Lassemblea unitaria del 10
marzo e lo sciopero del 26 marzo segnano un fatto nuovo e politicamente rilevante
destinato a influire positivamente nellazione sindacale dei prossimi anni. Il
fatto nuovo è rappresentato dal ritrovarsi unitariamente ma soprattutto
dallaver messo a punto una proposta sindacale capace di parlare ai lavoratori,
ai pensionati e al paese. È sulla base di questa proposta che il governo è chiamato a
cambiare radicalmente le sue posizioni a partire da una politica capace di difendere
salari e pensioni rimettendo in discussione lapplicazione del secondo modulo della
delega fiscale che andrebbe a unico vantaggio dei redditi alti mentre cè bisogno di
compensare i redditi bassi. Questa impostazione sindacale unitaria supera nei fatti
qualsiasi dietrologia per la quale ci sono governi con cui non si tratta o non
si fanno intese a priori. Il sindacato per sua natura, tratta e realizza intese o
conflitto solo in funzione degli interessi generali e particolari che rappresenta,
valutando sempre il rapporto tra obiettivi-risultati e consenso tra i lavoratori. La fase
dunque è cambiata: ci sono le potenzialità derivanti anche dalla crisi del blocco
sociale del centrodestra e dallavvio di una auspicabile nuova fase anche nei
rapporti con Confindustria, dopo la nomina del nuovo presidente Montezemolo.
1. Inflazione: qual e quella reale?
Partiamo innanzitutto da alcuni dati. Nel 2003 linflazione è continuata a crescere.
I prezzi al consumo sono cresciuti più delle retribuzioni contrattuali. Il governo aveva
detto che linflazione sarebbe diminuita rispetto al 2002. A dicembre dello scorso
anno, invece, la dinamica è rimasta sostanzialmente in linea con il 2002, e il governo
non ha trovato di meglio che attaccare leuro.
Inflazione programmata dell1,4 per cento;
inflazione reale Istat tra il 2,7 e il 3,2 per cento; inflazione percepita del 6 per
cento. Quello che di sicuro non è opinabile è che nel corso del 2003 i prezzi di alcuni
generi di largo consumo siano continuati ad aumentare più dellinflazione e che
limpatto delleuro cui il governo ha attribuito la responsabilità
dellaumento dei prezzi non può essere né origine né causa del problema.
Occorre recuperare la fiducia del lavoratore-consumatore, mettendolo nella condizione di
sapere che linflazione dichiarata corrisponde a quella che egli effettivamente
rileva nella vita di tutti i giorni. È necessario pensare a uninflazione attesa
vicina a quella reale, e questultima legata ai dati Istat relativi ai consumi delle
famiglie italiane. In questo caso linflazione reale per il 2003 sarebbe del 3,2 per
cento e non del 2,7. Se intanto lIstat definisse un unico indicatore per
linflazione utile e condiviso per la politica dei redditi, sarebbe già una cosa
importante.
Una vera politica dei redditi ha bisogno
innanzitutto di una seria lotta allinflazione, per condurre la quale non si possono
immaginare metodologie di rilevazione fai da te. Non si tratta certo di
immaginare 57 milioni di indici inflattivi ma di costruire anche attraverso
lIstat sistemi di rilevazione più efficaci e trasparenti. Ciò può ad
esempio avvenire mettendo sotto i riflettori limpatto dei prezzi su panieri
familiari differenziati, costruiti per fasce di reddito. In questo modo si potrebbe sapere
che una coppia di pensionati con un reddito familiare annuo inferiore ai 16 mila euro,
subisce oggi uninflazione del 4-5 per cento.
Malgrado alcuni limiti, il ruolo dellIstat va
difeso.
2. Lattacco del governo alla politica dei redditi
Il bilancio del decennio di politica dei redditi rimane positivo, ad eccezione degli
ultimi due anni, nei quali emerge quella che abbiamo definito la tenuta
problematica del potere di acquisto.
È in questultimo periodo che viene meno ad opera del governo di centrodestra
la concertazione come strumento e obiettivo. È in questi due anni che il governo
prefigura tassi programmati pari quasi alla metà dellinflazione reale, sballando di
conseguenza tutte le previsioni sulla crescita. La produzione industriale risulta in calo
costante, attestandosi sui livelli peggiori dellultimo ventennio. Loccupazione
continua a crescere, è vero, ma con una tendenza che evidenzia lesaurirsi della
ripresa occupazionale avviata nel 1997-98, e soprattutto caratterizzata dalla permanenza
al lavoro degli ultracinquantenni e dalla regolarizzazione degli immigrati. La pressione
fiscale è cresciuta di un punto e i lavoratori dipendenti e pensionati hanno visto
annullato il cosiddetto beneficio del primo modulo della delega fiscale, in
quanto la mancata restituzione del fiscal-drag e le imposte regionali e locali hanno
pesato percentualmente di più sui redditi bassi.
3. Dal 1992 al dicembre 2003: un bilancio
Riepiloghiamo nuovamente cosa è effettivamente successo nel decennio compreso fra il
1992 e il 2003:
tra il 1992 e il 1995 le retribuzioni
crescono meno dellinflazione, scontando il venire meno della scala mobile e
lentrata a regime del protocollo del luglio 1993;
tra il 1996 e il 2001 si recupera il potere
di acquisto delle retribuzioni, poiché per quattro anni consecutivi (1996-2000) non solo
si tiene il passo con linflazione effettiva, ma si ridistribuisce al lavoro
una parte della produttività di quegli anni. Crescono i salari contrattuali (+0,1 per
cento), crescono anche i salari di fatto (+0,4 per cento). Questo va considerato il
periodo migliore della politica dei redditi, grazie al buon funzionamento
della concertazione tra parti sociali e governo. La crescita delle retribuzioni di quegli
anni è stata pari allo 0,5 per cento; le retribuzioni, cioè, sono cresciute nel loro
valore di circa 110 euro allanno;
negli ultimi anni, in particolare dal 2002,
è ripreso il declino della tenuta del potere di acquisto: prima solo nellelemento
contrattuale (-0,3), poi, nel 2003, perdono sia le retribuzioni contrattuali sia quelle di
fatto (-0,5 ; -1). Gli ultimi 24 mesi sono quelli in cui il governo ha abbandonato la
politica dei redditi e della concertazione. Linflazione programmata è stata la
metà di quella effettiva. Il governo ha rinunciato ad applicare quanto previsto dal 23
luglio, relativo al price-cap e alla vigilanza sui prezzi prevista in
relazione allintroduzione delleuro.
La quota di produttività andata al lavoro
è stata assai scarsa. Si è evidenziato, inoltre, un problema con gli altri paesi europei
nei quali, a parità di produttività, vi è stata una maggiore ridistribuzione al lavoro
(a parità di produttività, 21,1 per cento, al lavoro in Italia è andato il 3,3 per
cento, in Germania il 9,1); con alcuni di essi vi è anche un problema di differenziale di
produttività e quindi di competitività da recuperare.
4. I contratti nazionali
A marzo del 2004 sono stati rinnovati contratti nazionali di lavoro per circa 9
milioni di dipendenti, considerati anche gli ultimi contratti degli enti locali (106
euro), dei chimici (100 euro) e del trasporto locale (81 euro, e 970 euro di una tantum).
In generale, tutti i contratti a eccezione di quello dei meccanici sono
stati siglati unitariamente e unitariamente approvati dai lavoratori. Va rilevato,
comunque, che nel raggiungimento delle intese contrattuali le parti sociali hanno
sostanzialmente aggiustato il tiro, guardando più allinflazione attesa che a quella
programmata.
Restano da rinnovare contratti per altri milioni di
lavoratori:
i tessili, che avanzano richieste per
tutelare il potere di acquisto dei salari pari a 92 euro, gli edili (90 euro), i
lavoratori del commercio (112 euro);
i lavoratori dellartigianato
(1.700.000), per i quali lintesa realizzata ai primi di marzo tra Cgil Cisl Uil e le
associazioni artigiane è una buona intesa, poiché sblocca i contratti ed evita
laccordo separato, rendendo netto e chiaro che la distribuzione della produttività
dovrà realizzarsi nella contrattazione decentrata. Certo non sfugge la contraddizione tra
chi teorizza un contratto nazionale più forte in quanto vorrebbe distribuire
produttività sul salario nazionale e la soluzione qui adottata che va nella direzione
diametralmente opposta. Tra laltro abbiamo già ricordato nel rapporto Ires
dellanno scorso che le retribuzioni contrattuali sono mediamente più basse di
quelle dellindustria del 20-30 per cento. Tale differenziale ha origini storiche
legate alle piccole dimensioni dellimpresa, ma oggi non ha più alcuna
giustificazione, né teorica né pratica, sul versante delle prestazioni professionali.
Forse qui andrebbe fatto da parte di tutti un ragionamento più coerente sul tema
pari salario a pari prestazioni.
5. Per una nuova politica dei redditi
Da questo critico 2003, deve ripartire lesigenza di rilanciare una nuova politica
dei redditi, in cui la lotta allinflazione, il controllo dei prezzi, la restituzione
fiscale, la crescita e la ridistribuzione della produttività, facciano un tuttuno
con una politica salariale in cui le retribuzioni possano riprendere a crescere.
Per questo, laccordo del 23 luglio del 1993
continua a essere, un punto di riferimento importante. Parlerei di nuova
politica dei redditi in quanto, nel difendere e rilanciare il protocollo del 23
luglio, occorre immaginare una capacità non solo di dare attuazione al capitolo dei
controlli su prezzi e tariffe, ma anche a un intreccio con le politiche fiscali,
soprattutto per i redditi medio-bassi. Bisogna pensare a una politica dei redditi di
carattere europeo immaginando la costruzione di un vero e proprio patto sociale da far
vivere nella stessa competizione elettorale per lEuropa. Va evitato, in ogni caso,
che a parità di produttività tra i diversi paesi si allarghi la forbice tra le
retribuzioni nette. Bisognerebbe operare, invece, per far crescere di più la
produttività nei paesi delleuro a più bassa competitività, restringendo per
questa via i differenziali retributivi tra i diversi paesi.
6. Difendere e aggiornare il 23 luglio
Nel difendere e aggiornare i due livelli contrattuali, il punto principale riguarda la
dinamica e la distribuzione della produttività e la qualità della contrattazione
Si potrebbe prevedere, nel quadro di un accordo
generale sulle relazioni industriali, limpegno a che le parti sociali istruiscano un
sistema di monitoraggio sulla produttività, tramite la costituzione di osservatori
congiunti ad hoc in grado di rilevarne landamento e la ripartizione. Questi
osservatori andrebbero costituiti ai diversi livelli per consentire alle parti di valutare
le dinamiche non solo della ridistribuzione ma anche della crescita con attenzione
particolare a non allargare la forbice con lEuropa. Ciò che a me appare chiaro, è
che qualunque sia lo strumento di rilevazione e di negoziazione, la stessa produttività
non si può ridistribuire due volte.
Serve un aggiustamento dellimpianto
contrattuale che difendendo il contratto nazionale guardi allEuropa e al territorio.
Difendere il contratto nazionale e il suo ruolo nella difesa del potere di acquisto dei
salari rispetto allinflazione reale, evitando la riproposizione di meccanismi e/o
automatismi che avrebbero lunico effetto di riproporre discussioni già affrontate e
superate ai tempi della scala mobile. La stessa tempistica dei contratti va valutata sia
con lobiettivo di ridurre il tasso di conflittualità o di ritardi nei rinnovi che
nellevitare periodi troppo lunghi coi rischi di differenziali inflattivi
conseguenti. Tutto sommato la biennalità come anche il triennio possono rispondere a
queste esigenze.
Per questo, nella riconferma dei due livelli contrattuali, la contrattazione
decentrata in azienda o nel territorio (anche individuando una soglia dimensionale pari a
30-50 dipendenti) dovrebbe aumentare le retribuzioni tramite la redistribuzione di quote
di produttività, rilevate anche dagli osservatori congiunti. Linnovazione da
introdurre consiste nellaffermare unidea di flessibilità concordata del
modello che richiede rigore e coerenza con gli obiettivi generali.
È in questa chiave che si deve pensare al
contratto nazionale anche come contenitore di differenze che le parti sociali
a livello di settore decideranno come concretizzare. Il punto vero di questi anni è la
qualità della contrattazione.
Per questo serve una maggiore iniziativa del
sindacato, capace di rilanciare lazione nella contrattazione decentrata in azienda o
nel territorio (chiedendo lestensione della territorialità) su condizioni di
lavoro, organizzazione del lavoro, innovazione tecnologica, orari e diritti, cioè le
forme in cui si realizza la prestazione.
7. Congresso Fiom: non esiste la neutralità confederale
Ho avuto modo di richiamare più volte come piattaforme e contratto separato nei
meccanici hanno rappresentato un errore su cui conviene riflettere pacatamente. Non è
neanche il tempo di chiedersi se il luogo giusto è il congresso, poiché ormai è
convocato.
Mi pare abbastanza evidente che nella vicenda dei
pre-contratti promossi dalla Fiom lobiettivo del raggiungimento di un
contratto migliore non abbia conseguito risultati soddisfacenti.
Continuo a pensare che lerrore principale in
questa vicenda sia rappresentato dallaver costruito una piattaforma non unitaria, in
cui si chiedevano aumenti uguali per tutti e dove la produttività doveva essere
distribuita sul salario nazionale, scegliendo così il terreno di uno scontro di principio
destinato sin dallinizio allinsuccesso. Prima ancora che per il merito perché
non era unitaria.
Anche per queste ragioni non può essere condivisa
la tesi, pur legittima e rispettabile, di chi, nella Fiom, ha scelto di anticipare il
congresso, con lobiettivo dichiarato di voler mettere in discussione la politica
confederale della Cgil di questo decennio su concertazione e politica dei redditi.
Ho cercato di dimostrare come il protocollo del
93, quella politica, vadano difesi e rilanciati, innanzitutto nellinteresse
dei settori più deboli del mondo del lavoro; quelli più esposti al mercato della
competizione globale. Ha ragione chi nella Fiom, difende la politica dei redditi contro
una deriva salarialista, priva di sbocchi utili ai lavoratori. Ha ragione chi
allultimo comitato centrale della categoria ha difeso laccordo confederale
degli artigiani. Occorre prendere atto del fatto che non esiste, non può esistere, una
neutralità confederale rispetto allautonomia della
categoria, poiché ciò che è in discussione è la strategia confederale.
Tutto ciò a maggior ragione dopo laccordo
con gli artigiani e il varo della piattaforma unitaria del 10 marzo che conferma come la
politica dei redditi vada riconquistata e laccordo del 23 luglio, al momento del suo
rinnovo, vada difeso, rilanciato e aggiornato al fine di renderlo più adeguato alle
trasformazioni e ai cambiamenti nel mondo del lavoro e del sistema produttivo dei servizi.
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