Artigianato / L'ipotesi di accordo interconfederale

Ricominciamo dai due livelli

di Marco Di Luccio
Responsabile artigianato Cgil nazionale

Dopo circa tre anni di  discussioni, confronti, trattative e accordi-ponte si è raggiunta l’ipotesi d’intesa tra Cgil Cisl Uil nazionali e le associazioni artigiane per un accordo interconfederale del comparto artigiano. L’intesa rappresenta la conclusione dell’iter di verifica e di aggiornamento avviato con l’accordo del maggio 2002, dopo che nell’anno precedente Confartigianato, unilateralmente, aveva dato la disdetta del modello contrattuale e le altre organizzazioni artigiane in maniera, più o meno silente, si erano accodate. Nelle prossime settimane questa ipotesi verrà posta in discussione, per l’approvazione definitiva, in tutte le strutture e in tutti i territori.

Questa intesa permette la conclusione di tutti i contratti scaduti da ormai tre anni per oltre un milione di lavoratori, realizzando un aumento delle retribuzioni per il periodo 2002-04 pari al 7,3%, sulla base del quale verranno calcolati anche gli arretrati. Per l’anno in corso il tasso d’inflazione preso a riferimento è pari al 2,3 % non certo quello previsto dal governo nel Dpef. È prevista inoltre l’unificazione delle scadenze contrattuali e l’avvio della contrattazione decentrata regionale, come già prevista dal modello del  ’92, con il compito di ridistribuire la produttività di settore, in modo tale che non ci siano vuoti o salti nei vari livelli di contrattazione, né tanto meno perdite di quote salariali.

Nel già citato accordo del maggio 2002 era previsto il rinnovo della sola parte economica del contratto nazionale e una verifica del modello contrattuale: la prima parte fu concretizzata, con sofferenza e fatica, la seconda invece no, perché le posizioni delle controparti erano troppo distanti e troppo articolate e divergenti quelle tra i sindacati confederali.

Con l’intesa di oggi si individuano delle linee guida per la riforma del modello contrattuale, la quale andrà in vigore soltanto dopo aver definito l’insieme di tutte le parti che compongono la nuova struttura contrattuale, in modo tale che non sia possibile applicare singole parti seppur già convenute. Per cui,  nel corso del 2004, o si realizzerà l’intesa complessiva sul nuovo modello, oppure non ci sarà nessuna intesa. Nel frattempo, e in attesa del nuovo modello, è prevista la continuità della vigenza delle normative previste dagli attuali contratti nazionali, in modo tale che non ci siano vuoti o carenze normative di nessun genere. Le linee guida individuate prevedono la riconferma dei due livelli di contrattazione e la loro esigibilità, per far sì che la contrattazione decentrata non sia circoscritta alle solite cinque-sei regioni del Centro-Nord, come è avvenuto negli ultimi anni. Nella piena riconferma del ruolo e dei compiti del contratto nazionale, introduce un’importante novità, e cioè che la tutela del potere d’acquisto del salario avverrà attraverso l’adeguamento delle retribuzioni nazionali all’inflazione stabilita attraverso la concertazione triangolare, in sede di politica dei redditi: in assenza di tale pratica  concertativa si farà riferimento a un tasso concordato fra le parti sulla base degli indicatori disponibili.


Un’innovazione importante
È un’ innovazione importante: non prenderla in considerazione o considerarla un dettaglio, oltre a un insulto alla propria intelligenza, sarebbe  un’imperdonabile sottovalutazione delle condizioni di vita di oltre un milione di lavoratrici e lavoratori di questo comparto, strutturalmente deboli e poco tutelati, visto che la media statistica indica tre dipendenti per ogni impresa.

La contrattazione decentrata avrà il compito di ridistríbuire la produttività del lavoro sulla base di parametri congiuntamente concordati tra le parti a livello regionale, nonché di integrare la tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni, in caso di scostamento tra l’inflazione presa a riferimento e l’inflazione reale, nel momento in cui vengono realizzati gli accordi regionali. Questo adeguamento, per chi lo farà, non è altro che un anticipo, che verrà riassorbito dal riallineamento dei minimi nazionali che sarà garantito dalle parti nazionali nell’arco della vigenza contrattuale, in rapporto alla durata degli stessi contratti nazionali.  Le procedure, i  tempi e le modalità del riallineamento saranno stabiliti, in sede nazionale, entro la fine del 2004. Questa è la garanzia delle parti, in sede nazionale, per evitare differenziazioni dei minimi contrattuali fra i vari territori, ma anche la risposta a chi attraverso lo spostamento di “centralità” e “baricentri” si proponeva l’obiettivo del federalismo contrattuale: cioè lo smantellamento dei contratti nazionali e la realizzazione di decine e decine di minimi salariali di riferimento.

Perché, anche se con questa intesa l’abbiamo stoppata, nelle nostre controparti, è ancora forte e non sopita l’idea che la competizione si faccia solo attraverso i costi e su scala territoriale. Tanto è vero che c’è chi, pur non avendo partecipato alle trattative, sul giornale della Confindustria auspica questo, facendosi supportare da esponenti del governo, forse sospinto dalla frustrazione di non aver portato a casa quanto promesso, per oltre tre anni, agli imprenditori che rappresenta. In compagnia, però, di altri che, all’interno del sindacato, accreditano quegli auspici come l’autentica e sincera interpretazione dell’intesa stessa, e altri ancora che, pur approvandola perché unitari a oltranza, ne mettono in evidenza limiti e contraddizioni per evitare di esprimere il loro vero pensiero sul modello contrattuale. Sarebbe sicuramente più proficuo se ognuno parlasse ed esprimesse le proprie critiche, anche le più dure, dopo aver letto le intese e fatto i dovuti approfondimenti. Altrimenti il confronto, manicheo e fasullo, è tra chi fa, si assume le responsabilità, si rimette al giudizio e alle regole della democrazia e chi dà i voti senza mai sottoporsi a verifica.


Quelle proposte del 2001
È bene invece ricordare che, oltre alla disdetta del modello contrattuale del ’92, le associazioni artigiane nel luglio 2001 ci avevano presentato una proposta di riforma del modello contrattuale che prevedeva un’unica articolazione contrattuale composta da due parti, entrambe con contenuti normativi, e retributivi. Nella prima parte si stabiliva il salario di riferimento, pari all’ex contingenza da rivalutare ogni anno nella misura pari all’inflazione fissata dal Dpef, senza nessun riallineamento e una generica normativa-cornice, che poteva essere modificata liberamente, anche in peggio (così era scritto: in pejus), dalla contrattazione di secondo livello. Tutti gli altri aspetti, comprese le modalità di espletamento della contrattazione medesima, venivano contrattate e disciplinate a livello decentrato. Questo era la loro inaccettabile proposta di federalismo contrattuale: basterebbe confrontare questa proposta con l’ipotesi d’intesa raggiunta per trovare molte risposte.

Nell’intesa raggiunta ci sono tre altri capitoli molto importanti. Il primo riguarda Artifond, cioè l’avvio operativo del fondo per la pensione complementare, che dal 1998, per precise responsabilità delle organizzazioni artigiane, non è mai decollato, privando questi lavoratori di uno strumento decisivo per il loro futuro, senza contare che, avendolo assunto negli oneri contrattuali, questi lavoratori sono quattro anni che pagano senza aver avuto nessuna contropartita. Abbiamo abbassato i limiti e i parametri dell’accordo del 1998 per poter realizzare, dove sussistano le condizioni, i fondi regionali salvaguardando l’operatività effettiva del fondo nazionale, evitando che ci fosse il fondo nazionale dei poveri e quelli privilegiati delle ricche regioni del Nord. Questo è il senso della nostra nota al verbale allegato, che non abbiamo firmato. Il secondo riguarda gli ammortizzatori sociali. Come tutti sanno questo comparto ne è escluso e con l’accordo del 1988, attraverso quote a carico delle imprese, furono costituiti gli enti bilaterali per gestire il sostegno al reddito. Oggi si tratta di definire un sistema che garantisca ed estenda il diritto al sostegno al reddito in modo omogeneo e uniforme su tutto il territorio nazionale. Quindi il terzo punto riguarda proprio gli enti bilaterali e come si fanno le verifiche previste dall’accordo dell’88 e mai attuate, per realizzare un sistema degli enti bilaterali capace di rispondere alle esigenze e ai compiti previsti dagli accordi istitutivi, ferme restando le nostre convinzioni sul funzionamento della bilateralità e della sua estraneità in termini di gestione  del mercato dei lavoro.

Il 10 dicembre dello scorso anno eravamo sull’orlo di una frattura unitaria e in presenza di un accordo separato, previsto e annunciato sulla stampa per il giorno 18 dello stesso mese. L’aver sventato questa eventualità dovrebbe far contenti tutti. La costruzione di una proposta unitaria con cui siamo andati al confronto, la trattativa e l’ipotesi d’intesa sono costati impegno e fatica a tutti e speriamo anche qualche soddisfazione.


Mediazioni, non dettagli
Quello che non è permesso a nessuno è di affermare cose non rispondenti al vero. Ci dispiace per coloro che sulla stampa – ci riferiamo soprattutto a Confartigianato – si sono prodigati nell’affermare che finalmente erano riusciti a convincere anche la Cgil. Come ci dispiace per quanto si sostiene su Conquiste del Lavoro: tra il 10 dicembre e il 3 di marzo non sono stati modificati dei semplici dettagli; è successo invece che  Cgil  Cisl e Uil hanno modificato il testo del 10 dicembre e trovato le formulazioni e le mediazioni che consentono a più di un milione di lavoratori di avere il rinnovo del contratto e gli aumenti salariali fermi da tre anni, di far partire operativamente il fondo per la pensione complementare, di avviare la contrattazione decentrata, di avviare attraverso le linee guida un percorso di riforma del modello contrattuale che, riaffermando i due livelli di contrattazione e il ruolo e i compiti del contratto nazionale, rafforza ed estende la contrattazione decentrata. Questo è un risultato unitario patrimonio di tutti, se poi le associazioni artigiane, in particolare la Confartigianato, vogliono continuare nelle affermazioni apparse sulla stampa, lo facciano, non possiamo impedirlo. Non ci preoccupa, vuol dire che saremo  ancora più precisi e puntigliosi nel confronto che, come prevede l’intesa, continuerà fino alla fine dell’anno.

(Rassegna sindacale, n. 10, 11-17 marzo 2004)