A 11 anni dall'accordo di luglio

Occorre un nuovo modello contrattuale

di Franco Giuffrida
Segreteria Cgil Lombardia

L’attività centrale di un’organizzazione sindacale è quella legata ai risultati della contrattazione. Per ottenere una conclusione del negoziato con un giudizio positivo da parte dei lavoratori, è indispensabile un buon rapporto unitario tra le organizzazioni sindacali confederali. Una pratica contrattuale con una rappresentanza sindacale divisa e frammentata non ha mai prodotto risultati positivi per i lavoratori. La fase attuale, pur in presenza di qualche timida novità sul fronte dei rapporti tra le confederazioni, mette in evidenza tutti i limiti dell’iniziativa sindacale. Sull’argomento, bisogna prendere insegnamento dal sempre attuale Vittorio Foa, che in una recente intervista ha sostenuto che l’unità sindacale nasce dalla differenza, affermando testualmente: “Se io cerco di costruire qualcosa assieme agli altri, non posso solo ottenere dagli altri, devo anche concedere. Questo non significa che io non sia convinto di ciò che penso; al contrario, sono convinto che la ricerca dell’unità è un modo di confermare la propria identità: io sono sicuro di me soltanto se mi sento di affrontare il confronto”.


Un nuovo modello contrattuale
 
Per realizzare una contrattazione positiva è necessario avere un modello rispondente all’attuale situazione socio-economica. Sono ormai passati quasi undici anni dall’accordo del 23 luglio. Quell’intesa ha rappresentato un interessante governo della politica dei redditi, che ha risanato l’economia del nostro paese e, contemporaneamente, è riuscito a difendere i salari e le pensioni dei cittadini italiani. Ora, a seguito delle profonde modifiche intervenute nel mondo del lavoro e nell’attività produttiva, necessita di un aggiornamento. Il sindacato confederale deve sempre adeguare la sua iniziativa se vuole essere un soggetto politico. Per questo non sono da condividere quelle posizioni che tentano di difendere l’attuale modello con la motivazione che  questo governo non è affidabile. Non è consentito a un soggetto sindacale escludersi, per un qualsiasi periodo, più o meno breve, dal confronto sui temi che costituiscono l’attività principale per un’organizzazione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori e dei pensionati. Il sindacato ha l’obbligo di negoziare con qualsiasi controparte, sia istituzionale, sia imprenditoriale, per cercare di migliorare le condizioni dei soggetti che rappresenta. Per questo motivo, è necessario costruire una proposta, meglio se unitaria, per gli effetti che si hanno sulla contrattazione. Il cuore dell’accordo del 23 luglio ’93 è rappresentato dalla politica dei redditi. Il contenimento degli aumenti salariali dentro gli indici inflattivi reali regge se esiste contemporaneamente un contenimento di prezzi e tariffe. Se questi ultimi corrono oltre l’inflazione reale, è evidente che i salari non riescono a mantenere il potere d’acquisto.

Non solo. Un accordo regge se i soggetti che lo hanno sottoscritto s’impegnano a rispettarne i contenuti. Oggi, sia il governo che Confindustria sono per non rispettare la politica dei redditi, vogliono avere mano libera per modificare in peggio le condizioni dei lavoratori e dei pensionati. A maggior ragione, il sindacato confederale deve rivendicare un nuovo accordo sul modello contrattuale. Sbaglia chi vorrebbe una politica delle relazioni tra le parti senza regole. Il confronto si tradurrebbe in una forte conflittualità, con conseguenze gravi per la convivenza civile, in particolare in quei settori dei servizi o del pubblico impiego, dove a subire il conflitto è un soggetto terzo, il cittadino utente. Nell’ambito della materia contrattuale, esiste  comunque un problema salariale, dovuto in particolare al mancato rispetto della politica dei redditi. La coerenza del sindacato confederale ad avanzare richieste salariali in linea con gli accordi pattuiti non ha avuto dall’altra parte una identico senso di responsabilità. Anzi, prezzi e tariffe hanno avuto una tendenza al rialzo, senza rispettare gli indici programmati d’inflazione. Accanto a questo problema, ne esiste uno tutto sindacale: all’interno della scala dei valori professionali bisogna ricercare un nuovo equilibrio che tenga conto delle innovazioni nel ciclo di produzione e delle nuove figure professionali. Oggi i contratti nazionali distribuiscono in modo solidaristico gli aumenti complessivi per due strade: tra i territori e tra le professionalità. Questa distribuzione, che ha retto negli ultimi dieci anni, oggi sta provocando un forte malessere. Il sindacato deve avere più coraggio nel rispondere contrattualmente alle figure professionali, che rappresentano il punto centrale dell’organizzazione del lavoro. Spingersi verso questa direzione significa rimescolare i pesi dentro le organizzazioni sindacali, con il risultato positivo di rappresentare in modo equilibrato tutte le figure oggi presenti nel ciclo produttivo delle categorie, siano esse industriali, dei servizi o del pubblico. Il sindacato deve impegnarsi a praticare politiche contrattuali inclusive. Sono molti i soggetti professionali che sfuggono alla contrattazione collettiva.


Una contrattazione su due livelli
L’attuale modello contrattuale si basa su due livelli di contrattazione: quello nazionale e quello aziendale o territoriale. Bisogna superare le divisioni ideologiche tra il contratto nazionale e quello territoriale, evitando di assegnare le etichette di sinistra o di destra a seconda se difendi il contratto nazionale o quello territoriale. Nessuno in Cgil ha oggi in testa il superamento del contratto nazionale. Esso può ancora vivere ed essere rafforzato se esiste una contrattazione decentrata territoriale esigibile e rispondente alla richiesta dei lavoratori. In tutta sostanza, si deve ricreare un nuovo equilibrio tra i due livelli contrattuali, con soluzioni flessibili da applicare nelle diverse realtà categoriali. Avanzare la richiesta della distribuzione della produttività media di settore nel contratto nazionale rappresenta un evidente impedimento allo svolgimento della contrattazione integrativa di secondo livello. Quest’ultima, per poter vivere, ha bisogno di risorse finanziarie legate alla produttività che si è sviluppata nelle imprese. In particolare, per le realtà produttive di piccola dimensione è necessario sommare la produttività all’interno del territorio. Una contrattazione territoriale, quindi, che renda esigibile ai lavoratori la distribuzione di una parte di produttività in quelle situazioni lavorative che oggi sfuggono alla pratica contrattuale.


Il ruolo della concertazione
 
Per affermare una politica dei redditi è indispensabile una pratica delle relazioni sindacali basata sulla concertazione. I soggetti che intervengono nello svolgimento della contrattazione sono tre: le istituzioni, le imprese, il sindacato. Oggi la concertazione è in crisi, perché basta che uno dei tre soggetti richiamati non la pratichi per renderla inefficace. In particolare, è il livello nazionale  che non risponde positivamente alla pratica concertativa. Questo livello ha una funzione negativa, quella di riprodurre a tutti i livelli inferiori un sistema di relazioni tra le parti non concertativo. Questo non significa che la concertazione dev’essere abbandonata: anzi, da parte del sindacato dev’essere sempre ricercata, in modo da rendere efficace lo svolgimento delle relazioni industriali. Nel nostro paese esiste una diffusa pratica di relazioni sindacali che non si attesta solo al livello nazionale. Esistono i livelli decentrati, con un ruolo importante delle istituzioni locali nelle materie di loro competenza. La politica dei redditi richiama interventi nella contrattazione, per migliorare il cosiddetto Welfare locale. Per difendere i redditi dei lavoratori e dei pensionati, le risoluzioni ai tavoli triangolari concertativi rivestono un’importante attività delle relazioni sindacali. Non bisogna dunque demordere nella scelta strategica della concertazione, con iniziative a tutti i livelli per farla vivere in modo diffuso.

(Rassegna sindacale, n.12, 25-31 marzo 2004)