I redditi senza politica


Per difendere i salari non basta riproporre la «politica dei redditi» fissata nell'intesa del luglio `93 - che non ha tutelato i redditi medio-bassi - quanto rafforzare il contratto nazionale. Ma questa è una scelta politica che trova pochi sostenitori a sinistra. E, forse, anche nella Cgil


EMILIANO BRANCACCIO*
RICCARDO REALFONZO*


Dal momento che si torna a discutere di politica dei redditi, è forse opportuno sgombrare il campo da un equivoco che rischia di viziare i ragionamenti e le future decisioni. Il problema risiede nella tesi, piuttosto diffusa a sinistra, secondo la quale il potere d'acquisto dei lavoratori sarebbe caduto a causa dell'affossamento dell'accordo del luglio `93 da parte del governo Berlusconi. Secondo questa tesi per difendere i redditi reali dei lavoratori bisognerebbe ripristinare l'impianto generale di quell'accordo. Per chiarire i termini della questione è opportuno ricordare che - contrariamente a quanto si sente dire da alcuni suoi sostenitori - l'intesa del `93 non nacque affatto allo scopo di garantire il valore reale delle retribuzioni. Anzi, si può dire che il vero obiettivo della stessa fu del tutto opposto. Si trattava infatti di convincere i lavoratori a sobbarcarsi l'intero onere della disinflazione, vale a dire del biglietto d'ingresso per un posto in prima fila nell'Europa di Maastricht. Come è noto, difficilmente i sindacati avrebbero accettato un simile fardello senza il ricatto della fuga dei capitali. Minacciati dal pericolo di vedersi attribuita la responsabilità di una crisi valutaria, essi furono spinti ad accettare i termini di un patto palesemente iniquo, che avrebbe indebolito i lavoratori sia sul versante dell'adeguamento dei salari all'inflazione sia su quello della contrattazione sulla produttività.

Chiunque conosca il meccanismo della politica dei redditi dovrebbe del resto poter confermare che il modello contrattuale del `93 si basa su una sistematica compressione dei salari reali. Il meccanismo prende le mosse dall'agganciamento dei salari monetari al tasso d'inflazione programmata, un tasso posto per decreto al di sotto di quello effettivo. Si genera così una sequenza di shock negativi sulla variazione del salario monetario, al quale viene pertanto assegnato il duro incarico di trainare il carro della disinflazione. Ma le difficoltà non terminano qui: infatti, il recupero dei salari rispetto all'inflazione effettiva avviene con un tale ritardo - ben due anni - che persino nel caso in cui fosse perfetto (il che non è stato) si avrebbe comunque una inesorabile perdita di potere d'acquisto nella fase di transizione. Riguardo infine alla parte dell'accordo del `93 che relega al livello aziendale la contrattazione sulla produttività, è opinione comune che questa clausola rispetti il criterio di efficienza secondo cui le retribuzioni dovrebbero esser legate alla produttività dell'unità aziendale di appartenenza. Ci permettiamo di affermare che sarebbe ora di aprire un dibattito sulla validità di un criterio che, remunerando in modo disomogeneo lavori omogenei, tende ad agevolare anziché a contrastare i differenziali di efficienza tra le unità e i settori produttivi. Ma soprattutto, i dati sulle retribuzioni di fatto alimentano il sospetto che il decentramento della contrattazione abbia ben poco a che fare con i principii primi della scienza economica, e rappresenti piuttosto un banale espediente politico finalizzato a spostare le decisioni lì dove i lavoratori risultano più deboli. Insomma, non può esservi dubbio sul fatto che con questo tipo di politica dei redditi le retribuzioni risultano fortemente compromesse. Il che, si badi, non rappresenta un infelice effetto collaterale del modello di contrattazione, ma al contrario ne costituisce l'essenza.

Del resto, l'esito dell'accordo del `93 è sotto gli occhi di tutti: la convergenza verso i prezzi europei è stata assicurata a costo di un ridimensionamento assoluto e relativo dei salari reali senza precedenti nella storia repubblicana. Tra il 1993 e il 2000 le retribuzioni reali nette dei lavoratori dipendenti si sono ridotte del 5,24%, mentre tra il 1991 e il 2000 la quota del prodotto totale destinata ai lavoratori è passata dal 72,7% al 68,1% (dati Bankitalia). Di fronte a simili, inequivocabili cifre i sostenitori dell'accordo del luglio `93 talvolta ribattono che senza di esso la situazione dei lavoratori sarebbe stata ancora più drammatica. A sostegno di questa opinione essi aggiungono che la fine della politica dei redditi sarebbe stato proprio uno degli obiettivi cardine dell'attuale governo di centro-destra.

La verità purtroppo è un'altra. Dai dati infatti rileviamo che il maggiore shock negativo sui salari non sì è registrato nel periodo del governo Berlusconi, bensì proprio nel 1992-93. Ma soprattutto, quando si sostiene che la politica dei redditi sarebbe auspicabile proprio perché l'attuale governo non la desidera, si commette l'errore di confonderla con il contratto nazionale, la cui demolizione rappresenta il vero obiettivo della maggioranza (e purtroppo non solo di quella), del tutto indipendentemente dall'accettazione o meno dei termini dell'accordo del `93.

Il segretario della Cgil Epifani ha sostenuto l'urgenza di un recupero ma anche di una profonda revisione della politica dei redditi. Epifani ha sottolineato che un buon accordo dovrebbe perseguire il duplice obiettivo di tenere sotto controllo l'inflazione e di accrescere la quota di reddito totale spettante ai lavoratori. L'intento è ammirevole, tuttavia facciamo presente che per perseguirlo in modo non contraddittorio occorrerebbe che i lavoratori cedessero finalmente alle altre parti sociali l'onere di tenere a bada i prezzi. Infatti, per aumentare la quota del prodotto spettante al lavoro è necessario che i salari reali medi per lavoratore crescano più della produttività media (e cioè che il salario monetario cresca a un ritmo superiore alla differenza tra il tasso di crescita del reddito nominale e il tasso di crescita dell'occupazione). A questo scopo, occorrerebbe spingere non certo per un recupero della politica dei redditi del luglio `93, quanto piuttosto per uno straordinario potenziamento del contratto nazionale, da un lato sottraendolo definitivamente al vincolo dell'inflazione programmata e dall'altro invertendo l'attuale, funesta tendenza alla contrattazione decentrata.

Sul piano tecnico, un obiettivo di questa portata è assolutamente praticabile. A livello nazionale, esso costituirebbe finalmente un argine contro la vecchia strategia italiana di rimediare all'inettitudine della classe imprenditoriale e politica tramite il solo schiacciamento delle retribuzioni, una strategia che va senz'altro annoverata tra le principali determinanti del nostro declino industriale. Riguardo poi al livello europeo, sarebbe ora che dopo aver fatto tanti sacrifici per entrare nell'unione monetaria i lavoratori iniziassero a sfruttare i vantaggi potenziali della stessa, che sono numerosi ma finora ben poco indagati. In particolare, bisognerebbe prender coscienza del fatto che la moneta unica, che è generalmente vista solo come un vincolo, potrebbe potenzialmente rivelarsi un formidabile volano per una riattivazione virtuosa del conflitto distributivo. Basti ricordare che è proprio grazie alla moneta unica che oggi, contrariamente al 1992-93, godiamo dell'enorme vantaggio di non trovarci con la spada di Damocle degli speculatori appesa sul capo. Inoltre, nel caso in cui si verificasse una maggiore crescita salariale, la moneta unica impedirebbe alle imprese di scaricare l'incremento dei costi interamente sui prezzi (per le ovvie conseguenze sulla competitività internazionale che ne scaturirebbero).

E' evidente che stiamo evocando un sentiero rivendicativo impervio, carico di potenziali squilibri, che tuttavia ha una sua logica profonda e che rappresenta a nostro avviso l'unica strategia credibile per dare al lavoro subordinato voce in capitolo sulla costruzione europea. La riluttanza ad intraprenderlo evidentemente è tutta politica, visto che siamo nel bel mezzo dell'ennesima involuzione moderata della sinistra politica e sindacale. Ma è anche a causa di questa continua involuzione che in Europa, e soprattutto in Italia, la quota salari sul reddito totale sta subendo una erosione senza precedenti, a tutto vantaggio dei profitti, delle rendite, dei consumi opulenti, e con riflessi solo negativi sulla struttura del sistema produttivo. Se si vuole realmente e non solo a parole contrastare queste tendenze, la prima cosa da fare è impedire che i salari tornino nuovamente in gabbia.

*Università del Sannio