L'importanza di avere un modello

di Michele Gentile
Coordinatore dipartimento settori pubblici Cgil

La stagione contrattuale 2002-05 del pubblico impiego non è ancora conclusa.  Mancano all’appello i rinnovi, già scaduti, di settori rilevanti tra i quali quelli delle dirigenze e quelli delle università e della ricerca, profondamente interessati da processi di “riforma” dai contenuti fortemente centralistici e di attacco all’autonomia.  Ma una prima valutazione non può mancare.

Il sistema contrattuale
Dopo 26 mesi dall’inizio del quadriennio contrattuale ancora 280.000 lavoratori sono senza contratto  e tutti gli altri contratti  sono stati rinnovati  solo nella seconda metà del 2003.  La stagione era iniziata con la Finanziaria 2002 che assumeva solo in parte il contenuto economico del Protocollo del 1993;  iniziative di lotta, culminate con lo sciopero generale di tutto il pubblico impiego indetto per il febbraio 2002, avevano obbligato il governo a una marcia indietro sancita nel Protocollo del febbraio 2002 che sanzionava il rispetto dell’accordo del luglio 1993 per quanto riguarda  la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni e il ripristino del sistema di relazioni sindacali e di titolarità della contrattazione messo in discussione dall’attività legislativa del governo.

Proprio quel sistema di regole e di contenuti era ed è  sotto tiro:

la costante sottovalutazione dell’inflazione programmata e la mancanza di risorse per la piena difesa del potere di acquisto delle retribuzioni dei lavoratori  rappresentano, unitamente alla violazione delle regole contrattuali, l’attacco più forte al sistema negoziale nei confronti dei lavoratori pubblici e, per la rilevanza politica del comportamento del governo, dell’insieme del mondo del lavoro.

Questo comportamento  del governo, peraltro ribadito con la Finanziaria 2004 e con tutte le iniziative legislative assunte disattendendo gli impegni presi nel protocollo,  mette chiaramente in evidenza un’idea politica:  far cessare la pratica della concertazione in nome di un sostanziale unilateralismo nelle decisioni e nell’intervento sulle condizioni di lavoro e di un pesante attacco al ruolo del sindacato confederale attraverso il ripristino di una prassi legislativa che dà risposte alle lobbies e ai piccoli gruppi.

Rivendicare dal governo, come pure è necessario,  la ripresa di una politica di concertazione e di regole contrattuali condivise, non significa certo ottenere il risultato.

Se questo è il tema dell’oggi, rispondere – come il governo sostiene – modificando gli equilibri della contrattazione, riducendo il peso del contratto nazionale e snaturando il ruolo della contrattazione di secondo livello, facendole assumere la funzione di difesa del potere di acquisto, significa aprire un conflitto generale nel paese.

Ma nello stesso tempo è necessario immaginare cosa può succedere nei servizi pubblici: avremmo, senza un ruolo pieno del contratto nazionale, condizioni “strutturalmente” diverse di offerta di servizi pubblici (si pensi alla sanità o all’assistenza), mentre affidare  il recupero del potere di acquisto delle retribuzioni  alla contrattazione di secondo livello nel pubblico impiego significherebbe far svolgere questa funzione ai singoli Comuni, alle singole scuole o alle singole Asl, chiaramente laddove questo è possibile,  gravando sul bilancio delle amministrazioni e sui servizi offerti.  Sarebbe il primo passo verso le gabbie salariali, ma anche la scomparsa dell’uniformità delle prestazioni relative ai diritti sociali e civili che l’art.117 affida alla legislazione esclusiva dello Stato: il  “federalismo contrattuale” si accompagna alla devolution leghista.


Il primo passo verso le “gabbie”
Tutto da dimostrare, poi, che in tal modo si darebbero risposte salariali diverse, adeguate al diverso costo della vita nel nostro paese tra Nord e Sud: sia perché non è scontato che laddove il costo della vita è più alto tale contrattazione aziendale produrrebbe risultati più favorevoli, sia perché a quel punto la contrattazione di secondo livello dovrebbe essere “obbligatoria”.

Qualcuno vuole renderla tale nel settore privato? Se così non è,  allora la tesi del governo significa la sparizione del sistema contrattuale vigente per un meccanismo retributivo che non garantisce la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni in tutto il mondo del lavoro dipendente.

Ma accanto a ciò, un altro problema tutto politico e di strategia: la difesa del potere di acquisto nelle singole realtà rischierebbe di mettere in forte contraddizione l’attività negoziale del sindacato indebolendo  il suo carattere confederale e la sua politica di alleanze con i fruitori dei servizi pubblici, a iniziare dalle fasce deboli.

Un assunto politico del tutto inaccettabile che dovrebbe far riflettere chi pensa che la “differenziazione salariale” per rispondere al diverso livello del costo della vita sia un’esigenza politica alla quale piegare gli strumenti contrattuali, snaturando ruolo e funzione sia del contratto nazionale sia della contrattazione di secondo livello.

Il problema politico oggi è come riconquistare una politica dei redditi e aggiornare il sistema contrattuale definito con il protocollo del ’93.  Proprio l’esperienza nel pubblico impiego è paradigmatica della reale  volontà del governo: quella di eliminare la politica dei redditi. Nessun controllo su prezzi e tariffe; una politica fiscale che mette in crisi i servizi di welfare ed esercita una funzione di redistribuzione verso gli alti redditi e le imprese; un livello di inflazione programmata palesemente “falsa” e una distanza fra programmata e reale notevole, che si accorcia solo a seguito di un accordo generale (febbraio 2002) al quale si è pervenuti dopo ben 5 scioperi generali.

Per il rinnovo del biennio 2004-2005 siamo esattamente allo stesso punto con un’aggravante: mancano le risorse per la copertura dello scostamento tra inflazione programmata e reale del biennio precedente. Le organizzazioni sindacali hanno chiesto un incremento medio dell’8 per cento.

Allora se il governo fa saltare la politica dei redditi e il Protocollo del 1993 e mette in discussione il ruolo del contratto nazionale, la nostra rivendicazione non può che essere quella  della riconferma di un sistema contrattuale basato sul diverso ruolo del contratto nazionale e della contrattazione di secondo livello, ma  anche di una politica salariale che difenda pienamente la retribuzione dei lavoratori e ridistribuisca il reddito prodotto a livello nazionale, anche in considerazione della scarsa ampiezza della contrattazione di secondo livello e della “produttività” distribuita per il salario.


I contratti chiusi
La stagione contrattuale nel pubblico impiego  si sta svolgendo nel pieno di una fase di profonda destrutturazione del sistema contrattuale pubblico e della contrattualizzazione del rapporto di lavoro. Un’intensa e forte azione di contrasto ha impedito a oggi “disastri” peggiori; ma molte iniziative sono andate in porto,

La legge Frattini sulla dirigenza e sullo spoils system ha pesantemente destrutturato non solo l’assetto contrattuale dei dirigenti, ma anche il sistema degli equilibri istituzionali e della distinzione dei poteri fra politica e amministrazione; nelle leggi finanziarie il governo ha tentato, fin qui senza riuscire totalmente nella sua opera, di portare avanti una politica di decontrattualizzazione,di  privatizzazione dei servizi.

Vi sono in discussione in Parlamento, tra gli altri,  due disegni di legge.

Con il primo si  ripubblicizza il rapporto di lavoro dei vigili del fuoco, che vengono fatti confluire nel comparto della polizia di Stato. Nonostante le promesse del governo, solo dopo  una straordinaria e urgente iniziativa legislativa è stato firmato il contratto collettivo di lavoro per il cui raggiungimento la Cgil ha mobilitato l’intera categoria con le iniziative possibili e necessarie in un settore così delicato per i diritti dei cittadini.

Con il secondo disegno di legge si torna all’antico “stato giuridico” degli insegnanti e si abrogano le Rsu; è l’anticamera del superamento del sistema contrattuale e dell’autonomia della didattica.


Consolidato il secondo livello
In questo quadro i contratti hanno “difeso” il sistema e l’assetto contrattuale dai numerosi interventi legislativi generali e settoriali (vedi la nuova disciplina del contratto a termine; la nuova disciplina dell’orario di lavoro); si può anzi affermare che l’esperienza contrattuale del pubblico impiego ha contribuito a determinare – come nel caso dell’orario di lavoro – soluzioni positive rispetto al testo presentato dal governo.

Con i contratti sono stati introdotti alcuni positivi  elementi di consolidamento della contrattazione di secondo livello, soprattutto nelle autonomie locali e, nonostante la contrarietà del ministro, nella scuola; ma sono stati introdotti anche altri elementi di novità.

Tra questi sicuramente quanto definito  in tema di diritti contrattuali (mantenimento del previgente contratto di lavoro pubblico) in caso di outsourcing: si tenta in tal modo di interrompere  quella ricerca di “minori costi” anche sul tema dei diritti contrattuali che soprintendeva alle scelte di privatizzazione dei servizi. Presumibilmente si apriranno  problemi di altra natura relativi all’appartenenza merceologica dei soggetti che assumono i servizi privatizzati, ma almeno si interrompe un circuito dannoso che fa regredire la qualità dei servizi pubblici e i diritti dei lavoratori dei settori da privatizzare.

Si sono poste le condizioni per affrontare un nuovo assetto della contrattazione della classificazione professionale.


Alcuni problemi aperti
Rimangono aperti problemi non secondari che hanno bisogno di ulteriori definizioni.

Tra questi una forte iniziativa che contrasti l’estensione della precarizzazione nelle pubbliche amministrazioni, affrontando il tema di una nuova disciplina degli accessi che non metta in discussione il vincolo costituzionale, ma che impedisca che proprio per tale vincolo (il concorso) le inadempienze delle pubbliche amministrazioni, che in altri settori determinano la trasformazione del rapporto di lavoro da determinato a indeterminato, non siano sanzionate. Nel solo 2001, vi sono nelle pubbliche amministrazioni almeno 210.000 attivazioni di lavoro atipico e precario, ad esclusione delle co.co.co.  Il punto è favorire la stabilizzazione senza violare la norma costituzionale.

In questa stagione contrattuale non si è ancora  posto il tema del rapporto tra il contratto collettivo nazionale di lavoro e la riforma del Titolo V attuale e quella che potrebbe esservi qualora lo sciagurato disegno di “riforma” della Costituzione proposto dal governo andasse in porto.  Confermiamo la competenza esclusiva della legge statale per quanto attiene le tematiche relative al rapporto di lavoro, al sistema di contrattazione,  al sistema di rappresentanza e al meccanismo di validità erga omnes che rientrano nel campo dell’ordinamento civile.

Questo assunto dovrà valere anche nel possibile nuovo quadro istituzionale, nel quale le previsioni leghiste sul passaggio di istruzione, organizzazione sanitaria e polizia locale, non possono mettere in discussione l’uniformità delle prestazioni garantite dallo Stato e quindi lo stesso contratto nazionale che anzi assume una valenza unificante sul piano delle regole contrattuali, dei contenuti normativi e retributivi che riguardano gli addetti e i cittadini che fruiscono dei servizi; mentre la contrattazione integrativa,  come definita ad esempio nel contratto della sanità, dovrà essere esercitata n modo da coniugare il ruolo del contratto nazionale con la competenza esclusiva legislativa e regolamentare dei governi regionali e locali in tema di organizzazione stabilita dall’attuale Titolo V ; sempre in questo ambito il nuovo equilibrio delle competenze tra Stato, Regioni e Autonomie locali, reclama l’esigenza di definire un sistema contrattualizzato di regole generali che riguardino la ricollocazione delle competenze e delle risorse umane.


Considerazioni conclusive
La stagione contrattuale  si è caratterizzata per una profonda unità sindacale nelle proposte, nelle lotte e nella gestione dei tavoli contrattuali.

Sicuramente influisce il particolare meccanismo, concordato tra le organizzazioni sindacali e definito nella legge, di accertamento della rappresentatività (iscritti e risultati riportati nelle elezioni delle Rsu) delle organizzazioni sindacali, ma anche di “maggioranze” necessarie per poter firmare il contratto di lavoro. Ciò che rende forte il processo di unità sindacale è la profonda condivisione del sistema contrattuale e dell’idea politica sottesa: il contratto nazionale come sede della solidarietà e dell’uniformità dei diritti dei lavoratori e la contrattazione aziendale nella quale coniugare le esigenze degli addetti con i diritti dei cittadini utenti ad avere servizi efficaci nelle prestazioni ed efficienti nelle modalità.


Un’idea alternativa  
Un’idea politica che è totalmente alternativa a quella espressa dal governo e che rende forti e  ben radicate le organizzazioni sindacali.

Nel corso di questa stagione contrattuale si procederà al rinnovo delle Rsu. Nel comparto scuola ciò è già avvenuto, producendo un risultato  che ha sconvolto “antiche credenze”. Le liste confederali hanno avuto un successo e tra queste i lavoratori e le lavoratrici hanno avuto fiducia nelle liste della Cgil scuola che hanno premiato  per la sua battaglia in difesa della qualità del sistema di istruzione  pubblico e dei dei diritti di lavoratori e lavoratrici della scuola messi pesantemente in discussione dalla dissennata politica di destrutturazione del sistema formativo portata avanti dal ministro Moratti.

Nuovi appuntamenti elettorali  attendono ora tutti gli altri comparti pubblici e, arriveranno positivi segnali di adesione dei lavoratori e delle lavoratrici del pubblico impiego alle politiche sindacali della Cgil e dei sindacati confederali.

(Rassegna sindacale, n.9, marzo 2004)