Trasformazione e distruzione del lavoro per la salute

con l’apporto di tanti operatori. Ad esempio con l’egoistico

assenso all’Orario aggiuntivo. Per i malati?

 

Per qualche euro in più. A tutti i costi

 

Ha sorpreso molti lo stato d’agitazione delle RSU delle molinette sulla questione del surplus di lavoro eufemisticamente definito “prestazione aggiuntiva”. La domanda è sorta spontanea “ma il sindacato non si batteva per lavorare meno, e meglio per la qualità della vita e la sicurezza dei lavoratori, per maggiore occupazione?”.

Appunto: lavorare meno, lavorare tutti”. Ma spesso si predica bene e si razzola male. Le motivazioni che portano a questo tipo di azione sindacale sono infarcite di nevrosi economiciste, strumentali sensi di responsabilità verso l’utenza e ipocriti silenzi sulla qualità professionale. Si arriva addirittura all’utilizzo improprio e strumentale dello sciopero.

 

                Siamo al paradosso:

si sciopera per soddisfare le esigenze di flessibilità delle aziende sanitarie. Si chiede ai lavoratori, da impavidi funzionari sindacali, di protestare perchè l’azienda non protrae la dilatazione degli orari per alcuni stakanovisti, indifferenti verso la qualità professionale che offrono possono offrire al paziente dopo otto/nove ore di permanenza in servizio, e menefreghisti sui deleteri rapporti affettivi che instaurano in famiglia dopo aver assorbito un surplus di orario, non importa se di effettivo lavoro.

E’ possibile pretendere, da chi si candida a rappresentare un ruolo sociale sempre più fondamentale, comè quello sindacale, in una società sempre più parcellizzata ed egoista, un minimo di analisi delle condizioni lavorative, dentro un quadro sociale massacrato da politiche di selvaggia precarizzazione, un’accortezza maggiore e una ponderatezza negli atti?

 

                       E’ sperabile che negli stessi tre sindacati confederali si riprenda un confronto per arginare il “fare” individualista e anarchico di molti funzionari nei presidi e riempia il vuoto di moltissimi delegati.

Nulla è cambiato nelle politiche locali e di posto di lavoro; vedi la stessa CGIL piemontese ha firmato con la Giunta Ghigo accordi capestro sulla sanità come, per citarne uno, quello sui “Quadranti” che, accorpando Asl e Aso, riducono personale ospedaliero e servizi territoriali.

 

               E’ lo stesso Movimento per la globalizzazione dei diritti che invita il movimento sindacale a superare questa contraddizione. Nel penultimo grande appuntamento del Social Forum di Parigi, l’ultimo questo mese in India, la Commissione della Rete Europea sul Diritto alla Salute e sul ruolo degli operatori, dopo una profonda discussione tra centinaia di operatori e sindacalisti europei, ha prodotto dotto un vincolante documento, di cui riportiamo ampi e significativi stralci:

 

 

(......) Le esigenze di flessibilizzazione delle Aziende Sanitarie hanno creato livelli massicci di precarizzazione e di differenziazione salariale. Le OOSS hanno il compito primario di impedire questo processo che continua a produrre logiche di corporazione e tendenze alla contrattazione individuale. In questo contesto riteniamo fondamentale la battaglia contro la dilatazione dell’orario di lavoro, in tutte le sue forme. L’orario aggiuntivo infatti oltre ad essere uno strumento efficace per le aziende e progetto di devastanti politiche di riduzione del personale costituisce un elemento basilare nella logica del profitto della “fabbrica sanitaria”.

La dilatazione dell’orario di lavoro costituisce difatti il presupposto per l’aumento inarrestabile del carico di lavoro dei singoli operatori in funzione della produttività aziendale. Noi crediamo che produttività aziendale e qualità dell’assistenza non siano compatibili: la prima è orientata solo ad un aumento del volume delle prestazioni sanitarie erogate mentre la seconda è un elemento irrinunciabile della nostra concezione del diritto alla salute, contrapposta totalmente alla prima. In questo contesto i processi di esternalizzazione rappresentano l’elemento maggiormente critico da analizzare. Questi processi determinano infatti una perdita dei diritti per i lavoratori in cambio di una flessibilizzazione e di una precarizzazione del rapporto di lavoro utile solo alle aziende per ridurre i costi e pareggiare i bilanci. (........)

Se ne può dedurre facilmente che le OOSS non possono svolgere al medesimo tempo il ruolo di agenti di politiche di concertazione e quello di promotori di un movimento per il diritto alla salute che tende a sottrarre questo bene inalienabile alle logiche di profitto. (.......)

 

           

         Troppe volte abbiamo sentito di infermieri stressati e in crisi, per poi vedere acconsentire alle insalubri richieste di flessibilità delle aziende, e in nome di cosa? In nome dell’emergenza infermieristica? Balle!

La verità e che molti ci sguazzano, nella rincorsa all’elemosina e alla cessione della propria dignità di persone di “professionisti della salute”; quando, in realtà, è la salute, la propria e quella dei pazienti, ad essere sacrificata.

E’ lo stress, derivante dai carichi di lavoro in conseguenza della progressiva e inarrestabile diminuzione di personale, infermieristico in particolare, che non viene trasformato in piattaforma rivendicativa.  C’è qualcosa di diabolico in questa consapevole contraddizione: ci si offre come vittime per quelle quattro lire (gli stipendi continuano ad essere conteggiati in lire!); il contrario di una seria politica contrattuale di recupero salariale e uscire da una truffa, perseguita dal 1993, che intrappola il costo della vita all’inflazione (mal) programmata.

 

         E’ da sempre che, su Lavoro Salute e nella nostra pratica politica e sindacale, affrontiamo questo problema, perennemente disconosciuto, ovviamente, dalla dirigenza e dai soggetti infermieristici coinvolti in surplus di presenza (la prestazione effettiva non è verificabile!) in studi e ben remunerati progetti di formazione (o supposta tale). Ma oggi la contraddizione con la propria professione è stridente e rischiano  di essere agenti attivi nella definitiva demolizione del servizio sanitario. Spetta solo a noi registrare la fuga di troppi IP dai reparti di degenza, che aumentano la distanza dal malato e dalle   figure subordinate, quali gli Ota e dalla stessa gran parte degli infermieri professionali e generici?  Certamente non possiamo pretenderlo da tanti sindacalisti che si arruolano nelle truppe di sostegno ai nuovi potentati politici di AN e Forza Italia.

 

                        In uno degli ultimi articoli dello scorso anno, dedicati alle problematiche infermieristiche, dicevamo che a loro, gli infermieri, si addice il vecchio detto “lavo-rare stanca”, e oggi stanca ancora di più, non solo fisicamente; snerva, stressa, agevola piccole e grandi malattie, anche psichiche, che non risultano nei numeri ufficiali delle malattie professionali.

Però, incidono fortemente nel vivere, malamente, la giornata lavorativa; incidono nella vita privata e sociale perchè si esce dalle otto, nove, dieci ore con mente e corpo che non rispondono alle sollecitazioni degli ambiti familiari e sociali.

E certamente non hanno migliorato le relazioni con colleghi e malati. Una vera anomalia tutta italiana.

Mentre in Europa si lavora sempre di meno, una media di 36,5 ore la settimana - un’ora in meno rispetto a cinque anni fa - da noi  è aumentato l’orario di lavoro.

Gli strumenti utilizzati violentano i contratti nazionali; infatti, da oltre dieci anni l’orario straordinario - che si nasconde dietro anche altri istituti come la reperibilità e orario aggiuntivo- ha   deregolamentato, aumentandola a dismisura, la presenza  nei luoghi di lavoro.

A questa organizzazione, fondata sul cottimo, ha fatto riscontro un generale degrado delle condizioni di lavoro, in termini di salute per il prestatore d’opera e in termini di qualità per l’opera di cura e assistenza.

Azioni come quelle delle Molinette devono farci cambiare opinione perchè non è affatto vero che gli infermieri lavorano troppo, nonostante i tagli governativi che in Piemonte negli ultimi tre anni hanno ridotto l’occupazione infermieristica di 3000 unità? No di certo!

E’ la realtà dei fatti che non ci permette di confutare una pesante realtà infermieristica che, però, ha elementi di vero e proprio masochismo: lavorano tanto, con grandi responsabilità e con uno stipendio da non disprezzare, eppure vogliono lavorare di più. Per qualche centinaio di euro in più!

Una seria indagine psicoanalitica affronterebbe la contraddizione di fondo che si portano dietro quella fetta d’infermieri che addirittura scelgono lo sciopero (manco fossero nelle tragiche condizioni lavorative e salariali degli autoferrotranvieri!), forse avremmo elementi diagnostici in più per trovare una terapia sindacale.

 

                        Eppure, questa categoria professionale, insieme alla gran parte dei medici,  rappresenta la sana spina dorsale della sanità italiana, quando restano nei precisi limiti umani e contrattuali del loro rapporto con i cittadini. E allora perchè si prestano al marchettismo? Perchè si prostano di fronte a gestioni aziendali che negano l’etica professionale?

Hanno aperto una breccia utile alle dirigenze nel momento in cui decidono di non pagare più il cottimo e pretendono, comunque, il rispetto della disponibilità precedentemente data: questo  è successo alle Molinette. Questo è quanto succede nelle altre realtà aziendali che però non hanno l’onore della cronaca sui giornali cittadini. Ma ci si accorge, impotenti e quando è troppo tardi, di non essere capaci di sostenere quei ritmi e quelle responsabilità prima acriticamente accettate.

In queste condizioni, anche il lavoro a tempo indeterminato, quello considerato “fisso”, è fonte di scadimento professionale, di  esposizione ad incidenti e malattie professionali. In queste condizioni precarie, aumenta l’inquietudine e l’insicurezza sociale, propria dei “contratti” individuali come quelli sull’orario aggiuntivo.

 

            Un’indagine della Fondazione Europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, ha analizzato nel tempo, medio-lungo, questo stato di effettivo precariato, ed ha considerato che il prezzo più grande è pagato dalla salute: oltre la stanchezza intervengono dolori fisici, come quelli alle cervicali e alla schiena, nervosismo e insofferenza ai rumori, propri dei luoghi di lavoro, compreso quelli verbali delle relazioni con colleghi e cittadini afferenti. Uno stato di prostrazione amplifica una debolezza che diventa psicologica, debilitando la soggettività dell’individuo, mettendo in discussione le stesse capacità professionali e il coinvolgimento nelle normali attività.

E noi registriamo l’insorgere del tumore dell’individualismo, che, guarda caso, fa rima con il liberismo politico ed economico, veicolo di tante tragedie sociali.

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti” Fabrizio De Andrè

 

Franco Cilenti

Editoriale di LAVORO E SALUTE giornale di operatori e utenti della sanità

Torino febbraio 2004