| Most za Beograd Un ponte per Belgrado in terra di Bari - Associazione culturale di solidarietà con la popolazione jugoslava via Abbrescia 97, 70121 BARI tel/fax 0805562663 Gli ultimi dispacci di agenzia ci parlano di una situazione gravissima di pogrom e
pulizia etnica nei confronti dei pochi residenti non albanesi rimasti in Kosovo (circa
300.000 sono già stati espulsi dopo giugno '99).
KOSOVO METHOIJA -
MARZO 2004
Appello per fermare la pulizia etnica e gli orrori contro la
popolazione serba e non albanese Agli amici del popolo del Kosovo Methoija e del popolo
serbo, alle Associazioni come la vostra
ed alla sua persona, conosciuta e stimata per quanto fatto finora per il nostro popolo, Vi giunga questo
appello da questa terra martoriata, dove in questi giorni il sangue e la guerra, sono
nuovamente parte della nostra già difficile quotidianità di questi terribili e duri
cinque anni trascorsi dai bombardamenti della Nato, e dalla conseguente espulsione e
pulizia etnica di centinaia di migliaia di nostri fratelli e sorelle dalle proprie case,
dai propri campi, dalle proprie radici millenarie e molte migliaia anche strappati alla
vita ed allaffetto delle loro famiglie, mediante assassinii e rapimenti. Vi chiediamo di
attivarvi in qualsiasi modo e forma per contribuire a cercare di fermare lorrore e
il bagno di sangue causati da queste forze terroristiche che distruggono, incendiano,
uccidono e lapidano uomini e donne che da sempre vivono qui. Vi chiediamo di
informare correttamente sulle verità e la realtà di quanto sta accadendo, di chiedere a
tutte le persone oneste e che credono nei diritti umani nel vostro paese di aiutare il
nostro popolo a non subire un vero e proprio genocidio. Distruggono anche
gli ultimi cimiteri, monumenti e monasteri della cultura ortodossa che ancora non avevano
distrutto in questi anni. Siamo stanchi di
vedere i nostri campi e le nostre case bruciate, di essere vessati, uccisi, perseguitati
con la sola colpa di essere serbi e di voler continuare a vivere nella terra dove da
centinaia di anni abbiamo sempre vissuto. In una terra per la cui difesa dalle aggressioni
e dalle occupazioni degli stranieri invasori nel corso della storia abbiamo sempre versato
fiumi del nostro sangue. Siamo stanchi, ma
non consegneremo ad assassini e terroristi estremisti la nostra terra, le nostre vite, le
nostre radici, la nostra dignità. Dovranno ucciderci tutti, anche i nostri figli e le
nostre mogli. E un nostro diritto. Le chiediamo di
divulgare queste parole, di dare voce a noi, semplici cittadini, stranieri a casa propria,
di un popolo senza voce, senza televisioni, senza neanche più la forza per urlare la
nostra indignazione e le nostre ragioni. Ma determinati a non cedere. Nel nostro ospedale di Kosovska Mitrovica non ci sono più
posti liberi, non ci sono sufficienti medicinali, non cè sufficiente sangue per
colmare quello versato dagli estremisti albanesi; da ogni angolo di questo Kosovo
crocefisso questo è lultimo lembo di terra dove confluiscono i nostri fratelli e
sorelle scampati ai pogrom delle bande assassine, che terrorizzano, incendiano le case,
uccidono. Nelle nostre case
scarseggia tutto, i nostri figli non hanno più nulla che non sia paura e angoscia.
Aiutateci a fermarli. Che la gente onesta e buona si alzi per gridare BASTA! La nostra
amicizia e fratellanza sarà eterna. Noi siamo ancora
in piedi e fermi nella volontà di fermarli, di resistere, ma siamo soli con i nostri
fratelli della Serbia. Il personale internazionale di qui ci dice che siamo soli perché
siamo serbi. Sappiamo che lei e le vostre Associazioni non la pensano così. Per questo
confidiamo nella vostra amicizia e nel vostro impegno. Ma fate presto! Con rispetto e
tanta amicizia. Cittadini e
cittadine delle Istituzioni e Municipalità, dellOspedale e delle varie Associazioni
civili e sociali di Kosovska Mitrovica, Nord del fiume Ibar, a cui si associano i profughi
delle Associazioni dei Profughi in Serbia.
Ora hanno messo a fuoco le ultime case, monasteri, campi
che ancora non avevano bruciato
Assalti, devastazioni, lapidazioni, bombe; ancora
paura, orrore, violenza, sangue, morte. Il tutto sotto locchio distratto
di 20.000 soldati della Nato. ECCO a cinque anni dalla liberazione, dai
bombardamenti umanitari, che cosa è il Kosovo liberato. Un bantustan,
un enorme campo di concentramento a cielo aperto, dove alcune etnie non pure
vivono da cinque anni in una condizione di prigionieri e di paria, non potendo svolgere
alcuna attività. Una regione dove in cinque anni ,ci sono stati migliaia di
attentati, migliaia di assassinati e di rapimenti, di feriti, nella stragrande maggioranza
commessi contro serbi, e in numero minore, contro non albanesi o albanesi kosovari
jugoslavisti. Ecco nuovamente questi dannati del Kosovo,
nuovamente in prima pagina, ma non per denunciare questo stato di cose barbaro e
criminale, ma perché le bande assassine dellex UCK, oggi regolarizzate nel Corpo
Protezione del Kosovo, comandato dal criminale di guerra della ex Jugoslavia A. Ceku,
stanno cercando di terminare la pulizia etnica e la cacciata definitiva delle ultime
migliaia di serbi e di qualche altra etnia, che non avevano preso la via dellesilio
e della fuga, come gli altri circa 300.000 che sono scappati in gran parte in Serbia. Quanto sta avvenendo non ha nulla di particolarmente nuovo
per chi, in questi anni ha continuato a seguire gli avvenimenti kosovari , è una logica
conseguenza del modo in cui è stata organizzata la dissoluzione della Jugoslavia e il
protettorato sul Kosovo. Cosa è successo? Il pretesto per un gigantesco pogrom
scatenato in tutto il Kosovo lo ha fornito la notizia diffusa dai media della morte di due
bambini albanesi (un terzo è disperso) nelle acque del fiume Ibar, a Mitrovica, per
sfuggire allinseguimento di coetanei serbi con cane
La notizia è stata subito
smentita ufficialmente, nella stessa notte, da Derek Chappell portavoce dellUnmik.
Ma era solo il pretesto, costruito per lopinione pubblica occidentale (e ancora
avallato incredibilmente da una serie di quotidiani) come fu la presunta strage di
Racak, o le stragi del mercato di Sarajevo, per mettere in moto un ennesimo passaggio
storico per larea. Come unora x una notte dei cristalli,
come è stata definita da media locali, scatta una coordinata e sincronizzata campagna in
tutto il Kosovo Methoija, ovunque cè ancora qualche enclave di
sopravvissuti serbi e rom, circondati da filo spinato e truppe KFOR, ovunque cè
ancora una chiesa ortodossa, al cui interno vivono assediati qualche anziano con i monaci,
si scatenano assalti, incendi, assassinii, una vera e propria azione sincronizzata
militarmente, da un esercito senza divisa, ma molto ben dotato di pistole, fucili
mitragliatori, granate, mortai e bottiglie incendiarie e in sole 20 ore si scatena lorrore: Mitrovica, Caljavica, Kosovo Polje, Gnjilane, Bicha,
Grabac, Osojane, Belopolje, Pec, Gorazdevac, Obilic, Prizren, Svinare, Lipljan e -
vergogna per lUnesco e lOnu - la distruzione della chiesa Sveti Ilja a Vucitrin e dellantichissimo
monastero di Djakovica (che erano patrimoni dellumanità); parte delle 16 chiese e
monasteri distrutti nella sola notte. In 60 ore: 31 morti oltre 500 feriti secondo dati
ufficiali, mancano notizie dei villaggi sparsi per la regione, centinaia di case
incendiate e distrutte. Persino lospedale di
Mitrovica Nord è stato attaccato con mortai, come ha denunciato il direttore M.
Ivanovic. Anche la Kfor ha avuto quasi un centinaio di feriti, di cui alcuni gravi; la
stessa Onu ha avuto macchine incendiate e sedi assaltate; per questo il 19 marzo Annan ha
chiesto il rientro dello staff presente nel Kosmet. Ma in queste dinamiche militari emerge ancora una volta il
ruolo vergognoso - e funzionale alla preparazione degli eventi - dei mass media
occidentali (tranne rare eccezioni), che immediatamente parlano della barbara
uccisione dei bambini albanesi (prima
falsità: smentita dallUnmik), poi di scontri interetnici (seconda falsità: da una parte vi sono degli
assalitori armati, dallaltra degli assaliti disarmati), di esplosione della
rabbia degli albanesi per laccaduto (terza
falsità: gli stessi funzionari Unmik, a giornalisti scozzesi dello Scotsman parlano di pogrom pianificato, così come
il comandante delle truppe italiane dichiara a Repubblica che serviva solo un pretesto
tutto
era programmato
; come è possibile che, in un territorio completamente
militarizzato, centinaia di individui si spostino armati da una cittadina ad unaltra
per dare assalti, incendiare, uccidere e 20.000 soldati armati ed equipaggiati
sofisticatamente
non vedano ?!). Poi di atti di violenza di estremisti albanesi
(quarta falsità: uccidere uomini e bambini,
bruciare case e monasteri, non possono essere mediaticamente definiti atti di
violenza, ma sono giuridicamente dei crimini; il comandante delle truppe italiane
dichiara: gli albanesi vanno di casa in casa per uccidere
). La Serbia ha risposto nuovamente compatta, come allinizio
dei bombardamenti Nato nel 1999, nelle telefonate con varie città emerge un quadro di
unità nazionale, di ripresa di una identità e dignità nazionali in questi anni
calpestati dallo strapotere occidentale e dai quisling
locali, che in questi anni hanno fatto da maggiordomi ai voleri della Nato, del FMI e
della Banca Mondiale, portando il popolo serbo in un tunnel di miseria e disperazione
sociale, mai visti neanche durante embarghi e guerre. Fabbriche, uffici, miniere, scuole,
università in sciopero, le piazze di tutta la Serbia riempite da centinaia di migliaia di
manifestanti, in alcuni casi anche esasperati e stanchi di tutto quanto è accaduto. Una
ferma e grande prova di presenza, di identità e dignità nazionali ritrovate, in un
momento nuovamente tragico della storia di questo generoso e forte popolo. Ma proprio in questi aspetti si può trovare una lettura
di quanto sta accadendo non casualmente; in molte interviste di questi giorni, mi viene
spesso chiesto PERCHE?, proprio ora, in forme così violente. Proprio la
scorsa settimana ero in Serbia e ho fatto alcune interviste a personalità politiche e
sociali, che usciranno nei prossimi giorni, e nelle quali sono spiegati e approfonditi
alcuni aspetti delle scelte politiche nazionali e statali di questultimo mese a
livello istituzionale. In esse ci possono essere le chiavi per comprendere gli avvenimenti
di queste ore. 1. Una è quella
della formazione del nuovo governo Kostunica, avvenuta nelle scorse settimane, in cui
il ruolo del Partito Socialista Serbo è stato fondamentale, non perché - come
erroneamente scritto da liberi pensatori locali (anche di sinistra estrema) che non
conoscono nei dettagli gli avvenimenti - il
PSS sia andato al governo (questa è una stupidaggine), oppure - come anche ha scritto qualcuno - avrebbe
abbandonato scelte precedentemente sancite, ma perché la formazione e la vita di questo
nuovo governo è stata fondata sulla base di un accordo istituzionale, basato sulla
necessità di difendere gli interessi nazionali del popolo serbo PRIMA DI TUTTO. E solo su
questa base il nuovo governo potrà contare sullappoggio esterno del PSS. Ma è qui
che possiamo trovare la risposta al piano di violenza programmata scatenata in questi
giorni nel Kosovo Methoija, un vero e proprio tentativo di dare una spallata definitiva
alle ultime presenze serbe nella regione, quasi per anticipare le prossime scelte del
nuovo governo di Belgrado. Infatti, in uno dei sei punti programmatici per la formazione
del nuovo governo ci sono due riguardanti il KOSMET : il primo è laver stabilito
per ora limpossibilità del cambiamento della Costituzione serba (cambiamento che il
precedente governo Dindijc, su pressioni occidentali, aveva più volte tentato di mettere
allordine del giorno), dove è sancita linviolabilità degli attuali confini
della Repubblica, per cui il Kosovo Methoija è e resta una provincia della Repubblica di
Serbia e nessuno può, a nome del popolo serbo, trattare per la sua separazione. Questo è
praticamente uno schiaffo agli USA, fortemente schierati con la linea dellex Uck per
lindipendenza del Kosovo, è quasi un ritorno indietro per la politica Usa nellarea. 2. Il secondo riguarda la richiesta ufficiale da parte del nuovo governo,
dellapplicazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dellOnu,
che al punto 4, allegato 2, stabilisce il rientro di personale dellesercito e
polizia della Yugoslavia (che non cè più) e della Serbia (che esiste ancora). È
un altro punto che riapre una trattativa sul futuro del Kosmet in modo diverso da come era
stato fino allo scorso governo; vi è anche qui un ostacolo alla soluzione definitiva,
prospettata dallex Uck e avallata dagli Usa, di una definitiva indipendenza con
conseguente espulsione delle ultime comunità serbe rimaste. 3. Ma cè anche un altro elemento che deve far
riflettere, se guardiamo alle attuali dinamiche dellintera area: uno scontro di interessi sempre più evidente tra
Europa e Usa (uno su tutti, la questione dei corridoi: uno, fortemente voluto da
Germania ed Europa, laltro, al contrario, voluto dagli USA). Kostunica, anche per la
sua formazione culturale e storica, è fautore di una politica fortemente indirizzata, a
tutti i livelli, verso lEuropa. Mentre vengono annunciati questi nuovi indirizzi politici,
non certo rivoluzionari, ma sicuramente fondati su concetti di sovranità nazionale,
diritto internazionale e interessi nazionali - tutti altamente indigesti alla logica e
politica imperialista nordamericana - ecco
che improvvisamente accade un evento come la barbara uccisione di bambini albanesi,
che spiana la strada al tentativo di una pulizia etnica completa e rapida con lobiettivo
di determinare una situazione de facto, che la comunità internazionale
appoggiata dagli Usa non avrebbe potuto che ratificare. Ecco che il nodo del Kosovo sarebbe definitivamente
sciolto, con un pesante monito al nuovo governo della Serbia, più attento ai propri
interessi nazionali, a rientrare nei ranghi e ad accettare supinamente e docilmente
decisioni prese altrove e non negoziabili, come è stato in questi ultimi quattro anni. Bisogna tener conto, anche se nessuno ne parla, che in
questo momento, allinterno della stessa Serbia, vi è unaltra situazione
esplosiva, il Sangiaccato, abitato in stragrande maggioranza da musulmani che già da
anni, ma ultimamente sempre di più, stanno proponendo - mediante pressioni, violenze,
attentati per scacciare serbi e rom - il distacco dalla Serbia per unirsi al Kosovo
indipendente e piano piano dare vita alla famosa trasversale verde, che dalla
Bosnia musulmana va fino alla Macedonia, altra area esplosiva di cui non si parla, ma dove
ancora oggi le tensioni sono altissime e dove in molte zone vi è il coprifuoco. Ecco i tasselli per una Serbia ridotta anchessa ad
uno staterello dove sarà solo possibile dire signorsì al padrone di turno. Per iniziative di informazione e solidarietà sono a
disposizione di tutti -
il Video di M. Collon e V. Stojilkovic, I dannati del Kosovo, tradotto e curato dallAssociazione
SOS Yugoslavia. -
il libro di E. Vigna -Kosovo liberato, Ed. Città del sole Per info: mail: posta@resistenze.org - oppure : 338-1755563
La guerra buona TOMMASO DI FRANCESCO (il manifesto - 18 Marzo 2004) Precipita la crisi in Kosovo. Da cinque anni precipita, ma tutti
hanno preferito tacere su una ferita che i bombardamenti della Nato hanno mantenuta
aperta. Riesplode ora, quando la guerra all'Iraq vede sfaldarsi il fronte dei belligeranti
occidentali. Rimaneva il Kosovo, la guerra buona e «di sinistra» - era D'Alema il
presidente del consiglio che la gestì e poi se ne vantò - e se ne vanta ancora - in un
libro di memorie presentato a Roma con l'ancora comandante Nato Wesley Clark. Ieri
Kosovska Mitrovica ha visto scene «normali» di guerra etnica nei Balcani. Ma non era
avviata ormai la pacificazione? No, e appare forte la responsabilità di chi ha usato la
guerra come arma di risoluzione dei conflitti. Quella guerra occidentale - cominciò 5
anni fa, il 24 marzo del 1999 - fu il risultato di una serie di stravolgimenti del diritto
internazionale. Oggi chi la rivendica parla del ruolo dell'Onu, mentendo. Perché esisteva
solo un dispositivo del 1998 che aveva avviato sul campo una missione di monitoraggio
dell'Osce proprio per impedire violenze da tutte le parti. Rapporti Onu ancora nel gennaio
`99 e quelli dell'Osce non parlavano di pulizia etnica ma di «sfollati da una parte e
dall'altra». Fu la Nato, invece, la protagonista, per la prima volta ben oltre il suo
mandato istituzionale. La svolta avvenne con il legame perverso tra Richard Holbrooke,
l'inviato Usa, e le milizie dell'Uck, indicate come «terroristi» solo pochi mesi prima
dall'altro inviato Usa nei Balcani, John Gelbart. Poi la pantomima della conferenza di
Rambouillet. La strage di Racak fece il resto: peccato che l'anatomopatologa finlandese
Helena Ranta, impegnata nelle indagini indipendenti, ha ribadito anche in questi giorni
che quella strage era inventata. Bastò perché l'americano William Walker ritirasse la
missione Osce. Il 24 marzo del 1999 la Nato, senza alcun voto dell'Onu, avviava
la più grande campagna di bombardamenti sulla Jugoslavia dalla Seconda guerra mondiale.
Vennero rase al suolo tutte le infrastrutture del paese, fabbriche, ponti, comunicazioni,
ospedali, tornarono i rifugi a Belgrado, vennero uccisi 1.500 civili - con l'«innocente»
uso delle cluster bomb sui centri abitati, gli effetti collaterali si moltiplicarano con
l'uccisione sotto i raid dell'Alleanza di centinaia di profughi albanesi-kosovari in fuga
dalla vendetta di Milosevic - che reagì con furia etnica all'attacco Nato - ma anche in
fuga dai bombardamenti. Dopo 78 giorni di inarrestabili raid e bugie - fu il battesimo
delle menzogne di adesso - dei governi occidentali, si arrivò alla pace di Kumanovo nel
giugno 1999, le truppe serbe si ritirarono lasciando il campo all'Alleanza atlantica.
Allora cominciò quella che l'Onu a fine dicembre 1999 chiamò «contropulizia etnica»
dei civili serbi, rom e goranci, accompagnata dalla mattanza degli albanesi moderati.
Proprio sotto gli occhi della Kfor che ha assistito senza muovere un dito alla demolizione
di più di 100 monasteri ortodossi. Nulla era cambiato, le parti si erano invertite:
200mila serbi fuggirono, i pochi rimasti vennero terrorizzati: dalla fine della guerra
sono 1.300 i serbi uccisi, 1.200 i desaparecidos. Non solo. L'Amministrazione Onu a guida di Bernard Kouchner ha di
fatto avviato il Kosovo all'indipendenza, in aperto contrasto con gli accordi di pace.
Fino alla precipitazione di ieri. E adesso è premier a Belgrado quel Vojslav Kostunica
che da presidente jugoslavo tuonò contro la guerra «umanitaria» e che ancora chiede
all'Aja di processare per le uccisioni di civili sotto i raid, i leader della Nato. Ormai è chiaro: dietro il caos dei Ds sulla guerra all'Iraq e
sulla missione italiana a Baghdad - voto d'incostituzionalità e poi non voto sul
finanziamento - c'è proprio il mancato chiarimento sulla guerra «umanitaria» del
centrosinistra, diventata bipartisan con i voti della destra. La guerra «buona», quella
del moderno uranio impoverito, delle cluster bomb progressiste.
Un protettorato
militare SANDRO PROVVISIONATO (il manifesto - 18 Marzo 2004) L'irrisolto conflitto etnico, a cinque anni dalla fine della
guerra «umanitaria» La contropulizia E' nel «dopoguerra» che il Kosovo si è
svuotato di serbi: 200 mila sono fuggiti dalla provincia, con rom e goranci Che il Kosovo fosse come una prateria secca, arsa e pronta
all'incendio non era difficile immaginarlo, nonostante l'ostinato silenzio dei media
italiani che considerano ormai definitivamente chiusa la «guerra umanitaria» del 1999,
la «guerra buona». Che l'incendio della prateria dovesse cominciare a divampare proprio
nella città divisa di Kosovska Mitrovica neanche. E, infatti, così è accaduto. Il
Kosovo, libro dimenticato, torna ad aprirsi. E la pagina che ci mostra è sempre la
stessa. Un protettorato internazionale Nato, sotto egida e amministrazione Onu, che non
funziona; un'economia che non decolla dopo cinque anni di investimenti falliti; una
finzione come quella del Tmk, la polizia interna kosovara formata unicamente da albanesi -
nella quale è stato trasferito per intero il gruppo dei guerriglieri dell'Uck - artefice
solo di vendette e regolamenti di conti; una pacificazione tra le due etnie ormai ferma da
tempo alla protezione armata delle enclave serbe diventate solo delle miserande riserve
indiane; l'incapacità a ricreare delle vere istituzioni rappresentative di un tessuto
etnico composito. Che anche sul piano più strettamente legato alla vita quotidiana
il fuoco stesse covando sotto la cenere non era un mistero: una pirotecnica kermesse di
tritolo sotto i monasteri e le chiese ortodosse ormai ridotti a cumuli di macerie, alla
faccia del patrimonio artistico e culturale che gli stessi hanno rappresentato per secoli.
Una lotta politica in seno alla comunità albanese sempre più somigliante a una faida tra
cosche. Ultimo episodio l'attentato della settimana scorsa all'abitazione del leader
storico degli albanesi, Ibrahim Rugova. Un ossessivo stillicidio di morti tra le file
degli esponenti moderati della stessa comunità ad opera dell'estremismo fascistoide della
ex guerriglia che cerca così di riequilibrare le scelte elettorali degli anni passati. Qualcuno ha osservato che la violenza dell'ufficialmente mai
disciolto Uck ha di fatto quasi azzerato le municipalità albanesi. Dove c'era un sindaco
filo-Rugova è stato sufficiente eliminarlo fisicamente per amministrare quel comune con
la protervia e l'intimidazione. E poi i traffici, sempre più imponenti e sempre gestiti
dalla stessa classe politica proveniente dalle file della guerriglia. Il tutto con la più
ampia tolleranza, per non dire protezione, delle autorità internazionali, timorose da un
lato che il Kosovo torni ad esplodere e dall'altro incapaci di rimettere ordine nella
provincia. Le stesse autorità che sembrano accontentarsi dei primi timidi arresti -
ordinati dal Tribunale penale internazionale dell'Aja - degli elementi dell'Uck (per ora
solo di seconda fila) che hanno commesso crimini di guerra (e di dopoguerra). Ed è nel dopoguerra che il Kosovo si è svuotato di serbi. 200
mila fuggiti dalla provincia è la cifra ufficiale. E quelli che sono rimasti praticamente
costretti a vivere guardati a vista dai militari della Kfor. E lo stillicidio di vittime
riguarda anche loro. Case bruciate, intimidazioni continue ed episodi disgustosi come
quello avvenuto lo scorso agosto nell'enclave serba di Gorazdevac: due bambini fucilati
mentre stavano facendo il bagno in un fiume. Ora che sono cominciati i primi timidi colloqui tra albanesi
moderati e serbi il clima torna a riaccendersi come non mai. Chi rifiuta la
cantonizzazione e pretende l'indipendenza ha ora tutto l'interesse a gettare nuovamente il
Kosovo nel caos. Punta sull'impotenza della comunità internazionale che gli ha lasciato
mano libera in tutti questi anni. Conta su chi ancora crede che quella guerra, la guerra
del `99, sia stata una «giusta» e «umanitaria». da
"il manifesto" del 19 Marzo 2004 Kosovo, caccia al serbo L'Onu sotto assedio Evacuata la sede Onu a Mitrovica. Gravi responsabilità nella violenza etnica del Tmk, il corpo di «polizia» del Kosovo, nel quale si sono riciclati i miliziani dell'Uck E' pulizia etnica, è un pogrom: 31 morti, quasi tutti serbo-kosovari. Bruciano case, villaggi, monasteri ortodossi: 18mila militari della Nato stanno a guardare o spesso soccombono di fronte alle violenze. Arriveranno altri mille militari dalla Bosnia. A fare che? Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite balbetta
LUCIA SGUEGLIA *, Brucia sempre più il Kosovo, mentre dalla vicina Bosnia arrivano di corsa i primi rinforzi Nato guidate da uno scettico comandante Gregory Johnson (250 italiani e 750 inglesi, più 80 carabinieri in partenza da Sarajevo, oltre a 130 in partenza da Livorno). La Russia preme sul Consiglio di Sicurezza dell'Onu riunito, l'esercito serbo è in stato di massima allerta alle frontiere pronto ad intervenire, con tanto di appiglio legale della risoluzione Onu 1244, la vera anima del Kosovo post-1999. Mentre i quotidiani italiani titolano «La Nato in Kosovo» come se non ci fossero da 5 anni più di 18.000 militari. A fare che, su un territorio grande quanto l'Abruzzo?), a Pristina ci si prepara a vegliare per una notte che si preannuncia ancora più infuocata della precedente. Tutto intorno è di nuovo il caos: mentre scriviamo la sede dell'Onu - i funzionari sono stati evacuati quasi tutti dal Kosovo - è assediata da una folla di albanesi. E' salito a 31 il numero delle vittime, quasi tutte serbe. Bruciano case serbe e monasteri ortodossi tra Gjlan/Gnjlane e Prizren come a Fushë Kosovë/Kosovo Polje, mentre a Mitrovica nel pomeriggio sono ripresi gli scontri, con l'incendio della chiesa ortodossa a sud del ponte. Tutti gli internazionali presenti a nord del fiume Ibar hanno trovato riparo a sud nell'edificio della Yugobankae successivamente evacuati. A Pristina a mezzogiorno le strade hanno visto una nuova invasione di manifestanti, universitari estremisti capitanati da Gani Morina (Unione Indipendente Studenti) e insegnanti, mentre nel pomeriggio l'aeroporto è stato definitivamente chiuso, tagliando fuori anche numerosi giornalisti in attesa alle frontiere. Bloccate già da ieri tutte le strade da nord a sud, blindata la frontiera con la Macedonia (ancora in bilico sulla guerra civile): da Pristina per ora non si esce. Nella notte di mercoledì un gruppo di albanesi aveva assaltato lo Yu-programme Building, complesso abitato dai serbi della capitale, poi evacuato in tutta fretta dalla Kfor; in mattinata era stato preso di mira il palazzo e i veicoli Onu, incendiati. La tensione è esplosa nuovamente a Caglavica e poi anche a Gracanica, l'enclave serba adiacente alla capitale leggermente più «integrata» con la maggioranza albanese negli ultimi tempi. Brucia anche il bel monastero di Devic, a Skenderaj/Srbica. A Prizren, ore 15.15, la Kfor ha aperto il fuoco su alcuni albanesi che avevano assaltato la stazione di polizia. L'assalto alla minoranza serba, sia dentro che fuori dalle enclaves, è continuato tra fiamme e polvere da sparo, accompagnato dalla distruzione di quel poco che resta dei simboli ortodossi. Mentre scriviamo tutte le enclaves sono in via di evacuazione, e gli attacchi si estendono alle altre minoranze (ashkalia, Rom a Obiliq, Vushtri e Kosovo Polje). I 32 abitanti del villaggio di Vijelo Polje, nei pressi di Peje/Pec, sono stati evacuati dalla Kfor italiana di stanza nella vicina base di Villaggio Italia dopo che il fuoco era divampato in 24 case, appena costruite per i serbi «rientranti». La situazione più preoccupante è però nuovamente a Prizren - la città kosovara dalla tradizione più tollerante -, dove mercoledi sera il terrore è invece dilagato: assalto agli edifici Onu e Osce, violenze abbattutesi sulla parte antica della città abitata da serbi, sull'antico seminario ortodosso di Bogoslovja e infine sulla chiesa ortodossa nel centro città. Le truppe Kfor hanno «coraggiosamente» ripiegato. Mentre scriviamo le dimostrazioni si sono estese a tutte le municipalità. La strategia del terrore con l'obiettivo della pulizia etnica finale sembra dunque esportata con successo anche in Kosovo, ad opera di chi da sempre vede di pessimo occhio qualsiasi forma di dialogo con Belgrado e preferisce accelerare la corsa cieca verso l'indipendenza senza assicurare le minime garanzie democratiche e di rispetto dei diritti umani alle minoranze. E riuscendo anche, negli ultimi tempi, a mettere da parte le fazioni più moderate (vedi bomba piazzata la scorsa settimana sotto casa di Ibrahim Rugova, seguita a quella inesplosa fatta trovare di fronte ai quartieri Unmik), ormai escluse dal gioco politico che conta. In queste ore, l'impressione di trovarsi di fronte ad una campagna abilmente orchestrata da tempo, si tramuta in una amara certezza. Martedì scorso, in 27 municipalità del Kosovo, si era svolta una dimostrazione del Tmk ¡ l'attuale corpo di protezione civile della regione, composto in gran parte da ex membri dell'Uck -, al grido di «difenderemo a tutti i costi i valori della Guerra di liberazione dell'Uck». In particolare Sadik Krasnici e Kajtaz Fazlia (capo dell'Associazione dei martiri della guerra), avevano in quell'occasione accusato l'Onu di lavorare più per i serbi che per gli albanesi, chiedendo ai «neocolonialisti dell'Unmik» di rivedere la propria posizione sul Kosovo e la propria politica nei confronti degli ex membri dell'Uck, minacciando in caso contrario «gravi conseguenze». In serata Agim Ceku, comandante del Tmk, ha indicato nelle «strutture parallele serbe» la causa del deterioramento della situazione. Dai rappresentanti dell'Assemblea Centrale kosovara sono venute intanto dichiarazioni ambigue. Lo speaker Nexhat Daci ha chiesto ai cittadini di mettere fine alle proteste, ma si è poi affrettato ad aggiungere, spalleggiato dal leader dell'Ldk Hamiti e da quello del Pdk Bajrami, che «i morti di ieri sono caduti combattendo per la democrazia e la libertà». Quasi una dichiarazione di «via all'indipendenza». * Lettera 22
La Nato accusa gli
estremisti albanesi. La regione in fiamme Kosovo, «Una regia dietro
le violenze» Ivan
Bonfanti Liberazione 20 Marzo-2004
C'è un tremendo sussurro
che sale mentre le fiamme avvolgono di nuovo il Kosovo e un'altro monastero brucia, un
nuovo villaggio guarda impotente la violenza e la fuga, mentre al cielo si levano di nuovo
le grida, i simboli e i miti dell'eterna contrapposizione che dallo sprofondo dei secoli
torna ad infiammare i Balcani. Il sospetto che, una volta ancora, il vento che sta
attizzando il braciere dell'odio etnico tra albanesi e serbi non sia il frutto di un
cataclisma naturale, ma il prodotto confezionato di un regia politica. Che ha innescato la
miccia con la vecchia tecnica, sperimentata con grande successo nell'ultimo decennio
balcanico, di mettere le agende negoziali di fronte a fatti compiuti. Funzionò in
Slavonia, nella Herzegovina, a Srebrenica, accadde nell'agosto 1995 nelle Krajine e in
cento altre valli ancora. E anche in Kosovo non sarebbe la prima volta. Il conto,
provvisorio a ieri sera, sono 28 casse da morto e 600 feriti di cui 22 (tutti serbi) in
condizioni gravissime. Senza contare le devastazioni della furia iconoclasta che
infierisce sui monumenti e i simulacri che testimoniano la presenza e l'esistenza
dall'altro, 16 chiese e monasteri cristiano-ortodossi sono stati distrutti, 100 case di
famiglie serbe incendiate o rase al suolo, l'unica moschea di Belgrado in fiamme. Così
i portavoce e i generali della Kfor, ma anche Bruxelles i vertici Nato, hanno attribuito
principalmente agli «estremisti albanesi» la responsabilità delle violenze, chiamando
in causa i leader di quell'Uck che ufficialmente dovrebbe essere disciolto. Il numero
delle truppe dei contingenti internazionali è aumentato di qualche migliaio di unità
principalmente nei contingenti italiano, tedesco e francese, una presenza più massiccia
con cui i vertici dell'Alleanza sperano di raffreddare gli animi. Nel frattempo meglio
evacuare la minoranza serba, soprattutto quelli che vivono isolati nei villaggi albanesi,
e ieri circa mille persone sono state evacuate dalle loro case (in molto casi costrette
perché non ne volevano sapere di andarsene), ancora nel mirino dell'ondata di violenza
che per molti è un deliberato tentativo di eliminare le enclave serbe isolate in
"territorio albanese" prima della spartizione del Kosovo. «Gli
albanesi stanno tentando di ripulire il Paese dai serbi e creare un fatto compiuto prima
di qualsiasi colloquio», ha detto una fonte diplomatica occidentale citata da Reuters. La
stessa ombra degli estremisti albanesi sollevata dall'agenzia Onu per i rifugiati (Unhr),
che ieri ha messo in guardia contro «una nuova pulizia etnica ai danni della minoranza
serba». Derek Chappell, responsabile dell'Unmik, ha definito gli accadimenti «una azione
coordinata». «La violenza è scoppiata in molti posti diversi allo stesso momento, e
questo dimostra che era stata pianificata da prima - ha dichiarato il portavoce dell'Unmik
ventilando anche la possibilità che la notizia che ha contribuito ad innescare gli
scontri - i ragazzi albanesi che hanno raccontato di essersi gettati nel fiume Ibar a
Mitrovica perché inseguiti da coetanei serbi - possa essere stata inventata. «Quello che
sta accadendo in Kosovo deve purtroppo essere descritto come un pogrom antiserbo: le
chiese sono incendiate e la gente attaccata per nessun altro motivo che non sia la
appartenenza etnica» ha detto il portavoce Unmik delle Nazioni Unite a Radio B92 di
Belgrado. Teatro
delle violenze anche ieri, oltre a Mitrovica dove alcuni militari Nato hanno ucciso un
cecchino, Pristina, Caglavica, Prizren, Pec, Gnijlane e altri centri minori. L'arrivo dei
rinforzi Nato non sembra tuttavia aver placato quei gruppi di estremisti serbi che, da
Belgrado, hanno promesso di andare in Kosovo per «difendere i fratelli». Le autorità
serbe hanno fermato ieri numerosi paramilitari che cercavano di varcare il confine, mentre
il ministro della Difesa di Serbia e Montenegro Boris Tadic ha detto di «aspettarsi altre
violenze» e ha fatto appello alla Nato a fare di più per far fronte a «una situazione
terribile». I comandanti delle brigate multinazionali sono stati autorizzati a «fare uso
della forza nella misura in cui sarà necessario per assicurare la sicurezza dei nostri
soldati, per proteggere la gente innocente in Kosovo e per ristabilire la libertà di
movimento in tutto il Kosovo». Fino ad ora le truppe si sono limitate a gas lacrimogeni e
proiettili di gomma, a Mitrovica ma anche a Caglavica e ad Obilic, dove gli albanesi hanno
sparato contro i soldati che difendevano l case dei serbi. |