23 luglio: un accordo da difendere, 
rilanciare, aggiornare

di Agostino Megale
Presidente Ires

L’assemblea unitaria del 10 marzo e lo sciopero del 26 marzo segnano un fatto nuovo e politicamente rilevante destinato a influire positivamente nell’azione sindacale dei prossimi anni.  Il fatto nuovo è rappresentato dal ritrovarsi unitariamente ma soprattutto dall’aver  messo a punto una proposta sindacale capace di parlare ai lavoratori, ai pensionati e al paese. È sulla base di questa proposta che il governo è chiamato a cambiare radicalmente le sue posizioni a partire da una politica capace di difendere salari e pensioni rimettendo in discussione l’applicazione del secondo modulo della delega fiscale che andrebbe a unico vantaggio dei redditi alti mentre c’è bisogno di compensare i redditi bassi. Questa impostazione sindacale unitaria supera nei fatti qualsiasi “dietrologia” per la quale ci sono governi con cui non si tratta o non si fanno intese a priori. Il sindacato per sua natura, tratta e realizza intese o conflitto solo  in funzione degli interessi generali e particolari che rappresenta, valutando sempre il rapporto tra obiettivi-risultati e consenso tra i lavoratori. La fase dunque è cambiata: ci sono le potenzialità derivanti anche dalla crisi del blocco sociale del centrodestra e dall’avvio di una auspicabile nuova fase anche nei rapporti con Confindustria, dopo la nomina del nuovo presidente Montezemolo.


1. Inflazione: qual e’ quella reale?

Partiamo innanzitutto da alcuni dati. Nel 2003 l’inflazione è continuata a crescere. I prezzi al consumo sono cresciuti più delle retribuzioni contrattuali. Il governo aveva detto che l’inflazione sarebbe diminuita rispetto al 2002. A dicembre dello scorso anno, invece, la dinamica è rimasta sostanzialmente in linea con il 2002, e il governo non ha trovato di meglio che attaccare l’euro.

Inflazione programmata dell’1,4 per cento; inflazione reale Istat tra il 2,7 e il 3,2 per cento; inflazione percepita del 6 per cento. Quello che di sicuro non è opinabile è che nel corso del 2003 i prezzi di alcuni generi di largo consumo siano continuati ad aumentare più dell’inflazione e che l’impatto dell’euro – cui il governo ha attribuito la responsabilità dell’aumento dei prezzi – non può essere né origine né causa del problema. Occorre recuperare la fiducia del lavoratore-consumatore, mettendolo nella condizione di sapere che l’inflazione dichiarata corrisponde a quella che egli effettivamente rileva nella vita di tutti i giorni. È necessario pensare a un’inflazione attesa vicina a quella reale, e quest’ultima legata ai dati Istat relativi ai consumi delle famiglie italiane. In questo caso l’inflazione reale per il 2003 sarebbe del 3,2 per cento e non del 2,7. Se intanto l’Istat definisse un unico indicatore per l’inflazione utile e condiviso per la politica dei redditi, sarebbe già una cosa importante.

Una vera politica dei redditi ha bisogno innanzitutto di una seria lotta all’inflazione, per condurre la quale non si possono immaginare metodologie di rilevazione “fai da te”. Non si tratta certo di immaginare 57 milioni di indici inflattivi ma di costruire – anche attraverso l’Istat – sistemi di rilevazione più efficaci e trasparenti. Ciò può ad esempio avvenire mettendo sotto i riflettori l’impatto dei prezzi su panieri familiari differenziati, costruiti per fasce di reddito. In questo modo si potrebbe sapere che una coppia di pensionati con un reddito familiare annuo inferiore ai 16 mila euro, subisce oggi un’inflazione del 4-5 per cento. 

Malgrado alcuni limiti, il ruolo dell’Istat va difeso.


2. L’attacco del governo alla politica dei redditi

Il bilancio del decennio di politica dei redditi rimane positivo, ad eccezione degli ultimi due anni, nei quali emerge quella che abbiamo definito “la tenuta problematica” del potere di acquisto.

È in quest’ultimo periodo che viene meno – ad opera del governo di centrodestra – la concertazione come strumento e obiettivo. È in questi due anni che il governo prefigura tassi programmati pari quasi alla metà dell’inflazione reale, sballando di conseguenza tutte le previsioni sulla crescita. La produzione industriale risulta in calo costante, attestandosi sui livelli peggiori dell’ultimo ventennio. L’occupazione continua a crescere, è vero, ma con una tendenza che evidenzia l’esaurirsi della ripresa occupazionale avviata nel 1997-98, e soprattutto caratterizzata dalla permanenza al lavoro degli ultracinquantenni e dalla regolarizzazione degli immigrati. La pressione fiscale è cresciuta di un punto e i lavoratori dipendenti e pensionati hanno visto annullato il cosiddetto “beneficio” del primo modulo della delega fiscale, in quanto la mancata restituzione del fiscal-drag e le imposte regionali e locali hanno pesato percentualmente di più sui redditi bassi.


3. Dal 1992 al dicembre 2003: un bilancio
Riepiloghiamo nuovamente cosa è effettivamente successo nel decennio compreso fra il 1992 e il 2003:

• tra il 1992 e il 1995 le retribuzioni crescono meno dell’inflazione, scontando  il venire meno della scala mobile e l’entrata a regime del protocollo del luglio 1993;

• tra il 1996 e il 2001 si recupera il potere di acquisto delle retribuzioni, poiché per quattro anni consecutivi (1996-2000) non solo si tiene il passo con  l’inflazione effettiva, ma si ridistribuisce al lavoro una parte della produttività di quegli anni. Crescono i salari contrattuali (+0,1 per cento), crescono anche i salari di fatto (+0,4 per cento). Questo va considerato il “periodo migliore della politica dei redditi”, grazie al buon funzionamento della concertazione tra parti sociali e governo. La crescita delle retribuzioni di quegli anni è stata pari allo 0,5 per cento; le retribuzioni, cioè, sono cresciute nel loro valore di circa 110 euro all’anno;

• negli ultimi anni, in particolare dal 2002, è ripreso il declino della tenuta del potere di acquisto: prima solo nell’elemento contrattuale (-0,3), poi, nel 2003, perdono sia le retribuzioni contrattuali sia quelle di fatto (-0,5 ; -1). Gli ultimi 24 mesi sono quelli in cui il governo ha abbandonato la politica dei redditi e della concertazione. L’inflazione programmata è stata la metà di quella effettiva. Il governo ha rinunciato ad applicare quanto previsto dal 23 luglio, relativo al “price-cap” e alla vigilanza sui prezzi prevista in relazione all’introduzione dell’euro.

• La quota di produttività andata al lavoro è stata assai scarsa. Si è evidenziato, inoltre, un problema con gli altri paesi europei nei quali, a parità di produttività, vi è stata una maggiore ridistribuzione al lavoro (a parità di produttività, 21,1 per cento, al lavoro in Italia è andato il 3,3 per cento, in Germania il 9,1); con alcuni di essi vi è anche un problema di differenziale di produttività e quindi  di competitività da recuperare.


4.  I contratti nazionali
A marzo del 2004 sono stati rinnovati contratti nazionali di lavoro per circa 9 milioni di dipendenti, considerati anche gli ultimi contratti degli enti locali (106 euro), dei chimici (100 euro) e del trasporto locale (81 euro, e 970 euro di una tantum). In generale, tutti i contratti – a eccezione di quello dei meccanici – sono stati siglati unitariamente e unitariamente approvati dai lavoratori. Va rilevato, comunque, che nel raggiungimento delle intese contrattuali le parti sociali hanno sostanzialmente aggiustato il tiro, guardando più all’inflazione attesa che a quella programmata.

Restano da rinnovare contratti per altri milioni di lavoratori:

• i tessili, che avanzano richieste per tutelare il potere di acquisto dei salari pari a 92 euro, gli edili (90 euro), i lavoratori del commercio (112 euro);

• i lavoratori dell’artigianato (1.700.000), per i quali l’intesa realizzata ai primi di marzo tra Cgil Cisl Uil e le associazioni artigiane è una buona intesa, poiché sblocca i contratti ed evita l’accordo separato, rendendo netto e chiaro che la distribuzione della produttività dovrà realizzarsi nella contrattazione decentrata. Certo non sfugge la contraddizione tra chi teorizza un contratto nazionale più forte in quanto “vorrebbe distribuire” produttività sul salario nazionale e la soluzione qui adottata che va nella direzione diametralmente opposta. Tra l’altro abbiamo già ricordato nel rapporto Ires dell’anno scorso che le retribuzioni contrattuali  sono mediamente più basse di quelle dell’industria del 20-30 per cento. Tale differenziale ha origini storiche legate alle piccole dimensioni dell’impresa, ma oggi non ha più alcuna giustificazione, né teorica né pratica, sul versante delle prestazioni professionali. Forse qui andrebbe fatto da parte di tutti un ragionamento più coerente sul tema “pari salario a pari prestazioni”.


5. Per una nuova politica dei redditi
Da questo critico 2003, deve ripartire l’esigenza di rilanciare una nuova politica dei redditi, in cui la lotta all’inflazione, il controllo dei prezzi, la restituzione fiscale, la crescita e la ridistribuzione della produttività, facciano un tutt’uno con una politica salariale in cui le retribuzioni possano riprendere a crescere.

Per questo, l’accordo del 23 luglio del 1993 continua a essere, un punto di riferimento importante. Parlerei di  “nuova politica dei redditi” in quanto, nel difendere e rilanciare il protocollo del 23 luglio, occorre immaginare una capacità non solo di dare attuazione al capitolo dei controlli su prezzi e tariffe, ma anche a un intreccio con le politiche fiscali, soprattutto per i redditi medio-bassi. Bisogna pensare a una politica dei redditi di carattere europeo immaginando la costruzione di un vero e proprio patto sociale da far vivere nella stessa competizione elettorale per l’Europa. Va evitato, in ogni caso, che a parità di produttività tra i diversi paesi si allarghi la forbice tra le retribuzioni nette. Bisognerebbe operare, invece, per far crescere di più la produttività nei paesi dell’euro a più bassa competitività, restringendo per questa via i differenziali retributivi tra i diversi paesi.


6. Difendere e aggiornare il 23 luglio
Nel difendere e aggiornare i due livelli contrattuali, il punto principale riguarda la dinamica e la distribuzione della produttività e la qualità della contrattazione

Si potrebbe prevedere, nel quadro di un accordo generale sulle relazioni industriali, l’impegno a che le parti sociali istruiscano un sistema di monitoraggio sulla produttività, tramite la costituzione di osservatori congiunti ad hoc in grado di rilevarne l’andamento e la ripartizione. Questi osservatori andrebbero costituiti ai diversi livelli per consentire alle parti di valutare le dinamiche non solo della ridistribuzione ma anche della crescita con attenzione particolare a non allargare la forbice con l’Europa. Ciò che a me appare chiaro, è che qualunque sia lo strumento di rilevazione e di negoziazione, la stessa produttività non si può ridistribuire due volte.

Serve un aggiustamento dell’impianto contrattuale che difendendo il contratto nazionale guardi all’Europa e al territorio. Difendere il contratto nazionale e il suo ruolo nella difesa del potere di acquisto dei salari rispetto all’inflazione reale, evitando la riproposizione di meccanismi e/o automatismi che avrebbero l’unico effetto di riproporre discussioni già affrontate e superate ai tempi della scala mobile. La stessa tempistica dei contratti va valutata sia con l’obiettivo di ridurre il tasso di conflittualità o di ritardi nei rinnovi che nell’evitare periodi troppo lunghi coi rischi di differenziali inflattivi conseguenti. Tutto sommato la biennalità come anche il triennio possono rispondere a queste esigenze.

Per questo, nella riconferma dei due livelli contrattuali,  la contrattazione decentrata in azienda o nel territorio (anche individuando una soglia dimensionale pari a 30-50 dipendenti) dovrebbe aumentare le retribuzioni tramite la redistribuzione di quote di produttività, rilevate anche dagli osservatori congiunti. L’innovazione da introdurre consiste nell’affermare un’idea di “flessibilità concordata del modello”  che richiede rigore e coerenza con gli obiettivi generali.

È in questa chiave che si deve pensare al “contratto nazionale anche come contenitore di differenze” che le parti sociali a livello di settore decideranno come concretizzare. Il punto vero di questi anni è la qualità della contrattazione.

Per questo serve una maggiore iniziativa del sindacato, capace di rilanciare l’azione nella contrattazione decentrata in azienda o nel territorio (chiedendo l’estensione della territorialità) su condizioni di lavoro, organizzazione del lavoro, innovazione tecnologica, orari e diritti, cioè le forme in cui si realizza la prestazione.


7. Congresso Fiom: non esiste la “neutralità confederale”
Ho avuto modo di richiamare più volte come piattaforme e contratto separato nei meccanici hanno rappresentato un errore su cui conviene riflettere pacatamente. Non è neanche il tempo di chiedersi se il luogo giusto è il congresso, poiché ormai è convocato.

Mi pare abbastanza evidente che nella vicenda dei pre-contratti promossi dalla Fiom l’obiettivo del “raggiungimento di un contratto migliore” non abbia conseguito risultati soddisfacenti.

Continuo a pensare che l’errore principale in questa vicenda sia rappresentato dall’aver costruito una piattaforma non unitaria, in cui si chiedevano aumenti uguali per tutti e dove la produttività doveva essere distribuita sul salario nazionale, scegliendo così il terreno di uno scontro di principio destinato sin dall’inizio all’insuccesso. Prima ancora che per il merito perché non era unitaria.

Anche per queste ragioni non può essere condivisa la tesi, pur legittima e rispettabile, di chi, nella Fiom, ha scelto di anticipare il congresso, con l’obiettivo dichiarato di voler mettere in discussione la politica confederale della Cgil di questo decennio su concertazione e politica dei redditi.

Ho cercato di dimostrare come il protocollo del ’93, quella politica, vadano difesi e rilanciati, innanzitutto nell’interesse dei settori più deboli del mondo del lavoro; quelli più esposti al mercato della competizione globale. Ha ragione chi nella Fiom, difende la politica dei redditi contro una deriva salarialista, priva di sbocchi utili ai lavoratori. Ha ragione chi all’ultimo comitato centrale della categoria ha difeso l’accordo confederale degli artigiani. Occorre prendere atto del fatto che non esiste, non può esistere, una “neutralità” confederale rispetto all’“autonomia” della categoria, poiché ciò che è in discussione è la strategia confederale.

Tutto ciò a maggior ragione dopo l’accordo con gli artigiani e il varo della piattaforma unitaria del 10 marzo che conferma come la politica dei redditi vada riconquistata e l’accordo del 23 luglio, al momento del suo rinnovo, vada difeso, rilanciato e aggiornato al fine di renderlo più adeguato alle trasformazioni e ai cambiamenti nel mondo del lavoro e del sistema produttivo dei servizi.

(artiolo tratto da Rassegna sindacale,   marzo 2004)