la tregua che scadeva ieri mattina è stata prolungata fino alla nottata, anche se
sporadici scontri vengono segnalati qua e là, mentre a Najaf il controllo del centro
città sarebbe stato preso dalla polizia irachena con l'impegno delle truppe Usa di non
entrare in città, ipotesi peraltro non ancora confermata e che contrasterebbe con
l'ordine di prendere Al Sadr "vivo o morto". A Falluja in sette giorni di
scontri i morti iracheni sono arrivati a 600 e i feriti a 1.200; organizzazioni non
governative accusano gli americani di aver sparato indiscriminatamente sui civili e di
impedire l'afflusso di aiuti umanitari.
Giancarlo Lannutti
|