Bozza non corretta

 

RIUNIONE SULLA CONTRATTAZIONE

Relazione di Carla Cantone

3 marzo 2004

 

Come sapete questa riunione è stata preceduta da un primo momento di discussione con i segretari generali delle categorie, proprio per preparare un lavoro che riparte oggi e che continuerà nei modi e nei tempi che a fine giornata decideremo insieme.

Oggi quindi riprendiamo, una discussione già avviata fra noi, negli anni scorsi, seppur a fasi alterne, sul che fare con la contrattazione e nella contrattazione, pur avendo giustamente riconfermato nel patto del ’98 tutto ciò che stava nell’intesa del ’93.

Abbiamo, allora e negli ultimi tre anni successivi, tenuta ferma la nostra posizione e la convinzione che il modello contrattuale in atto rimaneva una struttura utile sia per difendere il ruolo e la funzione del CCNL, sia per praticare la contrattazione di secondo livello.

Questo giudizio, non lo avremmo modificato, se non fossero sorte nel frattempo, decisioni del Governo che di fatto lo hanno svuotato dei contenuti più significativi, oserei dire il cuore strategico di quell’intesa, la concertazione quale strumento per un’insieme di relazioni sindacali, a partire dalla politica di tutti i redditi.

L’aver sospeso regole di politica economica che legavano in un iter logico-virtuoso, prezzi-tariffe-salari e politiche redistributive di carattere fiscale, ha messo fine al pilastro fondamentale dell’intesa del 23 luglio ’93, e cioè a quella politica dei redditi che ci ha consentito, attraverso le regole e la struttura contrattuale lì indicata, di equilibrare le richieste, difendere i salari e governare il conflitto.

La situazione di oggi è quindi ben diversa.

Il Governo ha scelto di aderire alle sollecitazioni della Confindustria di D’amato, in un patto bilaterale nella ormai famosa (per i suoi aspetti negativi), Assemblea di Parma tenuta da Confindustria, e cioè di affrontare la politica economica intervenendo solo sulla riduzione del costo del lavoro e dei diritti, sul ricorso massiccio a rapporti di lavoro basati sulla precarietà, sul contenimento dei salari, sullo smantellamento di quelle relazioni sindacali basate su regole condivise, per passare ad un modello di relazioni finalizzato a fare accordi con chi ci sta, come abbiamo avuto modo di verificare, su politiche fiscali che stanno producendo un forte squilibrio fra le fasce di reddito, a discapito di quelle medio-basse.

Sono valutazioni che abbiamo sottolineato da tempo sia nel denunciare il declino del paese e del sistema industriale, le nuove povertà e le difficoltà nella contrattazione sia nazionale che decentrata.

Ora di fronte alla impraticabilità di un nuovo patto sociale con questo Governo, dobbiamo decidere il che fare, perché di fatto la discussione sulle politiche contrattuali e redistributive in assenza di una equa politica dei redditi, è aperta dentro di noi e fuori di noi.

Credo che dobbiamo concentrarci su questo e prepararci ad avanzare una idea di struttura contrattuale con la quale misurarci con Cisl e Uil prima e successivamente, nel caso in cui fossimo chiamati a discuterne con la nuova Confindustria, sapere come ci attestiamo.

Attestarci unitariamente è per noi una priorità, perché la divisione su questi temi non ci ha mai favorito. Non possiamo ripetere la storia del negoziato con gli artigiani, e cioè, andare al confronto sul modello contrattuale del ’92, dopo la disdetta delle controparti, senza proposte unitarie. Abbiamo discusso 18 mesi per recuperare divisioni profonde e per costruire a fatica un modo per uscirne senza mettere in pericolo i principi fondamentali dell’intesa del ’92, il valore del CCNL, della contrattazione regionale già prevista dentro un modello sostanzialmente legato alla specificità della piccolissima impresa.

 

Vedremo questa sera come si concluderà. Per il salario dobbiamo superare la soglia del 7%, mentre sulle linee guida del nuovo modello che verrà definito entro il 31/12/04, occorre riconfermare il ruolo fondamentale del CCNL, senza accettare i vincoli sia dell’inflazione programmata nel DPEF che dall’ISTAT. Sul riallineamento regionale possiamo prevedere forme di anticipi regionali sugli scostamenti a condizione che il riallineamento nazionale avvenga comunque per tutti ed entro la vigenza del CCNL.

Comunque, al di là della vertenza “artigiani”, dobbiamo provare noi a riflettere sull’aggiornamento o rivisitazione della struttura contrattuale, altrimenti c’è il rischio che tutti quanti (perfino i partiti) dicano come cambiarla (sta già avvenendo), mentre la CGIL continua a ripetere una cosa, molto giusta, ma che però non basta più, cioè quella di difendere il CCNL e di estendere il secondo livello.

Occorre fare un’analisi più completa e più rispondente al nuovo contesto politico,   ai cambiamenti che sono avvenuti, anche nel mercato del lavoro oltre che alla situazione produttiva che si è determinata.

Intendo dire che questa volta la discussione deve essere finalizzata  costruire un nostra posizione con la quale misurarci con Cisl e Uil per ricercare obiettivi il più unitari possibili.

Lo dobbiamo fare, partendo dal fatto incontestabile che c’è un problema salariale e  quindi la tutela e la valorizzazione delle retribuzioni sono per noi il fine per ridare autorità salariale alla contrattazione, sia al CCNL che al secondo livello contrattuale, così come, accanto alla questione salariale occorre pretendere, una diversa politica economica, per tutti i redditi.

Ruolo della contrattazione dunque e politica dei redditi, equa e redistributiva. Le due cose sono legate, in quanto l’una senza l’altra, non ci mettono nelle condizioni di difendere i redditi reali delle persone che rappresentiamo. Per cui non si tratta di dividerci, se viene prima l’uovo o la gallina.

Il punto di riflessione sta qui, come si riconquista una diversa politica dei redditi e regole per praticare la contrattazione. La politica dei redditi o c’è o non c’è, se c’è ed è equa, vuol dire che abbiamo un Governo che sta, dalla parte di chi ha più bisogno, arrivando ad assumere decisioni anche attraverso la concertazione o la condivisione delle parti sociali in sede di confronto vero, e non il finto dialogo sociale. Se non c’è questo, la politica dei redditi del Governo si contrasta con il conflitto, -non c’è altra via- un conflitto e una mobilitazione per conquistarne una più equa, esattamente come abbiamo fatto in questi due anni e mezzo, a partire dal 23 marzo fino ad arrivare agli scioperi unitari di questo periodo. Perché come si sa, la politica dei redditi è l’insieme delle decisioni che riguardano tutte le persone che vivono in un paese. Si tratta quindi di attestarci su ambedue le esigenze, esattamente come abbiamo ribadito non solo al Congresso ma anche negli ultimi direttivi nazionali.

Politica di tutti i redditi quindi, politiche fiscali che sono l’esatto contrario di ciò che il Governo si appresta a fare.

Politiche contrattuali che, in assenza dello strumento della concertazione, risulta sempre più complicato attenersi alle regole complessive indicate nel Protocollo del ’93. Il disimpegno sul percorso e sui vincoli che caratterizzano il Protocollo del ’93 è ormai un dato consolidato e praticato scientificamente da tutte le controparti, anche quelle pubbliche, non solo industriali o del terziario.

In particolare il non attenersi  ai tempi e ai contenuti che regolano le varie tappe del negoziato, mentre pretendono e assegnano al sindacato, il rispetto del percorso che regola il conflitto. Si tratta di regole tutte contenute nel protocollo del ’93 e che hanno un senso solo se tutto tiene, altrimenti si aprono falle che ci portano a fare ciò che ogni categoria riesce a conquistare, con soluzioni spesso diverse, nei tempi e nei contenuti, diversificate da un settore all’altro.

Infatti abbiamo rinnovato contratti di primo biennio, andando oltre l’inflazione programmata.

Altri che hanno utilizzato quote di risorse della produttività o dell’andamento del settore per far fronte all’insieme del costo contrattuale.

Altri che sono stati rigorosamente dentro l’inflazione programmata, ma che hanno agito sul valore del salario convenzionale per ottenere aumenti consistenti.

Altri che, in assenza del valore punto, oscillano da un rinnovo all’altro, fra un diverso salario convenzionale da prendere a riferimento, che può essere più o meno favorevole a seconda dell’andamento del settore nel momento in cui si rinnova uno dei due bienni contrattuali.

Altri che collocano l’avvio della contrattazione di II° livello fra un biennio e l’altro, ma che si conclude quasi sempre fra un quadriennio e l’altro.

Altri che hanno utilizzato nei CCNL l’inflazione attesa, distribuendo il differenziale con l’inflazione programmata, fra l’aumento dei minimi contrattuali e l’aumento di alcune indennità.

Altri ancora, che si sono trovati, per i ritardi accumulati nel corso delle trattative, a superare i due bienni trasformando in quadriennio il CCNL.

Altri, come nel Trasporto pubblico locale si è firmato il secondo biennio, alla vigilia del rinnovo del nuovo CCNL (primo biennio), mentre in molti settori del Pubblico Impiego si è concluso il primo biennio del contratto nazionale nel momento in cui partiva il secondo biennio economico.

Altri ancora si sono trovati nella situazione di dover dichiarare in calce ai rinnovi, (chi convinto e chi subendo), che era necessario che le parti sociali rivedessero il modello contrattuale esistente.

Altri, come il comparto artigiani si è ricorso ad intese per acconti salariali ponte dopo anni di improduttive trattative svolte dalle categorie.

Come vedete la situazione degli ultimi tre anni è stata sostanzialmente diversa dai sette otto anni precedenti.

Infatti i risultati ottenuti dopo il ’93, in alcune tornate contrattuali (’94-’96-’99), sono stati evidenziati, sia dalla ricerca dell’Ires che dall’analisi delle singole categorie e dalla confederazione. Sono analisi puntuali che vanno lette nell’insieme di ciò che è avvenuto nel nostro pese, e non estrapolando un singolo dato o un singolo caso fra i risultati contrattuali ottenuti.

Brevemente alcuni elementi, utili alla discussione, insieme a ciò che è avvenuto negli anni più recenti.

-           Vi è stata mediamente una dinamica salariale nei CCNL sensibilmente inferiore alla dinamica inflazionistica, in particolare nelle fasce più basse, che risentono anche di un sistema parametrale e di inquadramento ormai vecchio, mentre i livelli più bassi, un tempo sufficientemente svuotati o di passaggio (la fatica per eliminare il salario d’ingresso) sono ritornati, a partire dal ’99, ad addensarsi, con l’aumento dei rapporti di lavoro precario. I contratti rinnovati, hanno avuto una tenuta sufficientemente unitaria per tutte le categorie, tranne che per gli ultimi bienni dei meccanici, le cui vicende sono note a tutti noi.

-           La contrattazione di secondo livello dell’ultimo decennio ha coinvolto nell’industria il 60% dei lavoratori, con punte del 30% nelle medio-piccole imprese e punte del 70% nelle grandi imprese, mentre la media delle imprese coinvolte, è pari al 25-30%. Mediamente la distribuzione della produttività è stata attorno al 18% nei primi 5 anni e del 4-5% negli ultimi 5 anni.

I temi trattati sono stati

Ø       Il salario con forme differenziate attraverso parametri raramente legati alla produttività in senso stretto.

Ø       L’orario in difesa delle richieste aziendali di introduzione di maggiore flessibilità

Ø       Pochissimi passaggi di qualifica e alcune rivalutazioni di indennità locali ed aziendali.

Ø       Si è accentuata la prassi sempre cara alle aziende su tre fenomeni:

- Super minimi individuali

- Passaggi temporanei di qualifica

- Riqualificazione e formazione

Tre questioni rigorosamente contrattate individualmente.

 

Questo lo scenario degli ultimi anni con ombre e luci, con risultati significativi e importanti, ma che hanno però determinato, con le scelte del Governo degli ultimi 2-3 anni, la necessità di ridiscutere appunto, della nostra struttura contrattuale, non come necessità tecnicistica o di modellistica, che ci interessa meno, ma come necessità tutta politica da trasmette alla nostra linea e struttura contrattuale.

Partiamo quindi dalla scelta più scontata  della riconferma  dei due livelli contrattuali con funzioni distinte:

-           Il livello nazionale per il recupero del potere d’acquisto reale, facendo riferimento non burocraticamente al DPEF o all’ISTAT, ma bensì ad un parametro di riferimento all’inflazione, che in questi ultimi tempi ci siamo sforzati ad individuare: condivisa, contrattata, attendibile, prevedibile, o comunque parametri  da stabilire per tutelare e aumentare le retribuzioni.

La redistribuzione della produttività di settore, lasciando alle categorie la prerogativa di decidere, sulla base dell’andamento di ogni singolo comparto produttivo, le scelte attuative di tale percorso, e di come utilizzare la produttività. Può essere salario fresco che incrementa i minimi contrattuali oppure da utilizzare per determinare il costo complessivo di un CCNL. Dipende dalle scelte che si intende fare in particolare rispetto alla Professionalità, riparametrazione, politica degli orari che fanno certamente parte della cosiddetta “parte normativa”, ma che sono pur sempre fonte salariale.

-           Un secondo livello che individua il salario per obiettivi sulla base di parametri congiuntamente concordati tra le parti sociali, in grado di determinare alla fine della vigenza la trasformazione, almeno di una parte del salario, da variabile a consolidato.

Serve però un approfondimento franco su questo. Non siamo ancora qualitativamente attrezzati, nelle aziende, per negoziare “vera produttività”. E’ un limite che andrà superato (lo diciamo da anni) in quanto il legame alla produttività ci consente di entrare nel cuore dell’organizzazione del lavoro e delle scelte che la determinano. Spesso, per facilitare trattative e risultato si ricorre a ciò che è più semplice e cioè ad aumenti, sì consolidati, ma legati alla presenza o a vecchi ad personam, o a premi legati al solo MOL, alla redditività, ai Bilanci, senza conoscere e partecipare alle scelte dell’azienda, avendo in cambio il trascinamento di anno in anno di una parte di salario che si trasforma quindi in permanente.

Per noi il secondo livello significa riconquistare spazio per intervenire su tutto ciò che determina le condizioni di lavoro e quindi l’organizzazione del lavoro e in questo senso il salario deve avere la sua destinazione di quantità e di qualità.

 

Un primo e un secondo livello così pensato può essere la strada per ridare autorevolezza salariale alla contrattazione salvando il ruolo insostituibile del CCNL e tentando di estendere il più possibile la contrattazione di secondo livello.

Non può essere però solo una sfida salarialista, deve altresì essere una sfida per la valorizzazione del lavoro e della professionalità, del ritorno ad occuparci dell’organizzazione del lavoro e delle condizioni di lavoro, dei rapporti di lavoro, compresi i lavori atipici, precari, co.co.co., attraverso un rapporto stretto con la ancora timida ma utilissima contrattazione che sta perseguendo Nidil, e riaprire una pratica contrattuale con il sindacato del quadri.

Dobbiamo quindi stare dentro le scelte unitarie del congresso, oggi attualissime perché avevano ed hanno il senso politico di difendere e aumentare, concretamente, le retribuzioni e contemporaneamente mettere al centro tutto ciò che attiene le condizioni e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, le loro tutele e la lotta alla precarietà.

 

Come trasformiamo queste opzioni politiche dentro le architetture contrattuali è materia di approfondimento fra di noi:

Tempi:

-           se scegliamo l’inflazione tendenziale o prevedibile, o comunque indicatori diversi dall’inflazione programmata, possiamo tornare a parlare di triennio, perché il 2+2 è legato ad un modello scelto nel ’93 che rispondeva a quel contesto, alla scelta dell’inflazione programmata nel DPEF e quindi al successivo recupero, se il recupero è quasi inesistente, o comunque ridotto, che senso ha restare legati al 2+2 ?

E’ evidente che il ritorno al triennio ha una sua logica.

Rimane il tema dello scostamento fra inflazione presa a riferimento e quella reale oppure (meglio ancora) fra indicatori  presi a riferimento e la fotografia reale di quegli indicatori.

-           Se parliamo di inflazione il più vicino a quella reale i tre anni potrebbero essere esposti alla franchigia annuale come gli artigiani (0,5?), oppure a una forma vincolante di garanzia che le parti si danno di riallineamento entro la vigenza contrattuale.

-           Se scegliamo 2 anni, siamo esposti al pericolo di cedere il biennio successivo alla contrattazione di II° livello.

-           La contrattazione annuale, come avviene in alcuni paesi europei, esautora ovviamente il II° livello di contrattazione.

 

Tre modelli diversi, tre percorsi politici diversi, tre soluzioni che non sono ininfluenti anche rispetto al ruolo del II° livello contrattuale e che ci riportano, in parte a prima del ’93, senza avere a disposizione la scala mobile e non possiamo certo pensare a un suo ritorno, mi sembra impraticabile, (eviterei di discutere questo).

 

Il secondo livello

Dobbiamo evitare di dividerci fra aziendalisti e territorialisti.

Si devono praticare ambedue, o l’uno o l’altro, dipende dalla dimensione dell’azienda e dal contesto produttivo ed economico.

Il livello aziendale per noi rimane fondamentale.

Al livello territoriale si ricorre nell’artigianato (regionale), nel diffuso, nel frantumato, nei distretti e per quelle categorie che hanno uno storia consolidata di contrattazione territoriale (edili, agricoli).

Il livello territoriale non lo possiamo considerare un dio minore o un passo indietro, per fare di necessità virtù. Sostituisce il II° livello aziendale ove non c’è la medio-grande impresa e dove la funzione della piccola impresa è legata al territorio o al distretto, dove aggrega forza produttiva e rapporti di forza. Il punto casomai è come far fronte al ruolo della rappresentanza sindacale e come individuare la rappresentanza imprenditoriale.

Penso però che la sfida interessante del livello territoriale, regionale o di distretto riguarda la scelta di sviluppare una maggiore integrazione tra contrattazione territoriale di categoria e confederale, una connessione capace di cogliere e di rispondere in maniera più adeguata alle sfide competitive che si giocano anche sul rafforzamento dei sistemi locali attraverso la riconferma che sta dentro l’intesa con Confindustria del luglio scorso, sulla nostra idea di programmazione negoziata, fabbisogni formativi e formazione, infrastrutture, sostegno alle innovazioni tecnologiche e alla qualità, condizioni ambientali, rafforzando l’intreccio fra politiche categoriali e politiche confederali.

Questi sono ragionamenti conosciuti, si tratta però di aprire fra noi alcune riflessione su ciò che è successo e che ha cambiato anche il nostro assetto produttivo:

 

La prima riguarda il mercato del lavoro, oggi così frammentato, come dare tutele a chi non le ha e quali sono i fattori che unificano questi lavoratori dentro le rivendicazioni contrattuali.

 

La seconda:  ha un senso ricomporre il ciclo di un sito produttivo al fine di unificare richieste e rapporti di forza, attraverso  piattaforme rivendicative rivolte sia all’azienda madre che alle aziende espressione dei processi di esternalizzazione o di appalto che sono intervenuti?

 Penso di si. Si tratta di individuare la forma politico-organizzativa che accompagna questa scelta.

 

La terza: siamo in grado di ragionare sulla razionalizzazione del numero dei contratti (più di 400) attraverso una forte proposta di accorpamento oppure ritorniamo a dividerci su tre grandi aree: industria, turismo, pubblico?

Io penso che, a prescindere dalla scelta definitiva, la gradualità è d’obbligo, per cui sarebbe comunque un successo per i CCNL stabilire nuove aggregazioni contrattuali cominciando da dentro  le categorie e dare copertura reale a settori scoperti ed esposti a dumpig contrattuale.

Mentre per il II° livello realizzare da subito il coordinamento fra categorie per quei siti ove la estrnalizzazione ha consentito alle imprese di modificare, sia il contratto che l’associazione imprenditoriale di riferimento, e cominciare noi a creare le condizioni per sperimentare in queste realtà produttive, una contrattazione di II° livello “unitaria o meglio ancora unica” alfine di difendere l’insieme dei lavoratori e combattere l’uso che le grandi aziende hanno fatto con i processi di esternalizzazione e cessione di rami d’azienda, tutte improntate alla riduzione di costi e diritti.

Dipende da noi avviare nei territori una riflessione fra categorie confederazioni e successivamente con le Associazioni Imprenditoriali del territorio.

Forse è di qualche interesse anche per loro.

Se vogliamo combattere il dumping contrattuale e quindi la riduzione dei diritti universali oltre al tema di chi rappresenta chi, occorre mettere in campo anche il ruolo della contrattazione, della unificazione delle forze, della solidarietà fra tutti i lavoratori interessati ad una particolare filiera o sito produttivo.

 

Altre considerazioni a flash

A.      Individuare temi e materie da assegnare o riconfermare al CCNL, mentre ai secondi livelli di contrattazione, oltre alla gestione derivante dai rimandi dei CCNL, individuare ciò che qualifica l’azione sindacale più vicina ai posti di lavoro e ciò che nei vari contesti occorre praticare e sperimentare, assegnando responsabilità e compiti alle RSU, alle categorie e alla confederazione.

B.      Come rilanciamo la politica degli orari, formazione, inquadramento, sicurezza, flessibilità contrattata e non precarietà, pari opportunità contro la discriminazione fra sessi e fra lavoratori italiani e immigrati, come ci rapportiamo con le forme di lavoro atipico.

C.      Occorre ripensare a tutti gli strumenti della parte normativa in tema di partecipazione alla conoscenza delle scelte dell’azienda. Dobbiamo andare in chiaro sul significato della partecipazione e alla differenza che esiste fra un comitato di sorveglianza e una partecipazione ceca alle scelte dell’impresa. Se non si assumono regole diverse dalle attuali di democrazia economica e industriale anche il ruolo della presenza del sindacato, che alcuni auspicano, nei Consigli di Amministrazione-Partecipazione necessitano di una netta ed inequivocabile posizione, in quanto il caso Parmalat insegna qualche cosa.

D.     Bilateralità: occorre distinguere fra Enti di vecchia generazione e quelli di eventuale nuova generazione.

5 brevi considerazioni

-           Non sono sede di contrattazione

-           Erogano assistenza e provvidenze integrative

-           Non gestiscono il mercato del lavoro, ma lo analizzano sulla base di dati conosciuti.

-           Possono essere utili osservatori per l’insieme dell’andamento dei settori

-           Possono individuare i fabbisogni formativi ma non gestire i corsi di formazione

 

L’ultima riflessione riguarda l’Europa e come noi ci prepariamo ad un confronto con le politiche contrattuali che convivono in Europa

Il 7 aprile avremo un confronto seminariale con la Federazione Ebert.

La commissione CES inizierà a Maggio a discutere di nuove politiche contrattuali.

All’Europa occorrerà decidere quale competenza contrattuale iniziare ad assegnare e lo dobbiamo proporre noi,  consapevoli che i modelli contrattuali, le relazioni sindacali, i temi contrattati dai sindacati di categoria di molti paesi europei sono sostanzialmente diversi dall’insieme del modello italiano, così come continua a rimanere diverso il ruolo confederale.

Tutti elementi conosciuti e che possono determinare condizioni positive o negative nel confronto di merito che dovremo fare, oggi non più rinviabile, dopo l’Euro, gli assetti industriali, l’allargamento a paesi che ”ospitano” tante imprese italiane manifatturiere che hanno delocalizzato buona parte della loro produzione (fenomeno in continua espansione). Argomenti per i quali la  Carta di Nizza dei diritti fondamentali Europei per la coesione sociale, e la Costituzione che verrà, dovranno accentuare il valore sociale  dell’Europa e non solo il valore dell’economia.

Oggi in Europa non ci sono i due livelli contrattuali, sono infatti considerati una anomalia solo italiana.

Si tratta quindi di mettere a punto linee guida per una politica contrattuale sovranazionale e regole di relazioni fra le parti sociali di quel livello. Obiettivi, indirizzi,  linee guide che stanno dentro la nostra proposta complessiva.

Avanzo solo alcune idee e riflessioni.

-           I CAE sono stati uno strumento di prima generazione, utile, ma non esaustiva delle regole, e dei percorsi che rendono esigibili l’insieme delle politiche rivendicative di un determinato gruppo industriale sovranazionale.

-           Per armonizzare, su scala Europea la strategia rivendicativa, occorrono sedi e forme riconosciute di rappresentanza delle parti sociali.

-           Andare oltre il dialogo sociale e la pratica delle Direttive in tema di lavoro.

-           Costruire un ruolo confederale, che insieme al ruolo categoriale sia un soggetto negoziale efficace per politiche sociali, dei redditi e dei diritti, senza il quale è complicato accettare a scatola chiusa parametri economici e sociali ai quali far riferimento.

-           Il tema fondamentale della rappresentanza-rappresentatività.

-           Approfondire cosa è avvenuto nei grandi gruppi, nelle multinazionali, grandi filiere produttive che legano l’Italia e l’Europa attraverso la pratica della delocalizzazione.


Come vedete la materia di discussione è tanta e come si usa dire articolata.

Nel 2004 si concluderanno alcuni contratti importanti quelli a scavalco fra 2003/2004. Ma nel 2004 ripartiranno i grandi comparti del Pubblico Impiego, dei trasporti, e gran parte dell’industria e del terziario.

Noi dobbiamo essere pronti unitariamente altrimenti le piattaforme si costruiranno sulle regole  di quanto resta dell’intesa del ’93 con tutti i rischi e le difficoltà che incontreremo soprattutto a causa del mancato cambiamento delle politiche economiche del Governo di centro-destra.

Per questo è utile completare la nostra discussione e poi aprirci a Cisl e Uil, almeno per avere un’idea di merito generale e di percorso comune, prima che ci venga chiesto da Confindustria l’apertura di un confronto bilaterale.