| Nuove proposte per nuovi
contratti Una questione
salariale aggravata. Le proposte sul carovita. Il sistema del 1993 rischia di crollare. Le
revisioni necessarie. Un rinnovamento utile al sindacato e allimpresa.
Non cè dubbio che esiste, e si va aggravando,
una questione salariale. Gli ultimi anni hanno visto una dinamica retributiva che non
tiene il passo neppure con la inflazione reale e non recupera gli incrementi,
peraltro scarsi, di produttività. Questa situazione si è aggravata per una serie di
fattori patologici che stanno scardinando le relazioni industriali: ritardi sistematici
dei rinnovi contrattuali, fino ai due anni del contratto del trasporto pubblico locale;
inflazione programmata fissata a metà di quella ufficiale, senza contare quella
percepita; atteggiamenti ostruzionistici del governo che negano la concertazione e puntano
a dividere i sindacati confederali, col risultato di metterne a rischio la tenuta nei
confronti di una base esasperata. E ancora, a monte, una crisi economica non contrastata
con pratiche adeguate, che crea incertezze diffuse fra cittadini e imprenditori.
Linsieme di questi fattori ha provocato una situazione di tensione e protesta
sociale che non ha riscontro, a mio avviso, da decenni. La gravità delle implicazioni
della sfida in atto sono riconosciute: a cominciare dalla minore capacità della
contrattazione e del sindacato di rappresentare le diverse condizioni di lavoro e gruppi
professionali, specie agli estremi della scala, i lavoratori più professionali e gli
atipici. Questo non basta a far convergere le idee sulle condizioni per una ripresa del
sistema. Del resto anche le reazioni dei vari sistemi nazionali di Relazioni Industriali
alle sfide presenti sono alquanto diversificate. In alcuni paesi sono presenti tendenze
che sembrano dare ragione ai pessimisti, cioè alla prospettiva di una crisi irreversibile
della contrattazione collettiva e di un passaggio, o ritorno, a forme di regolazione
unilaterale dei rapporti di lavoro da parte delle imprese.
Tale crisi è talora agevolata da atteggiamenti della legge e delle politiche pubbliche.
Qualche segnale verso la individualizzazione delle Relazioni Industriali si intravede
anche in Italia nonostante non ritengo che sia univoco né prevalente. Daltra parte
si può rilevare che le previsioni più pessimiste sulla crisi sindacale e della
contrattazione non si sono verificate nella maggior parte dei paesi europei.
NellEuropa continentale prevale (ancora) la convinzione che la contrattazione
collettiva e il sindacato siano strumenti utili per rappresentare e regolare le
rivendicazioni dei singoli lavoratori. Non si vedono attacchi diretti alla
rappresentatività sindacale. In ogni caso le politiche pubbliche possono contribuire al
declino del sindacato, come stanno facendo in vari paesi; possono fare meno per rafforzare
la sua rappresentatività e la forza contrattuale.
E decisiva la capacità del sindacato e della contrattazione stessa di rinnovarsi.
Lonere della prova è tutto a carico degli attori tradizionali. Perché questi
devono superare uno scetticismo diffuso, specie negli outsiders del mercato del lavoro: la
maggioranza delle donne, degli anziani, dei lavoratori atipici, giovani e meno giovani: e
lo scetticismo si manifesta ormai nella stessa platea storica dei lavoratori dipendenti.
Non per niente fra questi crescono i delusi, i non votanti o i votanti per partiti
politici che non amano né il sindacato né la concertazione. Le scelte su come orientare
il cambiamento sono anchesse materia di dibattito e di contrasto politico.
Una esigenza immediata del sindacato è di dedicarsi (più di quanto faccia)
allorganizzazione dei soggetti nuovi, gli outsiders, a cominciare dai lavoratori
atipici. Proprio per la gravità di tale situazione le azioni necessarie per cambiarla e
per contrastare le politiche del governo si devono muovere su più piani: da quello
economico, per il rilancio dello sviluppo a quello del contrasto del carovita. Su
questultimo punto lopposizione ha avanzato proposte diverse, peraltro con
nessuna risposta del Governo: intensificazione della vigilanza pubblica sulle norme
riguardanti il commercio e i prezzi; monitoraggio dei prezzi di beni e servizi con
organismi regionali indipendenti; maggiore trasparenza nellindicazione dei prezzi al
pubblico; potere ai comuni di regolare le vendite promozionali; azioni per mantenere le
tariffe dei servizi pubblici locali sotto linflazione programmata; campagne
pubblicitarie periodiche a carico del Governo per mostrare il rapporto fra prezzi
allorigine e prezzi al consumo; ripristino del recupero del fiscal drag;
completamento del processo di liberalizzazione nei servizi.
Sono inoltre necessari interventi diretti sulla struttura e i contenuti delle relazioni
sindacali, della contrattazione e concertazione. Mi limito a considerare questi aspetti.
Il sistema sancito nel 1993 con lo storico accordo ha retto un decennio con risultati
positivi. Ma è da tempo che se ne vedono i limiti. Se non si introducono correttivi
profondi lintera impalcatura rischia di crollare: le spinte centrifughe degli
accordi locali per gli autoferrotramvieri sono solo unavvisaglia.
La struttura contrattuale non può restare così accentrata come è stata finora, anche
oltre quanto prevedeva laccordo del 23/7/1993: gli spazi di contrattazione
integrativa da questo previsti non sono stati adeguatamente sfruttati. La difesa di questo
centralismo è controproducente perché non tiene conto delle condizioni reali
delle diverse aziende e dei territori e perché porta reazioni incontrollate, come quelle
degli autoferrotramvieri che rischiano di delegittimare gli stessi sindacati confederali.
Prendere atto della tendenza al decentramento non significa abolire il contratto
nazionale; nessuno lo crede seriamente possibile, credo neppure la Confindustria (o la sua
base). Ma il contratto nazionale va rivisto nella sua funzione, deve avere un ruolo
centrale nella regolazione di questi istituti normativi, di garanzia dei diritti, ma
dovrebbe essere ridimensionato per la parte retributiva, per cui dovrebbe avere una
funzione di garanzia dei soli redditi di base e del loro adeguamento alle variazioni del
costo della vita.
Tale risultato si può ottenere in vari modi; ad esempio fissando un livello convenzionale
di retribuzione da garantire sul piano nazionale e attribuendo il resto ai contratti
aziendali e territoriali che possono meglio tenere conto delle condizioni di produttività
( e anche del costo della vita). Una ipotesi interessante è quella prospettata per il
decentramento della contrattazione nel settore artigiano. Qui si lascia alla
contrattazione nazionale solo di recuperare linflazione programmata; mentre alla
contrattazione territoriale è affidato il resto della dinamica retributiva. Un problema
difficile, per certi versi pregiudiziale, è come garantire i milioni di dipendenti di
piccole imprese in cui non arriva la contrattazione decentrata, e spesso neppure il
sindacato. In molti settori ad alta dispersione aziendale si tratta della metà o poco
meno della platea degli interessati. Se non si da risposta a questo problema è difficile
confinare il contratto nazionale a un ruolo minimale. Per tale motivo non si è dato
seguito completamente alle indicazioni del 23 luglio 1993 sul decentramento contrattuale
neppure da parte dei sindacati come la CISL da sempre particolarmente interessata al
decentramento. Di fatto si è sempre cercato di definire a livello nazionale non solo
ladeguamento delle retribuzioni al costo della vita, ma anche la ripartizione di una
parte produttività; proprio per garantire una parte di questi benefici anche ai
lavoratori di quelle aziende dove la contrattazione aziendale non arrivava.
O si trova qualche strumento per rendere esigibile la contrattazione di secondo livello
per tali aziende oppure la strada di un ulteriore decentramento diventa difficilissima,
anche per che ci crede. Il nodo cruciale sta più che nei sindacati nei datori di lavoro
che non vogliono o non possono spingere le imprese loro aderenti a generalizzare la
contrattazione aziendale: questi preferiscono distribuire unilateralmente i benefici della
produttività. Questo conferma come il problema dellerga omnes sia particolarmente
grave proprio sul versante dei datori di lavoro; e non solo per il contratto nazionale ma
anche per lestensione dei contratti decentrati. Per affrontare la questione occorre
esplorare meglio la possibilità della contrattazione territoriale.
Si tratta di configurarla come un livello necessario della contrattazione, specie nei
settori e aree caratterizzate da un gran numero di piccole imprese, prendendo esempio
dalle esperienze di qualche settore (edili, artigiani, agricoltori) che hanno dato prova
di funzionare: individuare e distribuire produttività di area non è facile, ma neppure
impossibile. La contrattazione territoriale va però adeguatamente rafforzata. Per
sostenere la sua applicazione alle piccole imprese, non essendo ipotizzabile al momento
una legge sullerga omnes, si può ricorrere a una via indiretta. Si può far leva
sulla pratica, gia diffusa, di subordinare incentivi e benefici fiscali al fatto che le
imprese rispettino le condizioni contrattuali. Finora tale pratica si è applicata per
sostenere il contratto nazionale, ma niente vieta che si applichi anche per il
rafforzamento e lestensione dei contratti territoriali.
Una indicazione in tal senso è contenuta nellart. 10 della recente legge 14
febbraio 2003, n. 30. La norma è particolarmente significativa per lampiezza del
suo contenuto, che subordina il riconoscimento di benefici normativi e contributivi
allintegrale rispetto delle disposizioni collettive (quindi, sia della parte
economica sia di quella normativa) e per il fatto che si riferisce esplicitamente non solo
ai contratti nazionali ma anche a quelli regionali, territoriali e aziendali. E un
riferimento molto importante, perché per la prima volta si valorizza in modo diretto la
rilevanza dei livelli decentrati per la definizione degli standard contrattuali da
osservare. La norma acquista poi ancora maggiore rilevanza per il fatto che si riferisce
alle imprese artigiane, commerciali e del turismo rientranti nella sfera di applicazione
di questi contratti; in tal modo la norma si applica ad imprese operanti in settori
caratterizzati da piccole o piccolissime dimensioni aziendali, dove lestensione
indiretta dei trattamenti contrattuali è particolarmente richiesta.
Questa è una modifica di orientamento fondamentale rispetto a quanto sinora sostenuto,
anche dalla giurisprudenza formatasi in relazione allart. 36 della Costituzione: si
stabilisce cioè che non è solo il contratto nazionale a definire il trattamento
complessivo dovuto ai lavoratori in un dato mercato del lavoro, ma anche i livelli
contrattuali decentrati, e che quindi diventa necessario anche il rispetto di questi per
avere titolo a sostegni o riconoscimenti pubblici. Una simile valutazione indica
uninversione di tendenza del legislatore, che segnala esplicitamente un cambio di
equilibri del sistema contrattuale.
Questo indirizzo è coerente con la funzione promozionale della legge, che in questo caso
valorizza i livelli locali ed il decentramento contrattuale. Per esplicitare pienamente i
propri effetti è necessario che la modifica legislativa trovi riscontri in altri fatti
istituzionali e nel comportamento concreto delle parti.
Una modifica importante in tal senso sarebbe la revisione dellaccordo del 23 luglio
e comunque dellassetto contrattuale, che prevedesse una forte differenziazione
aziendale e territoriale dei salari. E questa una tendenza auspicata anche in sede
europea. Per altro verso il trasferimento alle Regioni delle competenze in materia di
incentivi allo sviluppo e alloccupazione, già avviato con i processi di
decentramento delle funzioni amministrative degli anni novanta e ora sancito a livello
costituzionale dal nuovo Titolo V della Costituzione, potrebbe indurre le autorità
regionali ad apprezzare diversamente le condizioni per lattuazione di questi
incentivi, secondo lesempio della legge n. 30 del 2003. Potrebbero collegarle ai
comportamenti dei soggetti sociali apprezzabili sul territorio, chiedendo che le aziende
rispettino standard di comportamento diversi e più virtuosi di quelli
previsti in sede nazionale, fra cui il rispetto dei trattamenti stabiliti dai contratti
territoriali nei settori in cui questi sono operanti.
Le scelte regionali sono tanto più importanti in quanto da esse dipenderanno in misura
sempre maggiore le decisioni in materia di incentivi. Il rinnovamento contrattuale non
può riguardare solo la struttura, ma deve coinvolgere anche i contenuti e gli obiettivi
della azione collettiva, ancora una volta a cominciare dallimpresa. Lobiettivo
è di rendere tale azione più rispettosa delle specificità aziendali, e insieme più
attenta alle esigenze individuali, cioè ai processi di personalizzazione, che investono
il mondo del lavoro e della produzione.
Questo rinnovamento è utile al sindacato come allimpresa. Se lalternativa è
fare un contratto collettivo imposto dallalto oppure una contrattazione individuale,
molte imprese possono preferire la seconda: ma se lalternativa è fare un contratto
collettivo rispettoso delle specificità dellazienda e contrattazione individuale,
anche il datore di lavoro può trovare convincente la prima, perché contrattare con i
singoli è molto costoso. Si apre infine il tema più difficile, ma altrettanto urgente,
degli orientamenti partecipativi e non solo scambistici dellazione collettiva in
azienda. Nella logica dellimpresa fordista la partecipazione rappresenta un corpo
estraneo. Ora le accresciute esigenze di qualità e di contenimento dei costi, compresi
quelli di transazione, spingono le imprese a ricercare un più vasto coinvolgimento dei
lavoratori. La prospettiva partecipativa è sostenuta dallEuropa con la direttiva
recente sulla società europea. E anche nel nostro parlamento esistono proposte per
promuoverla. Sarebbe utile che le parti sociali vi dedicassero più attenzione.
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